Gen 8, 2014
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Boko Haram: genesi di un movimento, dagli attacchi contro i “cattivi musulmani” a quelli contro la minoranza cristiana. E l’imminente ritorno in forze dopo la stagione delle piogge

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By Luca Maiotti

La parte settentrionale della Nigeria conosce dal 2009 una spirale di violenza a carattere islamista e dei cicli di repressione governativi di estrema durezza. Sebbene la zona del nord non sia nuova a rivolte di carattere religioso – nel 1980 Maitatsine aveva preso la testa di un movimento che fece 5.000 morti a Kano – la situazione ha un’enorme influenza sulla politica interna di uno Stato che si avvia a essere la prima economia del continente africano.
La Congregazione per la Propagazione degli Insegnamenti del Profeta e del Jihad, più nota nella forma volgarizzata Boko Haram (“l’educazione occidentale è peccato” in lingua haussa), affonda le sue radici alla fine degli anni ’90 nello stato del nord est di Borno, ma nasce solo nel 2003 come organizzazione autonoma. Partendo dal presupposto che gli stati del Nord siano guidati da musulmani corrotti e che la shari’a sia la radicale soluzione alla situazione di corruzione dilagante e di profonde disuguaglianze del paese, gli obiettivi del gruppo sono l’abbattimento del governo centrale e l’imposizione della legge islamica – già operante in 12 stati del Nord – a tutta la Nigeria.
Nel 2003, secondo una tradizione che riprende quella del Profeta, il nucleo originario di Boko Haram si allontanò dalla capitale del Borno, Maiduguri, cercando di ricreare delle condizioni di vita autenticamente islamiche. In seguito a contrasti con la popolazione locale, la polizia smantellò il campo dei 200 “talebani nigeriani”, che per rappresaglia attaccarono una caserma di polizia, causando un morto. La reazione delle autorità fu immediata e la formazione venne quasi smantellata. Da questo momento il gruppo mantenne un’attitudine quietista concentrandosi in un’attività di proselitismo (da’wa) intorno alla figura del suo capo carismatico, Mohammed Yusuf, fino al 2007. L’anno marcherà la rottura con l’Izalat, il movimento di predicazione di ispirazione wahhabita di riferimento, e con il sistema clientelistico che i governatori degli stati del nord-est intrattenevano con le varie formazioni islamiste per continuare a farsi rieleggere.

Il tornante del 2009. Tuttavia, la vera svolta è rappresentata dagli avvenimenti del giugno 2009, scatenati da una storia di caschi da motocicletta, obbligatori per tutti i motociclisti secondo la legge nigeriana : il 21 giugno una pattuglia di polizia di Maiduguri fermò un corteo funebre diretto alle esequie di un membri di Boko Haram perché alcuni dei partecipanti erano sprovvisti di caschi. L’incontro diede luogo a una colluttazione generale che si concluse con la polizia che sparava sui membri della processione – facendo diciassette feriti – a cui in seguito venne impedito l’accesso agli ospedali.
Davanti alle insoddisfacenti risposte delle autorità sulla responsabilità della polizia, una vera e propria insurrezione scoppiò a Maiduguri, investita dalle forze di Boko Haram e tenuta dal gruppo per tre interi giorni. I combattimenti continuarono in seguito all’invio di reparti corazzati, che riuscirono a catturare Mohamed Yusuf e a consegnarlo alla polizia. Il bilancio totale della repressione ammonterà ad oltre 800 vittime, in un pericoloso precedente in cui popolazione e membri di Boko Haram furono identificati come il nemico dalle forze governative. Un evento chiave cambiò però la situazione: il reparto di polizia anti-sommossa a cui Mohamed Yusuf era stato consegnato decise di vendicare l’esecuzione del proprio comandante, sgozzato dai membri di Boko Haram, uccidendo il leader-politico religioso dell’organizzazione.
Questo ebbe due conseguenze maggiori: la prima è che senza capo non ci può essere alcuna negoziazione e la seconda è che Boko Haram, ora sotto una leadership collegiale guidata dall’ex luogotenente Aboubakar Shekao, cambia modus operandi.
Il primo grande cambiamento è il ricorso ad attentati suicidi, sconosciuti nella grammatica di lotta del gruppo fino a quel momento. Questa nuova modalità si ispira ai movimenti terroristici del jihad globale (Al Qa’ida in primo luogo) e sancisce un balzo in avanti importante per la formazione.
Il secondo è l’aggiunta di un nuovo obiettivo: i cristiani. Se fino a quel momento l’oggetto delle azioni di Boko Haram erano stati i “cattivi musulmani” e le forze dell’ordine, gli attacchi alle chiese della minoranza cristiana della regione non solo richiamano la propaganda crociata, ma attirano decisamente l’attenzione nazionale e internazionale.

