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Scuola di Fanteria Esercito: l’intervista al COM, gen Mingiardi, è nella top ten di GQ Italia

20160919_gq-italia_top-ten_sniper-italianoL’intervista al gen Massimo Mingiardi, comandante della Scuola di Fanteria dell’Esercito Italiano, è tra le top ten di GQ Italia.

Di seguito la versione integrale per il magazine online del gruppo Condé Nast (qui il link all’articolo originale su GQ Italia):

Lo sniper italiano nasce in cento ore. Dopo una dura selezione, parola di comandante

A Cesano di Roma, nell’Agro Romano, la scuola di Fanteria dell’Esercito Italiano crea tiratori scelti. Italiani e stranieri. Ne parla il comandante gen Mingiardi

Conosci perfettamente la differenza tra un M24 e un Sako, hai imparato a camuffarti a perfezione per il softair domenicale, la giungla per te non ha segreti e sei una pietra che respira lentamente e mira all’occhio, come Jude Law/ Vasily Zaytsev nel gelido Il nemico alle porte di Jean-Jacques Annaud.

Ma lo sai che in Italia c’è una scuola per tiratori scelti (sì, chiamali pure sniper che fa tendenza!) che provvede alla formazione di tutti i cecchini dell’Esercito Italiano e anche di quelli delle forze armate straniere?

È a Cesano di Roma, un borgo dell’Agro Romano che con il Texas dell’american sniper Chris Kyle non c’azzecca per niente.

La Scuola di fanteria, di questo stiamo parlando, è un “istituto per la formazione e la specializzazione degli ufficiali, sottufficiali e volontari dell’Arma di Fanteria dell’Esercito Italiano”, come spiega lo stesso sito online istituzionale del nostro esercito.

«L’unico ente della Forza Armata devoluto alla formazione e all’aggiornamento dei tiratori scelti», specifica il generale Massimo Mingiardi, un lungo periodo come mission commander della missione di training europea EUTM (European Training Mission – Somalia) a Mogadiscio prima di approdare a inizio anno a Cesano come comandante della Scuola di fanteria.

Qui, nella bucolica campagna a nord di Roma, arrivano e studiano per otto settimane di fila i militari in servizio permanente, perché è a loro che è rivolto il corso: «In particolare, gli aspiranti tiratori scelti vengono selezionati tra i militari che all’interno del proprio reparto di appartenenza abbiano dimostrato una spiccata attitudine al tiro», spiega il comandante. Si diventa tiratori scelti dopo un centinaio di ore di corso «articolato su otto settimane, di cui circa il 30% di teoria e il 70% di attività pratiche».

Se sei adatto al mestiere lo si capisce subito, appena arrivi: «Le prime due settimane sono dedicate alla selezione del personale che aspira a frequentare il corso di tiratore scelto».

E poi si aprono le danze: «Il programma comprende l’addestramento al combattimento, lezioni sulle armi in dotazione, topografia, addestramento al tiro, balistica, sfruttamento del terreno, stima della distanza senza l’ausilio di materiale elettronico, osservazione del campo di battaglia, movimento occulto sul terreno (stalking), mascheramento e resistenza fisica.»

Questo tipo di figura professionale, che nella Guerra di Crimea trova il suo impulso più significativo per il conflitto così come te lo hanno insegnato a scuola, è il frutto di un percorso di formazione specifico di valore fondamentale per l’esercito.

Sottolinea infatti il generale Mingiardi che «per la Forza Armata il ruolo e la formazione dei nuclei tiratori scelti riveste una particolare importanza: questo perché, durante tutti gli impegni operativi che hanno visto l’Esercito operare nelle missioni all’estero, tali nuclei sono stati impegnati sempre con maggiore frequenza, poiché permettono di utilizzare personale altamente specializzato e addestrato, in grado di intervenire riducendo al minino i rischi di coinvolgimento per la popolazione civile, i cosiddetti collateral damage».

Se pensi a tutti gli impegni operativi sostenuti dal 1987 a oggi al di fuori del territorio nazionale, dall’Albania all’Afghanistan, ti viene da chiederti quanti siano, in totale, questi sniper.

«Il numero dei tiratori scelti dell’Esercito Italiano varia in base alle esigenze della Forza Armata, quindi è difficile stabilire un numero esatto – chiarisce il comandante Mingiardi – Mentre alla Scuola di fanteria, e più precisamente all’interno del Dipartimento di armi e tiro, vi è una sezione di istruttori completamente dedicata allo svolgimento di tali corsi.»

Sì, hai colto. Qui si addestrano anche gli istruttori degli sniper. Ecco perché diventa difficile definire il numero esatto di cecchini che si sono formati nell’istituto di Cesano:«La Scuola di fanteria svolge circa due corsi all’anno e il numero di tiratori scelti varia in base al numero di frequentatori che riescono a superare il corso.»

La selezione, lo capisci, è ferrea. E dopo la scrematura delle prime due settimane, tutto il corso rappresenta una continua valutazione. Come è giusto che sia. Se ricordi Kyle the Legend parlava così dei trainer dei seal: “In sostanza gli istruttori ti strapazzano, poi ti strapazzano ancora un po’. Quando hanno finito, ti prendono a calci in culo e strapazzano quello che avanza”.

Senza troppe metafore, insomma. Ma il generale Mingiardi adotta tutt’altro lessico: «Di certo possiamo ritenerci soddisfatti dal livello di addestramento che ricevono i futuri sniper della Forza Armata presso la Scuola. E questo riscontro ci viene confermato anche dai Comandanti che impiegano realmente i nuclei tiratori scelti nei vari teatri operativi.»

