Crimea

NATO VJTF, il nuovo strumento di sicurezza ai confini dell’Alleanza: definizione, utilizzi e percorso addestrativo

NATO_soldiers-of-the-1st-germannetherlands-corps-salute-during-eefh89Il nuovo concetto del VJTF è stato introdotto dall’ultimo summit della Nato che si è tenuto nel Galles lo scorso mese di settembre 2014, prendendo vita dalle tensioni internazionali che hanno caratterizzato le cronache più recenti a partire dalla questione dell’Ucraina e della Crimea, fino alla minaccia islamica dell’ISIS e alla debolezza del fronte mediterraneo minacciato da infiltrazioni terroristiche. Si chiama Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), ed è una forza rapida di immediato impiego considerata una vera e propria punta di lancia della Nato nella gestione delle tensioni ai confini nazionali dei paesi membri, con particolare attenzione all’est europeo.

Di questo nuovo strumento di cui ha deciso di dotarsi l’Alleanza Atlantica si è già parlato in Paola Casoli il Blog, in particolare nell’intervista al generale Massimo Panizzi (link intervista in calce) e all’allora sua brigata italo-francese, che si è formata e addestrata proprio in questa ottica di dispiegamento rapido transnazionale.

Ora riaffrontiamo l’argomento per dare una visione specifica, ma chiara nei termini, di questa novità che ci riguarda molto da vicino, non solo in quanto membri dell’Alleanza Atlantica, in considerazione della complessa esercitazione che il NATO Rapid Deployable Corps-Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona sta per affrontare al NATO Joint Warfare Centre (JWC) di Stavanger, in Novegia: la Trident Jaguar 15, finalizzata alla validazione NATO del comando multinazionale con sede nella caserma Mara alla vigilia di un periodo di standby quale comando di pronto intervento per una Small Joint Operation in ambito internazionale. In questo caso il VJTF pur non essendo parte della TF costituita da NRDC-ITA potrebbe rappresentare, a seconda degli scenari, l’elemento avanzato da rinforzare e sostituire.

Come anticipato, la brigata VJTF è caratterizzata da una capacità rapida di dispiegamento: 48 ore. Può essere composta, nel caso, da 5.000 elementi e costituisce parte della già meglio conosciuta NATO Response Force (NRF), su cui già si è scritto e si scrive (link articoli in calce).

Come la NRF, forza “joint and combined”, cioè complesso interforze (in cui sono armonizzate le componenti terrestre, navale, aerea e delle forze speciali) e multinazionale, che esprime la capacità immediata di risposta dell’Alleanza a una qualsiasi crisi, così anche la VJTF è finalizzata a dimostrare la volontà delle difesa collettiva dell’Alleanza dotandosi di uno strumento immediatamente impiegabile in tempi ristrettissimi e proiettabile verso i confini della NATO.

Official portrait of NATO Secretary General Jens  Stoltenberg“La forza giusta nel posto giusto”, l’ha definita di recente il Segretario Generale della NATO, il norvegese Jens Stoltenberg. Ed è proprio questa la finalità del Readiness Action Plan (RAP) delineato e concordato al summit del Galles, un piano in cui questo nuovo strumento militare entra a far parte a pieno titolo.

Il RAP è la riposta che la NATO ha inteso dare ai più recenti cambiamenti nel settore della sicurezza, soprattutto in relazione a ciò che accade ai confini dei suoi membri orientali e meridionali. Crimea, Ucraina, Repubbliche Baltiche, ISIS e Libia sono solo alcune delle parole chiave che ispirano questo nuovo progetto atlantico. L’obiettivo è garantire la prontezza di una risposta ferma a ogni minaccia alla sicurezza.

Nel RAP sono incluse tutte le misure della NATO a tutela della sicurezza dei paesi membri, compreso un potenziamento della NRF e la creazione, appunto, di questa VJTF, vera e propria “punta di lancia della NATO”.

La VJTF si centra sul comando di una unità a livello di una brigata in condizione di gestire una componente land fino a cinque battaglioni e con le possibilità di essere supportata da adeguati assetti aeronautici navali e di forze speciali. Il livello di prontezza richiesto gli consentirà di dispiegarsi completamente in un periodo di 48 – 72 ore al massimo.

Lo sviluppo e la sperimentazione del concetto VJTF consta di un percorso addestrativo che, assicura la NATO, procede secondo i ritmi prestabiliti. Nel 2016 la nuova forza sarà pienamente operativa così come concepita al summit del Galles.

20150402_150402-spearhead_NATO VJTFNon essendo ancora a pieno regime, dunque, nella VJTF è attualmente la parte terrestre della NRF a fare la funzione di una VJTF ad interim, fornendo la base per lo sviluppo della vera e propria forza VJTF.

Nel 2015 il personale è fornito in prima battuta da Germania, Norvegia e Olanda.

Il 2015 è anche l’anno in cui verrà condotto un intenso programma di esercitazioni e valutazioni del progetto, al fine di implementare il nuovo strumento atlantico entro la fine dell’anno in corso.

La VJTF sarà perciò totalmente operativa dal 2016, in grado di rispondere ovunque e in qualsiasi momento si renda necessario Intanto, a cammino di completamento della formazione e dell’addestramento già cominciato, la VJTF ha già raggiunto una sua capacità, anche se ad interim, e ha cominciato ad affrontare specifiche esercitazioni.

La prima di questa serie è quella che il 4 e 5 marzo scorsi, in Germania, ha visto coinvolto il Comando tedesco-olandese (1st German-Netherlands Corps), componente terrestre in standby nella NRF per tutto il 2015, al suo terzo turno in questo ruolo. Il comando con sede a Muenster ricopre dunque la funzione di Interim VJTF, secondo il concetto spiegato più sopra.

Le prossime esercitazioni si terranno in aprile (alert exercise) e in giugno (deployment exercise).

Leopard_2A6,_PzBtl_WikipediaArticoli correlati:

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Le esercitazioni militari in Paola Casoli il Blog

Fonte: NATO

Foto: NATO; alamy.com; Wikipedia

Bersaglieri, specialità militare unicamente italiana: al 62° raduno nazionale ad Asti è presente l’Esercito con i reparti in armi

L’Esercito Italiano partecipa con propri reparti in armi al 62° raduno dell’Associazione Nazionale Bersaglieri, in corso di svolgimento ad Asti fino a domani, 8 giugno.

Nella tradizionale sfilata a passo di corsa di domani, domenica 8 giugno, i bersaglieri in servizio saranno rappresentati dalla Bandiera di Guerra, la fanfara e una compagnia in armi dell’ 11° reggimento Bersaglieri.

Il Corpo dei Bersaglieri è una specialità dell’Arma di Fanteria e rappresenta l’unica specialità militare unicamente italiana.

Istituito nel 1836 con il compito di svolgere servizio di esplorazione, avanguardia e missioni di carattere ardito, sin dalle origini il Corpo dei Bersaglieri doveva costituire una parte della fanteria leggera.

Una specialità che, grazie alla scelta accurata degli effettivi e al particolare addestramento ed equipaggiamento, univa grande abilità nel tiro, spiccata resistenza allo sforzo fisico, in particolare alla corsa, con l’effetto di una straordinaria mobilità nelle operazioni militari.

Oggi i bersaglieri in servizio sono ordinati in 6 reggimenti e nella prestigiosa brigata Garibaldi, che ha sede a Caserta.

