Al Qaeda

Un anno di Califfato: “spetta a noi decidere se contrastarlo o permettergli di prosperare”

FILE - This undated file image posted on a militant website on Tuesday, Jan. 14, 2014 shows fighters from the al-Qaida linked Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL) marching in Raqqa, Syria. The past year, ISIL _ has taken over swaths of territory in Syria, particularly in the east. It has increasingly clashed with other factions, particularly an umbrella group called the Islamic Front and with Jabhat al-Nusra, or the Nusra Front, the group that Ayman al-Zawahri declared last year to be al-Qaida’s true representative in Syria. That fighting has accelerated the past month. (AP Photo/militant website, File)

By Filippo Malinverno

Era il 29 giugno del 2014 quando Abu Bakr al-Baghdadi si autoproclamò Califfo del neonato Stato Islamico, un’entità dai cupi interessi e dalla struttura tutt’altro che ben definita. Uno Stato che, privo di qualsiasi legittimazione politica a livello internazionale, sembrava, almeno inizialmente, una sorta di drôle d’État, uno “Stato per finta”.

Purtroppo non ci volle molto per capire che in realtà questo Is era ben più che una semplice organizzazione terroristica nata da una costola di Al Qaeda in Iraq.

Dopo il primo discorso del Califfo nel luglio 2014 vennero le terribili decapitazioni, poi le conquiste militari, riportate velocemente una dietro l’altra e apparentemente inarrestabili: le ultime a Ramadi e Palmira, quest’ultima patrimonio dell’UNESCO, dei cui tesori non si conosce ancora precisamente il destino.

Oltre alla perdita di Tal Abyad al confine con la Turchia, le uniche note stonate della campagna bellica islamica sono state l’assedio di Kobane, rotto dai miliziani curdi dopo circa quattro mesi, e la riconquista della città di Tikrit da parte dell’esercito iracheno nello scorso aprile.

Troppo poco per costringere le milizie dell’Is alla ritirata, tanto più che in questi ultimi mesi i soldati di Al-Baghdadi hanno evidentemente acquisito una capacità di combattere su più fronti che prima non avevano, senza contare l’ingente aumento di risorse economiche derivato dalle rendite petrolifere, dal mercato nero e dal sostegno finanziario di alcuni paesi senza identità (gli arabi del Golfo?).

Se alle abilità degli islamici uniamo la palese insufficienza delle forze di Assad e di Baghdad, dovuta sì alla scarsità di materiale bellico moderno, ma anche al basso morale delle truppe, scopriamo dunque che, dopo un anno di esistenza, il Califfato di Raqqa non è più solo il gruppo di sanguinari guerriglieri che si pensava.

Di fronte a questa minaccia qual è stata la reazione dell’Occidente?

I raid aerei guidati dalla coalizione a comando americano hanno dato risultati contraddittori: da una parte gli attacchi aerei hanno ostacolato l’espansione territoriale dell’Is, supportando le truppe di terra irachene e siriane (combinazione fino a qui poco fruttuosa), ma dall’altra hanno permesso al Califfo di propagandare contro il demone occidentale e arruolare ancor più soldati alla sua causa, non solo in Medio Oriente.

L’ottimismo sulla buona riuscita dei raid era eccessivo e l’intervento di Europa e Stati Uniti troppo poco incisivo, soprattutto in Siria, dove la strategia della coalizione non ha mai saputo individuare quale fosse il vero nemico (l’Is o Bashar al-Assad?) ed è stata minata da una lacerante ipocrisia: si vorrebbe indebolire il regime siriano, ma il vuoto da esso lasciato rischierebbe di essere colmato dallo Stato Islamico, che attualmente occupa la maggior parte del territorio intorno a Damasco.

Per arginare la sua espansione occorrerebbe un intervento massiccio e deciso, ma l’impiego di truppe di terra appare al momento un’ipotesi lontana e non percorribile: del resto le nefaste esperienze in Afghanistan e Iraq hanno provocato ferite non ancora rimarginatesi. Che fare dunque?

Ho la sensazione che, al momento, nessun leader europeo o americano abbia un’idea precisa sulla giusta soluzione e, quanto meno nel medio periodo, si continueranno a utilizzare bombardamenti aerei in grado solamente di contenere l’esercito islamico, senza costringerlo alla difensiva (almeno fino a quando i siriani e gli iracheni riusciranno a organizzare un’efficace controffensiva).

Il consolidamento dell’Is in Medio Oriente ha portato con sé un’altra evidente conseguenza: una maggiore diffusione del terrorismo fondamentalista nel mondo. Se prima gli attacchi terroristici erano ispirati da organizzazioni clandestine nascoste, ora esiste un punto di riferimento forte e affermato che sostiene attivamente queste iniziative omicide.

Il Califfato islamico costituisce una potentissima calamita per i terroristi di tutto il mondo, non solo incoraggiando gli attentati e rivendicandoli, ma anche attirando a favore della propria causa persone di ogni genere: al di là dell’estrazione sociale, della nazionalità e del credo religioso, sembra che il messaggio di Al-Baghdadi sia in grado di coinvolgere un numero impressionante di seguaci, talmente eterogenei che la stessa missione islamica radicale dell’Is appare come motivazione di facciata utile a coprirne altre.

Ogni miliziano ha i suoi interessi e combatte per il proprio futuro, nascosto dietro il fine ultimo di far trionfare l’Islam: mentre il siriano o l’iracheno combattono per le terre a loro promesse, il jihadista europeo, spesso di origini arabe ma in molti casi privo di legami con questo mondo, combatte contro l’Occidente e tutto ciò che rappresenta, per cercare nuove opportunità o per semplice fanatismo.

Così come esiste la via che conduce aspiranti miliziani islamici dall’Europa verso la Mesopotamia, esiste, o meglio, esistono, anche quelle che portano veri e propri soldati dal Medio Oriente in Europa: sono queste forse le vie più pericolose per noi occidentali, perché rintracciare le infiltrazioni è estremamente difficile e il flusso di migranti che costantemente giunge dalla Siria o dalla Libia complica queste operazioni.

Le rotte di penetrazione dell’Is in Europa sono principalmente tre, come ben evidenziato da Alfred Hackensberger in un articolo recentemente pubblicato su “Die Welt”: la prima è quella che, passando per il Bosforo, permette ai miliziani di recarsi in Grecia e da lì proseguire verso altri paesi dell’UE; la seconda passa invece per i paesi dell’ex-Jugoslavia e i travagliati Balcani, mentre la terza per la Bulgaria, dove pare che la mafia locale abbia enormi rendite dovute alla vendita di passaporti ai jihadisti.

