Georgia

Scuola di Applicazione: due ufficiali del CSPCO alla Defence Institution Building School della Georgia

Nell’ambito del contributo che l’Italia ha reso disponibile a favore del Substantial NATO-Georgia Package (SNGP), iniziativa della NATO tesa a incrementare lo sviluppo capacitivo della Georgia nel campo della Difesa, il Centro Studi Post Conflict Operations (CSPCO) del Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito di Torino ha avviato, su mandato dello Stato Maggiore della Difesa e già a partire dal 2017, rapporti diretti con la Defence Institution Building School (DIBs) georgiana per fornire un supporto pedagogico allo sviluppo di corsi di orientamento in materia di stabilizzazione e ricostruzione post-conflittuale, ha fatto sapere la Scuola di Applicazione con un comunicato stampa del 31 maggio scorso.

Nell’ambito di questa collaborazione, si apprende, due Ufficiali del CSPCO sono stati inviati, nel periodo dal 20 al 24 maggio, presso la sede della DIBs in qualità di esperti in materia, in supporto alla terza edizione dello “Stabilization and Reconstruction Orientation Course” (SROC).

Nella giornata inaugurale, fa sapere la Scuola, è intervenuto anche il vicecapo missione dell’Ambasciata d’Italia a Tbilisi, Dott. Stefano Crescenzi.

Il corso ha ricevuto il plauso da parte delle autorità politiche e militari georgiane, conseguendo l’obiettivo di divulgare la conoscenza delle specifiche attività della componente militare tra gli altri dicasteri e, al contempo, di suscitare maggior interesse e stimolare un maggior coinvolgimento del personale civile (governativo e non) nei processi formativi a spiccata valenza interagenzia delle Forze Armate locali. In particolare, il corso ha posto l’accento sulla complessità degli attuali scenari di crisi internazionali, evidenziando la necessità di operare utilizzando un approccio costantemente integrato.

Al termine dell’attività, nel ringraziare gli Ufficiali italiani, la controparte georgiana ha manifestato il proprio vivo apprezzamento nei confronti del contributo didattico fornito dall’Esercito Italiano e, in particolare, dal CSPCO, sottolineando l’importanza di focalizzare gli sforzi su attività di “capacity building” a favore di futuri insegnanti georgiani, confermando la volontà di organizzare, a breve e con il supporto del CSPCO, un seminario orientato ai formatori sul tema della stabilizzazione e ricostruzione post-conflittuale.

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Fonte e foto: Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/16 – Dopo la Rivoluzione delle Rose. L’idea di democraticità

By Marco Antollovich

Cap.3 della tesi Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, di Marco Antollovich. Saakashvili e l’estremizzazione della politica georgiana

Dopo la Rivoluzione delle Rose: la presidenza Saakashvili

L’ultimo anno di presidenza Shevardnadze fu caratterizzato da una politica estera complessivamente più ambigua e sfumata rispetto agli anni precedenti: nel 2003 infatti il presidente georgiano raggiunse una serie di accordi con la Russia volti a ridurre il ruolo delle Nazioni Unite in Abcasia; veniva sancita inoltre la riapertura della ferrovia Tbilisi-Soci e rinnovato l’accordo con Gazprom, riguardo la fornitura di gas da parte russa.

I due leader stabilivano infine una riduzione dei finanziamenti statunitensi da 100 milioni di dollari (nel 2003) a 77 milioni (nel 2004).

Il riavvicinamento a Mosca turbava tuttavia la nuova generazione politica filooccidentale: il gruppo capeggiato da Saakashvili, Zhvania e Burjanaze intravedeva una via d’uscita dell’empasse georgiano solo attraverso una stretta collaborazione con la NATO, con l’Unione Europea e con gli Stati Uniti. Mosca, sebbene non potesse essere trascurata a causa delle sua vicinanza e del peso economico e politico che ancora esercitava nell’area, passava in secondo piano.

La nuova politica di Shevardnadze doveva essere bloccata per permettere alla Georgia di consolidare il processo di occidentalizzazione già avviato e per contenere le spinte centripete che avrebbero potuto rendere la repubblica caucasica un nuovo satellite del Cremlino.

Bisogna inoltre ricordare che nel 2003 il prodotto interno lordo georgiano ammontava a meno di un terzo rispetto a quello del 1990, lo stipendio medio era di circa 50$, circa un milione di persone avevano abbandonato il paese, l’Abcasia e l’Ossezia meridionale costituivano ormai, de facto, una realtà lontana da Tbilisi e la regione autonoma dell’Ajara era governata da un signore locale in conflitto con Shevradnadze (il leader ajaro, Aslan Abashidze, in un primo momento si era posto in contrasto contro Shevardnadze; in seguito grazie a un tacito accordo, Abashidze ebbe il totale controllo della propria regione, non pagando tasse allo stato georgiano e potendo controllare una milizia privata, in cambio dell’ appoggio al presidente georgiano durante le campagne elettorali. Grazie a brogli elettorali – ufficialmente denunciati da molte NGO occidentali – il leader ajaro garantiva sempre un cospicuo numero di voti a Shevardnadze. Verrà poi allontanato durante il mandato di Saakashvili).

Considerando inoltre la scarsa libertà di stampa, le accuse di brogli elettorali e la corruzione dilagante, la Georgia poteva essere considerata, nel 2003, uno Stato fallito sotto ogni punto di vista.

Unendo lo scontento popolare alle ambizioni occidentali di molti politici georgiani, l’ex ministro della difesa Mikail Saakashvili si fece promotore di una serie di proteste pacifiche, conosciute poi come “Rivoluzione delle Rose”, che avrebbero portato, il 22 novembre 2003, alla cacciata di Shevardnadze dal parlamento.

Grazie alla sua lungimiranza politica, l’ex ministro degli esteri sovietico evitò un inutile bagno di sangue, se non addirittura una guerra civile; le dimissioni dell’ex presidente resero Saakashvili il nuovo indiscusso leader georgiano, (sebbene Saakashvili fosse il leader indiscusso, la presidenza ad interim passò a Nino Burjanadze, presidente(ssa) del Parlamento) un personaggio carismatico e acculturato, che aveva studiato a Tbilisi, a Kiev, alla Columbia e alla George Washington University, parlava correttamente il georgiano, il russo, l’inglese, l’ucraino e il francese. Le cancellerie occidentali manifestarono da subito un vivo entusiasmo sia per la correttezza della figura di Shevardnadze, (in realtà la “scelta pacifica” di Shevardnadze era l’ unica scelta possibile: come afferma Lincoln Mitchell in una breve analisi della Rivoluzione delle Rose, “ In realtà Shevardnadze si dimise poiché si rese conto, in fine, della propria debolezza, essendo consapevole del fatto di non poter più controllare né l’ esercito né le forze di sicurezza interna) sia per l’avvento di una democrazia sostenuta direttamente dal popolo, sia per la scelta del nuovo presidente.

La Russia, dal canto suo, auspicava un miglioramento delle relazioni con la nuova amministrazione georgiana.

Colpo di stato o manifestazione della vox populi?

L’ipotesi che il rapido susseguirsi di eventi, culminato il 22 novembre 2003, fosse stato organizzato direttamente dalla CIA non risulta inverosimile. Sebbene manchi una prova certa della partecipazione diretta dell’agenzia americana, i “sintomi” del colpo di stato, per quanto pacifico, sono chiari ed evidenti: la nomina del nuovo ambasciatore Richard Miles a Tbilisi nel 2002 non sembra un evento “casuale”.

“Miles è stato ambasciatore statunitense in Azerbaigian, Serbia e Georgia e in ogni nazione in cui è stato nominato, si è verificato un colpo di stato” (Thomas Goltz, Georgian Diary).

Il grido di liberazione georgiano “Kmara!” sembra riprendere quasi alla lettera l’“Otpor!” serbo dei militanti anti-Milosevich (Otpor, Отпор, letteralmente “resistenza“era un movimento giovanile attivo in Serbia dal 1998 fino al 2003 nato per manifestare un’ opposizione pacifica contro il leader serbo Slobodan Milošević; Kmara, tradotto in inglese con “Enough”, in italiano indicativamente con “[ne abbiamo] abbastanza” è l’analogo movimento georgiano).

Le organizzazioni studentesche promotrici della rivoluzione “dal basso” si erano formate al Liberty Institute di Tbilisi, un’associazione che da sempre gode di cospicui finanziamenti statunitensi. Lo stesso Saakashvili aveva studiato negli stati uniti e poteva contare sull’appoggio di personalità potenti, come il senatore John McCain o George Soros; molti altri ministri, come quello della difesa o dell’energia, avevano studiato in università americane.

D’altra parte, sono molte le dichiarazioni di genuinità del movimento Kmara: lo stesso Zhvania nega una partecipazione diretta di Washington. Sembra addirittura che lo stesso Miles in una conversazione il 21 novembre avesse predetto la disfatta di Saakhasvili, meravigliandosi il giorno seguente di trovare “Misha” leader indiscusso del paese.

