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Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/15 – La questione energetica. Il ruolo del Caucaso

By Marco Antollovich

Cap 2: Pedina di un nuovo grande gioco. La questione energetica – Il ruolo del Caucaso

Il ruolo del Caucaso

Come nei secoli passati, il Caucaso continua a rivestire un ruolo geostrategico fondamentale nella nuova corsa all’oro. Sebbene caratterizzata da una perenne e profonda instabilità, le cancellerie europee e statunitensi hanno identificato proprio in quella fascia tra il Mar Caspio e il Mar Nero la testa di ponte verso l’Asia Centrale.

Non bisogna dimenticare che l’embargo che grava sull’Iran lo rende una pedina esterna al nuovo grande gioco energetico; la Russia invece, come già detto precedentemente, controlla già la stragrande maggioranza delle pipeline esistenti in Asia centrale. Si deve inoltre aggiungere che i fermenti indipendentisti di alcune repubbliche russe come la Cecenia costituiscono un problema analogo a quello caucasico.

Il Dagestan e la Cecenia costituivano infatti un passaggio obbligato non solo per i gasdotti e gli oleodotti russi che partono dalle coste del Mar Caspio, ma anche la sola opzione per il trasporto degli idrocarburi azeri, prima che l’Occidente offrisse una via alternativa.

Considerando l’annosa questione del Nagorno Karabakh, un oleodotto che raggiungesse la Turchia via Armenia risultava impossibile da attuare: l’unica soluzione, pertanto, era rappresentata dalla Georgia. Durante la presidenza Shevardnadze il mondo aveva potuto assistere ad un rapido avvicinamento georgiano all’Occidente. Con Saakashvili la Georgia si sarebbe sentita, de facto, parte dell’Occidente, sancendo il definitivo distacco dalla Russia.

Gli investimenti occidentali e il processo di democratizzazione interno avevano reso Tbilisi un partner economico e politico fidato, in grado di attirare capitali esteri sempre maggiori. Le repubbliche secessioniste di Abkhasia e Ossezia del Sud, sebbene ledessero l’integrità territoriale georgiana e creassero notevoli problemi nella politica interna del paese, non costituivano un problema poiché periferiche e complessivamente lontane dal percorso delle future pipeline.

Il primo passo verso la realizzazione di una pipeline al di fuori del territorio russo fu la costruzione di un oleodotto, il Baku – Supsa che, partendo dalla capitale azera, trasportava il petrolio dai giacimenti di Chirag e Guneshi fino al porto georgiano di Supsa sul Mar Nero. La realizzazione di questo progetto fu resa possibile grazie ai fondi del consorzio AIOC. Non bisogna dimenticare la rilevante presenza occidentale nel consorzio che raggiungeva il 60% di quote azionistiche, sommando il 45% delle compagnie americane al 17,12%detenuto dalla BP.

Una quota non trascurabile del 6,75% era stata assegnata inoltre alla TPAO turca, rendendo la partecipazione della Lukoil ( 10%), complessivamente di poco peso.

La partecipazione turca al nuovo grande gioco non si sarebbe limitata alle quote azionistiche dell’AIOC. Grazie ai legami con Georgia e Azerbaigian avrebbe potuto rappresentare un vero e proprio trait-d’union tra il Caucaso e l’Europa.

La creazione di un’asse orizzontale avrebbe reso la Turchia un valido partner economico a livello regionale; il fatto che Istanbul fosse inoltre un membro di non poco peso all’interno dell’Alleanza Atlantica rendeva i risvolti di una cooperazione turco-caucasica maggiormente rilevanti più da un punto di vista politico che economico.

