Apr 22, 2015
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Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/13 – La donna saharawi

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map-polisario-2By Luca Maiotti

Capitolo 3 della tesi Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi di Luca Maiotti

3.2 Lo spazio della donna saharawi: responsabilità, bride price, matrilocalità

L’universo femminile saharawi si è trovato ad essere – per le particolari condizioni storiche che la popolazione ha vissuto – al centro del progetto nazionale intrapreso a partire dai campi dei rifugiati. L’autonomia della donna – seppur tradizionalmente molto ampia – diventò uno dei motivi di orgoglio nella autorappresentazione della società saharawi e ha generato negli anni di guerra una serie di mutamenti interni rispetto all’ordine precedente, soprattutto per ciò che concerne la dote, il divorzio e il passaggio dalla patrilocalità alla matrilocalità.

La responsabilizzazione della donna saharawi

Il conflitto armato ebbe un ruolo fondamentale nel promuovere ed allargare gli spazi di questa autonomia – in particolare dando una veste pubblica alla figura della donna, tradizionalmente legata allo spazio del privato. Il processo si legò ovviamente alla mobilitazione della società saharawi verso la comunità di popolo. Nella società tradizionale ad ogni tipo di sapere pratico era legato un ruolo o un’attività e quindi uno statuto particolare. In una società sprovvista di tutto come quella dei rifugiati le competenze professionali erano troppo importanti per poter essere trascurate, così come quelle pedagogiche. Si chiese quindi soprattutto alle donne di farsi carico della gestione della comunità mettendo al servizio della stessa le proprie conoscenze.

Inizialmente tale processo non fu per nulla semplice, ostacolato dalla consuetudine che legava i saperi allo status d’appartenenza. Il Polisario cercò di spezzare il rigido sistema di trasmissione dei saperi tradizionali femminili: come nel campo maschile era impensabile che il figlio di un fabbro potesse combattere, così era inammissibile che la figlia proveniente da una famiglia di buona posizione non imparasse l’arte di cucire la tenda tradizionale – in quanto avrebbe significato scendere di rango.

Così – come nel caso dei soldati – fu compito del Polisario cercare di superare la resistenza delle famiglie attraverso un’attenta mediazione – in linea con la generale mobilitazione della società – che riuscì a raggiungere un compromesso praticabile. Gli antichi saperi orientarono per lungo tempo le preferenze delle famiglie, ma il passaggio riuscì quasi completamente e ad oggi uno dei rimpianti più comuni tra gli anziani è che le proprie nipoti non sappiano più cucire la khaima, la tenda tradizionale.

Se ciò accentuò la mobilità sociale, dall’altra parte lo sforzo bellico esigeva che tutti gli uomini fossero al fronte, quindi si delegò alle donne il compito di organizzare la vita in tutti i settori dei campi. Così un’ulteriore dinamica interessò il mondo femminile. Se la prima era stata un rimescolamento interno che aveva cercato di annullare le divisioni tribali basate sugli status, la seconda fu l’apertura verso l’esterno e la presa di coscienza della possibilità di essere protagoniste nello spazio pubblico. Riacquisirono valore anche detti tradizionali utili ad attestare la parità fra i sessi: “se il leone uccide, uccide anche la leonessa” per citarne uno tra tanti.

La stessa Costituzione della Repubblica Araba Saharawi Democratica, all’articolo 41 afferma che: “Lo Stato apre alla promozione della donna e alla sua partecipazione politica, economica, sociale e culturale nella costruzione della società e dello sviluppo del paese” perché facente parte della cellula base della società saharawi, la famiglia.