Quali furono tuttavia le conseguenze della “Rivoluzione delle Rose” in un’ottica internazionale e perché i rapporti con la Russia degenerarono a tal punto da rendere il conflitto armato del 2008 l’unica soluzione possibile?

Giaidz Minassian sintetizza in cinque punti il successo della rivoluzione:

– l’apparato statale comincia a funzionare

– viene riorganizzato l’esercito

– la volontà popolare viene rispettata per la prima volta

– si pone fine all’ annosa questione Adjara

– vengono normalizzate le relazioni tra Armenia e Georgia.

Sebbene effettivamente la nuova presidenza Saakashvili fosse il risultato della volontà popolare espressa nel novembre 2003, bisogna riconoscere che non vi sarà un radicale cambiamento nella politica interna per quanto riguarda i parametri “democratici”: analizzando gli anni 1999 e 2006 si riscontra un minimo miglioramento della voce “società civile”, mentre si è verificato un peggioramento sotto le voci “processo elettorale”, “indipendenza dei media”, “indipendenza del sistema giudiziario” e “ tasso di corruzione”.

Nessuno dei miglioramenti promessi per trasformare lo stato in una vera e propria democrazia troverà un riscontro pratico: nel 2005 la Georgia sarebbe stata 130° su 157 paesi nell’indice di corruzione, al pari della Cambogia.

L’idea stessa di “democraticità” era sufficiente per ottenere le simpatie dell’Occidente e poter perseguire la propria politica interna. Stando a quanto affermato una volta dal premio nobel Solzenicyn “La Georgia è un impero nano”, un impero in miniatura; la presidenza Saakashvili riportò in auge il concetto di stato forte che sarebbe stato, come lo era stato per Gamsakhurdia, uno dei cavalli di battaglia del nuovo leader. L’aumento delle riserve statali, dovuto ai progetti già avviati e ai nuovi investimenti statunitensi, consentirono di destinare alla difesa 300 milioni di lari, ovvero dieci volte la cifra stanziata dall’ultimo governo Shevardnadze.

Un ammodernamento dell’esercito risultava infatti fondamentale per evidenziare la forza del nuovo stato georgiano per due motivi: dal punto di vista interno, avrebbe reso possibile la riconquista dei territori persi e, dal punto di vista internazionale, avrebbe invece consentito alla Georgia di poter rientrare nei parametri stabiliti dalla NATO.

Marco Antollovich

Seguirà I primi anni di mandato

Il post precedente è al link Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/15 – La questione energetica, il ruolo del Caucaso

Il logo del movimento Kmara è di Wikipedia

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/14 – La questione energetica

By Marco Antollovich

Cap 2: La questione energetica

L’Azerbaigian: una nuova speranza

L’esistenza di giacimenti petroliferi nel bacino del Mar Caspio è nota ormai da secoli. La fuoriuscita spontanea di gas veniva considerata di natura divina. Alexandre Dumas, durante il suo viaggio nel Caucaso, descriveva l’esistenza di veri e propritempli, gli Atashgah, nei quali il gas fuoriusciva e ardeva per combustione spontanea,divenendo fenomeno di culto per gli zoroastriani.

Fu solo nel 1873 che i fratellisvedesi Alfred e Robert Nobel pensarono di sfruttare i giacimenti naturali di Baku,allora nell’Impero Russo, per dar vita a un commercio fiorente con l’Europa. Da allora, le risorse del Mar Caspio avrebbero suscitato un notevole interesse e avrebbero reso il Caucaso un’area di importanza strategica non trascurabile.

Al crollo dell’Unione Sovietica non esistevano gasdotti né oleodotti che potessero approvvigionare i mercati occidentali senza passare attraverso il territorio russo: le repubbliche di Azerbaigian, Kazakhstan e Turkmenistan erano infatti costrette a servirsi delle pipeline già esistenti per rifornire il mercato europeo.

Poiché la costruzione di “vie alternative” sarebbe risultata troppo costosa e politicamente pericolosa per i paesi della CSI, nei primi anni ’90, la Federazione Russa poté sfruttare la dipendenza delle neonate repubbliche per renderle sempre più indissolubilmente legate a sé da un punto di vista economico.

Fu questa politica di asservimento forzato che portò il presidente azero Heydar Aliyev a cercare nell’occidente un partner commerciale che potesse spezzare il legame con Mosca. Solo le grandi compagnie petrolifere americane e inglesi avrebbero infatti potuto fornire agli azeri il know-how e il capitale sufficiente per sfruttare i vasti giacimenti di idrocarburi del Caspio; in tal modo l’Azerbaigian sarebbe potuto diventare un fornitore in concorrenza con Mosca e non un suo dipendente.

E’ necessario tuttavia chiarire da subito che le risorse azere sono state sovrastimate per decenni: quella che si credeva fosse una vera e propria miniera d’oro nero, in realtà, non è che un piccolo attore: le risorse di petrolio azere costituiscono soltanto lo 0,4% del totale, mentre quelle di gas raggiungono lo 0,6% (fonte BP Statistical Review of World Energy, giugno 2012, pag 6; pag 20). Mettendo piede per la prima volta in Azerbaigian dopo il 1917, le industrie petrolifere occidentali intravedevano la possibilità di raggiungere, in un futuro, anche i mercati turkmeno e kazaco, di gran lunga più redditizi rispetto a quello azero.

Il 20 settembre del 1994 venne fondato l’AIOC (Azerbaigian International Oil Corporation), un consorzio internazionale dove Inglesi e Americani diventavano i maggiori azionisti, lasciando i Russi quasi completamente esclusi dal nuovo “bolsh’aya igra” azero (Bolsc’aya Igra, большая игра, non è altro che il corrispettivo russo di “Grande Gioco”).

Una via alternativa: l’isolamento russo

La perdita del controllo di una piccola pedina, quale Baku effettivamente era, da parte della Federazione Russa, avrebbe potuto avere per Mosca conseguenze drammatiche.

Non bisogna dimenticare infatti che le pipeline russe rifornivano monopolisticamente Armenia e Georgia e costituivano la più grande fonte di approvvigionamento di gas per Ucraina, Turchia, Est Europa e soprattutto per l’Unione Europea.

Il rapporto preferenziale che l’Azerbaigian aveva instaurato con l’Occidente sanciva la fine dell’egemonia russa nel mercato degli idrocarburi; il fatto per sé era importante, poiché creava un concorrente nel Caucaso, ma poteva avere conseguenze di gran lunga peggiori.

Il tutto dipendeva dalla disponibilità economica degli investitori occidentali i quali avrebbero dovuto, dopo la nascita dell’ AIOC, stabilire come e in quale quantità trasportare gli idrocarburi azeri nel mercato europeo. In base al successo delle future pipeline nel Caucaso, l’Occidente avrebbe potuto cercare di raggiungere anche la sponda est del Mar Caspio, chiudendo la partita con la Russia sulla “Grande scacchiera”.

Un elemento non trascurabile in questa analisi è rappresentato dal fatto che il 68,8% delle esportazioni russe è costituito dalla vendita di idrocarburi. Più l’Europa cerca di diversificare gli approvvigionamenti coinvolgendo un numero sempre maggiore di attori, più la Russia perde peso dal punto di vista internazionale.

Come già detto, le pipeline russe trasportano sì gas e petrolio prettamente russi, ma rappresentano l’unico mezzo attraverso il quale Kazakhstan e Turkmenistan possono raggiungere l’Europa. Queste due repubbliche dispongono di risorse energetiche sufficienti per mettere in discussione l’egemonia russa nell’Asia Centrale.

Secondo una stima pubblicata sulla BP Statistical Review sull’energia, le riserve petrolifere kazache rappresenterebbero ben l’1,8% del totale mondiale, e l’1% per quanto concerne il gas. Le riserve di gas Turkmene rappresenterebbero invece il 12% del totale, rendendo la repubblica il quarto produttore di gas mondiale.

Un dato che sarebbe opportuno tenere in considerazione è che, “anche calcolato con i prezzi degli anni ’90, la stima complessiva delle riserve di petrolio e gas [nel Mar Caspio] è approssimativamente di 5 mila miliardi di dollari”, il che rende il bacino del Caspio il secondo più ricco al mondo (Alice J. Barnes and Nicholas S. Briggs, The Caspian Oil Reserves, Edge, Inverno 2003, pag 13).

Considerando le immense riserve presenti nell’area, il vuoto lasciato dal crollo dell’Unione Sovietica poteva permettere alle nuove Repubbliche Centro-Asiatiche di creare legami più saldi con nuovi partner economici.

Dall’inizio degli anni ’90 ebbe pertanto inizio una vera e propria “politica delle pipeline”, in base alla quale la costruzione di nuovi oleodotti o gasdotti avrebbe plasmato le nuove direttive delle politiche estere delle neonate repubbliche.