Un rapporto complicato: l’autorità centrale. Nel maggio 2011 al fattore religioso si sovrappone la lotta per il potere e la spartizione delle risorse a livello centrale con l’elezione del cristiano del sud appartenente al gruppo ijaw Jonathan Goodluck. Secondo un accordo non scritto tra i partiti al potere, la successione avrebbe dovuto seguire la linea di alternanza tra un presidente di un’etnia del nord e uno del sud. L’ex-presidente Umau ‘Yar Adua, musulmano del nord, era morto prima di poter completare il suo secondo mandato, la cui fine era prevista nel 2015. Fino a quel momento la leadership del paese sarebbe dovuta rimanere quindi a un uomo del nord, e l’elezione di Jonathan Goodluck fu percepita come una violazione del patto. Non è un caso che lo spoglio elettorale avesse visto Goodluck perdente in tutti gli stati a nord di Abuja . In seguito all’elezione gli attacchi si intensificheranno e cresceranno di scala fino a colpire un edificio dell’ONU ad Abuja con un attentato suicida nell’agosto 2011, causando più di 20 morti. Nel solo 2011 Boko Haram si rese protagonista di 124 attacchi terroristici su un totale di 173 di tutto il paese, arrivando nel solo 2012 a fare 815 morti in 275 attacchi, secondo Human Rights Watch.
La risposta delle autorità è stata estremamente dura. Senza cercare politiche che potessero provare a sanare l’estremo malcontento del nord, in ritardo rispetto al più dinamico e ricco sud, il governo ha imposto la repressione. Il 31 dicembre è stato proclamato lo stato di emergenza in quattro stati (Borno, Yobe, Niger e Plateau) e sono state chiuse le frontiere con Camerun, Ciad e Niger – sospettati di fornire assistenza al gruppo. L’invio della tristemente nota JTF (Joint Task Force) che si era già macchiata di numerose esazioni tra i civili nella repressione del Mend (Mouvement for the Emancipation of the Niger Delta) aveva fin dall’inizio esacerbato la tensione. Testimonianze riportate da Human Rights Watch indicano che i membri delle forze di sicurezza abbiano proceduto ad arresti ed esecuzioni arbitrarie, pestaggi, incendi di case, negozi e auto, furto ed estorsione di denaro , violenza sulle donne e incarcerazioni senza processo. Il sostegno popolare di cui già godeva Boko Haram ne uscì ulteriormente rafforzato. La violenza però colpì duramente il gruppo, che dovette cercare rifugio nelle zone più remote del paese vicino al confine, o in molti casi espatriare negli stati vicini.

Un nuovo attore nello scacchiere islamista. Nel gennaio del 2012 Boko Haram assistette ad una scissione con la nascita di un nuovo gruppo minoritario, Ansaru. Ponendosi in aperta dissidenza a causa della pratica di Boko Haram di attaccare anche i musulmani (considerati “corrotti”), Ansaru si contraddistingue per alcuni elementi specifici : ha una prospettiva internazionale – testimoniata dall’attacco al convoglio nigeriano in appoggio all’operazione Serval in Mali della MINUSMA – vicina a quella di Al-Qa’ida, attacca e rapisce cristiani ed è priva di una vera base sociale e territoriale, rendendone molto più difficile la cattura.
La situazione è ancora fortemente instabile, con il governo che continua ad inviare truppe (l’ultima offensiva maggiore è del maggio 2013) e Boko Haram che non cessa gli attacchi che hanno causato più di 1.700 morti dal 2010. La totale impunità e soprattutto l’assenza di una strategia governativa per guadagnare il sostegno della popolazione – unico modo per sperare di combattere una guerra asimmetrica – rendono ancora lontana una soluzione.

