Francesco Diella

COMLOG: il gen Figliuolo in visita al Policlinico Celio, “fulcro per il personale militare e riferimento internazionale e interagenzia”

Il Comandante Logistico dell’Esercito, Generale di Corpo d’Armata Francesco Paolo Figliuolo, si è recato in visita al Policlinico Militare di Roma Celio lo scorso 20 novembre, fa sapere con una nota stampa il Comando Logistico (COMLOG) dell’Esercito.

Il Comandante Logistico, accolto dal Direttore del Policlinico Militare, Generale di Divisione Francesco Diella, dopo gli onori di rito e dopo aver visitato alcuni reparti specialistici, ha rivolto a tutto il personale del nosocomio un sentito ringraziamento unitamente ai complimenti per il lavoro svolto e la professionalità dimostrata in ogni circostanza.

Il gen Figliuolo, nel corso dell’attività, ha sottolineato l’importanza del Policlinico Militare quale fulcro dell’assistenza sanitaria per il personale militare sul territorio nazionale e per i teatri operativi e imprescindibile riferimento per la dimensione internazionale e interagenzia assunta dalla Forza Armata, riferisce la nota stampa.

Nella circostanza, il Comandante Logistico dell’Esercito ha voluto soffermarsi sull’importanza del lavoro di squadra per il perseguimento degli obiettivi prefissati e per l’avvio di numerose attività volte a valorizzare le competenze di tutto il personale medico-sanitario del Policlinico attraverso proficue intese e sinergie con il Servizio Sanitario Nazionale e le Università.

Il Policlinico Militare di Roma è la struttura sanitaria per il ricovero e la cura del personale delle Forze Armate in servizio in Patria e all’estero che, oltre a svolgere attività clinico-assistenziali, espleta anche attività di formazione del personale medico, infermieristico e tecnico-sanitario, nonché fornisce personale altamente qualificato per tutte le esigenze sanitarie nelle operazioni internazionali, conclude il COMLOG.

Fonte e foto: COMLOG

COMLOG: l’Ordinario Militare al Dipartimento di Lungodegenza di Anzio benedice la nuova cappella

Sua Eccellenza Monsignor Santo Marcianò, Arcivescovo Ordinario Militare per l’Italia, si è recato in visita al Dipartimento di Lungodegenza di Anzio nella mattinata del 1° giugno scorso, ha fatto sapere con una nota stampa dello stesso giorno il Comando Logistico dell’Esercito (COMLOG).

“Ad accoglierlo, in rappresentanza del Direttore del Policlinico Militare di Roma Celio, Generale di Divisione Francesco Diella, il Brigadier Generale Carlo Catalano, Capo Dipartimento Medicina del Celio, da cui dipende il nosocomio militare di Anzio, e il Colonnello Francesco Maglia, Capo Dipartimento di Lungodegenza”, riferisce in dettaglio il COMLOG.

Nel corso della visita, Monsignor Marcianò ha benedetto la nuova cappella del Dipartimento di Lungodegenza, dove ha celebrato la Santa Messa alla presenza dei degenti e del personale militare e civile.

L’Ordinario Militare, durante la cerimonia, ha rivolto parole di apprezzamento per la sensibilità e la professionalità degli uomini e delle donne del Dipartimento nei confronti dei pazienti ricoverati nella struttura sanitaria.

“La presenza dell’Arcivescovo Marcianò – ha affermato il gen Catalanoè un segno di una vicinanza particolarmente sentita a tutta la Sanità Militare, ai pazienti, ai medici, agli infermieri e a tutti coloro che si adoperano giornalmente nelle corsie”.

Successivamente, Monsignor Marcianò si è recato in visita nel reparto di cura e si è intrattenuto singolarmente con i degenti, rivolgendo a loro parole di conforto e vicinanza.

Prima del commiato, al termine della visita, ha avuto luogo uno scambio di doni simbolici e la tradizionale firma dell’Albo d’Onore.

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Fonte e foto: COMLOG Esercito

 

KFOR, cambio dell’Italian Senior Representative e Capo della Military Civil Advisory Division: il generale Diella cede al collega Cittadella

Ha avuto luogo lo scorso 19 giugno, con valore ufficiale il 21, presso il comando della Kosovo Force (KFOR) di Film City a Pristina l’avvicendamento dell’Italian Senior Representative e Capo della Military Civil Advisory Division (MCAD): il generale Francesco Diella ha ceduto la responsabilità al collega Michele Cittadella.