Una volta approdati in Europa, per questi non è difficile confondersi tra i rifugiati e richiedere asilo in un paese dell’Unione: per farlo basta infatti un passaporto siriano che dimostri la volontà dell’individuo di fuggire da una situazione di guerra, così come previsto dal diritto internazionale; e reperire i passaporti non è impossibile, dato che si possono trovare sul mercato nero oppure possono essere rilasciati direttamente dagli uffici anagrafici siriani controllati dall’Is.

Esiste anche una quarta via di penetrazione, per ora poco battuta ma che potrebbe diventare molto gettonata in futuro, soprattutto se il teatro di instabilità cronica dovesse persistere: si tratta di quella che dalla Libia vedrebbe i potenziali terroristi giungere in Italia a bordo dei barconi di migranti. Certo, è il percorso più complicato dei quattro, ma la mancanza di un governo unitario e forte in loco non permette alle autorità di arginare il fenomeno: manca uno Stato, e senza Stato non ci sono controlli.

Tutto ciò in appena un anno di Isis. Nessuno sa cosa succederà fra due, ma potremmo dover essere pronti a ridisegnare i confini del Medio Oriente fino a oggi conosciuto. Che ci piaccia o no, nella Mezzaluna fertile è nato un nuovo attore molto influente: spetta a noi decidere se contrastarlo o permettergli di prosperare.

Filippo Malinverno

Foto: giornale.it

#JeSuisCharlie: nello scontro di civiltà tra disinformazione e preconcetti vince la propaganda

20150111_charlie-hebdo-marcia-ParigiBy Filippo Malinverno

Un poliziotto giace a terra ferito. Due uomini armati scendono dalla macchina: uno di loro si avvicina, puntandogli il fucile sulla testa. Un colpo secco, fragoroso, ignobile: il poliziotto viene freddato senza alcuna pietà, senza che l’assassino ascolti le sue suppliche.

E’ con questa cruenta immagine, fin troppe volte mandata in onda nei telegiornali, che il mondo ha assisto inerme al massacro di decine di civili innocenti, cristiani, musulmani ed ebrei. Gli attentati terroristici alla sede di Charlie Hebdo e alla bottega ebraica nel centro di Parigi sono stati un violento attacco alla libertà d’espressione, simbolo, quantomeno formale, dell’Occidente del 21esimo secolo. Un attacco condotto da uomini affiliati alla sezione yemenita di Al Qaeda, come pare sia il caso dei fratelli Kouachi, e allo Stato Islamico, di cui invece sembra facesse parte Amedi Coulibaly.

La risposta data dal mondo occidentale in seguito alla strage è stata emblematica: la partecipazione di decine di capi di Stato alla marcia organizzata domenica 11 gennaio in ricordo delle vittime, lo spirito di libertà mostrato da migliaia di cittadini francesi e la solidarietà con la quale altrettante persone di diverse nazionalità hanno partecipato al lutto parigino erano un qualcosa che non si vedeva da molto tempo. In questo momento di dolore l’Europa si è scoperta unita, mostrando finalmente al mondo la sua vocazione armonica e solidale che da anni si andava cercando.

Tuttavia, l’essere stati colpiti a Parigi, città che dell’Europa è il cuore, non può far altro che suscitare in noi occidentali dubbi e paure riguardo alla nostra sicurezza. Il colpo ricevuto è stato forte, scioccante ed estremamente cruento. L’uccisione efferata e impietosa di così tante persone nel centro di uno dei simboli dell’Occidente moderno sembra aver portato gli orrori delle decapitazioni e dei massacri perpetrati dai radicali islamici in Medio Oriente fin nelle nostre case.

Sarà proprio questo l’elemento su cui faranno leva, inevitabilmente, le forze della destra nazionalista e xenofoba presenti in Europa, specialmente il partito di Marine Le Pen in Francia. L’obiettivo di questi attori politici sarà aumentare il proprio consenso fomentando l’odio nei confronti degli autori dell’atto terroristico, portando ad una generalizzazione di colpe tramite la quale ogni musulmano verrà identificato come capro espiatorio per i crimini commessi da altri. Per le democrazie occidentali, la sfida dei prossimi mesi sarà contenere la retorica discriminatoria dell’estrema destra ed evitare che l’odio si radichi nella società: un’escalation di violenza incontrollabile è un rischio concreto e le sue conseguenze sarebbero estremamente deleterie per l’intera comunità mondiale.

Questa osservazione sul possibile sviluppo della questione terrorismo in Europa ci costringe a porci un ulteriore quesito: è davvero in corso uno scontro di civiltà?

Nel corso del Novecento, diversi studiosi e politologi, tra cui Francis Fukuyama, Oswald Spengler e Samuel Huntington, hanno utilizzato questa espressione per riferirsi più in generale al processo di decadenza di cui l’Occidente sarebbe stata vittima a partire dall’inizio del 20esimo secolo, delineando uno scenario di conflitto inevitabile tra la nostra civiltà e le altre. In particolare, nella sua opera “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale”, Huntington spiega nel dettaglio il fenomeno di rifiuto dell’occidentalizzazione e della modernizzazione, fenomeno che senza dubbio coinvolge, tra le altre, anche la civiltà islamica nel suo complesso, o quantomeno le fazioni più radicali di essa: le dimostrazioni di ostilità dell’Islam verso l’Occidente sono state, negli ultimi decenni, svariate e inequivocabili.

La dinamica degli atti terroristici di Parigi impone, in questo senso, una profonda riflessione sulle modalità d’azione dei promotori del jihad nel mondo musulmano, i cui meccanismi di matrice storica, religiosa e culturale sono estremamente diversi dai nostri. Sia Al Qaeda che lo Stato Islamico, che oggi si sono imposti nel panorama internazionale come i principali attori del terrore antioccidentale, hanno seguito e seguono tuttora una strategia ben precisa, fondata su un elemento chiave: la strumentalizzazione della religione per fini eversivi.

Questa strumentalizzazione poggia a sua volta su un fanatismo religioso che trova, in parte, la sua giustificazione nelle parole del Corano, al cui interno esistono tuttavia messaggi di pace e fratellanza molto più chiari di quelli di violenza, esattamente come nella Bibbia cristiana. I vertici dei gruppi terroristici, portatori di una visione radicale ed estremista delle sacre scritture islamiche, fanno della demonizzazione dell’Occidente il loro principale cavallo di battaglia per fomentare le masse suscettibili all’integralismo: l’obiettivo di Al Qaeda, così come quello del Califfo Al-Baghdadi, è quello di provocare il mondo occidentale, portando il terrore e la paura direttamente nei suoi centri nevralgici. Le terribili decapitazioni dei giornalisti americani fatti prigionieri dall’IS, i continui massacri dell’organizzazione estremista Boko Haram in Nigeria a danno non solo dei cristiani e l’attacco a Charlie Hebdo sono tutte dimostrazioni di un odio radicato che parte dell’Islam prova nei confronti dell’Occidente.