I fanti piumati si sono distinti combattendo su tutti i fronti dando prova di capacità dal Risorgimento ai giorni nostri. Dalle Guerre di Indipendenza alla Breccia di Porta Pia, passando per la lotta contro il brigantaggio fino alle Guerre Mondiali e di Liberazione.

Dopo il secondo conflitto mondiale sono stati impegnati in operazioni di mantenimento della pace in Libano, nel 1982, e nei Balcani, a partire dal 1995. Sono stati i primi a intervenire a Sarajevo nel Natale 1995, in Albania nel 1997, in Kosovo, nel 1999, e in Iraq nel 2003, dove la brigata Bersaglieri ha svolto ben tre cicli operativi, concludendo l’impegno militare italiano nel dicembre 2006.

Più recentemente i bersaglieri sono stati impegnati in Libano e in Afghanistan, dove la brigata Bersaglieri Garibaldi sarà nuovamente impiegata nel corso dei prossimi mesi.

I bersaglieri nelle missioni internazionali hanno sostenuto grandi sacrifici meritando numerosi riconoscimenti collettivi e individuali: lo scorso 7 maggio è stata attribuita la Medaglia d’oro al Valor Militare alla memoria  al maggiore Giuseppe La Rosa,  ufficiale del 3° reggimento Bersaglieri, caduto in Afghanistan l’8 giugno 2013.

La vocazione alle missioni internazionali non è nuova per i fanti piumati: un contingente di bersaglieri partecipò nel 1855 alla spedizione piemontese in Crimea dove prese parte alla battaglia della Cernaia e all’assedio di Sebastopoli a fianco delle truppe anglo-francesi, opposte a quelle russe. Proprio a seguito di quella prima impresa, gli ufficiali dei bersaglieri portano ancora oggi la sciabola curva, con l’elsa dorata e la testa di leone dagli occhi di rubino sull’impugnatura, in ricordo della scimitarra turca utilizzata in Crimea dal generale La Marmora.

La truppa continua ad indossare il fez, caratteristico berretto rosso col pennacchio blu, donato ai bersaglieri dagli Zuavi francesi proprio a seguito di quelle battaglie.

Oltre agli impegni all’estero, in epoca recente, non vanno poi dimenticati i numerosi interventi sul territorio nazionale sia per il controllo del territorio, come l’operazione Strade Sicure, sia in aree colpite da pubbliche calamità, come in occasione del sisma che colpì il Friuli Venezia Giulia nel 1976.

Ampio l’orizzonte dei valori di riferimento di questo Corpo dell’Esercito sintetizzati nel “decalogo”, da sempre punto di riferimento per i bersaglieri d’Italia. Dieci precetti in cui, accanto all’onore al Capo dello Stato, all’Obbedienza e all’onore alla Patria, non mancano i riferimenti al sentimento della famiglia e alla solidarietà tra compagni d’armi. Vengono poi indicati l’esercizio di tiro (da qui “bersaglieri”) e l’attività sportiva, ma anche la fiducia in se stessi, “altissima”, senza mai sfociare nella presunzione, fa sapere il comunicato stampa dell’Esercito Italiano.

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Fonte e foto: stato maggiore Esercito

Ukraine: USA war machine is heating up its motors, 1600 Marines are headed for Kogalniceanu AFB

Giovanni Pallotta in Bucharest

With the southern area of Eastern Europe  causing worry and trepidation for many Chancellor’s offices around the world, and the whispering of so-called political encounters and negotiations (both public and private) have not helped to ease tensions, USA and its Allied war machine are heating up its motors.

If worldwide opinion is fully aware of Russia’s military exercises causing worry and fears, the manoeuvres and exercises by the Allied forces are a well-kept secret. Since the middle of March, in the areas situated near Ukraine, military and air force exercises has been regularly conducted by American, Romanian, Polish and Bulgarian military forces.

The first important military exercise took place in the Black Sea area on March 12th and involved the destroyer USS Truxtun, the warship Queen Mary, escorted by Romanian corvettes, Vice Admiral Eugeiu Rosca and Second Admiral Eustatiu Sebastian, and by the Bulgarian battleship Darzki.

This line-up may appear modest, if we take into consideration the forces that Russia can count upon in its naval base in Sebastopol; where Russia boasts a submarine, a cruiser, two destroyers, two battleships and an air float of 22 Sukhoi 24M and the famous Soviet Sukhoi 24 attack aircraft.

Regardless of this fact, the presence of four naval units from three different nations has evoked upsetting feelings for various reasons. First of all, the Romanian naval base of Constanta, situated 220 nautical miles from Sebastopol has become the departure port of operations. Furthermore and above all, the presence of a task force which includes the American air-craft carrier, George Bush, escorted by destroyers, Roosevelt and Philippine Sea, with 1700 marines and 90 Hornet and Superhornet all placed near the River Bosforo has evoked tension and worries.

Taking into consideration all these factors, one can understand the feelings of extreme anxiety and worry in Russian military and information sectors. These feelings can be summarized in the English foreign affairs journal Russian Global Affairs Director, Mr Fyodor Lukyaov. In a statement to Reuters, Mr Lukyav affirmed that concerning  American provocations, Mr Putin has every reason to be concerned about the Russian float in Sebastopol.

The exercises terminated at the end of March, however the tense situation in the Black Sea area has not been placated. On Sunday, April 13th, Romanian President, Mr Traian Basescu, visited the American destroyer, Donald Cook (which had been patrolling Romanian waters in the Black Sea since April 1st) and declared that he and his country opposed Putin’s political stance. During his visit on board, a Russian attack aircraft, the Sukhoi 24M, circled twelve times at a low altitude causing tension to the personnel on board while counter measures in case of an air raid were activated. Subsequently, this act was condemned harshly by the Pentagon that defined the action as a provocation without precedence and against all military protocol.

If the Black Sea area has been a hot spot during these last few weeks, the situation in the Eastern European skies is not much better. Meanwhile, during the last two weeks of March, American and Polish aviation have been carrying out joint operation actions. If, at the beginning of the crisis in the Crimean area joint operations had been foreseen only for the bombers, the Polish command has now asked for twelve F16s to be sent over. These aircrafts are not only able to respond to air fire, but they can also be used as fighter-bombers and reconnaissance aircraft. Simultaneously, with the end of the operations, the Commander of the American Air Force in Europe has received orders to set up patrols along the borders of Polish, Romanian and Ukrainian air space using planes equipped with Airborne Warning and Control Systems. The decision was confirmed by US Defense Secretary Chuck Hagel during a press conference on 18th April.

The picture that is emerging seems to be quite evident. Some NATO nations and the United States are gearing up to react to whatever scenario may appear on the horizon. On one hand, diplomacy is being used, thus taking on the role of Protectorate of regional order, while on the other the forces are getting ready to show Moscow that in case the stakes get higher, they are ready to take counter measures regarding the whole  area and in a very vast arena. In this “match”, Washington will be aided by its Eastern European allies, in particular Romania and Poland that have realized that they will have the opportunity to play an active role as real regional powers. It is important to remember that the Romanian authorities, in particular, are pressuring the American military forces to maintain a stable and constant presence of NATO forces in Romania, in particular it is important to consider the political efforts made by the former Romanian minister of Foreign Affairs, Mircea Geoana (he was minister in 2004 when Romania joined the NATO).