Il generale Diella è stato per oltre nove mesi la più alta autorità militare italiana in Kosovo e ha diretto le attività della MCAD, unità di KFOR impegnata nel mentoring e nel training della Kosovo Security Force (KSF) per  incrementare le capacità addestrative, operative e logistiche della predetta organizzazione preposta a intervenire in situazioni di emergenza su tutto il territorio kosovaro.

Alla cerimonia, presieduta dal Capo di stato maggiore di KFOR, il generale statunitense Rex Spitler, ha presenziato anche il comandante della KFOR, generale tedesco Erhard Drews, che ha consegnato la medaglia NATO per la partecipazione a operazioni non-article 5 nei Balcani.

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Fonte: stato maggiore Difesa

Foto: stato maggiore Difesa

Kosovo, KFOR: nel motto Together as One, il 2° reggimento Vicenza sostituisce il 21° Trieste al comando del contingente italiano e del Multinational Battle Group West

Si è svolta oggi 15 novembre a Villaggio Italia, a Belo Polje, la cerimonia di passaggio di responsabilità alla guida del contingente italiano e del Multinational Battle Group West della KFOR (Kosovo Force).

Erano presenti alla cerimonia il generale Giorgio Cornacchione, comandante del Comando Operativo di vertice Interforze della Difesa (COI), quale massima autorità militare italiana; il generale tedesco Erhard Drews, comandante della KFOR; il generale Francesco Diella, Italian Senior Rapresentative, oltre ad autorità civili, religiose e militari della NATO.

Il 2° reggimento artiglieria terrestre Vicenza, comandanto dal colonnello Andrea Borzaga, ha sostituito il 21° reggimento artiglieria Trieste agli ordini del colonnello Vincenzo Cipullo.

Per il 2° reggimento artiglieria terrestre Vicenza, che ha tradizioni alpine ed è di stanza a Trento, si tratta della prima missione fuori dal territorio nazionale. Il colonnello Borzaga con i suoi soldati insieme a quelli sloveni, austriaci e svizzeri, continueranno a svolgere i delicati compiti  loro assegnati in aderenza della risoluzione 1244 (1999) delle Nazioni Unite per sostanziare e rendere operativo il motto della KFOR, Together as One.

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Fonte: stato maggiore della Difesa

Foto: stato maggiore della Difesa

Tito Barracks di Sarajevo, una pagina di storia dell’Esercito Italiano

pubblicato da Pagine di Difesa il 16 dicembre 2005

Dal prossimo 15 dicembre i militari del contingente italiano svolteranno a destra appena usciti dall’aeroporto: direzione Butmir. Non più verso la città di Sarajevo percorrendo il viale dei cecchini, dunque, poiché la loro caserma non sarà più la centralissima Tito Barracks. Quella che è stata riconosciuta come la casa degli italiani per dieci anni sta per essere restituita al governo bosniaco.

“Si chiude una pagina di storia dell’Esercito Italiano” commenta il colonnello Francesco Diella, che dal 15 giugno è al comando del 17° reggimento artiglieria contraerei ‘Sforzesca’ di Sabaudia ed è attualmente comandante del contingente italiano in Bosnia. Il 15 dicembre Diella cederà il comando del contingente al colonnello Antonio Rendine, comandante del 7° reggimento bersaglieri di Bari. Da allora il contingente italiano sarà a Camp Butmir, a qualche chilometro dal centro di Sarajevo e dalle due torri commerciali che con i loro led luminosi indicavano ora, data e temperatura ai militari della Tito.

“La Tito consentiva al militare appena arrivato di avere subito un impatto con la città – spiega Diella – e con la parte più significativa di Sarajevo; usciti dall’aeroporto cittadino si svoltava a destra e si percorreva un lungo tratto del viale dei cecchini passando di fianco al fiume Miljacka e ai palazzi scheletriti dell’Onu e del Parlamento”. Il viale dei cecchini, meno noto con il suo nome di via maresciallo Tito, è stato nominato spesso nelle cronache di dieci anni fa. Lì si accaniva l’attività di cecchinaggio contro chiunque lo percorresse nel periodo che va dal 1992 alla primavera del 1996. Era il periodo dell’assedio di Sarajevo e il passaggio dei pedoni sul viale veniva protetto da container e coperte stese sui fili tirati da cassone a cassone.