E’ opportuno sottolineare che i cinque maggiori consumatori mondiali di idrocarburi sono Stati Uniti, Unione Europea, Cina, Giappone e India. Considerando che i suddetti stati possiedono soltanto il 3,1% delle riserve petrolifere del pianeta e l’8,4%115 di quelle di gas, è chiaro che la politica energetica sia il fulcro delle relazioni internazionali, sia politiche che economiche, di queste potenze mondiali.

La costruzione di pipeline che riforniscano direttamente i mercati cinesi sfruttando le risorse kazache e turkmene potrebbe lenire la dipendenza di Pechino dalle politiche russe. Allo stesso modo la costruzione di gasdotti e oleodotti che rifornissero i mercati europei, passando attraverso il Caucaso indipendente e la Turchia, costituirebbero una grave minaccia per la politica energetica condotta da Mosca.

La sfida per la costruzione di nuove pipeline avrebbe dunque avuto come obiettivo principale far sì che esse passassero al di fuori della Federazione Russa per tutte le cancellerie occidentali e all’interno, ovviamente, per Mosca.

Ragionando in termini economici, basti pensare che la costruzione della MEP (Main Export Pipeline) fortemente voluta dalla Russia, avrebbe potuto garantirle 5,5 miliardi di dollari di dividendi, 18,4 miliardi di tasse annuali e 900$ milioni di introiti derivati dal passaggio territoriale.

Considerando lo spessore dei potenziali introiti, il controllo delle pivotal areas sarebbe risultato fondamentale dopo la caduta del gigante sovietico.

Marco Antollovich

Seguirà Il ruolo del Caucaso

Il post precedente è al link Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/13 – Gli USA e la Georgia, una democrazia di comodo

Foto: IspiOnline

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/13

By Marco Antollovich

Cap 2: Gli Stati Uniti in Georgia.Una democrazia di comodo

L’occidentalizzazione della Georgia doveva tuttavia avere una base ideologica: la democrazia. Si tratta però di un espediente che molti autori trovano semplicemente funzionale alla politica di espansionismo statunitense e di allargamento della NATO.

Un caloroso discorso di George W. Bush spiegava infatti che: “Dalla Rivoluzione delle Rose nel 2003, il popolo georgiano ha tenuto delle libere elezioni, ha spianato la strada ad una crescita economica e ha costruito le fondamenta per una democrazia prospera”.

Il fatto che uno studio di Reporter Senza Frontiere abbia constatato un peggioramento nella libertà di stampa, facendo slittare la Georgia dal 73° al 93° posto dal 2003 al 2005 e che l’opposizione abbia accusato Saakashvili di clientelarismo, corruzione e autoritarismo è stato a lungo trascurato dalle cancellerie occidentali.

Anche la definizione stessa di “elezioni libere” sembrava stridere con gli avvenimenti reali: il filo-occidentale e democratico Saakhasvili, sebbene fosse stato eletto con una maggioranza quasi bulgara di voti nel 2003 (97,4) anche se in realtà nel 2003 Saakashvili era l’ uomo del momento, un leader carismatico, la figura chiave della “Rivoluzione delle Rose”; mancava in Georgia una vera opposizione, nè un possibile rivale per il futuro presidente, alle presidenziali del 2008 aveva vinto sì alla prima tornata elettorale, ma con un 53,47% di voti, accompagnato da accuse di brogli da molti osservatori internazionali.

Ciò che contava per l’Occidente erano altri avvenimenti, di minor importanza forse, ma che testimoniavano l’esistenza di una Georgia molto vicina all’Europa e agli Stati Uniti: una delle strade più importanti di Tbilisi era stata nominata George W. Bush Avenue in seguito alla visita del presidente nel 2005 e Saakashvili aveva dato inizio alla costruzione del nuovo palazzo presidenziale costruito da un architetto italiano su modello della Casa Bianca a Washington. Il fatto che fosse costato 12 milioni di lari, circa lo 0,2 % dell’intero budget statale non venne nemmeno menzionato.

Nel 2008 i principali partner commerciali di Tbilisi erano ormai tutte potenze regionali che avevano scavalcato la Russia, diminuendo l’influenza che Mosca aveva avuto sulla Georgia di Shevardnadze: Turchia, Azerbaigian, Ucraina e Germania avevano infatti declassato la Russia al quinto posto.

Come sottolinea Julien Zarafiran nel suo testo “Les Etats-Unis au Sud Caucase postsovietique” “Non si è più davvero sicuri che gli Stati Uniti sostengano qui la “democrazia” che trova difficoltà ad affermarsi appieno in Georgia. Loro sostengono piuttosto uno stato, grazie al quale la promozione della democrazia ha permesso un avvicinamento significativo e che è diventato un alleato”.

La decisione americana di adottare una politica di “soft power” nel Caucaso sarà solo il primo passo verso una politica di “hard power”. Come già analizzato precedentemente, il neonato esercito georgiano non era stato in grado di riaffermare lo status quo pre-1989 nelle regioni secessioniste, né tantomeno sarebbe stato in grado di contrastare un attacco russo, nell’eventualità (non troppo remota) in cui gli attriti tra Mosca e Tbilisi fossero degenerati in un conflitto aperto.

Oltre al sostegno economico in aiuto all’ideale democratico, giunsero in Georgia contributi altrettanto generosi per il rafforzamento della Difesa georgiana.

Cosa cercavano gli USA nell’alleato georgiano?

Un esercito forte avrebbe permesso a Saakashvili di ottenere un maggiore consenso interno, facendo leva sulla possibilità di attaccare le due regioni (ormai dichiaratesi indipendenti) e riportarle sotto il controllo di Tbilisi.

La formazione di battaglioni addestrati dalle truppe americane nella lotta contro il terrorismo internazionale avrebbe potuto ridurre le accuse di incompetenza (rivolte dai Russi) dell’esercito georgiano per quanto concerneva il controllo dei confini nella vallata del Pankisi.

I migliori reparti dell’esercito georgiano sarebbero stati mandati in Iraq e Afghanistan, avvicinando sempre più la Georgia alla  NATO.

Un ammodernamento radicale dell’esercito avrebbe implicato un acquisto massiccio di nuovi armamenti statunitensi, israeliani e, in seguito, ucraini.

La Georgia cominciò a ricevere aiuti americani già dal 1994 attraverso l’“International Military Education Training” volto appunto ad addestrare il neonato esercito georgiano, ricevendo 2,5 milioni di dollari dal 1994 al 2001 solo attraverso questo programma. In totale, nello stesso periodo, i fondi americani stanziati per un miglioramento della difesa georgiana ammontano a più di 40 milioni di dollari.

La crisi successiva alla guerra in Cecenia portò gli Stati Uniti a compiere un ulteriore passo: attraverso il “Train and Equip Program”, dal 2002 al 2004, l’invio di istruttori dell’esercito statunitense in Georgia fu accompagnato dalla vendita di autovetture, camion (circa 150), pezzi di ricambio per aerei da guerra, munizioni, carburante, divise e strumentazione radio.

Ben 150 milioni di dollari vennero stanziati in 12 anni attraverso il “Georgia Border Security and Low Enforcement”, una soluzione-escamotage volta ad addestrare le truppe georgiane senza che ciò potesse formalmente costituire una minaccia per Mosca: il programma infatti mirava a rafforzare il controllo sulle regioni di confine a Nord della Georgia, bloccando l’attività di contrabbando transfrontaliera e dichiarando guerra al terrorismo internazionale. Aumentando i controlli nella vallata del Pankisi, Georgia e Russia appianavano le divergenze d’opinione sulla questione cecena, dal momento che Tbilisi stessa si era impegnata a fronteggiare i ribelli ai confini.

Forte dei contributi ricevuti, la Georgia si impegnò, sia con Shevardnadze che con Saakashvili, a partecipare alle missioni NATO, fornendo un contributo non trascurabile.

Nel 1999 la Repubblica Georgiana prende parte alla missione in Kosovo, mettendo a disposizione circa 150 uomini raggruppati in reggimenti tedeschi e turchi. L’impegno si sarebbe fatto progressivamente maggiore durante la guerra in Iraq: dal 2003 al 2008 sarebbero stati impiegati quasi 4000 soldati georgiani, che avrebbero costituito la terza forza numerica dopo Stati Uniti e Regno Unito.

Durante la missione ISAF in Afghanistan lo spazio aereo georgiano venne aperto alla NATO, causando non pochi attriti con la Russia, e Tbilisi firmò il “Partnership Action Plan on Terrorism”, fornendo un contributo ufficiale alla lotta al terrorismo.

Nel 2012 la Georgia sarà il primo paese non NATO, in quanto a numero di soldati in campo, con ben 1685 uomini.

