Ettore Mo

Tra boots on the ground e social media: appunti dalla conferenza La Guerra delle Donne, del CME Lombardia

20150306_Palazzo Cusani Milano_Com Mil Esercito Lombardia_conferenza La Guerra delle Donne_IntlHubPiù comunichi e più il tuo messaggio è efficace. Questa affermazione è qualcosa di più, oggi, del dire che se non comunichi non esisti, lo slogan tanto caro alle scuole di comunicazione di oltre dieci anni fa quando la carta stampata era ancora il padrone quasi indiscusso della comunicazione, mentre il principio della condivisione e dell’interazione online era, forse, ancora allo stadio embrionale in Italia.

Con questo concetto dell’efficacia del messaggio, basato sulla condivisione, ho aperto un recente articolo sul mio blog relativo al nuovo sito online del Corpo d’armata di reazione rapida della Nato (Nrdc-Ita), che ha da poco ridisegnato il proprio website implementandolo con i nuovi profili social sull’onda dell’apertura comunicativa manifestata negli ultimi anni dalla Nato nei confronti dei new media.

Conferenza 6 marzo 2015_Invito_smallPartendo da questa considerazione, proprio sulla base dei cambiamenti che hanno investito il mondo della comunicazione facendo affiorare nuovi bisogni e nuove urgenze comunicative in termini di mezzi e contenuti, ho poi impostato un mio recente intervento nell’ambito di una conferenza che si è tenuta a Palazzo Cusani, Milano, venerdì 6 marzo, mettendo a disposizione dell’interessante evento, organizzato dal Comando Militare Esercito Lombardia nel Centenario della Grande Guerra, la mia esperienza di giornalista così come l’ho vissuta nell’ultimo decennio.

L’intento della mia presentazione era esattamente quello di fornire un punto di vista ulteriore, diretto e attivo, quale strumento per accostarsi alla lettura dei cambiamenti avvenuti nel mondo della comunicazione dal 2004 in poi. L’evento di cui ero ospite, infatti, avendo come obiettivo quello di ripercorrere gli ultimi 100 anni della nostra storia con particolare attenzione al lavoro e all’attività delle donne, ha rappresentato la giusta occasione per parlare dell’evoluzione del mondo del giornalismo.

Ho aperto la mia presentazione, “Giornalismo tra boots on the ground e social media. Un’esperienza personale!”, con un riferimento al “giornalismo fatto con la suola delle scarpe”, come indicava il giornalista e militare Egisto Corradi, inviato del Corriere della Sera nel secondo dopoguerra, ponendolo in contrapposizione al mondo dei social media.

Lo stimolo proposto alla platea era quello di individuare un punto di incontro tra i due elementi, riflettendo sulle caratteristiche dell’uno e dell’altro.

Al di là della soluzione trovata, necessariamente soggettiva e sempre certamente dotata di forti e convincenti motivazioni, individuare un punto di incontro in cui il giornalismo tradizionale vada a braccetto con il mondo dei new media rappresenta, di certo, un momento di estrema riflessione

Se da una parte il giornalista garantisce l’accuratezza delle notizie in modo auspicabilmente certo e oggettivo, dall’altra il citizen journalist, questo spettatore occasionale del fatto stesso nel momento in cui avviene, è in grado di fornire un resoconto immediato, essendo nella maggioranza dei casi la fonte diretta.

E non è detto che questo soggetto non possa essere un giornalista, anche se ciò non è né necessario, né sufficiente.

Tralasciando in questa occasione le polemiche sulla professionalità, concentriamoci proprio sulla pluralità di fonti che il citizen journalism è in grado di offrire. Esempio tra tutti in termini di efficacia, grazie anche alla sua costanza nel narrare, è il blog del ragazzo iracheno indicato con il nome di Salam Pax, che nel 2003 ha offerto al mondo la cronaca dei bombardamenti che avvenivano nella sua città durante la terza guerra del Golfo. Esempio più recente è il filmato, anzi, i filmati, perlopiù girati da privati cittadini con i propri smartphone, dell’attacco ai danni del magazine satirico francese Charlie Hebdo. O, ancora, anche se meno recenti ma di sicuro un punto di riferimento mondiale nella rivoluzione dell’utilizzo dei mezzi quali veicolo di comunicazione, i tweet e i post dei ragazzi protagonisti della Primavera araba, che dal Nord Africa hanno affidato alla rete i loro messaggi per l’umanità.