This pressure received tangible results on March 27th when the American government formally pointed out the need to reinforce American presence in the Air Force base of Kogalniceanu near Constanta. By the end of April, 1600 Marines airborne trained will be sent to the Romanian military base. With this increase of this contingent, an increase in logistic support, particularly, amphibious operation ships are also foreseen. These are all signs that let the reader understand that the game in Eastern Europe is still a long way from being over.

Giovanni Pallotta

See also:

Operativo in Romania l’hub di ingresso e uscita dall’Afghanistan per i militari americani. Sostituisce Manas in Kirgizistan (4 marzo 2014)

Photo credits novinite.com

Ucraina: la reazione dei Balcani, tra Dayton e il ricordo dei bombardamenti della NATO

By Luca Susic

Mentre il mondo guarda con il fiato sospeso agli avvenimento ucraini, alcuni paesi balcanici sono alle prese con uno psicodramma: con chi stare?

Per quanto questa domanda possa sembrare banale o di scarso interesse, visto che in realtà le misure prese non sono poi così dure, in Bosnia, Montenegro e Serbia la gente l’ha presa sul serio. Si sono quindi creati due schieramenti opposti: da una parte i filo-europei che sostengono delle azioni di condanna all’annessione della Crimea e giurano fedeltà a Bruxelles, dall’altra i russofili che non solo si oppongono a iniziative contro il Cremlino, ma lo supportano con decisione.

Ma andiamo con ordine.

Come era prevedibile vista la sua storia recente, uno dei paesi più spaccati al suo interno è  la Bosnia, dove i vari gruppi etnici hanno preso posizioni divergenti. Milorad Dodik, Presidente della Republika Srpska, ha immediatamente espresso vicinanza alla causa Crimeana, sottolineando che non è corretto paragonare quanto sta avvenendo lì con i fatti dell’ex provincia serba del Kosovo, poiché questa ha “illegittimamente dichiarato la propria indipendenza e violato la Carta ONU e la risoluzione 1244”. Egli ha aggiunto che “il referendum in Crimea è  una democratica espressione di volontà popolare” e che intende imparare da quei fatti, monitorando nel contempo anche gli avvenimenti del Veneto, della Scozia e della Catalogna, che rappresentano un’importante esperienza da utilizzare al “momento giusto”. In maniera non troppo velata, quindi, il leader ha ricordato che la soluzione federale della Bosnia va stretta a lui e a molta della sua gente.

Completamente opposta è la situazione nell’altra metà del paese, dove i Bosgnacchi, sostenitori dell’ordine sancito da Dayton, hanno immediatamente espresso la loro contrarietà alle iniziative russe in Ucraina, sottolineando che questi fatti potrebbero rappresentare un grave precedente per il paese. A tal proposito sono molto chiare le dichiarazioni di Senadin Laviċ, presidente della Comunità Culturale Bosgnacca (BZK), secondo cui è “impossibile che in Republika Srpska si arrivi allo stesso scenario della Crimea, in Ucraina”, poiché la “Bosnia è un paese indipendente, sovrano e  indivisibile e come tale riconosciuto nel mondo”.

Una posizione peculiare è stata invece presa da Ivan Vukoja, scrittore e sociologo erzegovese, che, come riportato dal quotidiano Oslobodjenje, sostiene che la creazione di una terza entità federale a maggioranza croata non sia più un tabù. Stando a fonti locali, per mettere (forse) a tacere le velleità secessioniste sono intervenuti anche gli USA che, per bocca della loro Ambasciata a Sarajevo, hanno dichiarato che né gli accordi del 1995 né la Costituzione del paese permettono il diritto di secessione.

Sebbene gli argomenti di cui sopra abbiano potenzialmente la forza di allargare la profonda frattura interna al paese e allontanare ulteriormente i sostenitori di Dayton da coloro i quali detestano tali accordi, al momento non si sono registrate reazioni violente. Ciò è forse dovuto anche al fatto che la Bosnia sta attraversando un momento estremamente critico e che per la prima volta le élite al potere sono apertamente contestate dal popolo.

Più strana è la situazione verificatasi in Montenegro, paese che, fino a pochi giorni fa, sembrava aver adottato (scatenando l’ilarità del web) le sanzioni anti-Russe proposte dall’Unione Europea. La conferma di ciò era arrivata anche dall’agenzia di stampa Tanjug che, basandosi su informazioni provenienti dallo staff di Catherine Ashton, aveva inserito Podgorica nella lista delle capitali extra-UE che avevano seguito Bruxelles. Il 27 marzo, però, il Premier Đukanoviċ, rivolgendosi al Parlamento, ha negato con forza che il suo governo abbia adottato alcuna forma di misura contro il Cremlino, pur ricordando che il paese ha “l’obbligo di seguire l’Unione Europea”. La posizione ambigua del Governo, comunque, riflette il particolare orientamento della classe dirigente, sempre più filo-occidentale. Sebbene storicamente legato alla Russia (“noi e i Russi siamo 200 milioni” è un vecchio detto), infatti, il Montenegro ha intrapreso passi decisi verso l’integrazione europea e la NATO, due realtà dalle quali ora non può distanziarsi in materia di politica estera. A conferma di ciò, lo stato non solo non ha riconosciuto l’esito del referendum, ma ha anche votato favorevolmente alla Risoluzione sull’integrità territoriale dell’Ucraina approvata il 27 marzo scorso dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Come era logico attendersi, però, la posizione più difficile è quella della Serbia, paese maggiormente esposto alle possibili conseguenze della crisi Ucraina e permeato di un forte sentimento filo-russo. Il principale problema è rappresentato dalla spinosa questione del Kosovo,   diventato il caso limite utilizzato da Mosca per dimostrare che gli occidentali, dopo aver riconosciuto addirittura l’indipendenza di Priština, non hanno ragioni per negarla alla Crimea. I serbi, quindi, si sono trovati costretti a riflettere su come esprimersi sull’esito del voto, visto il diffuso timore che convalidare l’esito del referendum organizzato da Sinferopoli e Sebastopoli significherebbe di fatto accettare anche la perdita del Kosovo.  La soluzione trovata per evitare questi dilemmi, però, è stata più semplice del previsto: a livello ufficiale, infatti, il paese non ha preso posizione, poiché, come ha detto il Presidente Nikolić, “non serve che la Serbia entri nelle liti dei grandi”. Sebbene tale decisione sembri la più ovvia, non era in realtà così scontata. Da un lato, infatti, la Serbia sta facendo grandi passi verso l’ingresso nella UE, e quindi deve avvicinarsi alla linea indicata da Bruxelles, dall’altro deve confrontarsi con i grandi aiuti economici provenienti da Mosca che permettono di costruire il South Stream e modernizzare le ferrovie.

Ma al di là di questi aspetti politici ed economici, vi è, secondo me, un altro elemento che ha, suggerito al nuovo Premier Aleksandar Vučić di restare molto prudente in questa fase: il quindicesimo anniversario dei bombardamenti NATO sulla Jugoslavia. I fatti del ’99 sono ancora scolpiti nella mente dei Serbi, che quest’anno hanno ricordato con rinnovato vigore i propri morti. Tutti i principali giornali hanno dedicato ampio spazio al periodo in cui il paese era oggetto di raid mirati organizzati dall’Alleanza Atlantica in risposta alla crisi del Kosovo, facendo riemergere il sentimento patriottico e l’avversione per l’organizzazione. Questo aspetto, poco considerato, è andato a scontrarsi con gli inviti, venuti da più parti, di condannare apertamente le azioni russe, risultando decisivo nel far schierare buona parte dell’opinione pubblica a favore di Mosca. Per quanto banale possa sembrare, un esempio di questa vicinanza è rappresentato dalla grande bandiera russa esposta durante una partita di Eurolega di Basket giocata dalla Stella Rossa di Belgrado contro una squadra di Kiev.