A fronte degli sforzi militari compiuti in supporto delle forze NATO, nel 2005 la Georgia firmò con la NATO un Piano di Azione Individuale (MAP) nella speranza di essere totalmente integrata come membro della struttura Nord Atlantica.

Nonostante la forte pressione degli Stati Uniti, al summit di Bucarest del 2008 né la Georgia né l’Ucraina riuscirono a ottenere il riconoscimento come membri.

Non bisogna trascurare infatti il ruolo di Francia e Germania sia come potenze NATO sia come partner commerciali della Russia. Una presa di posizione troppo marcata, con l’entrata delle due repubbliche all’interno dell’Alleanza, avrebbe potuto compromettere i rapporti con Mosca.

Il fallimento del Summit di Bucarest avrebbe avuto conseguenze dannose sia per la Georgia, che per gli Stati Uniti: un processo di cooperazione economica e militare durato più di un decennio subiva una brusca battuta d’arresto che rischiava di rovinare le relazioni tra i due stati e di lasciare esposta la Georgia, ormai considerata alleato statunitense,a dure ripercussioni russe.

E’ importante considerare che il cambiamento della politica estera russa con Putin rendeva la Georgia un bersaglio vulnerabile: Saakashvili aveva resistito alle pressioni e alle minacce di Mosca dal giorno del sua nomina a presidente, convinto che gli sforzi fatti sarebbero stati premiati con accesso alla NATO come membro e non come partner. Tale accesso avrebbe permesso alla Georgia un intervento deciso contro le repubbliche di Abcasia e Ossezia meridionale volto a tutelare l’integrità della Nazione.

Forte di una protezione dalla NATO, non avrebbe dovuto temere un attacco da parte russa, protettrice dell’indipendenza delle due repubbliche autonome.

Il fallimento di Bucarest creò una doppia complicazione: il mancato intervento contro le repubbliche abcase e sud ossete avrebbe potuto creare una crisi interna e aumentare il dissenso popolare e, al tempo stesso, un intervento avrebbe potuto portare ad un attacco russo volto a difendere le due repubbliche alleate.

Marco Antollovich

Seguirà La questione energetica. L’Azerbaigian: una nuova speranza

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Foto: George W.Bush è di Wikipedia

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/12

By Marco Antollovich

Cap 2: Gli Stati Uniti in Georgia. Il “soft power” statunitense

Il messaggio della politica statunitense era chiaro: nelle zone in cui risulta impossibile un intervento militare in difesa dei propri alleati e dei propri interessi, l’aiuto economico non deve essere considerato meno efficace.

Il “soft power” risultava uno strumento estremamente potente in tutte le ex-Repubbliche sovietiche, forse più desiderose di benessere economico che di tutela militare in un periodo di pace. La Georgia quindi, il cui obiettivo principale era quello di cercare uno sviluppo economico fuori dall’ombra di Mosca, si sarebbe avvicinata sempre più all’Occidente, diventandone partner, ma anche pedina.

La nuova Repubblica Georgiana post-Rivoluzione delle Rose veniva considerata un baluardo di democrazia e libertà in una regione poco conosciuta dal pubblico occidentale. Forte delle sua democraticità, concreta o presunta che fosse, la Georgia vide aumentare l’interesse degli investitori internazionali: un esempio significativo è rappresentato dal fatto che in un anno (dal 2004 al 2005) gli aiuti statunitensi passarono da 84 milioni a 108 milioni di dollari.

Come testimoniato infatti dal segretario di stato Jones al  Congresso nel marzo del 2004 “le rapide riforme democratiche in Georgia meritavano [corsivo dell’autore] un incremento degli aiuti economici statunitensi”.

L’impegno economico dell’Occidente andò a colpire ogni settore della nuova Georgia. Si giunse persino a pagarne interamente lo stipendio del nuovo parlamento: l’argomentazione addotta a giustificare questo bizzarro intervento nella politica interna era ancora una volta la difesa dell’ideale democratico.

Un ministro georgiano durante l’ultimo governo Shevardnadze riceveva infatti uno stipendio mensile di 200 lari (circa 80 euro); tale cifra, considerata troppo bassa per la carica ricoperta, spingeva i parlamentari ad “arrotondare” le entrate intascando ingenti somme di denaro da “businessman” locali sottoforma di mazzette.

Per garantire gli interessi occidentali e contrastare la dilagante corruzione dei funzionari pubblici, la fondazione del multimilionario George Soros (multimilionario statunitense di origine ungherese; attualmente presidente del Soros Fund Management e dell’Open Society Institute ed è anche ex membro del Consiglio di amministrazione del Council on Foreign Relations. Dopo aver sostenuto il movimento polacco “Solidarnosc” e quello cecoslovacco “Charta 77”, ha finanziato, più recentemente, i movimenti rivoluzionari in Ucraina e in Georgia e dei gruppi di opposizione in Bielorussia) si occupò personalmente di retribuire il nuovo parlamento georgiano in modo adeguato: lo stipendio venne alzato a 2.000 lari (800 euro) più 1.000 dollari al mese.

Come constatato da Peter Gahrton: “Tale cifra era più che sufficiente per vivere ad un “livello ministeriale” in un paese dove lo stipendio mensile di un professore universitario non superava i 100 lari (40 euro)”.

Ormai la Georgia era di fatto un’economia di libero mercato e continuava a stimolare gli investitori stranieri: la repubblica Caucasica passò dal 21° al 15° posto sotto la voce “facilità di fare affari” nel 2009 e poté vantare una crescita degli investimenti diretti stranieri del 492,4% dal 2003 al 2007.

Marco Antollovich

Seguirà Gli Stati Uniti in Georgia.Una democrazia di comodo

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Foto George Soros è di georgesoros.com

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/11

By Marco Antollovich

Capitolo Secondo: Georgia, Pedina Di Un Nuovo Grande Gioco. L’allargamento oltre il Mar Nero: gli Stati Uniti in Georgia.

Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica gli Stati Uniti cominciarono a intravedere nel caos che caratterizzò i primi anni ’90 nel Caucaso e nelle neonate Repubbliche Centro-asiatiche la possibilità di creare un nuovo ordine, rimescolando le carte del “Grande gioco”.

La politica di penetrazione statunitense nell’area fu un processo progressivo e calcolato: partendo dal riconoscimento delle repubbliche indipendenti, si passò a una cooperazione economica, politica e infine militare.

Considerando l’iniziale debolezza russa, impegnata in una ridefinizione della propria politica interna, gli Stati Uniti non ebbero difficoltà a ergersi come salvatori delle traballanti economie caucasiche.

Già sotto la presidenza Bush, nel 1992 vennero firmati la “Joint Declaration Relation” e l’“Agreement on Promotion of Invesments” tra Stati Uniti e Georgia.

Durante l’anno seguente, tuttavia, quando il testimone passò a Bill Clinton, il Caucaso cominciò ad acquistare per Washington un peso sempre maggiore.

Bisogna riconoscere, in parte, che le scelte statunitensi si adattarono complessivamente alle scelte già effettuate da Mosca nei rapporti con le Repubbliche Caucasiche: come già analizzato precedentemente, la Federazione Russa aveva garantito un appoggio maggiore all’Armenia durante il conflitto con il vicino Azerbaigian e aveva sostenuto le mire secessionistiche di Abcasia e Ossezia del sud per contrastare il nazionalismo georgiano. Ciò detto, risultò facile per l’amministrazione Clinton creare legami più saldi con l’Azerbaigian e soprattutto con la Georgia, “salvandole” da un isolamento pericoloso.

Pertanto, nel dicembre del 1993 venne ratificato l’“Agreement Concerning the Provision of Training Under the United State International Military education and Training” che diede inizio a una serie di accordi volti a fornire al partner georgiano un aiuto sempre più tecnico e meno umanitario.

L’aiuto statunitense alla democrazia georgiana

La nuova dottrina Clinton, detta anche dell’“Allargamento democratico”, prevedeva il rafforzamento di istituzioni democratiche in stati in processo di formazione, creando conseguentemente le condizioni per la nascita di un sistema di libero mercato su modello occidentale; in questo caso inoltre “la promozione della democrazia” si unisce qui a una volontà affermata di ingrandire la sfera NATO e inglobarvi i paesi provenienti dall’ex blocco comunista”.

A ciò va aggiunta una dichiarazione ancora più esaustiva della posizione statunitense nelle Repubbliche Caucasiche: come affermò Strobe Talbott i punti cardine della nuova dottrina consistevano nel:

sostenere le riforme politiche ed economiche […], operare nell’interesse della sicurezza energetica e favorire l’accesso delle imprese americane ai mercati del Sud Caucaso

La stabilità del Caucaso appare dunque strumentale all’instaurazione di aziende americane in loco e volta a rassicurare gli investitori internazionali della fondatezza dei loro investimenti.