Qual è la giornata tipo del corsista?

«Il programma è sviluppato per fasi, e varia giornalmente, ma possiamo dire – prosegue il generale – che la giornata tipo del tiratore scelto inizia con delle attività teoriche in aula che comprendono lezioni su armi in dotazione, topografia, addestramento al tiro, balistica, sfruttamento del terreno, stima della distanza senza l’ausilio di materiale elettronico, osservazione del campo di battaglia. La pratica viene svolta sia presso le aree addestrative interne alla Scuola di Fanteria, sia in quelle esterne. Ovviamente la parte del leone è rappresentata dall’impiego pratico delle armi in dotazione, per acquisire le tecniche di tiro nei confronti di obiettivi posti a grande distanza dal tiratore.»

Ti ricorderai ora dalle prime righe che in questa scuola si formano anche sniper stranieri.

Sì, è proprio così. L’Italia ha le sue eccellenze, una è proprio tra le colline laziali del Lago di Bracciano: «presso la Scuola sono già stati effettuati corsi a favore di personale militare appartenente a Forze Armate straniere e i requisiti di accesso sono gli stessi che debbono possedere i nostri frequentatori», fa sapere il generale Mingiardi.

Che anticipa una novità: «Nella Scuola di Fanteria è stato avviato da poco un progetto denominato Security Force Assistance, che sarà destinato proprio alla formazione di base e specialistica di unità di Paesi stranieri.»

Infine, la domanda del contribuente dal noto mantra e-io-pago si impone: quanto costa formare un tiratore scelto? E un istruttore?

«Formare un tiratore scelto non è semplice, perché come abbiamo visto prima, è un corso molto lungo che prevede numerose attività pratiche presso i poligoni disponibili. Inoltre, la sua formazione non termina con la frequenza del corso, ma, una volta avuta la qualifica, lo sniper deve continuare a mantenere alto il proprio livello di efficienza proseguendo giornalmente il suo addestramento presso il Reparto di appartenenza. Mentre per l’istruttore tiratore scelto è ancora più costoso, poiché il personale che vuole ottenere tale qualifica deve frequentare un successivo corso di due settimane ancora più impegnativo e selettivo.»

Ma non è il vil denaro la questione: «In sintesi il vero costo della formazione di un tiratore scelto non è dettato dagli oneri finanziari, bensì dalla delicatezza del processo selettivo e formativo su cui noi della Scuola di fanteria investiamo decisamente tutto.»

Parola di comandante, parola del generale Mingiardi.

(Paola Casoli)

L’intervista è anche in Paola Casoli il Blog al link “Esercito, Scuola di Fanteria: ecco come si addestrano i tiratori scelti. Intervista al COM gen Mingiardi” (con foto)

Fonte articolo GQ Italia “Lo sniper italiano nasce in cento ore. Dopo una dura selezione, parola di comandante” (P.Casoli)

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Forza NEC, market walks, CIMIC e ISIS: intervista al gen Del Col, comandante del Sector West di UNIFIL in Libano

gen Stefano Del ColDall’ottobre 2014 il generale Stefano Del Col è in Libano con la sua brigata Pinerolo alla guida del Sector West di UNIFIL (United Nations Interim Force Lebanon), al comando di un contingente multinazionale di oltre tremila militari provenienti da più di dieci nazioni diverse.

Avvicinandosi alla fine del suo mandato nel Paese dei Cedri, il comandante gen Del Col traccia per Paola Casoli il Blog un bilancio delle attività svolte in questi ultimi sei mesi, passando dalle iniziative in favore della popolazione, e del successo della missione, alle sfide quotidiane in un ambiente dai fragili equilibri, delineando una prima analisi della sperimentazione della Forza NEC (Network Enabled Capability).

Ecco l’intervista integrale di Paola Casoli al gen Stefano Del Col:

Il 1 ottobre 2014 Lei ha lasciato l’Italia per schierarsi con la sua Brigata in Libano. La sua unità costituisce allo stato attuale il contingente italiano più numeroso impiegato all’estero e quindi Lei rappresenta il maggiore esponente dei nostri interessi nazionali nelle aree di crisi. Quali sono state le sfide vinte e quali le maggiori difficoltà nello svolgere questo ruolo al comando di una tale forza?

UNIFIL_SW_Libano_gen Stefano Del Col con pattugliaIl Contingente Italiano in Libano, attualmente su base Brigata “Pinerolo”, ha la responsabilità del Settore Ovest di UNIFIL dove opera un contingente multinazionale di 3.500 soldati, provenienti da 11 diverse nazioni, e di questi circa 1.000 sono italiani.

L’Italia ha ricevuto la responsabilità di guidare l’alleanza tra Ghana, Tanzania, Malesia, Brunei, Repubblica della Corea, Finlandia, Irlanda, Serbia, Armenia e Slovenia, tutti paesi che concorrono alla forza e operano nel settore Ovest nel sud del Libano, l’altro settore è quello a est, a guida spagnola.

Tutti i paesi fanno riferimento a quanto sancito dalla risoluzione n. 1701 del 11 agosto 2006 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che assegna alla forza multinazionale denominata UNIFIL, Gen Stefano Del Col (2)i compiti quali il monitoraggio della cessazione delle ostilità nell’Area di Operazione (AO) compresa tra la “Blue Line” (linea di demarcazione) e il fiume Litani, dal sostegno e l’addestramento alle Forze Armate Libanesi (LAF) e, nell’ambito delle capacità dei Contingenti l’assistenza umanitaria alla popolazione locale.