Le donne ricoprirono quindi ruoli chiave in tutti settori tranne che nell’esercito. Bisogna però dire che non ci fu – e non c’è ancora – parità numerica tra uomini e donne – soprattutto negli organi più alti – e la componente maschile fu sempre preponderante. Secondo Sennia Ahmed, wali (equivalente del sindaco) del campo dei rifugiati di Smara, la colpa è della colonizzazione spagnola: essa diede l’opportunità di studiare a pochissimi saharawi – e ancor meno alle giovani – quindi soltanto coloro che avevano potuto frequentare scuole coraniche avevano qualche forma di istruzione. Le donne in ruoli amministrativi quindi rimangono una minoranza, ma sono comunque presenti e attive – tre nell’ufficio politico del Polisario per fare un esempio – nonché le aderenti all’Unione Nazionale delle Donne Saharawi che sono molto spesso invitate a partecipare a congressi e conferenze all’estero – e il loro ruolo è diventato uno dei capisaldi del discorso pubblico saharawi.

“Mi ricordo una volta ero ad un confronto nel ‘97 con delle famiglie mediterranee di dispersi. C’erano gli Algerini, i Marocchini, i Mauritani, i Libanesi, i Siriani, gli Egiziani qui in Francia e stavamo mangiando nella sala all’apertura. Mentre siamo là a mangiare tutti insieme io ero a fianco di donne libanesi, siriane, egiziane e poi degli uomini e sento che stanno parlando del problema della donna nelle società dei paesi del Mashreq, di donne picchiate e così via. Allora un mio amico saharawi si gira e mi fa: “da noi dovremmo fare un’associazione in difesa degli uomini picchiati!”.

Non ho mai sentito di una donna toccata da noi, da noi è proibito, è proibito. Non è proibito dalla legge, ma moralmente. Qualcuno che tocca una donna non ha più un posto nella società, è molto meglio che lasci la società perché sarà additato da tutti e il fatto sarà citato come un evento storico: “sapete quello là, è quello che ha picchiato sua moglie” ed è così per noi e per i Mauritani. Mi ricordo una volta una libanese mi ha detto “voglio cambiare nazionalità e diventare saharawi!”. Ecco, su questo argomento, da noi è così.

Il bride price e il divorzio

Non si può parlare di dote nel matrimonio saharawi, quanto piuttosto di bride price. Questo consisteva in uno scambio di beni: lo sposo donava dei beni materiali alla famiglia della sposa, in compensazione della perdita di fertilità e di lavoro rappresentata dalla partenza della figlia. Il bride price era una tradizione piuttosto onerosa per i giovani uomini saharawi, i quali dovevano possedere numerosi cammelli per ottenere la mano della fidanzata. A maggior ragione – viste le condizioni materiali dei campi dei rifugiati – questa pratica sarebbe diventata de facto insostenibile negli anni di guerra. Poiché il Corano la prescrive come necessaria per suggellare un matrimonio, il bride price fu ridotto ad un dono simbolico, senza valore economico; in più il governo stesso forniva alcuni beni alla sposa, che li portava nella nuova famiglia. Per celebrare il matrimonio infatti è il comitato popolare della daira – una volta accertatosi della volontà dei due ad unirsi – a preparare la festa e la tenda dei futuri sposi.

Solo la presenza del qāḍī è indispensabile per assicurarsi la validità del matrimonio per la parte religiosa. La soppressione del bride price non obbediva soltanto ad una logica di mancanza di mezzi, ma – agli occhi della dirigenza del Fronte Polisario – era uno dei mezzi con cui favorire l’emergere di una società più mobile: accordare alle giovani donne il diritto di sposarsi liberamente ed eliminare l’ostacolo del bride price avrebbe fatto moltiplicare le unioni e incoraggiare la natalità.

Il governo stesso, infatti, fin dall’inizio forniva tutto il necessario: oltre ad una moneta dal valore di mezzo-dinaro, consegnava alla coppia i pasti per la festa e alla donna un corredo minimo. Questo consiste nella tela della tenda che bisognerà cucire e in una serie di oggetti indispensabili alla vita quotidiana (materassi, stuoie, utensili da cucina).