La Turchia si è progressivamente avvicinata molto alla Georgia, corridoio di transito indispensabile per gli idrocarburi del Caspio verso l’Occidente, nell’ottica di evitare Russia e Iran. Istanbul diventerà il primo partner commerciale georgiano nel 2008 e azero nel 2010. La relazione preferenziale con le due Repubbliche Caucasiche ebbe inizio quando, forte dell’appoggio dell’amministrazione Clinton, venne formulato per la prima volta un progetto volto a collegare Baku ad un porto turco, Cheyan, con la finalità di esportare gli idrocarburi del Caspio in Europa.

La realizzazione della pipeline Baku-Tbilisi-Cheyan avrebbe costituito una svolta per le politiche energetiche europee e statunitensi, un successo “per aumentare e diversificare l’offerta energetica mondiale […] la conquista più importante nella politica estera americana del 1999” (J. Zarifian, Les Etats-Unis au Sud Caucase Post-Sovietique, pag. 182).

Il progetto costituiva una vittoria per l’amministrazione Clinton, poiché l’oleodotto avrebbe attraversato soltanto paesi alleati statunitensi, by-passando Armenia, Russia e Iran, ma la realizzazione di questo progetto faraonico risultava tutto fuorché facile da concretizzare: la costruzione della pipeline, terminata nel 2005 e lunga 1.764 km, sarebbe costata gli investitori 3,9 miliardi di dollari. Il pagamento di una cifra tale fu possibile solo grazie ai finanziamenti delle compagnie petrolifere occidentali, de facto padrone dell’oleodotto: più del 30% delle quote apparteneva infatti alla BP, 8,71% alla Staoil norvegese, l’ 8,4% alla Chevron, il 2,5% alla ConocoPhilips e il 2,36% alla Hess, tutte e tre americane.

Le restanti quote spettavano a Italia, Francia, Turchia, Giappone e il 25% alla SOCAR azera (Rispettivamente: Eni 5%, Total 5%, TPAO 6,5%, Impex 2,5%) Sebbene la Georgia non possedesse quote azionistiche e quindi non potesse beneficiare dei dividendi da queste derivanti, si può affermare con certezza che la costruzione del BTC abbia avuto e continui ad avere un impatto positivo sull’economia georgiana, come giustamente analizza l’economista georgiano Vladimir Papava. Lo statista di Tbilisi afferma infatti che si poté assistere a un miglioramento sia a livello micro economico che macro economico. Più precisamente, quattro erano gli obiettivi specifici che la Georgia avrebbe voluto raggiungere grazie al piano di investimenti internazionale:

1. aumento delle entrate e conseguente miglioramento delle capacità economiche del paese;

2. miglioramento del settore agricolo;

3. rilancio della qualità della vita attraverso una modernizzazione delle infrastrutture;

4. aumento dell’ autonomia delle comunità nei programmi di sviluppo sociale.

Per quanto concerne l’aspetto prettamente interno, le tasse di transito derivanti dal passaggio del petrolio azero in territorio georgiano garantivano a Tbilisi un’entrata di 1,86 dollari per tonnellata. La cifra, che potrebbe sembrare irrisoria di primo acchito, ammontava ad un complessivo annuale di 62,5 milioni di dollari all’anno, per un totale di 2,5 miliardi di dollari dilazionato in 40 anni (George Eradze, Mark Hudson, David Jinjolia, et al., “Economic Trends”, Georgian Economic Trends).

L’investimento diretto da parte statunitense, che ebbe inizio a partire dalla prima fase di costruzione dell’oleodotto, ammontò a 514.670 milioni di dollari soltanto in Georgia, creando inoltre 2.750 nuovi posti di lavoro; il tasso di disoccupazione registrò un drastico calo del 33,3%, mentre il Prodotto Interno Lordo aumentò del 6,6%.

Le entrate ottenute grazie al BTC consentirono allo stato georgiano di investire il nuovo patrimonio nella costruzione di infrastrutture, nell’educazione e nel sistema sanitario.