La prima sfida affrontata è stata quella di coordinare e far lavorare con efficacia Unità militari provenienti da aree del mondo con culture e modi di lavorare differenti. Ho improntato la mia azione di comando al massimo rispetto delle diversità, creando così una grande sintonia operativa con gli altri contingenti, ovviamente, il conseguimento di questo risultato è stato la base per poter essere in grado di svolgere i compiti assegnati dalle Nazioni Unite.

generale Stefano Del Col (2)Fondamentale è stato lavorare come partner strategico delle Forze Armate Libanesi al fine di consentire un adeguato ed efficace controllo del territorio. In questa area del mondo gli equilibri sono delicatissimi, pertanto, è essenziale prevenire eventi che possano causare un riaccendersi delle ostilità. Questo obiettivo è stato raggiunto attraverso il monitoraggio costante e capillare dell’Area di Responsabilità con il controllo del territorio svolto in maniera autonoma o con le LAF. Inoltre, ho implementato i “market walks”, ossia, attività di militari appiedati condotta all’interno dei centri abitati nei giorni di mercato, che ci hanno consentito di monitorare la situazione, stringere e consolidare i rapporti con la popolazione locale, creare sempre maggiore fiducia e speranza, e soprattutto acquisire il consenso, fondamentale per il successo della Missione.

UNIFIL SW_LibanoTutto questo si ottiene attraverso il dialogo costante e con la discrezione dell’operato professionale dei nostri caschi blu, svolto in totale trasparenza e imparzialità.

I militari italiani hanno dimostrato e dimostrano quotidianamente, anche in questo Teatro Operativo, di possedere una indiscussa professionalità e una sensibilità, propria del nostro essere, improntata al rispetto degli usi e costumi della popolazione locale, mantenendo però sempre il polso della situazione agendo con determinazione in caso di necessità.

Ritengo che ci stiamo riuscendo e i risultati si vedono per il riscontro positivo dei rappresentati delle Istituzioni con i quali mi riferisco, siano essi Leader religiosi, Autorità Militari ovvero Autorità civili.

UComandante, la Brigata da Lei comandata è la prima Unità responsabile della sperimentazione della Forza NEC (Network Enabled Capability): può fornirmi una sua analisi specifica sul progetto e sulle lezioni apprese nel particolare ambiente operativo fornito dal Libano: come sono stati impiegati i vari sistemi, quali accorgimenti sono stati necessari per adattare il progetto all’ambiente operativo in questione, quali sono gli spunti per una analisi delle Best Practics e delle Lesson Learned individuate, quali sono, infine, le caratteristiche che potrebbero essere suscettibili di una successiva attività di miglioramento o di affinamento del sistema complessivo e come ha preparato i suoi soldati?

UNIFIL_SW_Libano _hitrole (2)La Brigata “Pinerolo”, che ho l’onore di comandare, è l’unica, per ora, brigata digitalizzata dell’Esercito Italiano e con il progetto “Soldato Futuro” rappresenta lo sviluppo tecnologico della Forza Armata nonché uno dei punti di eccellenza dell’Industria italiana nel mondo. La Brigata Digitalizzata rappresenta il futuro, perfettamente contestualizzata nel modern warfare in cui il singolo uomo sul terreno assume una importanza fondamentale, pertanto deve essere in grado di trasmettere in tempo reale la situazione tattica agli organi decisionali competenti. La tecnologia è aspetto irrinunciabile nella nostra epoca, ma il valore aggiunto dell’essere umano resta fondamentale, per questo motivo l’Esercito Italiano è molto attento alla preparazione individuale del singolo soldato, premessa di sicurezza e successo. Prima di essere impiegati in Libano abbiamo svolto diverse attività a fuoco presso il poligono di Tor di Nebbia in Puglia, perché la conoscenza delle armi, dei mezzi e della strumentazione che hanno a disposizione è fondamentale, ovviamente però, l’impiego dei materiali in dotazione deve essere attagliato alla situazione contingente.

UNIFIL_SW_Libano (7)In Libano non abbiamo impiegato tutto l’equipaggiamento della brigata digitalizzata poiché la situazione non lo richiede. Sicuramente ci avvaliamo di un sistema di comando e controllo efficace, altamente performante e perfettamente rispondente alle esigenze operative che siamo stati in grado di usare appieno anche grazie all’esperienza maturata nell’implementazione del posto comando digitalizzato. Per quanto attiene i mezzi abbiamo introdotto in questo teatro operativo il VTLM dotato di torretta remotizzata “HITROLE”, che consente al personale di poter intervenire, ove fosse necessario nel rispetto delle regole di ingaggio e del diritto internazionale, in completa sicurezza dall’interno del mezzo.

UNIFIL_SW_Libano _Blue PillarsOgni esercitazione o missione è per noi fonte di miglioramento e attraverso il processo delle lezioni apprese, a cui personalmente attribuisco molta importanza, è possibile affinare le procedure e individuare miglioramenti da far apportare dall’industria ai mezzi in dotazione. Pertanto al nostro rientro in sede effettueremo uno studio approfondito degli spunti di riflessione colti in teatro operativo.