Un odio che oggi viene diffuso velocemente grazie ai social network: documentandosi qua e là sul web e venendo a contatto con cellule radicali, è più facile per un comune cittadino farsi persuadere dalla bontà della causa jihadista. Ecco che quindi la propaganda estremista si avvale a pieno di queste nuove piattaforme, dipingendo l’Occidente come il responsabile del degrado mondiale e delle sofferenze inferte alle popolazioni musulmane in Medio Oriente e in Africa. Eppure, non bisogna dimenticare che, nella maggior parte dei casi, questo tipo di propaganda anticolonialista e terzomondista trova un terreno fertile grazie alle tragiche condizioni di arretratezza tribale in cui vivono le masse che la ascoltano, spesso colpite da fame e povertà: ricordiamoci che più di un miliziano dell’IS su due non combatte per ferire l’Occidente, ma per garantire una vita dignitosa e tranquilla ai suoi familiari.

L’opera di demonizzazione fatta dai vertici dei movimenti estremisti è poi resa ancor più facile dal comportamento degli stessi paesi occidentali, Stati Uniti in primis. Ormai è da più di dieci anni che il mondo mediorientale si trova occupato dagli eserciti portatori di democrazia dell’Occidente e il numero di vittime causate dalle guerre in Afghanistan, in Siria e in Iraq, una buona parte delle quali donne e bambini, è spropositato. Proprio il sangue versato da siriani, afghani e iracheni è divenuto l’arma principale della propaganda jihadista, che inevitabilmente sfrutta gli attacchi militari europei e americani per scagliare la rabbia delle popolazioni contro un nemico reale, forte e ben identificato. Non che i conflitti in Medio Oriente siano una novità post-11 settembre, ma senza dubbio la politica aggressiva dell’amministrazione Bush, seguita a ruota da numerosi Stati europei, ha contribuito a destabilizzare ulteriormente uno scenario già colmo di conflitti etnici e religiosi. L’essere intervenuti militarmente in Afghanistan, Iraq e Siria (dove, per ora, si svolgono solamente raid aerei), ha fornito alle cellule jihadiste ciò che stavano aspettando da tempo: un nemico tangibile e presente sul territorio su cui scaricare la colpa delle disgrazie locali.

Tutti questi elementi inducono ad affermare che lo scontro di civiltà di cui si è tanto scritto e parlato senza dubbio esiste, ma non è uno scontro a tutto campo, che coinvolge le civiltà occidentale e islamica nella loro interezza; è, invece, uno scontro che appartiene soltanto alle frange estremiste e disinformate di queste civiltà, che tentano di diffondere un’immagine negativa del rispettivo nemico, arrivando ad identificare nell’ “occidentale” e nel “musulmano” il simbolo delle proprie paure: così come un fedele dell’Islam potrebbe facilmente vedere nel cristiano europeo o americano un demone colonialista e avido, così il cristiano occidentale è portato a definire tutti i musulmani come terroristi o individui pericolosi per la sua sicurezza, stereotipandoli. In contesti tradizionalisti, conservatori e sordi al messaggio della globalizzazione, la religione diventa spesso uno strumento per giustificare violenze che, se perpetrate con continuità, non portano altro che nuove violenze: mentre nel mondo islamico è proprio il credo religioso ad accecare la ragione, nel mondo occidentale, oggi più laico e agnostico, sono la xenofobia, la disinformazione e i preconcetti a svolgere questo compito.

Esiste però, da entrambe le parti, anche una grande maggioranza che vive il contatto tra Oriente ed Occidente come un forma di scambio, di sostegno e arricchimento reciproco. Il contributo dell’Islam moderato sarà fondamentale in futuro per contenere le spinte radicali presenti nel mondo musulmano, ma anche le democrazie d’Europa e d’America dovranno rivedere il loro modo di osservarlo e comprenderlo, contribuendo così alla realizzazione di un grande incontro di civiltà.

Filippo Malinverno

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Foto: euronews.com

IS, ISIS, ISIL o EI: è lo “Stato Islamico”, nuovo attore global e social che parla inglese

By Filippo Malinverno

La sigla IS, con tutte le sue varianti del caso, è divenuta negli ultimi mesi una delle parole più ricercate del web. Che sia IS, ISIS, ISIL oppure EI una cosa è certa: nella Mezzaluna fertile stiamo assistendo alla nascita di un nuovo Stato. Chi lo sostiene? Chi lo combatte? Com’è strutturato?

Di gruppi terroristici e fronti armati islamici negli ultimi anni ne abbiamo visti di tutti i colori. Al-Qaida, Boko Haram, Al-Nusra, Hamas e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia, ne esiste uno che di recente tormenta i pensieri dell’Occidente in modo particolare, più di tutti gli altri: l’IS (o ex-ISIS o ISIL, come era chiamato prima della creazione del Califfato), lo Stato islamico. Definirlo “gruppo terroristico” però non sarebbe del tutto corretto: questo è solo il modo in cui la maggior parte di noi, influenzata dalle terribili immagini delle decapitazioni, tende a classificare quello che in realtà non è semplicemente un’accozzaglia di terroristi invasati, ma è a tutti gli effetti un vero e proprio Stato.

Proprio così, l’IS (in arabo “al-Dawla al-Islāmiyya”) è uno Stato, non riconosciuto a livello mondiale e proclamatosi tale il 29 giugno scorso, quando il leader del movimento, Abu Bakr al-Baghdadi, ha annunciato urbi et orbi la rinascita del Califfato islamico. Dopo aver stabilito la sua capitale de facto ad Al-Raqqa, città del nord della Siria, lo Stato islamico si è dotato di una vera e propria amministrazione che offre servizi scolastici ai suoi cittadini, ricompensa i suoi soldati, riscuote le tasse, fornisce acqua ed energia elettrica e, da qualche settimana a questa parte, sembra aver installato nei suoi centri abitati delle cabine telefoniche dalle quali è possibile telefonare gratuitamente. Insomma, il Califfo non sembra aver dimenticato i suoi nuovi sudditi e sta costruendo gradualmente un vero e proprio sistema di welfare. Pare che al-Baghdadi stia realizzando il progetto del fondatore del movimento, Abu Musab al-Zarqawi, ex-membro di Al-Qaida ucciso ne 2006 da una bomba in Iraq. Sorprendente per uno Stato che è perennemente in guerra su tre fronti: contro il governo iracheno di Baghdad, contro il regime di Assad in Siria e contro i peshmerga del Kurdistan iracheno.

