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Ucraina, una crisi da “maneggiare con cura”

Proteste Kiev UcrainaBy Filippo Malinverno

Di conflitti l’Europa ne ha visti tanti nel corso della sua millenaria storia e le ferite della Seconda Guerra Mondiale, l’ultimo di questa lunga lista, hanno impiegato anni per rimarginarsi, senza mai giungere ad una guarigione completa.

Dopo il 1945, quando i “tre grandi” [Unione Sovietica, Stati Uniti e Gran Bretagna, ndr] si riunirono prima a Yalta e poi a Potsdam per ridisegnare i confini di un continente devastato dalle bombe e dalla fame, si era venuto a creare un equilibrio più o meno stabile tra il blocco atlantico, USA-dipendente, e l’elefantiaco blocco sovietico, assoggettato alle paranoie di Stalin e dei suoi successori.

Per anni, il Vecchio Mondo ha potuto godere di un lungo periodo di pace, messo in pericolo soltanto negli anni Novanta con le guerre in ex-Jugoslavia e in Kosovo che, nonostante la gravità e l’efferatezza del loro svolgimento, furono comunque risolte da un’azione congiunta degli Stati Uniti, allora non più in possesso del loro status di superpotenza globale, dell’Europa, alla ricerca di una politica comune, e della Russia post-sovietica, impegnata nella sua ricostruzione radicale dopo il crollo del muro.

Gradualmente, trattati, dichiarazioni, convenzioni e proclami di vario genere hanno condannato e demonizzato la parola “guerra”, nel tentativo di impedire la rinascita delle rivalità interstatali e dell’ardore bellicoso tipico delle nazioni europee fino alla metà del Novecento. Una battaglia condotta da uomini e donne che la guerra vera l’avevano vissuta sulla propria pelle non molto tempo prima e che ancora provavano un dolore indelebile verso quegli innumerevoli orrori; una battaglia pacifica e pacifista che è stata tramandata alle generazioni più giovani, creando un sentimento comune di repulsione verso la violenza che non si era mai visto prima.

Ora che l’equilibrio può dirsi completamente raggiunto nell’Europa occidentale, quella orientale rischia di essere travolta nuovamente da una guerra lunga, logorante e colma di scenari agghiaccianti per il mondo intero.

A dire il vero, questa guerra, in Ucraina, esiste già da più di un anno: è una realtà cruda e apparentemente senza soluzione, che coinvolge un’intera nazione, divisa in due da sentimenti e identità nazionali opposti. Era il 18 marzo 2014 quando la Russia annetté ufficialmente la penisola di Crimea al proprio territorio: questa astuta mossa di Putin sconcertò non poco l’opinione pubblica mondiale, ma dato che la decisione finale era stata confermata da un referendum popolare palesemente a favore, l’iniziativa dell’Occidente per appoggiare Kiev dovette limitarsi a un supporto per così dire morale.

Poco dopo, nella parte orientale dell’Ucraina, sarebbe esploso un conflitto che avrebbe portato alla creazione delle repubbliche autonome di Lugansk e Donetsk, supportate militarmente da Mosca tramite aiuti materiali e insospettabili milizie senza mostrine sulle divise (forse sbucate dalle sabbie del prosciugato Lago d’Aral?). Questa volta la risposta occidentale è stata severa e inamovibile: sanzioni economiche pesantissime hanno messo in ginocchio l’economia russa, raffreddando ulteriormente i già precari rapporti con il Cremlino.

Nonostante la gravità dello scenario, poco tempo fa in molti erano fiduciosi in una fine rapida e positiva della guerra civile ucraina, senza ipotizzare alcuna escalation di violenza tale da compromettere addirittura la pace mondiale. Oggi, invece, le carte in tavola sono sensibilmente cambiate: la Russia, irritata dalle sanzioni, dal crollo del prezzo del petrolio e sempre più costretta a indebitarsi con il dragone cinese, sembra meno disposta a trattare, mentre gli Stati Uniti, forti dell’esponenziale crescita del loro PIL e gioiosi di vedere i russi allo stremo, non hanno alcuna intenzione di fare un passo indietro.

In mezzo, come al solito, c’è l’Europa, principale palcoscenico del conflitto americano-sovietico fino agli anni Sessanta e ora nuovamente in auge come campo di una possibile battaglia, non solo verbale, tra Washington e Mosca, rispettivamente a difesa di due metà diverse dell’Ucraina.

Le parole di Obama, pronto, se necessario, a fornire aiuti militari a Kiev, e di Putin, che minaccia ritorsioni belliche in caso di intromissione statunitense nella guerra civile, fanno capire che questa volta le due eterne rivali fanno sul serio.