In ogni caso, se al momento il paese è ancora “neutrale”, la responsabilità è in parte anche da attribuire ad alcune affermazioni poco felici di esponenti o ex figure di spicco dell’Alleanza Atlantica. La portavoce della Nato Oana Lungescu, ad esempio, nel giorno in cui iniziavano le celebrazioni in memoria del bombardamento del 1999 sulla Jugoslavia, ha twittato un’immagine controversa (pubblicata in precedenza dalla Ministro per l’Integrazione Europea del Kosovo) in cui campeggiava la scritta “Nato Air. Just do it”, un chiaro richiamo alla missione Allied Force. Come se non bastasse, pochi giorni dopo, come riporta NSPM, il generale in pensione Wesley Clark ha dichiarato che l’intervento di guerra in Serbia ha creato la pace e messo fine a un regime, sottolineando che chi sta con Putin è libero di andare da lui, visto che la “Siberia è enorme e c’è posto per loro [i filorussi]”.

Una presa di posizione interessante è quella dell’Ambasciatore Statunitense a Belgrado Michael Kirby che, come riporta la TV di Stato, durante un’intervista al quotidiano Politika ha suggerito al paese di valutare attentamente la situazione, soprattutto alla luce della posizione nazionale sul tema dell’integrità territoriale. Per quanto possa sembrare strano, quindi, sono proprio gli USA a ricordare alla Serbia l’importanza dell’argomento, sebbene siano stati proprio loro gli sponsor principali  dell’indipendenza del Kosovo.

In conclusione, è bene considerare che un’eventuale fallimento delle trattative in Ucraina potrebbe causare una frattura anche all’interno degli stati balcanici. In ogni caso, anche se la UE e gli USA ne dovessero uscire vincitori, reputo che sia fondamentale evitare di forzare la mano per mutare in breve tempo l’orientamento culturale prevalente. Le forti relazioni tra la Russia e i paesi sopracitati non possono essere cancellate con un semplice colpo di spugna. Il tentativo di farlo comunque, evidenziato dall’insoddisfazione di alcuni rappresentanti occidentali dinanzi alla sostanziale indecisione dei leader locali, rischia di compromettere la stabilità appena raggiunta ed esacerbare il sentimento anti-Europeo presente in alcuni stati.

Luca Susic

Nella foto Reuters fornita dall’autore l’esito della votazione Risoluzione Assemblea Generale: Montenegro sì, Bosnia e Serbia non votano

Transnistria e Ucraina: i dati che nessuno sembra vedere. E quella telefonata scurrile della Tymoshenko

By Marco Antollovich e Luca Susic

Le recenti dichiarazioni di Philip M. Breedlove, NATO Supreme Allied Commander Europe, circa una possibile minaccia russa all’autoproclamata repubblica di Transnistria hanno scosso profondamente i media internazionali, ma soprattutto quelli italiani, che si sono affrettati a riportare la notizia con toni allarmistici. Ad aumentare la preoccupazione ci hanno pensato poi  Andriy Parubiy, secondo il quale Mosca sta ammassando truppe in vista di un’invasione del paese, e la Polonia che, per bocca del portavoce del Ministro della Difesa, ha dichiarato che intende valutare le migliori offerte per rinnovare la sua difesa missilistica.

Concettualmente, tuttavia, affermare che la “Russia minaccia la Transnistria”, come riportato da numerose testate italiane e straniere, sembra essere un controsenso sintomatico della scarsa conoscenza dei trascorsi che hanno visto protagonista Tiraspol negli ultimi vent’anni.

La Transnistria, repubblica de facto indipendente dalla Moldavia dal 2 settembre 1990, vuole essere russa. La popolazione della regione, etnicamente ripartita tra un terzo di moldavi, un terzo di russi e altrettanti ucraini generalmente filorussi e russofoni, ha più volte manifestato la volontà di far parte della Federazione Russa. Già il 17 settembre del 2006 un referendum, tenutosi nell’area, aveva testimoniato che il 98,07% della popolazione era favorevole al ricongiungimento con Mosca. La comunità internazionale, però, non ne aveva accettato l’esito, accusando inoltre Tiraspol di brogli elettorali.

Se il referendum del 2006 ha lasciato l’Occidente complessivamente indifferente, lo stesso non si può dire dell’appello rivolto da Tiraspol al presidente Putin il 16 marzo 2014 in seguito agli avvenimenti di Maidan Nezalezhnosti. Sembra comunque improbabile che il Cremlino entri in guerra per difendere la popolazione russa in Transnistria, considerando che quella sottile striscia di terra che divide Moldavia e Ucraina è stata sostanzialmente ignorata per vent’anni. A conferma di ciò, lo stesso vice primo ministro russo Dimitrj Kozak il 24 marzo ha negato che “il governo abbia discusso una possibile annessione della Transnistria alla Russia”. Il quadro generale, tuttavia, potrebbe essere cambiato in seguito al referendum in Crimea e molti si interrogano su quali potrebbero essere le prossime mosse di Mosca, soprattutto alla luce del fatto che tutta l’Ucraina orientale a grande presenza Russa è in fermento. Se Putin intervenisse in difesa delle popolazioni del sud e dell’est ucraino, spaventate dal nuovo governo e dalle minacce rivolte alle minoranze non etnicamente ucraine, la Transnistria sarebbe solo l’ultimo territorio da annettere per unire tutte le regioni russofone metaforicamente più vicine a Mosca che a Kiev.

Pertanto, rebus sic stantibus, l’interessamento del Cremlino nei confronti della popolazione Transnistria può avere un solo significato immediatamente percepibile: la Moldavia non deve imitare le azioni ucraine. Se così facesse, l’annessione della Transnistria alla Federazione Russa minaccerebbe direttamente l’integrità territoriale di Chisinau, così come è avvenuto in Ucraina con la perdita della Crimea.

A nostro avviso, però, vi è anche un altro elemento che dovrebbe preoccupare  gli stati occidentali, cioè la diffusione della protesta anti-Kiev anche a Odessa, Oblast’ abitato in netta prevalenza da ucraini (62,8% secondo il censimento del 2001), dove nei giorni scorsi migliaia di persone si sono radunate al grido di “Odessa è una città Russa” e “Referendum”. Si tratta di un dato particolarmente significativo poiché mostra che l’insofferenza verso il governo centrale si è estesa anche in zone più lontane dalla Russia e dove la componente russofona è composta in gran parte da cittadini non appartenenti al gruppo etnico russo.