Del resto le risorse non mancano. Pozzo dopo pozzo, i soldati dello Stato islamico hanno conquistato una quantità di giacimenti petroliferi sufficiente a raccogliere ingenti somme di denaro (l’IS vende il petrolio sul mercato a un prezzo decisamente inferiore rispetto agli altri produttori), che servono per mantenere la sua sempre più numerosa macchina da guerra umana: i miliziani del Califfo sono pagati meglio dei soldati governativi siriani ed iracheni e ciò garantisce all’esercito una maggiore coesione nelle fasi operative. Esiste tuttavia la possibilità che, di fronte alla rapida e continua espansione dell’IS, le fonti di petrolio finora conquistate non siano più sufficienti a sostenere l’ingrandimento dello Stato.

Un aspetto altrettanto importante dell’IS e che evidenzia quanto sia elevato il livello della sua organizzazione è il linguaggio: sfruttando la straordinaria risonanza che offrono i social network come Facebook, YouTube e Twitter (penso che Instagram lo lasceranno perdere…), il Califfato utilizza un linguaggio e una propaganda che gli permette di riscuotere consenso in tutto il mondo, penetrando qualsiasi tipo di cultura o società. Non a caso, i militanti dell’IS comunicano sempre in inglese, la lingua veicolo di informazioni per eccellenza, semplicemente perché non tutti gli islamici parlano arabo. Tramite l’inglese tutti i devoti di Allah, e non solo, possono comprendere facilmente i messaggi che il Califfo vuole diffondere. Lo stile con il quale questi messaggi vengono diffusi appare decisamente efferato e crudele: decapitazioni ed esecuzioni, postate in rete con una facilità irrisoria, sono per l’IS un simbolo di forza. Ovviamente a noi occidentali questi atti sembrano delle barbarie, perché fondamentalmente lo sono. E il Califfo questo lo sa. Così come conosce il tipo di reazione che questi video potrebbero provocare in ognuno di noi: l’obiettivo della sua propaganda è proprio quello di suscitare in noi ribrezzo e paura, tanto da farci desistere da qualsiasi tentativo di intervento diretto contro il suo Stato.

Ma finora qual è stato il comportamento dell’Occidente? Nel settembre scorso, durante il vertice di Parigi, il presidente Barack Obama, affermando più volte di voler usare il pugno di ferro contro lo Stato islamico, aveva esortato la comunità internazionale a cooperare con gli Stati Uniti per fermare l’operato del Califfo in Medio Oriente. Diversi paesi, tra cui l’Italia, si sono uniti alla causa, ma la coalizione anti-Is sembra fare acqua: in primo luogo perché gli obiettivi militari sono incerti e diversificati (del resto è difficile colpire un nemico che controlla un territorio non geograficamente compatto): è una guerra contro Assad, contro l’IS o contro entrambi?; in secondo luogo perché i principali nemici dell’Is, su tutti l’Iran sciita, non agiscono direttamente all’interno di essa: Teheran, stando alle rivelazioni della Reuters, sarebbe anche disposta a combattere in prima linea il Califfato, ma in cambio desidererebbe più flessibilità sul programma iraniano di arricchimento dell’uranio, in merito al quale è in corso un negoziato con Washington; infine, una guerra combattuta senza l’utilizzo di forze terrestri non sembrerebbe dare risultati soddisfacenti: i raid aerei limitati potrebbero non bastare per sconfiggere l’esercito di al-Baghdadi, ma nessun paese occidentale è disposto a impiegare le proprie risorse militari sul campo.

In tutto ciò, la posizione della Turchia rimane ambigua. Nonostante i jihadisti siano arrivati a pochi chilometri dal confine turco, Ankara non si è ancora messa a completa disposizione degli Stati occidentali per fornire un appoggio militare contro le milizie del Califfo. Le basi turche vicino al confine con la Siria e L’Iraq sarebbero fondamentali per le operazioni militari anti-Is, ma gli eredi della Sublime Porta indugiano. E’ cosa nota che l’indipendenza del Kurdistan non stia particolarmente a cuore ad Ankara e un indebolimento delle forze curde contro i jihadisti non sarebbe cosa sgradita. Quando agirà la Turchia?

Osservando l’operato dell’Occidente, diviene lecito porsi una domanda: se lo Stato islamico non avesse invaso l’Iraq e si fosse limitato a combattere contro Assad e contro i curdi avremmo lo stesso creato una coalizione contro di lui? Probabilmente no, ma l’Iraq ha la fortuna/sfortuna di possedere immensi giacimenti petroliferi e l’assenza di una situazione stabile nella Mezzaluna fertile non giova certo al mercato dell’oro nero.

Ed è proprio dall’oro nero che deriva l’ultima osservazione da fare sulla guerra contro i jihadisti di Al-Raqqa. A chi giova questo conflitto? Gli unici paesi che potrebbero trarre vantaggio da un conflitto del genere sarebbero dei paesi esportatori di petrolio, che, grazie alla destabilizzazione strategica delle maggiori aree energetiche del mondo, riuscirebbero in questo modo a vendere il loro prodotto a prezzi inferiori a quelli dei produttori rivali. La Libia, con la guerra del 2011, è già stata messa fuori gioco, sfruttando l’ondata rivoluzionaria della “primavera araba”. L’Ucraina, nazione cruciale per il passaggio dei diversi gasdotti, è divisa in due e palesemente destabilizzata. Ora l’Iraq e la Siria, con quest’ultima coinvolta in guerra civile dal 2013. Nel frattempo, nel giugno 2014, l’Ufficio per la Sicurezza e l’Industria del dipartimento al Commercio Americano ha autorizzato, per la prima volta in 40 anni, due piccole compagnie petrolifere americane a vendere petrolio greggio all’estero. Gli Stati Uniti sono diventati a tutti gli effetti esportatori di petrolio, grazie allo sfruttamento delle formazioni geologiche cosiddette “Shale”. Il petrolio americano a basso prezzo sta invadendo il mercato, danneggiando paesi produttori come la Russia, il Venezuela, l’Iran e le monarchie del Golfo. Forse la strategia di Obama non era poi così superficiale come molti l’hanno definita.

Difficilmente l’IS diventerà il nuovo “terrore della Cristianità”, perché per ora i seguaci di al-Baghdadi sono ancora occupati a ritagliarsi il proprio spazio nel mondo islamico, socialmente, politicamente, militarmente ed economicamente. Per tradizione, l’Occidente non perde occasione per far sentire la propria voce e curare i propri interessi intervenendo in aree del mondo che gli stanno davvero a cuore. Contando che uno dei nemici principali dell’IS in Siria è il regime di Bashar al-Assad, regime che nel 2013 le potenze occidentali hanno combattuto sostenendo i ribelli siriani, il problema questa volta è molto serio: qual è il vero obiettivo di Europa e Stati Uniti? Chi è il vero nemico, l’IS oppure Assad? Contro chi bisognerà continuare a combattere?