Tutto questo ha rappresentato indubbiamente un cambio nella scelta del vettore dell’informazione, ovvero il mezzo su cui far viaggiare il proprio messaggio. Cambiamento questo così urgente e frenetico da mettere in discussione la figura del giornalista che consuma la suola delle proprie scarpe, incastonandolo in un fulgido passato e togliendogli il privilegio di essere l’unico testimone o relatore di fatti lontani.

I grandi Mo e Terzani, ma prima ancora l’inimitabile Fallaci, hanno pavimentato la strada per gli inviati moderni. Che a loro volta si sono visti sorpassare in termini di tempismo nella pubblicazione dal nuovo esercito di stringer indipendenti.

Quello che conta ora, sospendendo il giudizio che servirebbe solo a una sterile difesa di posizioni ormai anacronistiche, è la velocità e la capillarità dell’informazione che i nuovi mezzi rendono possibile.

Più comunichi e più si diffonde il tuo messaggio, quindi maggiore è la visibilità. E più è ampia la visibilità, maggiore l’interazione. Con tutti i suoi pro e contro!

Il concetto che caratterizza l’attuale mondo dei social media è apparso chiaro non solo al mondo della comunicazione tradizionale, tutte le maggiori testate tradizionali della carta stampata, hanno rapidamente creato redazioni web per far fronte alla terribile caduta di visibilità e di vendite – nonostante il generoso e copioso abbinamento di inserti e regali a ogni edizione – ma anche agli organismi di comunicazione propri dei vari settori istituzionali. La Difesa, visto che qui siamo in argomento, ha provveduto a delineare i propri profili social ampliando la propria audience in misura importante, mentre la Nato ha cominciato a organizzare specifici corsi sui social media, preparandosi a ciò che l’alta visibilità in un settore comunicativo dalle caratteristiche di interattività e immediatezza rende molto probabile: come affrontare e reagire con successo al presentarsi di una crisi comunicativa.

L’attenzione dell’Alleanza Atlantica si concentra profondamente sui social media, analizzando e gestendo comunicazioni e notizie in tempo reale, monitorando all’istante i messaggi e le news che arrivano dal campo. L’articolo di giornale scritto dal prestigioso inviato diventa il pezzo da collezione, ma non più il foraggio quotidiano: il flusso della comunicazione avviene nell’immediatezza dell’online.

Esiste il rovescio della medaglia, ovviamente. Come nei vecchi articoli di carta stampata ci si fidava ciecamente della firma di punta, solo titolare dell’informazione, ora nel nuovo mezzo anche le falsità sono in agguato. Questo pericolo si evidenzia soprattutto con le attività di trolling, vero e proprio caso di contro informazione o di vera e propria contro propaganda.

Pur non volendo entrare nel dettaglio dell’argomento – cosa che invece approfondisco nelle lezioni sulla gestione della crisi comunicativa che riservo agli addetti ai lavori – ritengo, comunque, doveroso fare un riferimento all’ineluttabilità del presentarsi della crisi di comunicazione come fattore caratterizzante del sistema complessivo.

Tale punto è talmente importante che non ho potuto fare a meno di sottolinearlo anche durante il mio intervento di Palazzo Cusani, dove ho colto l’occasione per dimostrare quanto e come la comunicazione sia cambiata.

Il punto chiave è che sono mutati i vettori dell’informazione: si delineano, quindi, nuove sfide che coinvolgono non solo il lettore, ma investono anche l’analista e lo stesso redattore di post e commenti online.

Ciò che maggiormente rappresenta un passo avanti è quanto il concetto cardine della capillarità e della tempestività, che i social media rendono possibile oggigiorno, abbia colpito l’attenzione e quindi sia stato recepito anche a livello delle strutture istituzionali.

In tale contesto di mutamento e di sviluppo della comunicazione nelle sue forme più moderne e attuali, è estremamente positivo che anche una struttura come la Nato si sia resa protagonista mediante l’attuazione di uno specifico progetto di comunicazione. Infatti l’Allied Command Transformation sta sviluppando, già da due anni, un sistema orientato a diffondere la conoscenza dei nuovi mezzi, basato sulla organizzazione e conduzione di attività di training online rivolte a preparare il proprio personale civile e militare all’uso dei nuovi veicoli di comunicazione e sullo svolgimento di simulazioni appositamente predisposte per gestire, durante le sue esercitazioni, l’intero spettro di utilizzo specifico dei social media.