Nonostante le proteste e i richiami alla vicinanza con Mosca siano in continua espansione, il Governo nazionale ha iniziato a utilizzare una retorica più dura e schierata apertamente contro l’imponente vicino. Ne sono la prova le recenti affermazioni di due esponenti chiave dell’élite di Kiev: Julia Tymoschenko e il già citato Andriy Parubiy. Come riporta il Kyiv Post, il 21 marzo, durante un’intervista televisiva, l’ex primo ministro ha sostenuto che i legami con l’Unione Europea saranno uno dei fattori chiave per unire il paese e che in questo momento difficile è quanto mai importante che i cittadini sostengano tutti i partiti al governo (tra i quali vi è anche la criticata Svoboda). Il 23 marzo, inoltre, ha confermato che l’Ucraina si riprenderà presto la Crimea. Come se ciò non bastasse per infiammare gli animi, nella giornata di lunedì 24 la maggior parte dei media russi hanno pubblicato l’audio di una telefonata avvenuta fra la pasionaria della rivoluzione arancione e il parlamentare Nestor Shufrych. Nella registrazione si può sentire la Tymoschenko che, dopo aver inveito contro Putin (dicendosi pronta a “sparare in faccia a questo sacco di m… ”), insulta pesantemente anche i russi di Ucraina, sostenendo che contro di loro debbano essere usate le armi atomiche. La protagonista di queste controverse dichiarazioni ha confermato la veridicità dell’audio, scusandosi però per il linguaggio scurrile, ma accusando i servizi russi di aver manipolato l’ultima parte (quella sulla minoranza russa in Ucraina).

Dal canto suo, invece, l’uomo forte dell’esecutivo si  è concentrato più sul lato muscolare della contesa, evidenziando che le proteste filorusse sono organizzate da “estremisti” e che è importante “to unite against Russian troops that stand near Ukrainian borders from Chernihiv to Donetsk. They have more military forces than Ukraine, but Yanukovych had more riot police”.

Alla luce di ciò, è evidente che queste prese di posizione possono rafforzare la coesione dello schieramento anti-Putin, ma il costo rischia di essere molto alto. I richiami alla UE, alla NATO e alla contrapposizione alla Russia come elementi di unità nazionale, infatti, sono esattamente ciò che incontra la maggiore ostilità delle popolazioni russofile e che le hanno portate a schierarsi contro il nuovo governo. In definitiva, quindi, se il Governo centrale desidera tranquillizzare le regioni “separatiste” questo genere di dichiarazioni non sembrano essere le più efficaci, ma, anzi, rischiano di ampliare la frattura già esistente. Il continuo richiamo all’imminenza della guerra e alla totale responsabilità Russa per un eventuale disastro rischia inoltre di convincere ancor di più la popolazione russofila/russofona che solo Mosca possa difenderli dalla “vendetta” e aggressività dell’Ucraina.

Marco Antollovich e Luca Susic

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By Marco Antollovich

Il 16 marzo si è tenuto in Crimea il referendum sul ritorno della regione ucraina all’interno della Federazione Russa. Uno schiacciante 96,6% dei voti ha confermato la volontà della popolazione russa o russofona e filo-russa di “ritornare a casa”, come affermano numerosi elettori intervistati all’uscita dai seggi elettorali. Le bandiere della Federazione Russa inondano le piazze di Simferopoli e Sebastopoli, rispettivamente capitale della Repubblica autonoma di Crimea e città più popolata, in un clima di festa. I numerosi osservatori internazionali provenienti da 23 paesi (grandi esclusi i rappresentanti di OSCE e CSI) non hanno riscontrato brogli, testimoniando inoltre un clima di apparente tranquillità; le milizie pro-russe, non vengono percepite come una minaccia dalla maggioranza della popolazione. Ciò non vale, tuttavia, per i membri della minoranza ucraina sostenitrice del nuovo governo di Kiev e della comunità tartara che, temendo ripercussioni, hanno già cominciato ad abbandonare la penisola.

Sergey Aksyonov, de facto nuovo leader della regione, si è recato il 17 marzo a Mosca per discutere il processo di annessione alla Federazione Russa. Non si conosce ancora quale sarà il grado di autonomia né il suo status amministrativo, ma La Crimea ritorna sotto l’autorità di Mosca dopo sessant’anni. Il presidente russo Vladimir Putin ne ha riconosciuto l’indipendenza in quanto espressione della volontà della popolazione residente in Crimea e ha siglato con Aksyonov l’accordo per rendere la l’ex Oblast’ Autonomo parte integrante della Federazione, suscitando critiche e sdegno dalle cancellerie Occidentali, sostenitrici dell’integrità territoriale ucraina. Le proteste contro il governo di Kiev stanno dilagando in tutta l’area russofona del paese, da Karkhov a Donetsk, da Zaporože ad Odessa (etnicamente a maggioranza Ucraina, ma russofona all’ 82%), alle porte dell’Europa e ciò spaventa l’Occidente. Il Cremlino risulta il solo ad aver approvato il risultato del referendum: l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno già adottato delle sanzioni economiche come ritorsione nei confronti dell’atteggiamento russo, congelando i depositi esteri e ponendo restrizioni ai visti di 21 personalità russe e ucraine filo-russe. Tra questi l’ex-presidente ucraino Viktor Yanukovich, il vice-primo ministro Dimitry Rogozin e il vice-ammiraglio Alexander Vitko, a capo della Flotta Russa del Mar Nero.

L’azzardo di Putin rischia di costare alla Russia pesanti sanzioni economiche da parte di Europa e Stati Uniti, tra cui l’esclusione dal prossimo vertice del G8, già in programma a Soči, che probabilmente verrà spostato all’Aja. Tuttavia non è la scontata condanna occidentale a preoccupare maggiormente il Cremlino, bensì altre forze da sempre molto più vicine a Mosca: la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 15 marzo in cui veniva dichiarato invalido il futuro referendum in Crimea ha ricevuto 13 voti favorevoli, l’ovvio voto contrario della Federazione Russa e l’astensione della Cina. Pechino si discosta dunque dalla politica del Cremlino, sia forse per i buoni rapporti economici esistenti con l’Ucraina, sia forse per non aprire un secondo vaso di Pandora, dopo il precedente rappresentato dal riconoscimento del Kosovo da parte dell’Occidente, considerando le minacce secessioniste rappresentate dal Tibet e dallo Xinjiang, il Turkestan Orientale. Soltanto Nuova Delhi, vera voce fuori dal coro nel contesto internazionale, fa sapere tramite il consigliere per la sicurezza nazionale Shivshankar Menon che “vi sono in gioco interessi russi legittimi” in Crimea, riporta “The Times of India”.

Almeno per il momento tuttavia, anche il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko e il suo omologo kazako Nursultan Nazarbaev sembrano aver preso le distanze da Mosca: entrambi infatti, sebbene abbiano aderito alla neonata Unione Doganale, non sembrano particolarmente inclini ad appoggiare le decisioni del leader russo. In Bielorussia e Kazakhstan, forse i più fedeli alleati del Cremlino sin dal 1991, sta avvenendo una progressiva apertura verso i mercati e le politiche occidentali; lo stesso presidente Nazerbaev si è proposto come mediatore tra la Russia, l’Unione Europea e gli Stati Uniti. Il presidente Lukashenko invece, ancora totalmente dipendente dalle forniture energetiche russe, ha accolto 6 Sukhoi-27 e 3 aerei da trasporto dell’ aviazione russa nella base di Bobruisk in Bielorussia, sebbene non abbia riconosciuto l’esito del referendum.