Filippo Malinverno

Foto: Independent

Boko Haram: genesi di un movimento, dagli attacchi contro i “cattivi musulmani” a quelli contro la minoranza cristiana. E l’imminente ritorno in forze dopo la stagione delle piogge

By Luca Maiotti

La parte settentrionale della Nigeria conosce dal 2009 una spirale di violenza a carattere islamista e dei cicli di repressione governativi di estrema durezza. Sebbene la zona del nord non sia nuova a rivolte di carattere religioso – nel 1980 Maitatsine aveva preso la testa di un movimento che fece 5.000 morti a Kano – la situazione ha un’enorme influenza sulla politica interna di uno Stato che si avvia a essere la prima economia del continente africano.
La Congregazione per la Propagazione degli Insegnamenti del Profeta e del Jihad, più nota nella forma volgarizzata Boko Haram (“l’educazione occidentale è peccato” in lingua haussa), affonda le sue radici alla fine degli anni ’90 nello stato del nord est di Borno, ma nasce solo nel 2003 come organizzazione autonoma. Partendo dal presupposto che gli stati del Nord siano guidati da musulmani corrotti e che la shari’a sia la radicale soluzione alla situazione di corruzione dilagante e di profonde disuguaglianze del paese, gli obiettivi del gruppo sono l’abbattimento del governo centrale e l’imposizione della legge islamica – già operante in 12 stati del Nord – a tutta la Nigeria.
Nel 2003, secondo una tradizione che riprende quella del Profeta, il nucleo originario di Boko Haram si allontanò dalla capitale del Borno, Maiduguri, cercando di ricreare delle condizioni di vita autenticamente islamiche. In seguito a contrasti con la popolazione locale, la polizia smantellò il campo dei 200 “talebani nigeriani”, che per rappresaglia attaccarono una caserma di polizia, causando un morto. La reazione delle autorità fu immediata e la formazione venne quasi smantellata. Da questo momento il gruppo mantenne un’attitudine quietista concentrandosi in un’attività di proselitismo (da’wa) intorno alla figura del suo capo carismatico, Mohammed Yusuf, fino al 2007. L’anno marcherà la rottura con l’Izalat, il movimento di predicazione di ispirazione wahhabita di riferimento, e con il sistema clientelistico che i governatori degli stati del nord-est intrattenevano con le varie formazioni islamiste per continuare a farsi rieleggere.

Il tornante del 2009. Tuttavia, la vera svolta è rappresentata dagli avvenimenti del giugno 2009, scatenati da una storia di caschi da motocicletta, obbligatori per tutti i motociclisti secondo la legge nigeriana : il 21 giugno una pattuglia di polizia di Maiduguri fermò un corteo funebre diretto alle esequie di un membri di Boko Haram perché alcuni dei partecipanti erano sprovvisti di caschi. L’incontro diede luogo a una colluttazione generale che si concluse con la polizia che sparava sui membri della processione – facendo diciassette feriti – a cui in seguito venne impedito l’accesso agli ospedali.
Davanti alle insoddisfacenti risposte delle autorità sulla responsabilità della polizia, una vera e propria insurrezione scoppiò a Maiduguri, investita dalle forze di Boko Haram e tenuta dal gruppo per tre interi giorni. I combattimenti continuarono in seguito all’invio di reparti corazzati, che riuscirono a catturare Mohamed Yusuf e a consegnarlo alla polizia. Il bilancio totale della repressione ammonterà ad oltre 800 vittime, in un pericoloso precedente in cui popolazione e membri di Boko Haram furono identificati come il nemico dalle forze governative. Un evento chiave cambiò però la situazione: il reparto di polizia anti-sommossa a cui Mohamed Yusuf era stato consegnato decise di vendicare l’esecuzione del proprio comandante, sgozzato dai membri di Boko Haram, uccidendo il leader-politico religioso dell’organizzazione.
Questo ebbe due conseguenze maggiori: la prima è che senza capo non ci può essere alcuna negoziazione e la seconda è che Boko Haram, ora sotto una leadership collegiale guidata dall’ex luogotenente Aboubakar Shekao, cambia modus operandi.
Il primo grande cambiamento è il ricorso ad attentati suicidi, sconosciuti nella grammatica di lotta del gruppo fino a quel momento. Questa nuova modalità si ispira ai movimenti terroristici del jihad globale (Al Qa’ida in primo luogo) e sancisce un balzo in avanti importante per la formazione.
Il secondo è l’aggiunta di un nuovo obiettivo: i cristiani. Se fino a quel momento l’oggetto delle azioni di Boko Haram erano stati i “cattivi musulmani” e le forze dell’ordine, gli attacchi alle chiese della minoranza cristiana della regione non solo richiamano la propaganda crociata, ma attirano decisamente l’attenzione nazionale e internazionale.

Un rapporto complicato: l’autorità centrale. Nel maggio 2011 al fattore religioso si sovrappone la lotta per il potere e la spartizione delle risorse a livello centrale con l’elezione del cristiano del sud appartenente al gruppo ijaw Jonathan Goodluck. Secondo un accordo non scritto tra i partiti al potere, la successione avrebbe dovuto seguire la linea di alternanza tra un presidente di un’etnia del nord e uno del sud. L’ex-presidente Umau ‘Yar Adua, musulmano del nord, era morto prima di poter completare il suo secondo mandato, la cui fine era prevista nel 2015. Fino a quel momento la leadership del paese sarebbe dovuta rimanere quindi a un uomo del nord, e l’elezione di Jonathan Goodluck fu percepita come una violazione del patto. Non è un caso che lo spoglio elettorale avesse visto Goodluck perdente in tutti gli stati a nord di Abuja . In seguito all’elezione gli attacchi si intensificheranno e cresceranno di scala fino a colpire un edificio dell’ONU ad Abuja con un attentato suicida nell’agosto 2011, causando più di 20 morti. Nel solo 2011 Boko Haram si rese protagonista di 124 attacchi terroristici su un totale di 173 di tutto il paese, arrivando nel solo 2012 a fare 815 morti in 275 attacchi, secondo Human Rights Watch.
La risposta delle autorità è stata estremamente dura. Senza cercare politiche che potessero provare a sanare l’estremo malcontento del nord, in ritardo rispetto al più dinamico e ricco sud, il governo ha imposto la repressione. Il 31 dicembre è stato proclamato lo stato di emergenza in quattro stati (Borno, Yobe, Niger e Plateau) e sono state chiuse le frontiere con Camerun, Ciad e Niger – sospettati di fornire assistenza al gruppo. L’invio della tristemente nota JTF (Joint Task Force) che si era già macchiata di numerose esazioni tra i civili nella repressione del Mend (Mouvement for the Emancipation of the Niger Delta) aveva fin dall’inizio esacerbato la tensione. Testimonianze riportate da Human Rights Watch indicano che i membri delle forze di sicurezza abbiano proceduto ad arresti ed esecuzioni arbitrarie, pestaggi, incendi di case, negozi e auto, furto ed estorsione di denaro , violenza sulle donne e incarcerazioni senza processo. Il sostegno popolare di cui già godeva Boko Haram ne uscì ulteriormente rafforzato. La violenza però colpì duramente il gruppo, che dovette cercare rifugio nelle zone più remote del paese vicino al confine, o in molti casi espatriare negli stati vicini.

