Gen 18, 2015
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#JeSuisCharlie: nello scontro di civiltà tra disinformazione e preconcetti vince la propaganda

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20150111_charlie-hebdo-marcia-ParigiBy Filippo Malinverno

Un poliziotto giace a terra ferito. Due uomini armati scendono dalla macchina: uno di loro si avvicina, puntandogli il fucile sulla testa. Un colpo secco, fragoroso, ignobile: il poliziotto viene freddato senza alcuna pietà, senza che l’assassino ascolti le sue suppliche.

E’ con questa cruenta immagine, fin troppe volte mandata in onda nei telegiornali, che il mondo ha assisto inerme al massacro di decine di civili innocenti, cristiani, musulmani ed ebrei. Gli attentati terroristici alla sede di Charlie Hebdo e alla bottega ebraica nel centro di Parigi sono stati un violento attacco alla libertà d’espressione, simbolo, quantomeno formale, dell’Occidente del 21esimo secolo. Un attacco condotto da uomini affiliati alla sezione yemenita di Al Qaeda, come pare sia il caso dei fratelli Kouachi, e allo Stato Islamico, di cui invece sembra facesse parte Amedi Coulibaly.

La risposta data dal mondo occidentale in seguito alla strage è stata emblematica: la partecipazione di decine di capi di Stato alla marcia organizzata domenica 11 gennaio in ricordo delle vittime, lo spirito di libertà mostrato da migliaia di cittadini francesi e la solidarietà con la quale altrettante persone di diverse nazionalità hanno partecipato al lutto parigino erano un qualcosa che non si vedeva da molto tempo. In questo momento di dolore l’Europa si è scoperta unita, mostrando finalmente al mondo la sua vocazione armonica e solidale che da anni si andava cercando.

Tuttavia, l’essere stati colpiti a Parigi, città che dell’Europa è il cuore, non può far altro che suscitare in noi occidentali dubbi e paure riguardo alla nostra sicurezza. Il colpo ricevuto è stato forte, scioccante ed estremamente cruento. L’uccisione efferata e impietosa di così tante persone nel centro di uno dei simboli dell’Occidente moderno sembra aver portato gli orrori delle decapitazioni e dei massacri perpetrati dai radicali islamici in Medio Oriente fin nelle nostre case.

Sarà proprio questo l’elemento su cui faranno leva, inevitabilmente, le forze della destra nazionalista e xenofoba presenti in Europa, specialmente il partito di Marine Le Pen in Francia. L’obiettivo di questi attori politici sarà aumentare il proprio consenso fomentando l’odio nei confronti degli autori dell’atto terroristico, portando ad una generalizzazione di colpe tramite la quale ogni musulmano verrà identificato come capro espiatorio per i crimini commessi da altri. Per le democrazie occidentali, la sfida dei prossimi mesi sarà contenere la retorica discriminatoria dell’estrema destra ed evitare che l’odio si radichi nella società: un’escalation di violenza incontrollabile è un rischio concreto e le sue conseguenze sarebbero estremamente deleterie per l’intera comunità mondiale.

Questa osservazione sul possibile sviluppo della questione terrorismo in Europa ci costringe a porci un ulteriore quesito: è davvero in corso uno scontro di civiltà?

Nel corso del Novecento, diversi studiosi e politologi, tra cui Francis Fukuyama, Oswald Spengler e Samuel Huntington, hanno utilizzato questa espressione per riferirsi più in generale al processo di decadenza di cui l’Occidente sarebbe stata vittima a partire dall’inizio del 20esimo secolo, delineando uno scenario di conflitto inevitabile tra la nostra civiltà e le altre. In particolare, nella sua opera “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale”, Huntington spiega nel dettaglio il fenomeno di rifiuto dell’occidentalizzazione e della modernizzazione, fenomeno che senza dubbio coinvolge, tra le altre, anche la civiltà islamica nel suo complesso, o quantomeno le fazioni più radicali di essa: le dimostrazioni di ostilità dell’Islam verso l’Occidente sono state, negli ultimi decenni, svariate e inequivocabili.

La dinamica degli atti terroristici di Parigi impone, in questo senso, una profonda riflessione sulle modalità d’azione dei promotori del jihad nel mondo musulmano, i cui meccanismi di matrice storica, religiosa e culturale sono estremamente diversi dai nostri. Sia Al Qaeda che lo Stato Islamico, che oggi si sono imposti nel panorama internazionale come i principali attori del terrore antioccidentale, hanno seguito e seguono tuttora una strategia ben precisa, fondata su un elemento chiave: la strumentalizzazione della religione per fini eversivi.