Una confederazione terroristica africana? La questione che si pone è capire se è possibile iscrivere Boko Haram nel solco del movimento per il jihad globale sul continente africano, di cui i gruppi più noti sono Aqmi (Al-Qa’ida nel Maghreb Islamico) e Al-Shebab in Somalia.
In diversi momenti si è paventata l’ipotesi di una vera e propria filiera africana dell’internazionale jihadista, basandosi su alcuni elementi, da cui si sono tratte conclusioni forse troppo affrettate.
Prima del 2009, Mohamed Yusuf era stato accusato di aver ricevuto denaro da personalità in Pakistan legate ad Al Qa’ida per addestrare nigeriani, ma l’insufficienza di prove aveva scagionato il leader carismatico della setta.
Inoltre, l’AFP (Agence France-Presse) riportava che almeno un centinaio di uomini di Boko Haram sarebbero stati presenti a Gao (Mali) nell’insurrezione dell’aprile 2012, basandosi sulle informazioni del parlamentare maliano Abdou Sidibé. Tuttavia, in un secondo momento, sarà confermata solo la presenza di 4 nigeriani.
Jeune Afrique aveva riportato l’esistenza di contatti di emissari di Al Qa’ida, ma che si erano risolti in un nulla di fatto.
La tesi che sembra più verosimile, sostenuta in particolare da Marc-Antoine Pérouse de Montclos, è che non si possa stabilire un’assimilazione di Boko Haram ad Aqmi né tantomeno il contrario. E’ molto probabile che ci siano stati dei contatti tra i gruppi (in particolare Boko Haram-Aqmi) per quanto riguarda l’acquisto di armi – secondo una perfetta logica di economie di scala – e l’uso di metodi più avanzati negli attacchi in Nigeria testimonia un know-how implementato attraverso una formazione all’estero. A livello individuale, ma è importante sottolineare che ciò sia avvenuto solo a livello dei singoli, alcuni guerriglieri si sono effettivamente fermati presso altri gruppi, formandosi all’estero o partecipando sporadicamente agli eventi in Mali e Somalia, senza però mai assumere la prospettiva globale dell’ideologia jihadista di Al Qa’ida.
In altre parole, sarebbe sbagliato disegnare un controllo di Aqmi su Boko Haram, così come una coordinazione strategica all’interno di forme di terrorismo di matrice islamista. Alcune divergenze dottrinarie, la genesi di Boko Haram come setta locale con un’agenda specifica (obiettivi, bersagli interni) fanno sì che si possa escludere un vero legame tra gruppi. In più, c’è una tradizionale componente di razzismo latente dei musulmani arabi verso i musulmani “neri” , elemento da tenere in considerazione.
La formazione di Ansaru avrebbe invece quasi tutti i requisiti – compresi dei finanziamenti provenienti dal Golfo – tali da permettere dei contatti diretti e una “sottomissione” all’ideologia qaedista. Anche qui non si può supporre un legame con Aqmi solo per le caratteristiche compatibili. C’è chi ha suggerito che Boko Haram, in questo momento colpita dall’intervento governativo e dispersa nei paesi vicini, possa riavvicinarsi ad Ansaru, possibile nodo di congiunzione con l’azione di Al-Qa’ida. Anche questo sembra inverosimile: dopo il periodo della stagione delle piogge, un ritorno in forze di Boko Haram sembra probabile per il periodo di gennaio-febbraio.

Luca Maiotti

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