[Va detto che] L’ utilizzo del “soft power” statunitense in Georgia prevedeva un considerevole impegno economico nell’area, anche tramite investitori privati. In questo capitolo, analizzando la tipologia di intervento da parte russa e da parte statunitense, vi è una certa eterogeneità nella descrizione dei metodi utilizzati dalle due potenze. Tale eterogeneità dell’ analisi è dovuta sia a una scelta nella selezione del materiale reperito, sia a un’ effettiva diversità nella metodologia di intervento. Grazie alla trasparenza delle pubblicazioni statunitensi, è stato possibile inserire maggiori dati (prevalentemente di carattere economico) rispetto al paragrafo dedicato alla Russia. Nel suddetto paragrafo le informazioni sono più generiche e meno “statistiche” a causa delle differente modalità d’ azione da parte russa, di carattere politico-militare, piuttosto che economica.

Dopo la Rivoluzione delle Rose, non a caso, gli investimenti stranieri in Georgia aumenteranno considerevolmente, consentendo a Tbilisi di raggiungere tassi di crescita fino al 12% annuo.

La logica che sta alla base di tutto ciò è complessivamente semplice e lineare: gli USA stanziano prima dei fondi con scopi umanitari, poi ne stanziano degli altri volti a un miglioramento dell’economia locale; a questi si aggiungono dei contributi per la difesa e la riforma dell’esercito.

Un investitore occidentale può presumere che, considerando l’ampia portata delle riforme statunitensi in Georgia, sia conveniente investire nel paese. Il fatto che dal 2003 un presidente democraticamente eletto considerasse l’avvicinamento alla NATO e all’Occidente e la lotta alla corruzione obiettivi primari della propria politica in una regione che veniva considerata ancora all’interno dall’Unione Sovietica dall’investitore medio, faceva presumere una potenziale stabilità interna.

Gli investimenti ottenuti consentirono la realizzazione di progetti faraonici (vedi BTC, BTS, BTE) volti a risollevare ulteriormente l’economia georgiana e a favorire gli interessi di Stati Uniti e Unione Europea nell’area. Considerando la mancanza di giacimenti di idrocarburi o di risorse naturali rilevanti, la Georgia poteva offrirsi ai mercati occidentali in due modi: come “corridoio” e come “cuscinetto”.

Entrambe le alternative destavano l’interesse statunitense: come “corridoio”, poiché passaggio forzato del petrolio del Caspio in Europa via Turchia, e come “cuscinetto”, per contenere il neo-espansionismo russo e l’altrettanto pericoloso espansionismo (principalmente economico e culturale) iraniano.

Considerate queste premesse, tra la fine degli anni ’90 e i primi anni del 2000 il contributo economico statunitense alla Georgia avrebbe raggiunto i 180 milioni di dollari all’anno, per un totale di 3,37 miliardi di dollari. Tali fondi venivano stanziati attraverso l’USAID, tutelato dal Freedom Support Act del 1992, e poi grazie alla Millennium Challenge Corporation. La MCC, nata durante l’amministrazione Bush, aveva come obiettivo principale quello di ridurre la povertà attraverso interventi mirati in quei paesi che “già avevano avviato delle politiche volte a favorire la crescita e che rendessero pertanto l’assistenza efficace”.

La Georgia, che aveva dato il via a molte riforme in campo economico e aveva precedentemente ottenuto fondi da altri istituti di credito americani, ricevette dunque un pacchetto “compatto” di 395 milioni di dollari per il miglioramento del sistema stradale, la riabilitazione del gasdotto Nord-Sud, la redistribuzione delle risorse idriche nel territorio e l’agricoltura. Tali fondi saranno accompagnati nel corso degli anni a ulteriori contributi per le spese militari al fine di una possibile candidatura Georgiana alla NATO.

Non si deve inoltre trascurare il fatto che la Georgia assumerà un ruolo sempre più importante per la politica statunitense nel post-11 settembre. La repubblica caucasica avrebbe potuto costituire una vera e propria testa di ponte per la missione ISAF (International Security Assistance Force) fornendo basi militari, piste di atterraggio e porti sul mar Nero.

Tbilisi costituirà, durante la presidenza Saakashvili, il più valido e fedele alleato statunitense nel Caucaso, grazie a un’intensa cooperazione, sia per quanto concerne le tematiche di sicurezza energetica che per quanto concerne la partecipazione militare in Iraq e Afghanistan.

Significativo il fatto che gli Stati Uniti, i quali non vollero o non poterono intervenire durante la “guerra dei cinque giorni” tra Georgia e Russia, stanziarono l’esorbitante cifra di un miliardo di dollari dilazionato in soli due anni alla repubblica caucasica indirizzato alla ricostruzione nelle zone distrutte dall’attacco russo.

Marco Antollovich

Seguirà : Il “soft power” statunitense

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Foto: Bill Clinton (foto d’archivio) è di The Fab Empire

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/10

By Marco Antollovich

Capitolo Secondo: Georgia, pedina di un nuovo grande gioco

La nuova Russia e la politica del “Near Abroad”. L’allontanamento dal Cremlino

Fu proprio questa palese politica neo-imperialista russa che spinse Shevardnadze a svincolarsi il più possibile dal giogo di Mosca. Il 1998 fu l’anno della svolta: il presidente georgiano si dichiarò favorevole alla nascita di un progetto, la “Nuova via della Seta”, che avrebbe modificato gli assetti geostrategici del nuovo secolo.

Già dal 1993 erano state dettate le direttive generali di questo nuovo piano di sviluppo economico, noto anche con il nome di TRACECA, fortemente voluto dall’Unione Europea: i governi di Armenia, Azerbaigian, Georgia, Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Ucraina, Moldavia, Turchia, Bulgaria e Romania manifestavano così la volontà di condividere un progetto di integrazione economica che potesse rilanciarli sul mercato mondiale.

Nel 1998 a Baku venne rettificato il “Basic Multilateral Agreement” e due anni più tardi venne creata a Tbilisi una Commissione Intergovernativa.

Non bisogna inoltre trascurare che nell’ottobre del 1997 era nato un altro progetto, più contenuto negli intenti rispetto alla TRACECA, ma ugualmente importante: tale organizzazione, denominata GUAM (l’organizzazione cambiò il nome in GUUAM dal 1999 al 2005, periodo in cui l’ Uzbekistan aderì come quinto membro), vedeva la partecipazione di Georgia, Ucraina, Azerbaigian e Moldavia in un progetto di cooperazione ristretto volto a sviluppare le relazioni tra i quattro paesi svincolandosi dalle restrizioni della CSI.

Boris Nemstov sottolinea correttamente che la creazione del GUAM non era volta direttamente contro il Cremlino, ma contro “La Russia imperialista e despotica”; una Russia democratica, priva di conflitti con i paesi membri del GUAM, avrebbe una possibilità concreta di far parte dell’organizzazione”.

Bisogna infatti considerare che la Russia continuava a fomentare l’instabilità interna dei quattro paesi membri, sia in modo diretto che indiretto, sostenendo le spinte centrifughe di Abcasia e Ossezia del Sud in Georgia, della Transnistria in Moldavia, del Nagorno Karabakh in Azerbaigian (indiretto) e dei Russi residenti nell’Ucraina orientale e in Crimea.

Un forum di cooperazione regionale, dunque, avrebbe potuto creare maggiori possibilità per i quattro paesi “satelliti” della Federazione Russa che avrebbero costituito una sorta di blocco economico-politico cuscinetto tra la CSI e l’UE.

La presenza dell’Azerbaigian avrebbe inoltre permesso a Georgia e Ucraina di diversificare l’approvvigionamento di idrocarburi, allentando la morsa politica di Gazprom nella regione.

Le ottime relazioni che la Georgia poteva vantare con l’Ucraina, per non parlare del “Tandem Caucasico”azero-georgiano (espressione usata dall’ economista georgiano V.Papava per sottolineare la forte collaborazione economica tra Georgia e Azerbaigian all’ interno del GUAM), resero la Repubblica Georgiana fulcro e mediatore all’interno del GUAM, aumentandone il livello di cooperazione con la Turchia e spingendola sempre più lontana da Mosca.

Questa nuova politica di allontanamento, tuttavia, doveva avere delle basi solide, al fine di evitare un isolamento dannoso e tutto ciò che la Georgia aveva da offrire era la sua posizione strategica.

Durante gli anni della presidenza Shevardnadze, seguita poi da un orientamento ancor più filo-occidentale del suo successore Saakashvili, le tre grandi direttive che costituiranno il fulcro della politica estera georgiana saranno: avvicinamento all’UE, avvicinamento agli Stati Uniti e, come menzionato poco sopra, buon vicinato con Azerbaigian e Turchia.

La costruzione della pipeline Baku-Tiblisi-Cheyan, fortemente voluta da Azerbaigian, Georgia e Turchia, avrebbe sancito un nuovo asse caucasico orizzontale, volto a collegare il Mar Caspio all’Europa.