Questa strumentalizzazione poggia a sua volta su un fanatismo religioso che trova, in parte, la sua giustificazione nelle parole del Corano, al cui interno esistono tuttavia messaggi di pace e fratellanza molto più chiari di quelli di violenza, esattamente come nella Bibbia cristiana. I vertici dei gruppi terroristici, portatori di una visione radicale ed estremista delle sacre scritture islamiche, fanno della demonizzazione dell’Occidente il loro principale cavallo di battaglia per fomentare le masse suscettibili all’integralismo: l’obiettivo di Al Qaeda, così come quello del Califfo Al-Baghdadi, è quello di provocare il mondo occidentale, portando il terrore e la paura direttamente nei suoi centri nevralgici. Le terribili decapitazioni dei giornalisti americani fatti prigionieri dall’IS, i continui massacri dell’organizzazione estremista Boko Haram in Nigeria a danno non solo dei cristiani e l’attacco a Charlie Hebdo sono tutte dimostrazioni di un odio radicato che parte dell’Islam prova nei confronti dell’Occidente.

Un odio che oggi viene diffuso velocemente grazie ai social network: documentandosi qua e là sul web e venendo a contatto con cellule radicali, è più facile per un comune cittadino farsi persuadere dalla bontà della causa jihadista. Ecco che quindi la propaganda estremista si avvale a pieno di queste nuove piattaforme, dipingendo l’Occidente come il responsabile del degrado mondiale e delle sofferenze inferte alle popolazioni musulmane in Medio Oriente e in Africa. Eppure, non bisogna dimenticare che, nella maggior parte dei casi, questo tipo di propaganda anticolonialista e terzomondista trova un terreno fertile grazie alle tragiche condizioni di arretratezza tribale in cui vivono le masse che la ascoltano, spesso colpite da fame e povertà: ricordiamoci che più di un miliziano dell’IS su due non combatte per ferire l’Occidente, ma per garantire una vita dignitosa e tranquilla ai suoi familiari.

L’opera di demonizzazione fatta dai vertici dei movimenti estremisti è poi resa ancor più facile dal comportamento degli stessi paesi occidentali, Stati Uniti in primis. Ormai è da più di dieci anni che il mondo mediorientale si trova occupato dagli eserciti portatori di democrazia dell’Occidente e il numero di vittime causate dalle guerre in Afghanistan, in Siria e in Iraq, una buona parte delle quali donne e bambini, è spropositato. Proprio il sangue versato da siriani, afghani e iracheni è divenuto l’arma principale della propaganda jihadista, che inevitabilmente sfrutta gli attacchi militari europei e americani per scagliare la rabbia delle popolazioni contro un nemico reale, forte e ben identificato. Non che i conflitti in Medio Oriente siano una novità post-11 settembre, ma senza dubbio la politica aggressiva dell’amministrazione Bush, seguita a ruota da numerosi Stati europei, ha contribuito a destabilizzare ulteriormente uno scenario già colmo di conflitti etnici e religiosi. L’essere intervenuti militarmente in Afghanistan, Iraq e Siria (dove, per ora, si svolgono solamente raid aerei), ha fornito alle cellule jihadiste ciò che stavano aspettando da tempo: un nemico tangibile e presente sul territorio su cui scaricare la colpa delle disgrazie locali.

Tutti questi elementi inducono ad affermare che lo scontro di civiltà di cui si è tanto scritto e parlato senza dubbio esiste, ma non è uno scontro a tutto campo, che coinvolge le civiltà occidentale e islamica nella loro interezza; è, invece, uno scontro che appartiene soltanto alle frange estremiste e disinformate di queste civiltà, che tentano di diffondere un’immagine negativa del rispettivo nemico, arrivando ad identificare nell’ “occidentale” e nel “musulmano” il simbolo delle proprie paure: così come un fedele dell’Islam potrebbe facilmente vedere nel cristiano europeo o americano un demone colonialista e avido, così il cristiano occidentale è portato a definire tutti i musulmani come terroristi o individui pericolosi per la sua sicurezza, stereotipandoli. In contesti tradizionalisti, conservatori e sordi al messaggio della globalizzazione, la religione diventa spesso uno strumento per giustificare violenze che, se perpetrate con continuità, non portano altro che nuove violenze: mentre nel mondo islamico è proprio il credo religioso ad accecare la ragione, nel mondo occidentale, oggi più laico e agnostico, sono la xenofobia, la disinformazione e i preconcetti a svolgere questo compito.

Esiste però, da entrambe le parti, anche una grande maggioranza che vive il contatto tra Oriente ed Occidente come un forma di scambio, di sostegno e arricchimento reciproco. Il contributo dell’Islam moderato sarà fondamentale in futuro per contenere le spinte radicali presenti nel mondo musulmano, ma anche le democrazie d’Europa e d’America dovranno rivedere il loro modo di osservarlo e comprenderlo, contribuendo così alla realizzazione di un grande incontro di civiltà.

Filippo Malinverno

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Foto: euronews.com

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