Indubbiamente, il corretto sviluppo da parte della sua componente Cimic delle attività di cooperazione e di supporto delle comunità locali rappresenta uno dei cardini per il conseguimento degli obiettivi della sua missione nel teatro libanese. Eppure, tale fondamentale attività dall’Italia viene talvolta percepita solo come un modo per blandire la popolazione, quasi un risarcimento a compensazione della presenza delle truppe sul terreno. È davvero così? Quali sono in realtà gli obiettivi che vengono raggiunti con le attività Cimic, ad esempio come influiscono sul risultato complessivo la realizzazione di infrastrutture o le donazioni di materiale, mi riferisco a una delle ultime effettuate in ordine di tempo a favore delle scuole?

UNIFIL SW_Libano_gen Stefano Del Col donazione a Natale per bambini diversamente  abiliLa Cooperazione Civile e Militare è una funzione operativa, che presiede all’interazione tra le forze militari e le componenti civili presenti nell’area d’operazione, fondamentale e irrinunciabile delle missioni militari di peacekeeping. Questa componente, nel sud del Libano, ha consentito, attraverso i numerosi progetti realizzati in tutti i settori, il continuo dialogo e le interazioni quotidiane, di instaurare rapporti di massima collaborazione e di reciproca fiducia con il territorio, consentendo di operare con le unità di manovra nel pieno rispetto dei compiti assegnati dal mandato delle Nazioni Unite, al fine di garantire la stabilità della regione.

UNIFIL_SW_gen Stefano Del Col_LibanoLa componente CIMIC, costituita da personale altamente specializzato proveniente e/o formato presso il Multinational CIMIC Group dell’Esercito Italiano nella sede di Motta di Livenza, a Treviso, è uno strumento di fondamentale importanza per un Comandante impiegato fuori dal Territorio Nazionale. Sarebbe riduttivo ricondurre i compiti di detta componente alla sola realizzazione di progetti e/o donazioni in quanto il compito fondamentale da essi svolto è l’instaurazione del dialogo e la tenuta dei contatti con le autorità locali, elemento irrinunciabile in operazioni di pace in cui le forze militari sono presenti sul territorio su richiesta del governo in carica e su mandato delle Nazioni Unite. Le donazioni e i progetti sono sviluppati sulla scorta delle richieste esclusive delle autorità locali quale garanzia istituzionale di conoscenza delle esigenze della propria comunità. In particolare, i settori d’intervento più richiesti riguardano la sanità, il trasporto pubblico, le infrastrutture, che successivamente analizziamo e inseriamo, in base alla priorità, in una pianificazione di intervento. Lo scopo è anche quello di 137-19A Pattuglia sulla Costal Road di Blindo Centauromigliorare le condizioni di vita della popolazione affinché si possa raggiungere una pace duratura e stabile.

Abbiamo sviluppato con la Cooperazione italiana alcuni importanti progetti per la valorizzazione di beni archeologici, come la ristrutturazione dell’antico castello di Shama sul territorio della municipalità che ospita la base logistica del Contingente. Gli interventi a favore delle scuole e della sanità hanno rappresentato sin da subito punto focale della mia azione di comando poiché sono fermamente convinto, e la storia magistra vitae ce lo rammenta, che lo sviluppo e la futura pace di un paese passano attraverso l’educazione dei più piccoli e la qualità della vita.

UNIFIL_SW_Libano (3)Le Forze Armate Libanesi sono coinvolte in prima linea nella lotta contro l’ISIS. Essendo alla fine del suo mandato quale comandante del Sector West, quale risulta essere la sua interpretazione e la sua analisi sulle condizioni di sicurezza generali e, particolarmente, su quelle relative al settore di responsabilità della sua Brigata?

Attualmente le Forze Armate Libanesi sono impegnate a contrastare efficacemente il fenomeno ISIS, e in generale gli interventi di destabilizzazione del Paese, allo scopo di scongiurare infiltrazioni di cellule terroristiche soprattutto a Nord. Attualmente non ho nessuna indicazione che ci siano elementi o cellule che possano minacciare la stabilità del mio settore di responsabilità ma, ovviamente, la “guardia” è sempre alta e manteniamo un approccio alla UNIFIL_SW_Libano _hitrole (1)situazione di tipo preventivo.

Comandante, in questo fragile contesto non sono mancati gli attacchi ai caschi blu: ci può raccontare cosa è successo il 28 gennaio scorso, data in cui ha perso la vita un casco blu spagnolo? Nel resto del Libano qual è la situazione generale della sicurezza? Essendo alla fine del suo mandato quale comandante del Sector West, quale risulta essere la sua interpretazione e la sua analisi sulle condizioni di sicurezza generali e, particolarmente, su quelle relative al settore di responsabilità della sua Brigata?

generale Stefano Del Col (1)Quello che è successo a fine gennaio al contingente spagnolo ci addolora e per questo siamo vicini loro e alla famiglia della vittima. Abbiamo perso un collega in servizio ed è l’ultimo, in ordine del tempo, dei coraggiosi peacekeeper che hanno perso la vita al servizio della pace nel sud del Libano. L’evento si inquadra nell’ambito delle tensioni di questa regione.

C’è ancora un’inchiesta in corso da parte delle Nazioni Unite tesa a valutare le responsabilità delle parti.

Attualmente, la situazione del settore sotto la mia responsabilità è stabile ma fondata su equilibri estremamente delicati.