Soprattutto durante la guerra la politica perseguita dal Polisario fu fortemente natalista, visto che la società saharawi necessitava sia di combattenti che di cittadini: per una popolazione di così ridotte dimensioni la crescita demografica non poteva essere un aspetto marginale. Così il Polisario si sforzò di eliminare le difficoltà che potessero sorgere intorno ai matrimoni e ai divorzi – in quanto il divorzio era in sé una promessa di nuovo matrimonio. In più – dal punto di vista sociale – il divorzio non rappresentava una svalutazione della donna né sul piano morale né sul piano materiale. Se l’approvazione dei genitori per il matrimonio restò un elemento intoccabile, al necessario parere favorevole del padre – nei fatti dei padri – si affiancò quello delle madri, perché anche in questo campo la donna potesse far pesare la propria volontà al pari di quella dell’uomo.

Il numero delle unioni crebbe rapidamente e – parallelamente – crebbe anche il numero dei divorzi. Teoricamente più che di divorzio si dovrebbe parlare di ripudiazione, in quanto è l’uomo che la pronuncia. Se fosse la donna a desiderare la separazione, l’uomo potrebbe rifiutarsi di accordargliela – cosa che non gli impedirebbe di poter contrarre un nuovo matrimonio, mentre per la donna sarebbe impossibile risposarsi. Questo caso è generalmente raro in quanto il marito cede alla pressione sociale: la donna – rifiutandosi – impedisce al marito di procreare. Come già detto, il fatto di essere una donna divorziata non toglie valore alla donna nella società saharawi, mentre al contrario l’immagine dell’uomo che si rifiuta di liberare sua moglie risulta più che offuscata. Ufficialmente la donna ha un unico potere, benché enorme: far perdere l’onore all’uomo; e senza l’onore l’uomo non è più niente.

Secondo Brahim Ballagh, il rapporto era fin troppo lineare:

“Quel che voglio dire è che quando mio padre e mia madre discutevano, forse una volta quando avevo 10 anni, non mai ho sentito mio padre criticare mia madre, mai a voce alta, mai. O parlarle in maniera irosa.

Se ci sono discussioni non si sente niente, perché è vergognoso dire o fare cose così. Da noi si fa così, invece di picchiarsi o litigare è meglio chiedere il divorzio. E’ semplice. Una parola e via, sei divorziato e te ne vai. Siete uniti nel bene e nel male, se non c’è niente ci si separa, è facile, è proprio facile.”

In una società che nasce nomade come quella saharawi, l’esteriorità rimane fondamentale: in mancanza di qualsiasi spazio privato il controllo di se stessi è la regola. Nel caso di infrazione di queste regole, la vergogna – parola che ritorna prepotentemente in più interviste – ricade su di sé e sugli altri più o meno vicini.

In questo senso si può parlare di “estetica” saharawi intesa come autorappresentazione collettiva. Molte delle interviste che ho raccolto hanno evidenti somiglianze tra di loro – anche tra intervistati che non si conoscevano direttamente – non solo perché influenzati dai lasciti della propaganda del Polisario, ma perché sono parte di un’immagine comune di sé che riflette una concezione di spazio privato particolare: uno spazio privato “limitato”. Lo spazio privato nella società saharawi non è assente, ma deve continuamente dialogare e tener conto degli altri, che rappresentano la sua possibilità di realizzazione e allo stesso tempo il suo limite – nella dialettica onore e vergogna.

E qui si specifica gli altri – e non l’Altro – perché proprio questa immagine di sé si può ricondurre la categoria di dividuo già chiamata in causa nel secondo capitolo. Questo non significa che non esista una coscienza singola o che il popolo saharawi sia un soggetto organico monodirezionale senza spazio per iniziative fuori dall’obiettivo, ma questa maniera di autorappresentarsi ha costituito la base – rafforzata dalle condizioni storiche – su cui il discorso del Polisario ha potuto radicarsi e implementarsi. Infatti – come per controbilanciare questo continuo processo di autoregolazione – anche nel tempo nomadico l’onnipresenza della parola e il racconto costituivano un riferimento sicuro in cui lo spazio privato poteva trovare costantemente rifugio.