“La prima immagine che ebbi della città fu proprio quella. La situazione appariva tranquilla, ma la gente era tesa perché il futuro, dopo gli accordi di Dayton che portavano a una suddivisone territoriale non corrispondente alla situazione esistente, era una grande incognita”. Così ricorda il generale di divisione Sandro Santroni, nel 1995 colonnello, a capo di un distaccamento avanzato di una quarantina di uomini: i primi militari del contingente italiano ad arrivare a Sarajevo nell’ambito della missione Nato.

“In realtà – chiarisce Santroni – arrivammo in città alla vigilia del passaggio di responsabilità dall’Onu alla Nato e non mostravamo ancora le nostre insegne dato che ufficialmente c’erano ancora i caschi blu che stavano alla Tito Barracks”. Con Santroni nei primi giorni a Sarajevo c’era anche il suo superiore, il generale di brigata Agostino Pedone, oggi generale di corpo d’armata in pensione.

“Fu proprio ai caschi blu francesi che chiedemmo accoglienza per la notte – continua il generale Santroni – e la Tito fu il nostro primo letto”. Quei primi italiani a Sarajevo rimasero alla Tito una decina di giorni, “il tempo di sistemarci all’hotel Bjokovo a Vogosca, un comune abitato da serbi ma destinato a divenire entità etnica musulmana per effetto degli accordi di Dayton”.

Santroni comandava un distaccamento con mansioni logistiche: “Il nostro compito era trovare alloggio per il grosso del contingente che sarebbe arrivato dall’Italia per la missione Ifor (Implementation Force) della Nato. I militari italiani dovevano sistemarsi sia in area serba che in area musulmana, proprio per garantire l’osservanza degli accordi di Dayton”.

“Si trattava di una missione del tutto nuova – racconta il generale Agostino Pedone – sia perché fu a carico di noi militari la ricerca dei compound e degli alloggi dove sistemare il contingente italiano sia perché la Nato interveniva per la prima volta al di fuori del proprio territorio di giurisdizione e al di fuori del proprio mandato”. Il generale Pedone ricorda le difficoltà dovute al mancato riconoscimento della Republika Srspka da parte del ministero degli Esteri italiano: “Dovevamo andare a firmare tutti i contratti per gli alloggi a Pale, là ogni trattativa veniva filmata dalla televisione serba e riprodotta a Sarajevo”.

Pedone rientrò in Italia dopo i primi giorni e quando a metà gennaio 1996 tornò a Sarajevo fu per andare a comandare un complesso di forze che comprendeva il battaglione logistico e l’ospedale da campo alla Tito Barracks. “Alla Tito si erano installati dei civili bosniaci di etnia musulmana – riferisce il generale riportando un episodio inedito – senza domandare niente a nessuno. Sembrava che non se ne volessero più andare e così ponemmo loro un ultimatum. Era pronto un piano per intervenire con la forza, ma prima dello scadere della mezzanotte del 19 marzo 1996, ora e data dell’ultimatum, se ne andarono”.

“La caserma Tito è diventata un piccolo pezzo di Italia a Sarajevo – ricorda ancora il colonnello Diella, ultimo comandante della casa degli italiani – ed è un punto di riferimento non solo per i cittadini ma anche per tutti gli italiani che lavorano a Sarajevo”. E’ un luogo di lavoro per molti sarajeviti che qui hanno trovato impiego nel settore dei servizi.

Kanita Focak, architetto da otto anni interprete con gli italiani alla Tito, ha visto tutte le trasformazioni che si sono susseguite a Sarajevo e nella caserma. “La Tito fu consegnata al contingente italiano in condizioni pessime: era devastata in quanto presa a bersaglio nel corso della guerra. Oggi la palazzina centrale è utilizzata per scopi culturali in connessione con l’università di Sarajevo”. La caserma subisce ora una nuova trasformazione per uso civile. Il sito “costruito nel 1878 dagli austro-ungarici – dice Kanita – verrà restituito al governo bosniaco entro giugno 2006. La sensazione è che si stia chiudendo una pagina di storia”.