Un nuovo attore nello scacchiere islamista. Nel gennaio del 2012 Boko Haram assistette ad una scissione con la nascita di un nuovo gruppo minoritario, Ansaru. Ponendosi in aperta dissidenza a causa della pratica di Boko Haram di attaccare anche i musulmani (considerati “corrotti”), Ansaru si contraddistingue per alcuni elementi specifici : ha una prospettiva internazionale – testimoniata dall’attacco al convoglio nigeriano in appoggio all’operazione Serval in Mali della MINUSMA – vicina a quella di Al-Qa’ida, attacca e rapisce cristiani ed è priva di una vera base sociale e territoriale, rendendone molto più difficile la cattura.
La situazione è ancora fortemente instabile, con il governo che continua ad inviare truppe (l’ultima offensiva maggiore è del maggio 2013) e Boko Haram che non cessa gli attacchi che hanno causato più di 1.700 morti dal 2010. La totale impunità e soprattutto l’assenza di una strategia governativa per guadagnare il sostegno della popolazione – unico modo per sperare di combattere una guerra asimmetrica – rendono ancora lontana una soluzione.

Una confederazione terroristica africana? La questione che si pone è capire se è possibile iscrivere Boko Haram nel solco del movimento per il jihad globale sul continente africano, di cui i gruppi più noti sono Aqmi (Al-Qa’ida nel Maghreb Islamico) e Al-Shebab in Somalia.
In diversi momenti si è paventata l’ipotesi di una vera e propria filiera africana dell’internazionale jihadista, basandosi su alcuni elementi, da cui si sono tratte conclusioni forse troppo affrettate.
Prima del 2009, Mohamed Yusuf era stato accusato di aver ricevuto denaro da personalità in Pakistan legate ad Al Qa’ida per addestrare nigeriani, ma l’insufficienza di prove aveva scagionato il leader carismatico della setta.
Inoltre, l’AFP (Agence France-Presse) riportava che almeno un centinaio di uomini di Boko Haram sarebbero stati presenti a Gao (Mali) nell’insurrezione dell’aprile 2012, basandosi sulle informazioni del parlamentare maliano Abdou Sidibé. Tuttavia, in un secondo momento, sarà confermata solo la presenza di 4 nigeriani.
Jeune Afrique aveva riportato l’esistenza di contatti di emissari di Al Qa’ida, ma che si erano risolti in un nulla di fatto.
La tesi che sembra più verosimile, sostenuta in particolare da Marc-Antoine Pérouse de Montclos, è che non si possa stabilire un’assimilazione di Boko Haram ad Aqmi né tantomeno il contrario. E’ molto probabile che ci siano stati dei contatti tra i gruppi (in particolare Boko Haram-Aqmi) per quanto riguarda l’acquisto di armi – secondo una perfetta logica di economie di scala – e l’uso di metodi più avanzati negli attacchi in Nigeria testimonia un know-how implementato attraverso una formazione all’estero. A livello individuale, ma è importante sottolineare che ciò sia avvenuto solo a livello dei singoli, alcuni guerriglieri si sono effettivamente fermati presso altri gruppi, formandosi all’estero o partecipando sporadicamente agli eventi in Mali e Somalia, senza però mai assumere la prospettiva globale dell’ideologia jihadista di Al Qa’ida.
In altre parole, sarebbe sbagliato disegnare un controllo di Aqmi su Boko Haram, così come una coordinazione strategica all’interno di forme di terrorismo di matrice islamista. Alcune divergenze dottrinarie, la genesi di Boko Haram come setta locale con un’agenda specifica (obiettivi, bersagli interni) fanno sì che si possa escludere un vero legame tra gruppi. In più, c’è una tradizionale componente di razzismo latente dei musulmani arabi verso i musulmani “neri” , elemento da tenere in considerazione.
La formazione di Ansaru avrebbe invece quasi tutti i requisiti – compresi dei finanziamenti provenienti dal Golfo – tali da permettere dei contatti diretti e una “sottomissione” all’ideologia qaedista. Anche qui non si può supporre un legame con Aqmi solo per le caratteristiche compatibili. C’è chi ha suggerito che Boko Haram, in questo momento colpita dall’intervento governativo e dispersa nei paesi vicini, possa riavvicinarsi ad Ansaru, possibile nodo di congiunzione con l’azione di Al-Qa’ida. Anche questo sembra inverosimile: dopo il periodo della stagione delle piogge, un ritorno in forze di Boko Haram sembra probabile per il periodo di gennaio-febbraio.

Luca Maiotti

Mappe fornite dall’autore

Libano: muore in detenzione Majid al-Majid, comandante saudita delle brigate Azzam affiliate ad al-Qaeda

Majid al-Majid, comandante di al-Qaeda in Libano, è morto in detenzione a Beirut, secondo quanto ha riferito un generale dell’esercito libanese alla Associated Press.

Al-Majid era cittadino saudita ed era considerato uno degli 85 individui più ricercati in Arabia Saudita. Capo delle Brigate Abdullah Azzam dal 2012, gruppo affiliato ad al-Qaeda responsabile di attacchi nel Medio Oriente – tra cui quello all’ambasciata iraniana a Beirut nel novembre 2013 – e considerato terrorista dal Dipartimento di Stato americano, era stato arrestato in Libano nello scorso dicembre.

Il leader qaedista “è morto [ieri mattina, 4 gennaio, ndr] durante le cure presso l’ospedale militare centrale dopo che il suo stato di salute si era deteriorato”, ha riferito in un comunicato ad Associated Press l’esercito libanese, che lo aveva in custodia. Un generale, rimasto anonimo, ha specificato che al-Majid è morto per problemi renali, confermando quanto già si sapeva sulla sua patologia che richiedeva la dialisi.

Il ministro della Difesa libanese Fayez Ghosn, nel confermare che il comandante era trattenuto dall’intelligence dell’esercito a Beirut, ha riferito anche che veniva “interrogato in segreto”.

“La questione più importante – ha commentato Carine Torbey, giornalista della BBC a Beirut – è se davvero le autorità siano riuscite a ricavare informazioni importanti prima che morisse”. In ogni caso, sottolinea Torbey, “c’è una sola certezza: sembra che il Libano sia diventato un centro operativo per i gruppi affiliati ad al-Qaeda; si teme che Majid al-Majid sia solo uno degli anelli della lunga catena di gruppi jihadisti in Libano”.

Secondo quanto riportato sembra che al-Majid vivesse nella città di Sidone, nel Libano del sud.