USulla scorta di quanto disposto dal Comandante di UNIFIL, ili generale di divisione Luciano Portolano, abbiamo incrementato e intensificato il pattugliamento della zona di responsabilità al fine di prevenire il verificarsi di eventi che potrebbero facilmente degenerare in situazioni di difficile gestione e che potenzialmente potrebbero avere una ricaduta sul Contingente Multinazionale.

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Lezione sui blue pillarIl gen Stefano Del Col in Paola Casoli il Blog

La brigata Pinerolo in Paola Casoli il Blog

Il Sector West UNIFIL in Paola Casoli il Blog

Il CIMIC in Paola Casoli il Blog

Foto: SW UNIFIL

Dagli “assi” italiani della Seconda guerra mondiale la testimonianza del coraggio a compensazione delle carenze tecnologiche

By Giuliano Da Frè

Giuliano Da Frè ha intervistato Mirko Molteni (foto), autore di L’Aviazione italiana 1940-1945. Azioni belliche e scelte operative, a margine della presentazione del libro avvenuta al museo Volandia di Malpensa lo scorso 15 dicembre. Ne è nato un revival del coraggio e dell’abilità dei piloti italiani della Seconda guerra mondiale, oltre a un riferimento al loro importante ruolo nella segnalazione del preoccupante gap tecnologico che ha caratterizzato i mezzi in uso all’epoca.

Delle vicende dell’Aeronautica italiana nella Seconda guerra mondiale si è scritto molto in passato. Perché questa scelta?

“E’ vero, della storia dell’aviazione italiana impegnata nel conflitto si è parlato molto, soprattutto tra gli anni ’50 e ’70; ma l’ultimo libro dedicato all’argomento con una visione d’insieme è del 1991. Non che nel frattempo siano emerse grandi novità sul piano storiografico. Tuttavia ho voluto riprendere in mano l’argomento con un’ottica un po’ diversa: raccontandolo attraverso le testimonianze dei piloti italiani, assi e semplici gregari impegnati quotidianamente a volare in azioni rischiose con aerei quasi sempre superati, definiti a volte ‘casse da morto’. Storie che ho raccolto intervistando i superstiti, o rispolverando poco conosciuti testi di memorie scritti dai veterani del conflitto”.

Quindi una storia dell’Aeronautica italiana raccontata dalla voce dei protagonisti …

“Il mio libro punta molto sulle testimonianze individuali, senza però abdicare alla precisione del racconto tecnico-militare, riconfermando attraverso esperienze di prima mano che l’aviazione italiana fu costretta da carenze tecniche e dottrinali a puntare tutto sul fattore umano: coraggio, abilità, spirito di sacrificio, talvolta rassegnazione, in misura assai maggiore rispetto a quanto avveniva nelle forze aeree degli altri Paesi in guerra”.

Ci sono episodi che mettono in luce il tentativo fatto dai nostri piloti per ridurre il crescente gap tecnologico che ne limitava il rendimento sul campo di battaglia?

“Per fare un esempio, fin dai primi mesi del conflitto la Regia Aeronautica scoprì amaramente che l’impiego di bombardieri in quota con ordigni a caduta libera contro le formazioni navali in movimento era fallimentare. Il successivo adattamento del trimotore da bombardamento SM.79 Sparviero, conosciuto come ‘il Gobbo Maledetto’, al ruolo di aerosilurante assicurò indiscutibili successi contro il naviglio nemico solo al prezzo di notevoli sacrifici per gli equipaggi, che si trovarono a dover attaccare a volo radente le navi nemiche con un grosso trimotore che offriva una larghissima sezione frontale. Un bersaglio ideale, per le batterie contraeree imbarcate sulle navi della Royal Navy”.

Scelte diverse da quelle fatte dagli altri paesi?

“Sì, decisamente. Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone (che prima della guerra svilupparono in maniera specifica l’aviazione navale e materiale aeronautico da imbarcare sulle portaerei, ndr) affidarono la specialità aerosilurante soprattutto a monomotori più piccoli e agili, molto difficili da colpire e più adatti all’attacco aeronavale”.

I piloti da caccia italiani sono stati molto apprezzati, anche se alla fine non sono riusciti a difendere lo spazio aereo nazionale. Cosa emerge dai racconti dei protagonisti?

“Sin dal 1940 i piloti da caccia dovettero confrontarsi con velivoli nettamente superiori, affrontando uno dei migliori ‘cacciatori” della guerra, lo Spitfire inglese, con biplani che dal punto di vista concettuale erano vecchi di 20 anni. Facendo miracoli. Quando poi poterono impiegare aerei decisamente più avanzati (Macchi 205, Fiat G.55), si trovarono ad affrontare le enormi formazioni di bombardieri pesanti alleati, come le Fortezze volanti che stavano demolendo le città italiane, con un pugno di velivoli. Tra 1940 e 1945 l’Italia costruì poco più di 10.000 aerei, contro i 100.000 degli alleati tedeschi, i 120.000 britannici e ai ben 280.000 americani. Pochi di questi mezzi erano di tipo moderno, e divennero operativi troppo tardi per sperare di mutare le sorti del conflitto”.

Giuliano Da Frè

Foto: Giuliano Da Frè

La missione White Crane ad Haiti raccontata un anno dopo dal comandante Reversi all’Università Cattolica di Milano

Una missione interagenzia, internazionale e interforze che ha messo in evidenza le positività del sistema Italia. Di più, “il motto l’unione fa la forza esprime esattamente ciò che ha fatto la differenza”.