E’ chiaro che la Russia stia agendo da sola contro tutti. L’accusa rivolta dalle cancellerie occidentali di non rispettare l’integrità territoriale ucraina si scontra con un altro diritto fondamentale: l’auto-determinazione dei popoli. In realtà le analogie con il Kosovo non sono poche e sembra che il diritto internazionale, in questo caso, sia un diritto a senso unico, poiché gli Stati Uniti hanno rinunciato alla difesa dell’ integrità territoriale serba a vantaggio dei diritti della popolazione kosovara; oggi avviene esattamente il contrario. A mio avviso, tuttavia, il problema maggiore risulta proprio la problematicità insita nella carta giocata da Mosca: l’autodeterminazione dei popoli, usata anche dagli Stati Uniti per intervenire nell’area balcanica, potrebbe destabilizzare la nuova realtà est-europea e centroasiatica venutasi a creare nei vent’anni successivi alla dissoluzione del colosso sovietico. Non a caso infatti anche gli alleati bielorussi e kazaki sono restii a riconoscere l’esito del referendum tenutosi in Crimea: se la Federazione usa le minoranze russe come leva per un espansionismo territoriale al di fuori dei propri confini nei confronti del nuovo governo di Kiev, la Bielorussia potrebbe essere il prossimo bersaglio nel caso in cui la politica di Lukashenko si discostasse da quella del Cremlino. La “Russia Bianca”, ancor più dell’Ucraina, è una nazione divisa tra Russia e Polonia e lo stesso concetto di etnia bielorussa viene giudicata fittizia da alcuni critici e dagli stessi Russi. Lo stesso vale per il Kazakhstan, uno stato che, alla vigilia dello scioglimento dello Unione Sovietica, accoglieva una minoranza russa del 38% in gran parte emigrata, ma tutt’ora molto numerosa: si stima infatti che in territorio kazako siano ancora presenti circa 4 milioni e 500 mila Russi (su una popolazione di meno di 18 milioni di abitanti).

Se la difesa del principio di autodeterminazione della popolazione russa, ma anche russofona, diventasse il cavallo di battaglia del Cremlino, in una rilettura umanitaria e messianica della dottrina Primakov, nemmeno le Repubbliche Baltiche, ormai membri di NATO e Unione Europea, potrebbero sentirsi totalmente al sicuro. Tale percezione della minaccia russa ha spinto infatti le cancellerie baltiche ad acconsentire al dispiegamento di arerei da guerra statunitensi nelle basi lituane e polacche; Polonia e Lituania si sono inoltre appellate all’articolo 4 della Carta Atlantica per convocare una riunione straordinaria della NATO.

Sembra difficile che il Cremlino rinunci definitivamente al suo consuetudinario uso nell’hard power come extrema ratio, ma in questa occasione il soft power espresso attraverso il referendum pare aver disarmato le cancellerie europee e statunitensi. La Russia spaventa perché sta combattendo con le “armi” più care alle democrazie occidentali, come la lotta agli estremisti di destra filo-nazisti del nuovo governo di Kiev e la difesa della volontà della popolazione sulla base dei principi wilsoniani, dell’articolo 1 della Carta Delle Nazioni Unite e dall’ Atto finale di Helsinki del 1975. E’ paradossale che la conferenza di Helsinki, vista un tempo come un grande successo nel tentativo di disgregare i membri del Blocco Orientale dall’interno, ora si possa ritorcere contro i suoi maggiori sostenitori sancendo la riconquista russa dei territori perduti.

Marco Antollovich

Dello stesso autore anche l’analisi sulla situazione della Transnistria:

Transnistria: un conflitto congelato da vent’anni nell’interesse delle grandi potenze e delle élite russe e ucraine, Marco Antollovich (18 marzo 2014)

Foto fornita dall’autore, “Il 16 marzo noi scegliamo: [ nazismo] o [Russia]?”

Ukraine: Mr Putin and the non-presence of Mr Obama, the winning side of international public opinion

The difficulties in being the most powerful man on earth

By Giovanni Pallotta

Today’s international political stage is now dominated by the figure of the President of the Russian Federation, Vladmir Vladimirovic Putin. His power has been written about more than once in various magazines and newspapers, and he was crowned as the most powerful man on Earth by Forbes magazine. All this publicity serves as proof of how much appeal the ex-army colonel of KGB has on international media and political affairs. Meanwhile, the non- presence of the figure of the American President Barack Obama seems to stand out as well. When Obama was elected to his first term in 2008, he was identified as the universal figure of American “rebirth”, hailed as a new “Roosevelt.” Today, however at a distance of only six years, Obama appears at a first glance, much more similar to Jimmy Carter, confused and involved in situations that are bigger than he is.

So, what has happened to Obama since 2008 on the American and international political scene to downcast the President from a leader of New World Order to a weak leader in comparison to the actions taken by his Russian counterpart?

First of all, we must keep in mind the United States internal political situation; the five year period from 2008-2013 in terms of the American economy was the worst since the Great Depression of 1929. Furthermore, the country had to bear two military situations (Iraq and Afghanistan) both inherited from the previous Bush administration with its doctrine of “preventative” attacks.

Obama’s first major intervention regarded setting his nation back on track by concentrating on American economic/work issues, while at the same time trying to gear his nation towards a health system worthy of a developed and modern nation as the United States . As we remember, “Obamacare” angered and infuriated many of the Republicans and Conservatives.

Regarding this aforementioned aspect, the Obama administration has to be considered successful. His administration, succeeded with only one mandate, to turn his nation around and have the USA become once again the locomotive of the world.

Bearing his internal relations success in mind, why is Obama regarded as a basically “weak” leader by the rest of the world? In my opinion for one very simple reason. Often the real role of the American President that is to say the leader of his nation and its citizens is ignored by international public opinion. On the contrary, international public opinion tends to consider the resident of the White House as a sort of “world guardian or keeper,” who has to have among his responsibilities that of maintaining international peace. This opinion could not be more mistaken!! The resident of 1600 Pennsylvania Avenue has only one thing at heart, that is to say the interest of his own nation and its citizens to whom the President is bond. All the rest is Cold War Rhetoric spiced up with Clintonian tones.

For this reason, every sort of criminal act (paid killings and the murder of ethnic groups) carried out by Putin and his administration is casually “not seen”. However if Obama should decide to carry out military retaliation or action, he will be considered as a “hawk” thus supportive of the previous the Bush administration strategy. On the other hand, if the President of the United States should deem not to start upon a risky war operation, then he will be tagged as weak. Whatever Mr. Obama and his administration may decide to do, the choice is not easy and it is not a simple task to be on the winning side of international public opinion.

Giovanni Pallotta

Photo credits: The Sun

Ucraina: alla vigilia dell’atteso referendum shutdown dei siti NATO per presunto “attacco”

Rimane ancora non visibile, a oltre dieci ore dalla comunicazione dell’attacco via twitter da parte della portavoce NATO, Oana Lungesco, il sito NATO dedicato alla difesa da attacchi cyber (NATO Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence, CCDCoE).

Nella notte, si apprende dalla fonte istituzionale, sono stati attaccati più siti collegati alla NATO, senza tuttavia nessun “impatto operativo” e senza che vi sia stato danneggiamento alle banche dati.

Di più non viene detto, se non che si tratta di un “attacco” non meglio specificato. La portavoce Lungescu ha infine assicurato che il sito del CCDCoE è di nuovo visibile, cosa che al momento – oltre dieci ore dopo l’annuncio – a noi non risulta.

I tweet in questa occasione rappresentano un utile esempio di comunicazione di crisi attraverso i social media, ma lasciano comunque un dubbio sulla sicurezza contro gli attacchi hacker di un sito di livello il cui obiettivo è proprio la difesa da ogni cyber attack.