Fonti: The Hill, BBC

Foto: BBC

Siria: una settantina di veicoli carichi di armi dall’Arabia Saudita attendono di entrare in Siria dal confine iracheno

L’agenzia di stampa iraniana Fars ha comunicato ieri, 30 dicembre, che decine di veicoli carichi di armi provenienti dall’Arabia Saudita e diretti in Siria sarebbero bloccati al confine su territorio iracheno dopo aver fallito il passaggio dalla provincia di Al-Anbar, nell’Iraq occidentale.

La nota dell’agenzia riferisce che i veicoli non sarebbero riusciti nell’attraversamento del confine a causa delle operazioni militari in corso nell’area intraprese dall’Esercito Iracheno contro forze qaediste presenti nella provincia, che confina proprio con Siria, Giordania e Arabia Saudita.

Il carico di armi, trasportato su circa settanta mezzi da due tonnellate ciascuno, è entrato in Iraq dalla città saudita di Nakheib, secondo quanto si legge dall’agenzia. I mezzi starebbero attendendo la fine delle operazioni militari irachene in area per poi riprovare a passare il confine ed entrare in Siria.

I veicoli risultano carichi di esplosivi per attacchi suicidi e di armi antiaereo e anticarro. L’Arabia Saudita, ricorda la nota della Fars, sta supportando i gruppi qaedisti in Iraq, Siria e Libano.

Il deserto iracheno, dove è poco concentrata la presenza delle forze irachene, continua a rappresentare il passaggio più facile per entrare in Iraq dall’Arabia Saudita e raggiungere la Siria, mentre la Turchia ha chiuso gran parte dei suoi confini ai terroristi e la Giordania sta considerando di applicare restrizioni ai sauditi che intendano transitare sul suo territorio per raggiungere poi la Siria.

L’Esercito Iracheno ha dato il via a operazioni militari nell’area desertica della provincia di Al-Anbar, nei pressi di Huran e Al-Abyaz, circa una settimana fa, si apprende.

Fonte e foto: Fars

Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO, L.Susic/8

By Luca Susic

Capitolo 2.1 della tesi “Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO” (L.Susic)

Capitolo 2.1:L’eccezione alla regola: l’Uzbekistan

Nonostante, come visto, la politica Statunitense fosse scarsamente organica nei confronti delle repubbliche centroasiatiche e l’interesse principale riguardasse l’aspetto energetico, il Presidente Clinton si dedicò attivamente a creare le premesse per una collaborazione con l’Uzbekistan nella lotta al terrorismo islamico.

Nonostante lo Stato di Islam Karimov non rispettasse alcuni standard americani in materia di diritti umani e trasparenza, la dura posizione assunta dal leader nei confronti dell’integralismo islamico divenne utile per gli interessi statunitensi, soprattutto in seguito ai duplici attentati dell’agosto 1998 a Nairobi ed a Dar es Salaam.

In realtà il partenariato era iniziato già tre anni prima, con l’istituzione da parte americana di un corso per ufficiali dell’esercito Uzbeko, ed era proseguito poi l’anno successivo con degli addestramenti organizzati dalle Forze Speciali Statunitensi.

Gli attentati a Tashkent nel ’99 rappresentarono un ulteriore incentivo per stringere i rapporti fra i due paesi che nel maggio dello stesso anno siglarono degli accordi per permettere sia lo stanziamento di Predator americani destinati alla caccia a Bin Laden sia l’organizzazione di una serie di esercitazioni tenute dalle U.S Special Forces.

È da notare che per non guastare i rapporti bilaterali, gli Stati Uniti classificarono il regime di Karimov, nel 2000 e nel 2001, come Committed to Human Rights, nonostante la feroce campagna da lui condotta contro l’IMU (Islamic Movement of Uzbekistan, creato nel 1998 grazie all’appoggio di Osama Bin Laden, è un gruppo integralista islamico inserito nella black list del terrorismo internazionale (FTO) nel 2005. Il suo scopo è la creazione di uno stato islamista in Uzbekistan. Ha stretti legami con Al – Qaeda e i talebani; fonte START).

Si trattava in realtà di un pretesto per una più ampia operazione contro le religioni, portata avanti con arresti di massa, divieti e chiusure di luoghi di culto. L’apice delle relazioni fra i due Stati fu probabilmente raggiunto quando Karimov decise di ritirarsi dall’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, la CSTO (Collective Security Treaty Organization – Organizatsiya Dogovora o Kollektivnoy Bezopasnosti, è un’organizzazione nata nel 2002 come evoluzione dell’originario Collective Security Treaty siglato da Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kyrgizistan, Russia e Tajikistan il cui scopo è il mantenimento collettivo della sicurezza di ciascun membro); poco dopo lo stesso leader acconsentì a far diventare il suo Stato un membro osservatore presso la SCO (Shanghai Cooperation Organization ) che aveva appena creato un centro comune di lotta al terrorismo a Bishkek, in Kyrgizistan.

Le operazioni volte a contenere la minaccia dell’IMU continuavano senza sosta con modalità che portarono il Segretario di Stato Madeleine Albright a dichiarare, durante una visita ufficiale a Tashkent, che era necessario “[to] distinguish very carefully between peaceful devout believers and those who advocate terrorism”, sintomo del timore degli USA che un’eccessiva repressione potesse aumentare l’influenza dell’integralismo.

Nonostante l’importanza delle dichiarazioni rilasciate, la lotta al terrorismo restava prioritaria per gli USA, motivo per cui il viaggio della Albright fu accompagnato da una donazione di 3 milioni di dollari per contrastare l’IMU e dall’iscrizione di questo gruppo nella lista delle Foreign Terrorist Organisation. Si trattò di una pratica inusuale poiché non venne attesa la pubblicazione biennale sull’argomento curata dal Dipartimento di Stato, redatta l’anno successivo.

L’elezione di George Bush non fu accompagnata da un significativo cambio di rotta, poiché gli otto mesi di mandato precedenti il disastro delle Torri Gemelle lo videro estremamente concentrato nello sforzo di unire il proprio paese dopo la sua contestata vittoria su Al Gore.

A tal proposito si discosta radicalmente dall’interpretazione tradizionale la teoria proposta da Jean-Charles Brisard e Guillaume Dasquie nel loro libro “Bin Laden, la vérité interdite”, secondo cui:

“ Under the influence of U.S. oil companies, the government of George W. Bush initially blocked U.S. secret service investigations on terrorism, while it bargained with the Taliban the delivery of Osama bin Laden in exchange for political recognition and economic aid”.

Al di là delle differenti vedute in materia, comunque, l’importanza dell’Asia Centrale sarebbe divenuta fondamentale per il Presidente Bush di lì a poco.