La modalità del rapporto uomo-donna – poi calato nelle situazioni del matrimonio e del divorzio – è riflesso di questa autoregolazione. Così il padre di Brahim Balalgh non alza la voce con sua moglie “perché è vergognoso […] dire o fare cose così” e la separazione sembra essere naturale e senza ostacoli. L’uomo prende ciò che ha e se ne va.

“E’ per la donna, tutto è per la donna, ma dico tutto. Il posto della donna nella società saharawi è qualcosa di intoccabile. L’uomo no, tutto quanto, la tenda, la dote che è simbolica, è per la donna. Quando c’è una separazione, beh “signorino tu prendi la tua sacca se ne hai una e ritorni nella tua caserma, al tuo battaglione o da tua madre”. Nei territori occupati a casa tua.
Se hai dei bambini beh li proteggi, ti farai una vita con un’altra donna, costruirai un’altra casa o ti arrangi, casomai torni dai tuoi genitori. Io ho divorziato due volte nei campi dei rifugiati, sono stato sposato due volte nei campi. […]
Beh la donna ha la sua tenda e io quando sono là non ho bagagli, ho un sacco. Ho preparato il sacco e sono partito per ritornare in caserma. Da noi la separazione, il matrimonio non è un problema che si pone. Bisogna sentire gli sposi, bisogna sentire il giudice ecco tutto. Si tratta di galanteria, di nobiltà e così via… è per la donna.”

Il numero delle separazioni crebbe costantemente. I bambini nati dai matrimoni precedenti venivano di solito affidati alla madre – mentre il padre se ne prendeva cura come poteva, lasciando delle piccole somme se ne aveva. In questi ultimi anni il denaro ha cominciato a circolare nei campi dei rifugiati – determinando un cambiamento importante nella questione della dote. Se infatti il Fronte Polisario continua a fornire alla sposa un dono simbolico (che ammonta a un mezzo-dinaro) spesso la famiglia aggiunge qualcosa dal proprio patrimonio riprendendo le vecchie tradizioni.

Questo fenomeno è dettato da più esigenze: in primo luogo le donne si sentono più tutelate dalla possibilità del divorzio – il denaro viene visto come un freno alle separazioni – soprattutto in riferimento ai figli che vivono vite a metà tra famiglie diverse; in secondo luogo il denaro incide sul prestigio della cerimonia – e, di riflesso, sul prestigio della famiglia – che si presenterebbe come un’unione che innalzi la condizione sociale dello sposo o della sposa – quindi un matrimonio riuscito. In altre parole sta riapparendo il bride price come parte di quella galassia di minuscole disuguaglianze che sono riapparse nei campi con la circolazione del denaro – fenomeno praticamente assente negli anni di guerra.

Il passaggio dalla patrilocalità alla matrilocalità

Un altro fenomeno importante è il passaggio dalla patrilocalità alla matrilocalità. La patrilocalità è quell’istituto che impone ad una coppia – dopo il matrimonio – di andare a vivere nei pressi della casa del padre del marito ed era la norma nella società saharawi prima dell’arrivo nei campi dei rifugiati: la giovane sposa erigeva la tenda coniugale nell’accampamento del suo sposo. Così facendo, inaugurava una circolazione incessante di beni e persone tra l’accampamento di suo padre e quello di suo marito. Le visite avvenivano ogni volta che i tempi della nomadizzazione lo permettevano. La giovane donna incinta andava a partorire dai suoi genitori e il genero – nonostante le regole del pudore gli impedissero di presentarsi davanti ai suoceri, in particolare al suocero – doveva inviargli dei doni. Gli stessi bambini della coppia partecipavano a questo flusso di contatti e scambi tra il clan del padre e quello dello zio materno. Con il passare del tempo era molto probabile che più donne circolassero nello stesso senso – aiutate dal fatto di appartenere allo stesso clan originario e di ritrovarsi a vivere nello stesso accampamento. Stabilire queste relazioni facilitava l’ambientamento anche con la suocera, la cognata e la famiglia dello sposo – elemento fondamentale perché – come visto prima – la vita quotidiana nomadica era essenzialmente collettiva. Questo movimento ininterrotto tra i due accampamenti era il fattore che suggellava l’alleanza tra due gruppi, rinforzando l’unità dell’insieme.