A un anno dalla missione White Crane in sostegno alla popolazione colpita dal terremoto di Haiti lo scorso 12 gennaio 2010, il comandante di nave Cavour e della missione italiana, capitano di vascello Gianluigi Reversi, ricorda in “molte foto e poche chiacchiere” l’atmosfera della prima missione operativa per la portaerei italiana di Fincantieri di Riva Trigoso nel corso di una conferenza all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Ieri 15 marzo il comandante Reversi, che oggi è assistente del Capo di stato maggiore della Marina Militare, è stato ospite del direttore del Dipartimento di Scienze Politiche, il professor Massimo de Leonardis, per parlare sul tema “La missione di Nave Cavour in soccorso dei terremotati di Haiti”.

Oltre ai numeri e alle statistiche, il comandante ha svelato gli aspetti più umani di tutta la missione sotto forma di aneddoti e brevi racconti che hanno contribuito a dare una panoramica di quello che è l’esercizio dell’aiuto umanitario verso popolazioni fatte di persone che soffrono.

Dal campo militare costruito sul nido di tarantole, all’esile suora che tiene a bada la criminalità locale; dall’incredulità degli ufficiali americani di fronte all’efficienza italiana, al sorriso dei bambini. Per accennare alle oltre 98mila scatole di medicinali trasportate e al cucchiaio di sciroppo preso da un camerino dell’equipaggio per salvare la vita di un bimbo.

Più che l’esempio di umanità e il messaggio per i giovani studenti, rimane nell’ascoltatore l’invidia per l’accrescimento umano che il comandante Reversi ha potuto ottenere con questa missione.

Dopo aver attraccato praticamente sulla spiaggia di Fortaleza, in Brasile, “allungando di due giorni il viaggio pur di prendere a bordo il personale militare e medico brasiliano, ma aprendo così anche a una serie di successivi accordi commerciali con il Brasile”, viene da chiedergli di provare a esprimere in due parole cosa gli è rimasto di tutta l’avventura in cui ha spinto il Cavour alla velocità media di 29 nodi.

Ma non è facile racchiudere in così poco quella che il professor de Leonardis ha definito “una proiezione di solidarietà, più che di potenza”. E il comandante Reversi usa le parole dell’attivista Martina Colombari, “Haiti ti rimane dentro”, piuttosto che le sue, conservando gelosamente quell’accrescimento in termini di umanità che alla maggior parte di noi resta precluso.

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La missione White Crane su Paola Casoli il Blog

Haiti in Paola Casoli il Blog

Foto: logo White Crane dal sito della Marina Militare Italiana

Poesia a tre stellette

Ricordi Sogni Emozioni. E’ la raccolta di poesie che domani 30 giugno alle 18.30 verrà presentata dall’autore Alfonso Miro  durante un incontro con Mauro Della Porta Raffo nel Circolo ufficiali di Palazzo Cusani a Milano. La prefazione di Paolo Limiti impreziosisce uno scrigno di sentimenti scritti prima e dopo la missione Nato Isaf in Afghanistan.

Già, perché Miro è un colonnello dell’Esercito Italiano che nella caserma Ugo Mara di Solbiate Olona fa il vicecomandante della brigata di supporto al Nato Rapid Deployable Corps – Italy (Nrdc – Ita). “Qualche poesia – spiega il colonnello Miro – l’ho scritta prima di partire per l’Afghanistan, mentre la maggior parte sono state scritte cinque o sei mesi dopo il rientro”.

Come è nata l’esigenza di scrivere poesie?
E’ sicuramente un compito arduo, considerato che la poesia è melodia senza musica, ma in tutti noi c’è quello che io chiamo il sogno di Icaro e la voglia di cimentarsi nell’impresa. Avrei potuto scrivere un libro di prosa, ma in duecento pagine l’emozione rischia di perdere di intensità e nel mio caso, con il mio lavoro, avrei rischiato di perdere il filo di quello che stavo ricordando.

Quanto sono importanti i ricordi?
Gabriel Garcia Marquez diceva che la vita non è quella che si è vissuta ma quella che si ricorda. E quindi come la si ricorda per poterla raccontare. Ecco, questo è il punto: mi sono trovato a fare un bilancio, un saldo della vita.

In Milano-Kabul e ritorno si legge l’attesa di un viaggio, la constatazione di una nostalgia già presente
Ho scritto quella poesia in una giornata. Ero tornato dalla missione in Afghanistan e stavo organizzando una rentrée con chi aveva partecipato ai vari eventi, tra questi anche il sindaco Gabriele Albertini con cui discutevo del titolo dato alla serata: Milano-Kabul e ritorno, appunto. Lì mi sono reso conto che per quel titolo servivano dei contenuti e nel pomeriggio ho scritto quella poesia.

La raccolta include anche una poesia in napoletano, perché?
Sono nato a Napoli e ci ho vissuto otto anni…’O tiempo è passato/dint’all’anema ‘nu penziero:/vulesse tene’ ancora vint’anne/pe’ fa’ ‘e cose ca facevo…

Pranzo di lavoro del North Atlantic Council: i ministri della Difesa Nato discutono di Kosovo e pirateria

nato-hq-nato-flagInizia oggi 11 giugno con un pranzo di lavoro alle 13 il meeting formale a livello North Atlantic Council (Nac) dei ministri della Difesa dei paesi Nato a Bruxelles. Nel menù la questione del Kosovo, per cui quasi certamente verranno evidenziati miglioramenti in area tali da consentire un ridimensionamento delle truppe Kfor dispiegate, e il problema del contrasto alla pirateria, che invece rappresenta una sfida più impegnativa per il dopo Operation Allied Protector in scadenza il 28 giugno.