La Russia, tagliata fuori dal “Nuovo Grande Gioco”, avrebbe risposto con un proprio asse caucasico-verticale russo-armeno-iraniano passante, giocoforza, per Tbilisi. Grazie a ingenti contributi europei vennero lanciati nuovi progetti per la costruzione di gasdotti e oleodotti (BTS e BTE), volti ad avvicinare sempre di più il Caucaso all’Unione Europea: tale strategia era perfettamente conforme ai nuovi programmi sulla sicurezza energetica europea e sull’allargamento dell’Unione verso est. Il vero problema per la Russia non stava nel perdere il controllo economico sia sulla Georgia che sull’Azerbaigian, considerando che i paesi della CSI influiscono sul commercio russo con soltanto il 15%. Il problema era perdere il monopolio sul controllo delle pipeline che dalle Repubbliche Centro-Asiatiche e dalla Russia stessa rifornivano i mercati europei.

Un ulteriore passo verso l’occidente fu il ritiro della Georgia dalla CSTO nel 1999, seguito da una dichiarazione in cui “la Georgia sarebbe entrata a far parte della NATO entro cinque anni”.

La guerra in Cecenia, inoltre, contribuì considerevolmente a esacerbare i rapporti già tesi tra Georgia e Russia. Nel 1999 l’esercito russo era infatti intervenuto nella Repubblica Cecena (all’interno della Federazione Russa), con l’intento di sedarne le mire secessioniste e combattere alcune cellule del terrorismo islamico affiliate ad Al-Qaeda impegnate nella liberazione di Grozny.

Durante il conflitto molti combattenti ceceni si rifugiarono in territorio georgiano, nel Pankisi Gorge (la vallata del Pankisi), attraversando facilmente i mal sorvegliati confini.

Dopo l’11 settembre 2001 e l’intervento americano in Iraq, la Russia si appellò anch’essa all’ art. 51 della Carta delle Nazioni Unite (l’ articolo 51 sancisce il diritto di legittima difesa nel diritto internazionale; spesso si ricorre tuttavia al concetto di “legittima difesa preventiva”, non trattato nell’ articolo 51 e non percepita dalla maggior parte dei giuristi come “consuetudine”. Mancando un attacco diretto georgiano contro la Russia, la richiesta di legittima difesa sarebbe stata inopportuna da parte russa)  per potere intervenire militarmente in Georgia e combattere il terrorismo internazionale.

Tali accuse non erano del tutto infondate: Shevardnadze aveva apertamente negato a Mosca l’estradizione di alcuni ribelli ceceni catturati nella zona del Pankisi, poiché la loro appartenenza ad Al – Qaeda non era comprovata da alcuna evidenza.

In realtà il parallelismo tra ciò che era avvenuto in Abcasia e Ossezia e gli avvenimenti in nel Nord Caucaso di inizio 2000 era fin troppo evidente: la Russia aveva ospitato e apertamente appoggiato guerriglieri sud osseti e abcasi e la Georgia stava ora simpatizzando con i Ceceni in un’ottica antirussa.

Tuttavia la nuova Russia di Putin cominciava a covare ambizioni da grande potenza e da grande potenza agì: alle dichiarazioni georgiane seguirono bombardamenti nel Pankisi. Shevardnadze, pienamente sostenuto da Washington, dichiarò tali attacchi una violazione dell’integrità territoriale della Repubblica. Gli Stati Uniti inviarono pertanto un contingente di 500 unità, composto da forze d’élite, in Georgia con l’intento dichiarato di addestrare l’esercito georgiano alla lotta contro il terrorismo.

Sebbene, come affermò il Ministro della Difesa russo Alexander Kosovan, “la presenza di truppe statunitensi in Georgia dovrebbe allarmare ogni soldato russo”, non seguì alla decisione del Pentagono alcun intervento diretto da Mosca; era ancora troppo presto per un conflitto aperto russo-georgiano. Nell’ottobre del 2002 Shevardnadze si impegnò a consegnare tutti i ribelli catturati, evitando un’escalation che avrebbe avuto per la Georgia conseguenze catastrofiche.

Una politica più ambigua accompagnò gli ultimi mesi della presidenza Shevardnadze. La firma di nuovi accordi con Gazprom, sommati a un parziale allontanamento dagli Stati Uniti, avrebbero dovuto consentire al presidente di riaprire le trattative su Abcasia e Ossezia del sud, grazie a un rinato interesse russo sulla questione. Il fatto che Mosca si dimostrasse disponibile a riaprire le trattative in cambio di accordi commerciali con la Georgia è sintomatico del fatto che la “difesa” russa delle due repubbliche secessioniste fosse solo uno degli strumenti utilizzati dal Cremlino per mettere pressione a Tbilisi.

La forte corruzione e la mancanza di cambiamenti tangibili nella condizione economica del popolo georgiano portarono tuttavia il 23 novembre 2003 alle dimissioni di Shevardnadze a seguito di una rivoluzione pacifica, chiamata “Rivoluzione delle Rose”.

La nuova presidenza Saakhasvili avrebbe portato a un pericoloso avvicinamento alla NATO e all’Occidente e al definitivo scontro con Mosca l’08.08.2008.

Marco Antollovich

Seguirà : L’allargamento oltre il Mar Nero: gli Stati Uniti in Georgia

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Foto: Mikheil Saakashvili è tratto da Wikipedia

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/9

By Marco Antollovich

Capitolo Secondo: Georgia, Pedina Di Un Nuovo Grande Gioco

La nuova Russia e la politica del “Near Abroad”. La Russia nel Caucaso: il caso Georgiano

Come analizzato in precedenza, la nuova Federazione Russa aveva cercato di imporsi quale potenza egemone nelle Repubbliche Centroasiatiche e Caucasiche attraverso un alto livello di cooperazione, mediante accordi economici e militari. Il controllo del Caucaso rappresentava la conditio sine qua non della politica espansionistica russa non solo verso il Medio Oriente, ma anche verso la Turchia e verso l’Iran.

La nascita delle tre repubbliche aveva creato una serie di complicazioni non trascurabili per Mosca:

1) in base alle direttive che le tre Repubbliche Caucasiche avrebbero assunto in politica estera, la Russia poteva trovarsi o nella stessa posizione geostrategica del pre-dissoluzione dell’Urss, oppure si sarebbe vista bloccare la direttiva espansionistica verso Sud, con conseguenze economiche e strategiche devastanti;

2) la Russia si rendeva conto del fatto che sarebbe stato difficile riuscire a controllare tutte e tre le Repubbliche del Caucaso, a causa degli odi difficilmente sanabili tra Armenia e Azerbaigian. La situazione in Georgia risultava ancor più complessa e rappresentava un vero e proprio nodo di Gordio per Mosca: il nuovo leader Gamsakhurdia aveva ridestato il nazionalismo georgiano, fomentando l’odio verso l’invasore russo (Il popolo russo veniva considerato “invasore” poichè la Georgia era stata costretta a entrare nell’Urss forzatamente, dopo la disfatta delle forze mensceviche contro l’Armata Rossa) e si era reso promotore di una politica di repressione delle minoranze. Le regioni di Abcasia e Ossezia del Sud avevano più volte richiesto l’indipendenza e l’annessione alla RSFSR. Queste due pedine potevano diventare la testa di ponte per collegare il Caucaso del Sud alla Russia. Tuttavia bisognava agire in modo calcolato e prudente poiché una politica poco lungimirante nei confronti dell’ Ossezia del Sud e dell’Abcasia avrebbe potuto compromettere i rapporti con le repubbliche musulmane del Nord Caucaso, quindi in territorio russo stricto sensu, e favorirne le mire indipendentiste.

In un Caucaso difficile da pacificare, la soluzione migliore sembrava portare a fomentare il caos nella regione: la carta dell’ “instabilità” avrebbe costituito più volte l’asso nella manica della politica di Eltsin prima e di Putin poi: poiché i legami che vincolavano il Caucaso indipendente e la Federazione Russa erano ancora molto forti, non sarebbe stato difficile per Mosca ottenere il placet internazionale per l’invio di “contingenti di pace” nelle zone di guerra.

Il dispiegamento di peacekeepers russi (formalmente sotto mandato della CSI) in Abcasia e Ossezia del Sud non sarà altro che uno strumento “politically correct” per esercitare un controllo militare nell’area.

A cosa sarebbe servito, tuttavia, fomentare il caos e l’odio trai popoli in una zona già vessata da crisi economiche e guerre civili?

Per rispondere a questa domanda bisogna introdurre, in breve, le nuove dottrine dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, sia per sè sia attraverso la NATO: l’ultima teoria sostenuta da molti stati europei prevede appunto un allargamento dell’area Schengen, ponendo come fulcro il Mar Nero.

I primi paesi che hanno beneficiato di questa nuova politica di integrazione sono stati pertanto Romania e Bulgaria, sulla costa occidentale del Mar Nero; la Turchia invece, a causa di problemi interni che non andremo a trattare in questo saggio, pare essere ancora lungi dall’ ingresso in Europa.