Paola Casoli

Convegno, l’informazione e la nuova Nato

pubblicato da Pagine di Difesa il 7 febbraio 2005

Trasparenza e collaborazione. Questi i concetti cardine evidenziati nel corso dell’incontro “L’informazione e la nuova Nato” tenutosi al Circolo della Stampa di Milano lo scorso 24 gennaio. L’iniziativa – promossa dalla Associazione lombarda dei giornalisti (Alg) con la collaborazione del presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, Franco Abruzzo, e il presidente del Circolo della Stampa, Giuseppe Gallizzi – aveva il duplice obiettivo di evidenziare i problemi relativi ai rapporti tra i media e le istituzioni militari e di definire la trasformazione della Nato dopo la Guerra fredda e l’11/9.

L’attenzione si è concentrata su un tema di particolare attualità visti gli ultimi avvenimenti, quale la libertà di informazione e il ruolo dell’embedded, cioè la figura di giornalista inserito nel reparto militare. “Esistono rischi e per i media ci vuole una cornice di sicurezza” ha affermato il generale di corpo d’armata Mauro Del Vecchio, comandante del Nato Rapid Deployable Corps di Solbiate Olona, intervenuto dopo che il giornalista e scrittore Ettore Mo aveva parlato del rapporto di reciproca fiducia sempre instaurato con i militari nelle aree di guerra. “Se i militari – ha dichiarato Mo – facilitano il nostro compito, allora possiamo raccontare cose interessanti; mi auguro che ci sia sempre collaborazione, come c’è stata con me dal Libano all’Afghanistan”.

“La situazione – ha detto Monica Maggioni, inviata del Tg1 della Rai, in collegamento telefonico da Baghdad – è davvero complicata: non si può uscire e il nostro lavoro ora è diverso da quello che siamo abituati a fare. Dobbiamo stare blindati e tra colleghi ci chiediamo se valga la pena restare”. E a proposito del suo impiego da embedded con le truppe statunitensi in avvicinamento a Baghdad nel 2003, Maggioni ricorda che “il controllo con me era allentato, così ho potuto raccontare molto”.

Le ha fatto eco Toni Capuozzo, inviato del Tg5, che al telefono ha confermato le difficoltà nello svolgere il lavoro di giornalista in una Baghdad in procinto di votare nelle prime elezioni del dopo-Saddam: “Le condizioni di libertà di informazione sono ai minimi termini”. Per un giornalista è frustrante non poter accedere alle informazioni, “ma durante la prima Guerra del Golfo – ricorda Mo – non si poteva uscire e non ho mai visto militari statunitensi morti o feriti”.

Per i militari presenti, che si dichiarano orientati alla trasparenza, è importante creare la cornice di sicurezza agli operatori dell’informazione che vengono inseriti nel contingente. A testimonianza di questo interesse lo scorso mese di novembre si è tenuto a Roma il primo corso per giornalisti inviati in aree di crisi e di guerra organizzato dallo stato maggiore della Difesa e dalla Federazione nazionale della stampa italiana. E’ stato ricordato dall’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, responsabile dell’ufficio generale del capo di stato maggiore della Difesa, con queste parole: “Al ministero della Difesa sentiamo la necessità di trasparenza con i media e per questo intendiamo ripetere l’esperienza fatta per la prima volta lo scorso anno con una trentina di professionisti. Il feed-back della sua utilità ci viene dato dagli stessi utenti”.

A lavori finiti rimane il dilemma se l’embedded sia o meno la soluzione giusta: da una parte il suo ruolo di giornalista appare frustrato in virtù della sicurezza, dall’altra potrebbe rischiare di farsi coinvolgere dallo spirito di corpo della truppa e dalle vicende umane con cui entra in contatto all’interno del contingente. Una simpatia, intesa come sentire comune, che violerebbe l’obiettività dell’informazione.

Dal Vietnam fino alla seconda guerra del Golfo si è potuto assistere a molte trasformazioni della stessa figura dell’embedded. Così come molto è cambiato sullo scenario mondiale e in seno alla stessa Nato, che da struttura difensiva è passata all’idea più allargata di struttura di stabilizzazione per tutte le aree di crisi. “Molto è cambiato nel rapporto tra cittadini e uniformi e mi auguro che i media insistano a parlare di aspetti civili e politici della Nato” ha concluso Maurizio Andriolo, vicepresidente dell’Inpgi e promotore dell’incontro.