Seguirà Cap 2.2: L’11 Settembre e gli anni 2001-2004

Il post precedente è al link Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO, L.Susic/7

La mappa è dell’Economist (versione stampa del giugno 2009)

Crisi Mali, attacco al sito algerino di In Amenas era pronto da due mesi

È un portavoce dei Moulathamines, l’unità combattente ritenuta legata ad al-Qaeda e parte attiva nella presa di ostaggi nel sito petrolifero della BP in Algeria, a In Amenas, finita ieri nel sangue, ad affermare che il commando era pronto per l’operazione già da circa due mesi, “in quanto si sapeva da principio che il regime sarebbe stato l’alleato della Francia nella guerra contro Azawad”.

La questione della provincia dell’Azawad, stato non riconosciuto staccatosi dal Mali meno di un anno fa e abitato prevalentemente da tuareg, è stata richiamata anche in un recente comunicato del partito di opposizione islamico della Mauritania, Tawassoul, che ha collegato i disordini nell’area per levare l’indice contro la “Francia, antica potenza coloniale”.

A quanto riportato dall’Agence Nouakchott d’Information (ANI), i rapitori sarebbero giunti da Algeria, Canada, Mali, Egitto, Niger e Mauritania per prendere parte all’operazione destinata a fermare l’intervento militare della Francia in Mali, colpendo l’Algeria per aver consentito agli aerei militari francesi il sorvolo.

Il portavoce dei Moulathamines ha avvertito gli algerini di “tenersi lontani dagli insediamenti delle compagnie straniere”, in quanto i terroristi compariranno “dove nessuno se lo aspetta”.

Articolo correlato:

Crisi Mali, un comunicato del partito islamico mauritano Tawassoul accusa la Francia di colonialismo (17 gennaio 2013)

Fonti: ANI, Atlas, Mondo Informazione, Wikipedia.

Foto: la mappa è di Mondo Informazione

Crisi Mali, comunicato del partito islamico mauritano Tawassoul accusa Francia di colonialismo

Un comunicato del partito islamista d’opposizione della Mauritania, il partito Tawassoul, inviato all’agenzia Ani (Agence Nouakchott d’Information), riaccende gli animi contro l’aspetto colonialistico dell’intervento militare della Francia in Mali.

Questo il testo del comunicato dal sito dell’Ani:

La crisi in Mali non data ai giorni nostri e non è neppure un avvenimento sorto all’improvviso senza segnali premonitori. Quel paese ha conosciuto parecchie crisi, tra cui quella eterna del nord, quella della provincia dell’Azawad, i cui abitanti hanno sofferto l’emarginazione e l’ingiustizia sotto tutti i regimi che si sono succeduti in Mali.

Questa situazione ha dato luogo alla nascita di un movimento di protesta con, talvolta, un carattere armato che ha raggiunto il suo culmine con la richiesta di indipendenza della provincia.

La crisi si è complicata ancora di più con l’ingresso di gruppi estremisti violenti che hanno approfittato dell’assenza dell’Autorità del Nord per unirsi agli altri partiti della crisi (Rivoltosi e Trafficanti), dando luogo a una situazione incontrollabile.

La Francia, antica potenza coloniale, non è stata assente dalla scena perché, oltre alle sue mire politiche ed economiche, ci tiene anche a marcare questa zona con la sua impronta e creare in essa  una presenza coloniale visibile. Per trovare il pretesto, ha colto l’opportunità della presenza dei gruppi armati per terrorizzare i regimi della sottoregione e spingerli ad accettare il ritorno di una dominazione che mira agli interessi, ai valori e alle libertà dei popoli della zona.

Non sfugge a nessuno il ruolo ambiguo che la Francia ha giocato nel collasso del regime democratico del Mali, aiutata in questo dai regimi della sottoregione, di cui il regime della Mauritania, lasciando così campo aperto all’anarchia e all’avanzata dei gruppi estremisti, per creare le condizioni di un intervento sotto il pretesto di proteggere quei paesi dal terrorismo.

Coloro che conoscono quanto sono numerose le relazioni tra la Mauritania e il Mali, con cui essa condivide una linea di confine lunga più di 2.200 chilometri dove sono situati sei dei nostri wilayas [province amminsitrative, ndr] che hanno con questo paese fratello degli stretti legami di fratellanza, misurano bene l’impatto che subiamo e avremo a subire riguardo a ciò che succede in questo paese.

Ciò spiega l’attenzione accordata dal Rassemblement National per la riforma e lo sviluppo in Mali, come ha espresso in molte occasioni. E, dato che gli eventi hanno preso una piega pericolosa e che è scoppiata la guerra, è divenuto per noi d’obbligo chiarire la nostra posizione affermando che gli interessi del nostro paese e dell’intero nostro popolo, dei nostri vicini e la stabilità nella nostra area, sono gli unici motivi politici che ci animano.

Fonte: ANI

Foto: ANI

Afghanistan, i talebani promettono guerra se rimane anche solo un soldato straniero dopo il 2014

Nell’approssimarsi dei colloqui tra il presidente afgano Hamid Karzai e il suo omologo statunitense Barack Obama sul dopo ISAF (International Security Assistance Force), in programma questa settimana su suolo americano, i talebani alzano la loro voce promettendo di continuare la loro guerra se dopo il 2014 rimarrà anche solo un soldato straniero in Afghanistan.

Il tema della presenza di soldati stranieri, in particolare di quelli americani, in Afghanistan dopo il 2014, data prevista per la fine della missione ISAF nei suoi aspetti combat, è il punto principale dell’agenda degli imminenti colloqui tra i due presidenti.

La presenza di soldati stranieri in Afghanistan nel dopo-ISAF è in realtà un elemento indiscutibile se si vuol dare corso alla trasformazione della missione ISAF da combat a missione di supporto e addestramento, come del resto è già da tempo nei programmi della NATO, che dal 2003 è alla guida della missione ISAF.

In dettaglio, i soldati che resterebbero sul terreno dopo il 2014 potrebbero essere 3, 6 o 9mila, secondo le ultime notizie di stampa che hanno fatto seguito alla proposta fatta al Pentagono dall’attuale COMISAF, generale John R.Allen, di tre opzioni, rispettivamente per 6, 10 o 20mila militari. Per prevenire un ritorno di al-Qaeda, ma anche per continuare ad addestrare polizia ed esercito afgani.

La risolutezza dei talebani, al contrario, chiede zero militari sul terreno. Viceversa “guerra e distruzione continueranno”. Se il presidente Karzai e “il regime di Kabul” accorderanno la presenza anche di un solo soldato americano sul suolo afgano, ha dichiarato un portavoce dei talebani al Pakistan News Service, “anche loro saranno responsabili per tutte le ostilità future, per le morti e per la distruzione”.

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ISAF in Paola Casoli il Blog

Fonte: Pakistan News Service

Foto: politico.com