Notevoli complicazioni sono sorte inoltre quando Georgia e Ucraina hanno manifestato il desiderio di diventare sia membri dell’Unione che membri NATO. Sebbene Putin avesse accolto con indifferenza tali possibilità, in seguito alle “Rivoluzioni Colorate”, il presidente russo non parve propenso ad assecondare le velleità europeistiche e filo atlantiche delle sue due ex-repubbliche. Con l’instaurarsi di governi dichiaratamente filo-occidentali sia in Georgia che in Ucraina, la Russia si sarebbe potuta trovare con due paesi membri della NATO nel “giardino di casa” .

Uno dei punti fermi dell’Organizzazione Nord-Atlantica nei confronti dei nuovi candidati prevedeva però l’impossibilità di diventare membro effettivo se fossero stati in corso, al momento della richiesta, conflitti all’interno dei propri confini nazionali. Ecco spiegato uno dei due principali motivi per cui un Caucaso pacificato non rientra nei piani russi.

Il secondo motivo per cui un Caucaso instabile gioverebbe più alla Russia che alle cancellerie occidentali riguarda l’annosa questione delle risorse energetiche.

Il bacino del Mar Caspio rappresenta il nuovo “El Dorado” per tutte le maggiori compagnie petrolifere, con riserve di idrocarburi di notevole interesse per tutti i paesi importatori di gas e petrolio. Sebbene esista già una forma di cooperazione tra tutti gli stati costieri del Mar Caspio, la CECO (Caspian economic cooperation organization; composta da Russia, Kazakhstan, Azerbaigian, Turkmenistan e Iran. L’ organizzazione risulta complessivamente inefficiente a causa delle dispute tra gli stati membri riguardo lo status giuridico del Mar Caspio: a seconda del fatto che il bacino venga considerato un lago o un mare chiuso, la suddivisione delle acque territoriali varierebbe sensibilmente e, con esso, anche il controllo di notevoli giacimenti offshore),  il fatto che nuovi stati indipendenti ricchi di giacimenti (Kazakhstan, Turkmenistan, Azerbaigian) possano intraprendere politiche energetiche diverse rispetto alla volontà di Mosca suscita l’interesse di grandi attori internazionali tra i quali Cina, India, ma soprattutto Stati Uniti e Unione Europea. Nella speranza di diversificare l’origine delle importazioni di idrocarburi e di allentare la morsa congiunta di Russia e Medio Oriente, Stati Uniti ed Europa avrebbero attuato, dalla metà degli anni ’90, una politica di avvicinamento al Caucaso. Perché il Caucaso? (altro…)

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/7

By Marco Antollovich

Cap.2.3.3 della tesi “Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente” (M.Antollovich)

La Georgia nel Caos: il ruolo di Edward Shevardnadze. L’ epoca di Shevardnadze

La neonata Repubblica Georgiana all’arrivo di Shevardnadze, all’ inizio del 1992, versava in condizioni disastrose: Ossezia del Sud e Abcasia non nascondevano le proprie mire indipendentiste e filo-russe, mentre l’Ajara risultava sempre meno controllabile da Tbilisi. La struttura dell’apparato economico si stava sfaldando in modo apparentemente ancor più veloce rispetto allo sfaldamento a territoriale.

Come poté constatare tangibilmente Per Garthon, rapporteur svedese del Parlamento Europeo in Georgia, l’inflazione aumentava in modo allarmante: il rapido declino della produzione industriale e agricola era seguito da un’inflazione che raggiungeva il 50-60% mensile equivalente al 600-720 % annuo.

La nuova valuta, il “coupon”, rendeva gli stranieri sempre più restii all’idea di investire nel paese: si trattava di una valuta debolissima, in continua svalutazione e priva di potere d’acquisto. In breve tempo i salari divennero così bassi da non consentire alla popolazione di pagare sostanzialmente nulla: un coupon valeva all’incirca un centesimo di centesimo di euro e 1.000 coupon, pertanto, equivalevano a 10 centesimi. 18.000 coupon, il salario mensile, equivaleva a circa 2 euro. Quasi dieci anni dopo, nel 2002 uno stipendio medio andava dai 30 ai 100 lari, equivalente a circa 14-54 dollari statunitensi.

Dal 1990 al 1997 ebbe inizio un vero e proprio esodo di lavoratori georgiani verso la Russia, l’Unione Europea o gli Stati Uniti. Più di un milione di emigrati dal 1990 al 1997 lasciò il paese alla ricerca di ingaggi più remunerativi: circa 134.000 persone all’anno. Sebbene il tasso di disoccupazione rimanesse elevato (quasi il 14% nel 1999), tale ondata migratoria consentì un’entrata di capitale straniero grazie alle rimesse.

Shevardnadze si trovava dunque a ereditare un fardello gravoso e difficilmente gestibile. Eletto il 10 marzo 1992 preferì ottenere il potere attraverso un mandato parlamentare, piuttosto che impossessarsene con la forza. Le riforme che dovevano essere attuate per salvare la Georgia dal baratro nel quale stava precipitando erano tutte indissolubilmente collegate: la gestione dell’economia, della politica estera e di quella interna avrebbero determinato le sorti della Georgia negli anni successivi.

Il presidente neo-eletto (Edward Shevardnadze venne ufficialmente eletto presidente della Repubblica Georgiana il 16 novembre 1995) riconobbe dunque dapprima l’errore politico del suo predecessore in Ossezia del Sud: l’accettazione georgiana del cambio di status da “oblast autonomo” a “repubblica autonoma” avrebbe causato molti meno problemi rispetto a un intervento militare in un territorio impervio e sotto la tutela di Mosca.

La richiesta di scuse che ne seguì e l’apertura a un nuovo dialogo tra Sud-Osseti e Georgiani sembravano pertanto volte a ricostruire i rapporti tra i due popoli, non irreparabilmente compromesse.

La guerra in Abcasia aveva invece dato vita a uno scenario del tutto diverso: le strade di Tbilisi erano affollate da esuli senza casa dei territori conquistati e la partita per l’Abcasia sembrava lungi dall’esser conclusa; gli osservatori dell’OSCE avevano apertamente definito gli avvenimenti di Sukhumi “pulizia etnica”, ponendo la Georgia in una posizione di forza sul piano internazionale.

La terza regione autonoma, l’Ajara, la cui posizione sarebbe risultata di fondamentale importanza per la Georgia (l’ Ajara, regione georgiana al confine con la Turchia, acquisterà una grande importanza strategica per la Georgia, poichè vi sarebbe passata la pipeline Baku-Tbilisi-Supsa), continuava a essere governata da un signore della guerra locale, Abashidze, più vicino a Mosca che a Tbilisi.

In Ajara era infatti presente una delle ultime basi sovietiche in territorio georgiano e le più alte cariche dell’esercito russo vedevano in Abashidze un altro alleato nella lotta contro Shevardnadze. La repubblica di Ajara dunque, sebbene facesse parte de iure dello stato georgiano, non intratteneva con quest’ultimo nessuna forma di rapporto, né di dialogo. I contributi riscossi in Ajara restavano nella regione ed erano costituiti quasi esclusivamente dalle mazzette guadagnate per concedere il transito di mezzi e merci dalla Turchia alla capitale Tbilisi.

L’accordo tacito tra Abashidze e Shevardnadze, consisteva proprio nella ricerca di un modus vivendi attraverso un principio do ut des: l’amministrazione centrale non avrebbe interferito in alcun modo nella politica interna della regione autonoma, a patto che questa continuasse a esser parte della Repubblica Georgiana.

La dichiarata lotta alla corruzione, accompagnata da una relativa stabilità interna e dal prestigio esercitato dalla figura stessa di Shevardnadze, che si era guadagnato la simpatia e il rispetto dell’ Occidente – soprattutto in Germania e negli Stati Uniti – poichè, in qualità di Ministro degli Esteri dell’ Unione Sovietica, era stato promotore della politica di Glasnost e Perestrojka durante la presidenza Gorbaciov, consentirono una parziale ripresa dell’economia georgiana dovuta a un aumento degli investitori stranieri.

Pacificate le relazioni con la Russia grazie ai dialoghi tra il presidente georgiano ed Eltsin, Shevardnadze non fece mistero di voler avvicinare il proprio paese all’Occidente: al riconoscimento dell’indipendenza georgiana da parte dell’Unione Europea (23 marzo 1992) seguirono una visita del ministro degli affari esteri tedesco Genscher e l’apertura dell’Ambasciata statunitense il mese seguente.

Shevardnadze d’ora in poi avrebbe fatto appello all’Occidente e non alla Russia per risollevare le sorti del paese.