Ciò che più spaventa nell’ambito della questione ucraina tuttavia non sono le velate minacce di guerra del Cremlino o l’utilizzo della forza da parte della Casa Bianca (non sarebbe di certo il primo esempio di scontro verbale e mediatico tra i due), bensì l’intransigenza che entrambi i leader sembrano voler manifestare con le loro dichiarazioni: per la prima volta in cinquant’anni i due interlocutori più potenti del pianeta sembrano non volersi capire ed appaiono estremamente restii ad aprire un dialogo costruttivo, volendo risultare come vincitori in questo braccio di ferro dalle prospettive inquietanti.

Con una situazione ucraina gravemente compromessa, l’Europa e i suoi più influenti rappresentanti, Germania e Francia, hanno l’occasione e il dovere di farsi mediatori tra le parti per evitare l’aggravarsi di una crisi internazionale che pare alle porte, ma questo compito si sta rivelando più difficile del previsto.

20150212_Vertice di Minsk su Ucraina_Putin_Merkel_Hollande_PoroshenkoIl lunghissimo ed estenuante incontro di Minsk tra Hollande, Merkel, Putin e Poroshenko, come dimostrano le stesse dichiarazioni dei protagonisti, ha condotto a un risultato precario e insoddisfacente: un coprifuoco totale ma non immediato, seguito dal ritiro progressivo degli armamenti pesanti dal campo di battaglia. Certo, considerando che le vittime fino ad oggi sono state più di 5.000 l’esito non va sottovalutato, anche se tutti i leader coinvolti nella trattativa sanno bene che questa è solamente una soluzione di compromesso che lascia all’Ucraina il tempo di respirare, forse per un’ultima volta, prima di soccombere alla probabile disgregazione territoriale.

Nel frattempo, pare che 50 carri armati russi abbiano varcato il confine sud-orientale dell’Ucraina per supportare le ultime azioni militari dei ribelli: cosa avrà mai in mente di fare Putin? Queste truppe, se veramente si sono mosse, non staranno di certo facendo un giro di ricognizione e le diverse ore di combattimento rimanenti prima dell’inizio della tregua hanno dato la possibilità ai due eserciti di consolidare le proprie conquiste territoriali prima che il conflitto venisse congelato.

In molti potrebbero obiettare che una vera e propria scissione delle repubbliche orientali filo-russe da Kiev non avverrà a breve perché Poroshenko, supportato dall’Occidente (statunitense, soprattutto), non cederà alle minacce di Putin; tuttavia, la prospettiva di una trasformazione dell’Ucraina in Stato federale e la concessione di una maggiore autonomia a Donetsk e Lugansk, due soluzioni che caldeggiate dal nuovo zar, fungerebbero molto probabilmente da prologo per una futura annessione al territorio nazionale russo.

In questo senso, l’esperienza della Crimea dovrebbe averci insegnato come trattare con Mosca e averci aiutato ad intuire, almeno in parte, gli obiettivi extraterritoriali del Cremlino, casualmente corrispondenti ai vecchi confini dell’ex-Unione Sovietica. Forse la volontà della NATO di voler integrare nel proprio organico anche un paese dalla tradizione russofila come l’Ucraina ha contribuito ad acuire la rivalità con il mondo post-sovietico, varcando un confine fisico che per la politica estera russa è sempre stato la linea di demarcazione che separava l’Est dall’Occidente: dopo la Polonia e i paesi baltici, nei quali sono presenti forti minoranze russofone, perdere un altro tassello fondamentale come l’Ucraina non sarebbe tollerabile.

Kiev, in età medievale, fu il nucleo dal quale si sarebbero poi sviluppati il Principato di Mosca e il futuro impero zarista, culla delle popolazioni slave; avvicinandosi all’Ucraina, la NATO e l’Europa hanno pericolosamente irritato il grande orso russo, che la storia insegna essere particolarmente aggressivo se minacciato nel suo spazio di influenza vitale: ecco perché questo paese funge da protezione verso il pericoloso mondo occidentale, svolgendo lo stesso ruolo che fino al 1989 svolsero i paesi del Blocco comunista, “Stati cuscinetto” utili a mantenere salda la cortina di ferro.

La Russia, nonostante un rinnovato contatto con l’Europa a partire dagli anni Novanta, necessario per portare al termine la propria ricostruzione dopo la crisi del comunismo, ha avuto, ha e avrà sempre bisogno di mantenere un certo distacco dall’Occidente e un’Ucraina integrata nell’Alleanza Atlantica guidata dagli Stati Uniti non potrebbe essere un incubo peggiore.

Non è un’esigenza solamente politica, ma anche e soprattutto culturale e storica: forti del proprio glorioso passato, i russi non sono disposti a considerarsi una potenza emergente, bensì una grande potenza, ruolo che il destino gli ha sempre riservato. Di conseguenza, a differenza di quanto implicherebbe lo status di potenza in via di sviluppo, il ritenersi grande potenza presuppone un confronto attivo e talvolta esasperato con la controparte occidentale, nel tentativo di raggiungere quella supremazia mondiale sfuggita sia agli zar che al colosso sovietico.