Lo shutdown, inoltre, arriva proprio alla vigilia del referendum (ora in corso di svolgimento) che in Ucraina deciderà le sorti della Crimea: argomento al centro dei colloqui euro-atlantici di questo ultimo periodo.

Fonte: twitter

NATO – Ucraina: in corso riunione urgente del North Atlantic Council a Bruxelles. Tweet del SecGen della NATO

I 28 ambasciatori del Consiglio Atlantico (NAC, North Atlantic Council) sono riuniti a Bruxelles per discutere sul tema dell’Ucraina. Sono stati convocati urgentemente in seguito al peggiorare della situazione e agli ultimi sviluppi nella penisola di Crimea.

A rendere noto il meeting di emergenza è stato il Segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, con un tweet nella tarda serata di ieri, sabato 1° marzo : “Gli alleati NATO si coordinano da vicino sulla grave situazione in Ucraina. Il North Atlantic Council si riunirà domani [oggi, ndr] seguito dalla Commissione NATO-Ucraina” (@AndersFoghR)

Il NAC rappresenta l’organo politico decisionale principale della NATO. Riunisce gli alti rappresentanti degli stati membri per discutere tutte le questioni relative alla politica e alle attività operative che richiedono una decisione collegiale e che riguardano pace, sicurezza e stabilità. Ogni membro ha uguali diritti di espressione e di condivisione, le decisioni vengono assunte all’unanimità.

La Commissione NATO-Ucraina (NUC) è stata stabilita nel 1997 ed è responsabile dello sviluppo della relazione con la NATO e delle attività di cooperazione. Rappresenta il forum di discussione con i membri NATO in rapporto alle tematiche di sicurezza di interesse comune.

Fonte: Twitter, Nato

Foto: @AndersFoghR/Twitter

La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria, A.Miykova/3

By Anna Miykova

Cap 1.2 della tesi “La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria” (Anna Miykova)

Cenni storici

Il Mar Nero era noto già ai popoli e alle culture dell’Antichità che popolavano le sponde orientali del Mar Mediterraneo. I navigatori fenici più impavidi ed esperti visitavano le sue coste e commerciavano con i suoi abitanti. Costoro non lasciarono però traccia o descrizione alcuna né della loro navigazione né del mare.

Le relazioni tra i Paesi del Mar Nero e i Paesi latini, che oggi appaiono se non disinteressati almeno distratti rispetto a questa regione strategica (Mar Nero) del Mediterraneo, nel passato erano intensissime in entrambe le direzioni. Il clima marino molto più mite del Baltico e meno torrido di quello adriatico o mediterraneo attirò infatti i commercianti Greci, che circa 2.700 anni fa costruirono la prima città sul Mar Nero, Histria e poi Tomis (oggi Constanta, dove fu esiliato il poeta Ovidio) e Callatis (ora Mangalia).

Nell’VIII secolo a.C. i Greci furono i primi ad avventurarsi più in profondità sulle sue coste e le colonizzarono. Una descrizione dettagliata delle loro scoperte geografiche fu redatta da Erodoto (storico greco del V sec. a.C., ‘Ηρόδοτος, Herodotos, nacque ad Alicarnasso, 484 a.C. e morì a Thurii attorno al 425 a.C.; famoso per aver descritto paesi e persone da lui conosciute in numerosi viaggi), il quale sulla base del vasto materiale geografico che raccolse nei suoi viaggi e contenuto nella sua “Istoria”, può a ragione essere definito non solo il padre della storia ma anche della geografia. A quell’epoca, la potenza marittima dei Greci si era già sviluppata e cresceva rapidamente. In continua comunicazione con l’Asia Minore, i principali centri mercantili dell’epoca furono Efeso e Mileto, e l’Italia meridionale, le coste di quei paesi e delle isole vicine si erano popolate di colonie, e i Greci avevano già fondato insediamenti sulle coste dell’Egitto e della Spagna.

Erano penetrati in Persia e Siria fino a spingersi in India. Incoraggiati dai successi delle loro imprese e animati dal desiderio di estendere il commercio – tra il VI e il VII sec. a.C. i greci svolsero il ruolo di mediatori nel commercio tra l’Oriente e la Grecia; in seguito divennero gli intermediari tra Oriente e Occidente -, provarono a dare sempre nuove direzioni alle loro migrazioni. Così il Mar Nero attirò ben presto la loro attenzione, poiché offriva maggiori vantaggi per il commercio. La navigazione – non essendo particolarmente pericolosa nei mesi estivi – non esigeva grandi imbarcazioni; il tragitto dalla Grecia alle rive più lontane richiedeva poco tempo; il carattere stesso del litorale e la configurazione delle sue rive, disseminate di baie, anfratti e insenature, favorivano l’insediamento di colonie.

Il dominio dei Cimmeri per mare e su terra stava concludendosi e ciò fu il segnale della partenza dei Greci. In un lasso di tempo relativamente breve un’immensità di colonie e di porti punteggiarono la coste del Mar Nero, la maggioranza dei quali fu opera dei Milesi. “Allora questo mare perse il suo antico nome di inospitale per prendere quello di ospitale”. Essi inviarono dapprima alcuni coloni verso le rive settentrionali, poi nell’anno 634 eressero la città Tira. Due anni più tardi, Sinope, distrutta dai Cimmeri, fu ricostruita da questi abili mercanti, la cui sagacia segnò il brillante destino di quella città. Nello stesso anno un’altra colonia si insediò sulle rive meridionali e fondò Amiso; Apollonia fu fondata nel 609; Odessa nel 572. Infine, una volta preso l’avvio, questo movimento di colonizzazione delle rive del Mar Nero non si interruppe più.

I Cimmeri (gr. Κιμμέριοι) erano un’antica popolazione, forse tracia, nell’VIII sec. a.C. invase l’Asia Minore portando devastazione, finché verso il VII sec. a.C. fu scacciata dal re Aliatte di Lidia. Dai Cimmeri prende il nome la Crimea, un tempo nota come Cimmeria, dove essi si stanziarono. In archeologia sono designati come un insieme di tribù, probabilmente affini agli iranici delle steppe, che come narra Erodoto furono scacciate dagli Sciti dalla loro primitiva sede a nord del Mar Nero. Pare che la parte occidentale sia confluita nei Traci, mentre altri devastarono l’Anatolia ed il Vicino Oriente dalla metà del VIII al VII secolo a.C. ed infine furono sconfitti dagli Assiri. Vengono citati nelle cronache tardo assire con il nome di Gimirrai, essendo menzionati insieme agli Ashguzai, probabilmente gli Sciti o Saci. È anche possibile che siano menzionati nell’Antico Testamento, nella tavola delle nazioni con il nome di Gomer, discendente di Jafet. Gli Assiri percepivano una qualche affinità tra i Saci e i Cimmeri ed infatti chiamavano questi ultimi anche col nome di Saci Ugutumki, purtroppo dal significato non chiaro. Se ne conoscono tre re: Teushpa, Tugdamme, Sandakshatra. Si può notare che Teushpa e Sandakshatra sono di chiara derivazione iranica.

Dai Cimmeri prende il nome la Crimea, un tempo nota come Cimmeria.

Ai Greci seguirono i Romani che vi costruirono castri, strade e mura di difesa, oltre alla Via militaris di Traiano, che collegava Belgrado a Costantinopoli (Tsarigrad). Dopo la vittoria di Traiano contro i Daci, Apollodoro di Damasco costruì ad Adamclisi il monumento Tropaeum Traiani, simile alla Colonna Traiana. A Bartın si ritrovano i resti di una strada romana, risalente al tempo dell’Imperatore Claudio.