Sebbene il presidente esprimesse un sincero desiderio di entrare in Unione Europea, lui stesso si rendeva conto che raggiungere i parametri standard per l’accesso sarebbe stato impossibile in breve tempo: nel 2000 le entrate fiscali ammontavano a 25 milioni di lari, solo il 65 % del previsto, la disoccupazione si attestava attorno al 12% e l’economia sommersa influiva su quasi il 40% del totale.

Nel 1994 la Russia respinse la richiesta di Shevardnadze di essere integrata nella “zona-rublo”, nella speranza di limitare l’inflazione legandosi a una valuta forte. La Georgia dovette quindi volgere lo sguardo a Ovest alla ricerca di stabilità: cominciò a stringere dunque solidi legami con l’Occidente e, soprattutto, con gli Stati Uniti. (altro…)

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/6

By Marco Antollovich

Cap.2.3.2 della tesi “Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente” (M.Antollovich)

La Georgia nel Caos: il ruolo di Edward Shevardnadze. La questione abcasa

All’arrivo di Shevardnadze anche in Abcasia la situazione sembrò, per un breve periodo, migliorare. Venne autorizzata l’apertura di un’università abcasa, di stazioni radio e stazioni televisive in lingua abcasa e la pubblicazione di riviste che non fossero necessariamente in georgiano o in russo.

Quando tuttavia il conflitto in Ossezia del sud sembrava volgere al termine, si susseguirono una serie di attacchi contro la ferrovia georgiana in Abcasia. Secondo la maggior parte degli storici georgiani si trattava di una provocazione di Ardzimba, l’allora leader abcaso, pronto a scatenare un vero e proprio conflitto.

L’Abcasia aveva inoltre nuovamente espresso la volontà di reinstaurare la costituzione abcasa del 1925, mozione respinta dal parlamento georgiano il 25 luglio 1992. Il 14 agosto del 1992 Kitovani marciò alla testa di un contingente di 3.000 uomini per riportare ordine nella regione secessionista. Tale intervento tuttavia non risultava totalmente giustificato, né aveva ricevuto l’approvazione di Shevardnadze, il quale ammise che esistevano “delle intenzioni non manifeste” che avevano spinto Kitovani ad attaccare l’Abcasia.

Più precisamente buona parte dei traffici illeciti georgiani avevano come sbocco preferenziale il vastissimo mercato nero russo: la ferrovia che attraversava l’Abcasia arrivava direttamente a Soci, evitando il tortuoso passaggio attraverso i monti del Caucaso e non è un mistero che Kitovani e Joseliani fossero legati alla criminalità organizzata georgiana. Kitovani, inoltre, come riportato eufemisticamente dallo storico Chervonnaya, “non mostrò una gentilezza angelica” durante l’intervento.

L’ Abcasia decretò la mobilitazione generale, ma le truppe georgiane riuscirono a sfondare, entrando a Sukumi, aiutate da irregolari zviadisti. Gli Zviadisti, sostenitori del’ex presidente Gamsakhurdia (in esilio in Cecenia) preferirono infatti, in un primo momento, sostenere la fazione georgiana piuttosto che i separatisti abcasi, coerentemente con il loro credo nazionalista; mossero dunque dalla loro roccaforte di Gali, in Mingrelia, per unirsi alle forze di Kitovani. Sukhumi venne conquistata, sebbene Gamsakhurdia avesse proibito agli Zviadisti di unirsi all’esercito georgiano.

Il 2 settembre venne decretato il cessate il fuoco. Nonostante l’arrivo di un gruppo di osservatori delle Nazioni Unite (circa 50 membri), il conflitto riprese con intensità crescente. La ripresa delle ostilità era dovuta in gran parte al voltafaccia degli Zviadisti, i quali combattevano ora con gli irregolari abcasi per reintegrare il loro leader in esilio e non erano vincolati dal cessate il fuoco, dichiarato solo dalle milizie georgiane e abcase.

Per la prima volta si unirono alla coalizione abcaso-zviadista migliaia di volontari provenienti dal Nord Caucaso. L’Abcasia, la cui popolazione era musulmana sunnita ed etnicamente molto più vicina alle popolazioni russe (qui non si intende etnicamente russe, ma facenti parte della Federazione Russa) del Caucaso che non ai Georgiani, ricevette consistenti aiuti da Daghestani, Ingusceti, Circassi e irregolari ceceni che avevano fondato il movimento della “Confederazione dei Popoli di Montagna”.

Dopo l’abbattimento di un Su-27 russo, la Georgia ebbe la certezza che la Russia appoggiasse indirettamente i secessionisti abcasi. Nel settembre del 1993 cominciarono a militare nelle fila dei separatisti anche reparti speciali dell’esercito russo, sebbene da Mosca giungessero ferme smentite, accompagnate da dichiarazioni di solidarietà all’integrità territoriale georgiana.

In realtà il fatto che gli Abcasi ricevessero un consistente contributo dai russi risulta un elemento incontrovertibile e comprovato. Agli Abcasi fu concesso di rifornirsi dalla base militare russa di Gudauta, unica base Russa in territorio abcaso, complici molti generali dell’esercito russo che vedevano in Shevardnadze un traditore (Shevardnadze era stato Ministro degli Esteri dell’ Unione Sovietica sotto la presidenza Gorbaciov ed uno dei maggiori sostenitori e promotori delle riforme strutturali che avevano portato allo smembramento dell’ Urss. I più conservatori tra i politici e i militari russi vedevano dunque in Shevardnadze un traditore della patria e dell’ortodossia comunista).

Nel marzo 1993 la testata russa Izvestia confermava il fatto che le forze separatiste avessero ricevuto 72 carri armati e mezzi di artiglieria pesante dai Russi. Nel 1993 la sola città di Sukhumi venne assediata quattro volte. Il 27 luglio 1993 Mosca riuscì a definire il cessate il fuoco e l’allontanamento di tutta l’artiglieria pesante attorno al capoluogo. Sebbene entrambe le parti avessero aderito formalmente, soltanto Shevardnadze rispettò la parola data. Il 16 settembre, approfittando del vantaggio così scorrettamente ottenuto, le truppe abcase sferrarono un ultimo assedio a Sukhumi, che capitolò undici giorni dopo. Nelle settimane che seguirono, 232.000 georgiani furono espulsi dal territorio abcaso dalle truppe di Ardzimba dando vita a una vera e propria pulizia etnica. In quei giorni 4.465 georgiani furono uccisi.

Come, a seguito delle violenze perpetrate in Ossezia del sud, i Georgiani erano stati accusati di genocidio, così ora i Georgiani accusavano gli Abcasi dello stesso crimine.

Il cessate il fuoco prevedeva il dispiegamento di un contingente di pace lungo il confine abcaso-georgiano: considerando che né l’ Unione Europea né le Nazioni Unite erano disposte a stabilire una missione di peacekeeping in loco, si offrì Volontaria la CSI, Comunita degli Stati Indipendenti, composta da Russia, Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Tagikistan, Kazakhstan, Uzbekistan, Tagikistan, (Ucraina e Turkmenistan non hanno mai ratificato il trattato); il mandato di peacekeeping, formalmente sotto tutela della CSI, prevedeva il dispiegamento in campo del solo contingente di pace russo. Tremila soldati russi (che non avevano formalmente preso parte al conflitto) furono stanziati lungo il confine.

Le Nazioni Unite misero a disposizione cento osservatori disarmati in territorio georgiano. L’Abcasia venne posta sotto embargo dalla stessa CSI (gennaio 1996) e vennero chiusi i confini con la Russia.

L’isolamento abcaso sarebbe durato fino al 1999 e sarebbe costato alla nuova repubblica all’incirca 11 miliardi di dollari. Il conflitto con l’Abcasia era dunque terminato, ma non quello contro gli Zviadisti, che si accingevano a riconquistare l’ormai indifesa Georgia. Questa volta, tuttavia, giunse a Shevardnadze l’inaspettato aiuto di Mosca; un aiuto certamente non disinteressato. L’esercito georgiano in brevissimo tempo, supportato da irregolari russi, sconfisse la milizia zviadista, che si ritirò in Abcasia e lo stesso Gamsakhurdia uscì di scena, suicidandosi misteriosamente nel suo rifugio in Cecenia. Sebbene la stessa moglie del ex-presidente avesse testimoniato una forte depressione nel marito, il suicidio, per le modalità e le tempistiche con cui venne commesso, lascia presumere una partecipazione russa all’atto estremo.

Il prezzo che i Russi chiesero a Shevardnadze per l’aiuto fornito fu tuttavia molto elevato, poiché la Georgia dovette entrare a pieno titolo nella Comunità degli Stati indipendenti il 9 ottobre 1993. Dovette inoltre siglare nel febbraio del 1994 un accordo di amicizia con l’ingombrante vicino russo, accompagnato dalla firma di trattati economici, dal consenso alla permanenza di militari russi nelle ex-basi sovietiche e dall’accettazione del russo Grachev come ministro della Difesa.

Marco Antollovich

Seguirà L’ epoca di Shevardnadze

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