La realizzazione della pipeline ebbe inoltre profonde ripercussioni sul sistema di alleanze che andava formandosi nell’area: Georgia e Azerbaigian si dimostrarono partner fidati e alleati preziosi sia per gli Stati Uniti che per la Turchia. (altro…)

Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO, L.Susic/5

By Luca Susic

Capitolo 1.2.2 della tesi “Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO” (L.Susic)

1.2.2 Petrolio e Gas

Reputo necessario dedicare uno spazio ampio a queste due importanti riserve, che accomunano le tre repubbliche più ricche e che ne influenzano maggiormente non solo lo sviluppo, ma anche l’importanza a livello internazionale. E’ attorno agli idrocarburi che si sta sviluppando un confronto fra grandi Potenze che ricorda da vicino il cosiddetto Grande Gioco, ma da cui differisce per la presenza di tre contendenti che non si affrontano per un dominio territoriale ma per quello puramente energetico.

Di conseguenza, i singoli Stati dell’Asia Centrale si trovano a dover agire in un contesto politico sempre più orientato a controllare le loro risorse e ad impedire che queste finiscano nelle mani di potenze straniere impegnate nella stessa attività.

Dal punto di vista economico, il Kazakistan si pone al vertice della produzione locale di petrolio, con oltre 1.6 milioni di barili al giorno, classificandosi al diciottesimo posto nella graduatoria mondiale, mentre è in continua espansione nel settore del gas naturale, le cui riserve stimate dal governo locale sarebbero l’1,7% del totale disponibile al mondo. Mentre l’oro nero è destinato in buona percentuale all’esportazione, il gas rappresenta il tallone d’Achille del grande Stato centroasiatico, che si è posto come obiettivo di medio periodo quello di poter raggiungere l’autosufficienza energetica in questo campo.

Fino al 2008, infatti, il consumo interno superava la produzione, ma il problema dei rifornimenti persiste poiché le infrastrutture necessarie al trasporto del gas non sono sufficienti a collegare in maniera adeguata i centri di produzione con quelli di consumo. Inoltre il 75% della produzione viene re-iniettata nel suolo per favorire l’estrazione di petrolio.

Al secondo posto di questa classifica, troviamo il Turkmenistan che, nonostante la fame di idrocarburi, riesce ad avere un export in crescita per entrambe le materie di cui sopra, ma che deve risolvere una importante disputa con l’Azerbaijan per il controllo di importanti giacimenti nel Mar Caspio, senza i quali vedrebbe notevolmente ridursi le proprie scorte.

Il paese con le riserve minori è l’Uzbekistan, che non riesce ogni anno ad essere autosufficiente per quanto riguarda il petrolio, ma che è nelle prime venti posizioni al mondo per produzione e vendita di gas naturale. I diversi tassi di crescita ottenuti grazie alla ricchezza del sottosuolo sono anche imputabili alle diverse politiche intraprese dai Presidenti dei vari Stati, che hanno sempre esercitato il monopolio sul settore energetico.

Da un lato Niyazov, che si faceva chiamare Turkmenbashi (padre di tutti i Turkmeni), stabilì un rigido controllo sulle risorse, poiché riteneva di essere il “comandante e capo dei giacimenti di gas del [suo] paese”: egli, diffidando di tutte le compagnie straniere e cercando di ostacolare in qualsiasi modo la loro penetrazione autonoma nel paese, ha autorizzato solo joint ventures fra il Ministero del Petrolio e del Gas e società personalmente selezionate. Nonostante i prestiti concessi da vari enti, come la Japan Export-Import Bank, questa linea non è cambiata sino alla morte del leader, che ha lasciato il Paese con il minor tasso regionale di PIL derivante da attività private.

La situazione è leggermente cambiata a partire dal 2008 quando sono state prese delle misure atte a garantire maggiore trasparenza all’interno del settore estrattivo, apprezzate anche dai mercati esteri che hanno iniziato timidamente ad investire in Turkmenistan, seppur ostacolati dal potere centrale.