Il meeting prosegue nel pomeriggio con le riunioni Eapc (Euro-Atlantic Partnership Company) e Dpc (Defence Planning Committee) – con le new entry Albania, Croazia e la nuova presenza della Francia – per finire con il Nuclear Planning group.

A cena verrà servita la Nrf (Nato Response Force), per discuterne futura configurazione e missione.

Il meeting di Bruxelles proseguirà nella giornata del 12 giugno con una sessione dedicata alla trasformazione del concetto di Difesa, in cui spiccano la sfida della cyber defence e il progetto Allied Ground Surveillance (Ags). A conclusione della due giorni si terrà l’incontro con i paesi contributori non-Nato della missione Isaf in Afghanistan, durante il quale verrà affrontata la situazione afghana in relazione ai programmi di training di polizia ed esercito oltre al sostegno delle forze di sicurezza locali.

Fonte: Nato

Foto: Nato

Il Pirat Partiet entra con un seggio nel Parlamento europeo: segnale importante, parola dell’esperto in frodi telematiche Umberto Rapetto

piratpartietCon il 7,1% delle preferenze si sono guadagnati un seggio al Parlamento europeo. E la popolarità non tanto per il successo, certo innegabile, quanto piuttosto per il contenuto innovativo del loro programma: sono gli svedesi del Partito Pirata, che si battono per una riforma del diritto d’autore e del sistema dei brevetti. Il tutto in favore dei diritti dei cittadini e della libertà dell’informazione.

Cosa ne pensa il colonnello Umberto Rapetto, esperto di frodi telematiche e docente universitario?
L’ingresso di questo partito nel Parlamento europeo è un segno importante.

Ma non è un’eresia?
Sarò considerato un eretico ma ritengo che il diritto d’autore vada rivisitato. In passato gli autori non erano molto numerosi, invece oggi il numero è aumentato proprio in virtù dell’uso di internet: la dinamica dell’accessibilità ha portato a far scoprire tutti autori e a questo punto è importante chiarire chi è davvero autore.

Cosa fare allora?
Visto il continuo cambiamento a cui assistiamo, e vista la fluidità di internet, sarà importante stabilire dei confini per poter regolamentare.

Il colonnello Umberto Rapetto è giornalista e docente universitario, è uno dei quattro esperti nominati con decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 14 dicembre 2006 nel Comitato per la tutela della proprietà intellettuale presso la presidenza del Consiglio dei ministri. Partecipa a conferenze come specialista del settore, è titolare di docenze, pubblica testi specifici. Ed è intervenuto anche in un convegno del Pirat Partiet.

Fonte: Reuters Italia, materiale proprio

Foto: Pirat Partiet

Il 7° Vega ricorda il suo equipaggio perso quattro anni fa

4-anniversario-caduti-iraq-vegaE’ stato commemorato a Rimini ieri mattina 1° giugno nell’aeroporto militare G.Vassura l’equipaggio Milan 63 dell’elicottero AB412 appartenente al 7° reggimento aviazione dell’Esercito Vega.

Il colonnello Giuseppe Lima, il maggiore Marco Briganti, il maresciallo capo Massimiliano Biondini e il maresciallo ordinario Marco Cirillo sono caduti per un incidente di volo con il loro elicottero a Nassiriya, in Iraq, il 30 maggio 2005 nell’ambito dell’operazione Antica Babilonia.

In loro memoria il comandante del 7° Vega colonnello Fabrizio Barone ha scoperto le targhe commemorative per le aule didattiche e le palazzine che sono state intitolate ai colleghi caduti.

Fonte: 7° reggimento aviazione Esercito Vega

Mentre questo post viene pubblicato, a Roma stanno sfilando lungo i Fori Imperiali per la tradizionale parata del 2 giugno i baschi azzurri dell’Aves (Aviazione esercito).

Da Milano a Bruxelles passando da Kabul: Gabriele Albertini (MEP) tutela i diritti di chi viaggia in autobus

gabriele-albertiniCon gli autobus deve averci proprio avuto una gran passione Gabriele Albertini, eurodeputato al Parlamento europeo nel gruppo Ppe-De (Partito popolare europeo – Democratici europei) in attesa di rinnovo del mandato, più noto come l’ex sindaco di Milano.

E dev’essere stata davvero radicata questa passione, visto che tre anni fa percorse cinque migliaia di chilometri per portare 40 autobus e 10 compattatori di rifiuti da Milano a Kabul affrontando l’accanimento della sorte (nell’ordine: uno sciopero, un attentato, il crollo di un ponte proprio nell’ultimo tratto di strada prima dell’ingresso nella capitale afgana, una trattativa con gli autisti locali).

Alla fine la consegna di autobus e compattatori, donati rispettivamente dall’Atm e dall’Amsa a una municipalità con un parco mezzi ormai del tutto insufficiente alla popolazione, avvenne il 3 maggio 2006 al ministero dei Trasporti di Kabul.

In quel periodo in Afghanistan c’era il generale Mauro Del Vecchio, che comandava la missione Isaf VIII e che in Italia abitava nel milanese Palazzo Cusani in quanto comandante dell’Nrdc-Ita di Solbiate Olona: Albertini gli aveva promesso alla sua partenza per l’importante impegno internazionale che sarebbe andato sicuramente a fargli visita. Non l’avesse mai fatto: si trovò ad andarci per ben due volte a fargli visita nel lontano Afghanistan.