Con la guerra e lo spostamento nei campi dei rifugiati la tendenza alla patrilocalità fu in molti casi rovesciata in favore della matrilocalità. Le giovani spose preferirono stabilire la propria tenda a fianco di quella della madre, invece di andare a vivere presso la famiglia dello sposo – quasi sconosciuta. Questo perché tutti gli uomini – padri, fratelli e mariti – erano al fronte e la loro assenza giustificò il desiderio delle giovani spose di rimanere accanto alla propria famiglia – in particolare alla madre. Così – in assenza degli uomini – le donne si accordarono: le suocere accettarono questo compromesso anche perché in questo modo poterono tenere presso di sé le proprie figlie femmine o perlomeno negoziarono a seconda della situazione – cercando di tenere presso di sé almeno la figlia più giovane.

Gli uomini si ritrovarono in una situazione decisamente più complicata. Se la tenda nella tradizione saharawi è sempre appartenuta alla donna – non è un caso che resti sempre a lei, sposata o divorziata – l’uomo in sua assenza non poteva mai dormirci e si sarebbe coperto di ridicolo agendo altrimenti. Ogni uomo aveva il suo posto nell’accampamento nel tempo nomadico – o nell’accampamento del padre e del fratello – e nessuno avrebbe osato dormire sotto la tenda senza che la propria donna fosse presente – e ciò valeva così per il guerriero come per il pastore.

Nella situazione attuale non ci sono più accampamenti, ma tende. Il marito si trovò intrappolato dalla matrilocalità: la sua autorità – già isolata in un clan di donne che faceva capo a sua suocera – fu fortemente messa in soggezione da quella del suocero o dei cognati, visto che la società rimase comunque saldamente patrilineare. I maggiori problemi sorgevano infatti nel momento della compresenza del genero e del suocero – avvenimento piuttosto comune soprattutto se il suocero è anziano.

La scelta di conservare il codice d’onore significò nella pratica soprattutto mantenere alcune rigidità nelle relazioni nuora – suocero, ma in maniera decisamente evidente in quelle genero-suocero – a tal punto che l’uno non ha il diritto di guardare l’altro negli occhi, né di parlargli e né di scorgerlo da lontano, e viceversa.

Questo non significa però che gli scambi e le relazioni tra i due non possano esistere, ma semplicemente che avvengano per persona interposta. E furono proprio le donne – libere di muoversi in ogni spazio e da tenda a tenda – ad essere il tramite e le sentinelle per ogni comunicazione e scambio nella vita domestica, mentre gli uomini – di fatto senza un domicilio fisso – furono costretti a girare in questo universo principalmente femminile. Così, con il gioco di matrimoni, divorzi e ricostituzione di alleanze, è sempre meno raro che i nonni abitino con i nipoti di un primo e di un secondo matrimonio (ma è frequente che spesso siano di più) – dando ulteriore spinta al movimento di commistione di famiglie di tribù diverse all’interno della società. Se infatti nelle società sahariane la categoria di “meticcio” o “bastardo” non può essere chiamata in causa visto che la discendenza è strettamente patrilineare, l’identità del bambino nel sistema della patrilocalità era definita dalla tribù in cui nasceva e cresceva.

Con il passaggio alla matrilocalità i bambini furono cresciuti nella tribù della madre – ovvero una tribù diversa da quella da cui prendevano l’identità – rinforzando “dal basso” il processo di rimescolamento interno voluto dalla dirigenza del Polisario.

Luca Maiotti

Il post precedente è al link Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/12 – I campi e la detribalizzazione: una logistica ragionata

Seguirà: 3.3 Il percorso educativo saharawi: l’insegnamento

Foto: Globalsecurity

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