Simile è la storia dell’Uzbekistan, anch’esso saldamente in mano ad un leader che non ha mai voluto delegare la gestione degli idrocarburi, nonostante una legislazione teoricamente molto aperta al libero mercato. Islam Karimov ha sempre deciso in maniera discrezionale le sorti delle multinazionali che bussavano alla sue porte: “He made deals at will” ebbe modo di dichiarare un rappresentante della Agip intervistato da Luong e Weinthal.

Il suo comportamento, comunque, ha iniziato a cambiare agli inizi degli anni 2000, con una serie di iniziative volte a rendere meno arbitrario l’accesso alle collaborazioni e permettere un maggiore afflusso di capitali stranieri, essenziali per poter procedere a nuove esplorazioni e a modernizzare strutture altrimenti obsolete. Mentre ciò ha funzionato nel settore del gas che, escludendo il 2009-2010, è in costante crescita per produzione, export e attrazione di investimenti, le cose sono andate diversamente con il petrolio per il quale, a fronte di una richiesta interna costante, la produzione è a livelli inferiori a quelli del 1992.

Migliore è la situazione in Kazakistan, paese che ha saputo attrarre capitale straniero a partire dall’indipendenza, senza però rinunciare al proprio peso negoziale, difeso dalla compagnia di stato KazMunayGaz (KMG), colosso creato nel 2002 che possiede una serie di società controllate impegnate in tutte le fasi dello sfruttamento del sottosuolo, dalla ricerca di nuove riserve alla raffinazione. L’apertura verso l’esterno ha permesso di iniziare l’uso di bacini di recente scoperta, come quello di Tengiz, attualmente gestito dalla TengizChevrOil , che produce da solo 550.000 barili di petrolio al giorno (quasi due volte e mezzo l’output giornaliero del Turkmenistan). La realtà energetica di questo paese è particolarmente rilevante per l’Italia, che risulta essere il primo importatore di oro nero kazako, e rappresenta da sola il 25% del suo mercato estero.

L’elemento comune a tutte queste realtà è la difficoltà che esse incontrano ad esportare i propri idrocarburi, motivo per cui sono costrette a sfruttare pipelines straniere, di solito russe, come è evidente nelle due cartine realizzate dall’EIA (tabella gasdotti, tabella oleodotti; le cartine in questione possono essere facilmente trovate all’indirizzo web: http://www.eia.gov/countries/cab.cfm?fips=TX).

Dalla cartina degli oleodotti è facile notare come tutti i paesi sfruttino prevalentemente oleodotti russi, indispensabili per far arrivare il greggio in Europa. L’alternativa principale è rappresentata dal porto di Baku, utilizzabile come hub energetico da cui far arrivare i prodotti in Turchia. E’ al vaglio anche un sistema di trasporto diretto sotto le acque del Mar Caspio (linea rossa tratteggiata) per collegare direttamente Kazakistan e Azerbaijan.

Maggiormente in difficoltà resta comunque l’Uzbekistan, che può contare solamente su un tratto che collega il Turkmenistan con le linee controllate dal governo di Astana.

Per quanto riguarda il gas (figura gasdotti), invece, il percorso principale è quello del CAC (Central Asia Center Pipeline), che dall’Uzbekistan si dirige a nord verso Orsk, in Russia, e appartiene a Gazprom (compagnia di Stato del Cremlino), che sfrutta tale sistema per trasportare anche gran parte della produzione Kazaka.

Diversa è la situazione del Turkmenistan, che può vantare collegamenti diretti con Iran e Cina, che permettono allo Stato di diversificare maggiormente la propria esportazione. Al fine di aumentare la capacità di vendita, il governo di Ashgabat ha iniziato a progettare una condotta che dovrebbe arrivare sino in India seguendo due possibili varianti, entrambe passanti per Afghanistan e Pakistan. L’irrealizzabilità del piano è dovuta alla scarsa stabilità politica che i due paesi hanno al momento.

Luca Susic

Seguirà 1.2.3 L’Uranio

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