La prima in occasione del Natale 2005 per gli auguri ai militari e la seconda, appunto, sfidando scioperi e attentati con tutti quei mezzi arancioni a cui era stato tolto il simbolo della città di Milano. “Uno scudo con una croce, in un paese islamico forse non è proprio l’ideale” ricorda sorridendo l’ex sindaco eurodeputato a Mauro Della Porta Raffo, il giornalista e scrittore che conduce i Salotti letterari di Varese e che il 27 maggio lo ha ospitato e intervistato nel centralissimo Caffè Zamberletti presentando il suo ultimo libro Sindaco senza frontiere (a cura di Andrea Zet, 1° ed., 2008, Genova – Milano, Casa Editrice Marietti).

Ma con gli autobus Albertini non ha ancora chiuso. Lo scorso 31 marzo è stato approvato alla Commissione trasporti del Parlamento europeo il regolamento che garantisce maggiori diritti ai passeggeri che viaggiano sui mezzi pubblici. Autobus e bus, appunto.

Relatore di questo regolamento presso il Parlamento europeo è stato l’onorevole Gabriele Albertini in persona. Sarà grazie a lui che nel 2011, anno in cui verrà recepita a livello nazionale la norma europea, potremo godere di maggiori tutele in caso di ritardi, cancellazioni, smarrimento di bagagli, incidenti. In più il regolamento ha un intero capitolo dedicato ai passeggeri con mobilità ridotta e che necessitano in particolari casi di assistenza specifica.

Con questo capitolo dedicato a chi non è in grado di muoversi in modo autonomo, Albertini ha dimostrato ancora una volta di essere particolarmente attento a chi dalla vita ha ottenuto meno opportunità. E non c’era dubbio, avendo affrontato il Kyber Pass con 40 autobus arancioni e 10 compattatori di rifiuti quali doni umanitari da consegnare a una municipalità senza più mezzi pubblici per i propri cittadini.

Fonte: Ppe – De

Foto: da www.gabrielealbertini.it.com

Volo per passione: World Air Games Torino 2009

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Otto giorni dedicati agli sport del volo: sono gli World Air Games (Wag) – Torino 2009. La manifestazione, che prenderà il via il prossimo 6 giugno con una cerimonia in piazza San Carlo a Torino a partire dalle 19, ha come top sponsor Agusta Westland, Alenia Aeronautica, Selex Galileo, Thales Alenia e Telespazio, tutte aziende del gruppo Finmeccanica.

Nell’ambito della manifestazione si colloca la mostra interattiva “Prova a volare – La simulazione di volo dai primi aeroplani all’esplorazione spaziale” realizzata con il contributo tecnico di Alenia Aeronautica, un’esposizione che offre la possibilità di conoscere gli aspetti del volo normalmente accessibili ai soli addetti ai lavori. Rimarrà aperta al pubblico per tutta la durata delle manifestazioni (dal 6 al 14 giugno) alle Officine Grandi Riparazioni in via Castelfidardo a Torino.

I giochi si disputeranno tra Torino, principalmente l’aeroporto Torino-Aeritalia di Collegno, Mondovì e i laghi di Avigliana. Le discipline coinvolte in questi mondiali sono ben dieci e non tutte sono ampiamente conosciute. E’ il caso tra le altre del volo in mongolfiera, che in Italia ha pochi seguaci nonostante sul nostro territorio si tengano dai 15 ai 20 raduni ogni anno.

Roberto Spagnoli è uno dei pochi commissari italiani di gara di volo in mogolfiera. Si è interessato a questa disciplina, che sfrutta i principi dell’aerostatica anziché quelli dell’aerodinamica, una ventina di anni fa fino a essere recentemente nominato direttore tecnico italiano per i commissari di gara di competizioni di aerostatica: “Mi sono avvicinato per caso al volo in mongolfiera perché mi affascinava e così, dopo aver seguito qualche equipaggio, ho frequentato il primo corso in Italia per commissari di gara”.

Cosa è successo dopo quel primo corso?
Praticamente non ho più abbandonato il mondo dell’aerostatica. Ho iniziato a seguire gare e raduni in tutto il mondo (dal suo sito, www.aerostati.it, si capisce che Roberto ha visto posti bellissimi, ndr) e mi sono reso conto che l’aerostatica è un settore ancora piccolo ma molto attivo: in Italia ci sono circa una ventina di commissari di gara. Non sono molti, nonostante sul nostro territorio si tengano tanti raduni. E pensare che l’Italia presenta le occasioni più favorevoli per il volo, sia per le condizioni meteo che per gli splendidi paesaggi.

Allora è stata un’ottima scelta decidere di fare le gare in Italia, a Torino.
E’ sicuramente un grande evento per il nostro paese ed è il primo anno che gli Wag si svolgono in Italia. Si tratta della maggiore manifestazione sportiva aeronautica del mondo, mi auguro che questo contribuisca a far conoscere di più discipline poco note anche agli italiani.

La cerimonia conclusiva degli Wag 2009 avrà luogo domenica 14 giugno a partire dalle 14 all’aeroporto Torino-Aeritalia di Collegno.

Fonte: Alenia Aeronautica; World Air Games Torino 2009

Foto: Roberto Spagnoli