Quando l’imperatore Costantino I decise la costruzione di una nuova capitale per l’Impero, il sito ideale venne individuato in quello di Bisanzio (poi rinominata Costantinopoli), che si trovava al centro di eccellenti vie di comunicazione sia terrestri che marine verso i principali centri dell’Impero, che dominava gli stretti strategici del Bosforo e dei Dardanelli e che, per la sua dislocazione al culmine di una sorta di penisola, risultava facilmente difendibile.

Nel Medioevo arrivarono nel Mar Nero i Genovesi, i Veneziani, i Pisani e altri popoli che ne hanno forgiato l’identità come mare di scambi di merci e culture; i flussi andavano dall’Italia al Mar Nero che, aperto ai Genovesi dopo il trattato di Ninfeo del 1261, era divenuto in pochi anni uno dei principali centri del traffico internazionale. Ai porti della costa settentrionale giungevano i prodotti e le mercanzie delle regioni circostanti, che vi arrivavano attraverso la via fluviale del Volga e di Sarai, nonché quelle dell’Asia centrale e del Catai che vi giungevano attraverso l’itinerario del Caucaso e del Caspio.

L’emporio principale del Mar Nero divenne Caffa, fondata dai Genovesi nel 1266, e assurta subito ad una prosperità superiore a quella di tutti i porti concorrenti. Caffa (oggi Feodosia), per circa due secoli è stata una delle più importanti città del Mediterraneo, arrivando anche demograficamente ai livelli di Bisanzio. Ciò fu dovuto in prevalenza ai Genovesi, che sfruttarono la posizione strategica del suo porto sulla grande via commerciale tra il lontano Oriente ed Occidente europeo. I Genovesi ottennero dal Khan Mangu-Timur le terre su cui si sviluppò Caffa con la licenza di potervi edificare case e magazzini per le merci.

Da allora nacquero numerose altre colonie genovesi che si svilupparono in tutta la Crimea e la regione arriverà a contare, secondo Murzakevic (Nikolay Murzakevic, Storia delle colonie genovesi in Crimea. Strategie imprenditoriali alla ricerca di nuovi mercati, Sagep, Genova, 1992 7), ben un milione di persone. Nel nord della Turchia, a 80 km da Bolu, nei pressi di Akçakoca, si trovano ancora oggi le rovine di un castello genovese. Transitavano per il porto di Caffa tutte le merci e gli schiavi (di cui Caffa era uno dei principali mercati), e i suoi empori commerciali erano i più ricchi e vivaci del tardo Medioevo, con un declino che inizierà solo con la frammentazione politica dell’Asia Centrale e la conseguente crisi della sicurezza dei trasporti fra il Mar Nero e la Cina.

La colonia, e tutti gli altri insediamenti che per circa 200 anni le orbitano attorno, hanno avuto alterne vicende. Nel maggio del 1308, dopo otto mesi di assedio da parte dei tartari, i Genovesi bruciarono la città fuggendo per mare, per poi tornare non molto tempo dopo con il successore del precedente Khan, favorevole alla loro presenza. Il 1° giugno 1475 con l’invasione turco-ottomana terminò questa parte del mondo coloniale genovese.

I Veneziani, invece, frequentavano Tana, alla foce del Don, già prima del 1269. Più tardi, anche altri Italiani cominciarono la penetrazione nel Mar d’Azov. Le carte nautiche dei primi anni del Trecento segnano un porto pisano sulla costa settentrionale. I Pisani, non potendo sostenere la concorrenza genovese in pieno Mar Nero, si erano infatti insediati in quell’angolo estremo. Sulla costa meridionale del Mar Nero, Trebisonda, sede dell’Imperatore Comneno, aveva la medesima preminenza di Caffa sulla sponda opposta. Sergey Karpov Pavlovic narra come dal XIII al XV secolo, Venezia e Genova pur essendo rivali collaborassero sia a Trebisonda che a Tana. La posizione di Trebisonda era infatti strategica perché punto di partenza per l’Estremo Oriente convergendovi la strada per Tabriz, capitale dell’Impero dei Mongoli Persiani, una via che attraversava tutta l’Asia Minore sboccando nel Mediterraneo.

Il Mar Nero era quindi, già ai tempi della competizione fra Genovesi e Veneziani, un’appendice del Mediterraneo, ma costituiva anche il suo “ponte marittimo” verso l’Asia, un ruolo che non è completamente scomparso, anche se ora è importante quasi solo per fini di strategia militare, per proiettare potenza in Asia.

Nel 1435 quando gli Ottomani occuparono Costantinopoli – e la rinominarono in seguito Istanbul – il Mar Nero fu virtualmente chiuso al traffico marittimo con la chiusura degli stretti, attraversabili solo dietro pagamento di dazi elevatissimi. Solo circa 400 anni dopo, nel 1856, il Trattato di Parigi riaprirà il mare al libero commercio di tutte le nazioni.

In passato il Mar Nero era il terminale dell’antica Via della Seta che collegava l’Europa attraverso il Caucaso e l’Asia Centrale con l’Estremo Oriente, e più precisamente con la Cina.

L’antica Via della Seta era costituita dal reticolo che si sviluppava per circa 8.000 km, fatto di itinerari terrestri, marittimi e fluviali, lungo i quali nell’antichità si erano snodati i commerci tra gli imperi cinesi e l’Occidente. Le vie carovaniere attraversavano l’Asia centrale e il Medio Oriente, collegando Chang’an (oggi Xi’an), in Cina, all’Asia Minore e al Mediterraneo attraverso il Medio Oriente e il Vicino Oriente. Le diramazioni si estendevano poi a est alla Corea e al Giappone e, a Sud, all’India.

Il nome apparve per la prima volta nel 1877, quando il geografo tedesco Ferdinand von Richthofen (1833-1905) pubblicò l’opera Tagebucher aus China. Nell’Introduzione von Richthofen nomina la Seidenstraße, la «Via della seta». La via della seta terrestre si divideva in due fasci di strade, uno settentrionale e uno meridionale. Un ramo della via settentrionale, viaggiava lungo il fiume Oxus (oggi Amu Darya), passava tra Mar Caspio e Aral e raggiungeva la penisola di Crimea nella località detta La Tana. Quindi, attraversando Mar Nero e Mar di Marmara raggiungeva Bisanzio, navigando nell’Egeo settentrionale, nello Ionio e nell’Adriatico arrivava fino a Venezia.

Oggi rappresenta uno dei corridoi di passaggio di TRACECA, il corridoio di trasporto transcontinentale – Transport Corridor Europa Caucassus Asia. Assicura pertanto un collegamento strategico tra l’Asia ed i Balcani, libero da interferenze da parte di autorità statali, ma è anche la via per un gran numero di attività illegali, in particolar modo il contrabbando di droga e armi, dirette verso i mercati clandestini dell’Europa Occidentale; bloccare questo flusso, che è una delle fonti maggiori del benessere, vuoi per i paesi della sponda orientale, vuoi per i Balcani, è ancora una relativamente bassa priorità per i paesi litoranei, nonostante l’interesse e le pressioni dell’UE.

Anna Miykova

Seguirà Il concetto di Wider Black Sea Region

Il post precedente è al link La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria, A.Miykova/2

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