Inoltre, non bisogna sottovalutare il fatto che, mostrando i muscoli alla Russia, Europa e NATO non fanno altro che creare un nemico esterno utile a Putin per cementare ulteriormente il suo fronte interno e acquisire più consenso, ora sensibilmente in calo a causa delle difficoltà economiche scaturite dalle sanzioni.

Un dialogo tra le parti è senza dubbio possibile, ma la cautela dovrà essere una costante imprescindibile: il compromesso a cui si giungerà, diverso da questa effimera tregua, dovrà mantenere intatta l’Ucraina, accrescere il peso internazionale dei principali paesi europei ed evitare un eccessivo rafforzamento di Putin. Più facile a dirsi che a farsi, poiché probabilmente ci troviamo di fronte alla crisi più delicata degli ultimi quarant’anni.

Filippo Malinverno

Foto: radiocittàfujiko.it e Repubblica

Mali, guerra e crisi. L’Intersos distribuisce kit prima necessità, difficile tracciare spostamento profughi

Sta aumentando il profilo di rischio del Mali, sia dal punto di vista dell’azione militare che nell’ottica umanitaria. L’organizzazione per l’emergenza umanitaria Intersos ha fatto sapere lo scorso 29 gennaio che “nell’area di Mopti le famiglie dispongono di cibo solamente per due settimane, poi le scorte non basteranno”.

La guerra sta sconvolgendo il nord del paese, fa sapere l’organizzazione, che chiede sostegno alla propria azione, ma l’emergenza che colpisce la maggioranza della popolazione è la crisi alimentare: il Sahel è afflitto da mesi di siccità accompagnata da prezzi del cibo sempre più alti.

Non è bastato il buon raccolto del 2012 nel sud, si apprende, a risollevare le condizioni di moltissime famiglie nel nord, che si sono trovate di fronte a un doppio problema per la sicurezza alimentare: la siccità e l’occupazione delle milizie ribelli. Le conseguenze della guerra rendono difficile l’approvvigionamento del nord, molti corridoi di distribuzione degli aiuti sono inaccessibili e la carenza di cibo crea allarme per l’impatto creato su una popolazione impoverita e malnutrita già da lungo tempo. Nella regione desertica del Sahel ogni anno circa 300mila bambini perdono la vita per effetto della malnutrizione, fa sapere Intersos che continua l’azione di assistenza agli sfollati nelle province di Mopti e Sevarè, zona di cerniera tra nord e sud del paese, con distribuzione di kit di prima necessità per poter dormire, cucinare e lavarsi.

“Le persone arrivano in autobus o a piedi portando con loro pochissimi effetti personali e sono bisognose di tutto. Sono accolte dalle famiglie residenti, già messe a dura prova dalle prime ondate di sfollati. Circa 5mila nuovi sfollati sono andati a sommarsi ai 230mila che trovano riparo dalla guerra. Il lavoro di raccolta dati dei bisogni e delle vulnerabilità, svolto dal nostro staff in queste settimane – specifica Intersos – rende possibile oggi portare aiuto a chi è in maggiore stato di necessità e urgenza”. Ma è importante sostenere l’azione di emergenza in un momento in cui le ritorsioni peggiorano lo stato generale di insicurezza.

“Seguiamo da vicino il caso di 26 donne ricoverate all’ospedale pubblico di Mopti, 6 di loro sono vittime di uno stupro di gruppo. Sono lontane dalle loro famiglie e necessitano di sostegno per poter trascorrere il periodo di ricovero ospedaliero”, spiega Federica Biondi, coordinatrice dell’intervento umanitario di Intersos in Mali.

A mettere in grave pericolo la sicurezza dei bambini, soprattutto nelle zone rurali, sono gli ordigni inesplosi, i cosiddetti UXO. Sembra ne siano rimasti molti sul terreno ed è una questione da affrontare immediatamente per evitare nuove vittime. In aggiunta, dall’inizio della guerra molte scuole sono state danneggiate e le lezioni interrotte, lasciando senza educazione migliaia di bambini.

Gli sfollati finora assistiti da Intersos indicano di voler rientrare a casa appena le condizioni di sicurezza lo permetteranno. Il flusso di persone che dal nord fuggono verso il sud è accompagnato da un movimento, ancora limitato, di persone verso nord, a partire dalla capitale Bamako, nelle zone liberate dall’esercito francese e maliano. “Bisogna prepararsi per il possibile ritorno di oltre 230mila sfollati e poi di 150mila rifugiati”, sottolinea Marco Rotelli, Segretario generale di Intersos da Bamako.

“E’ molto complicato tracciare gli spostamenti in regioni così enormi e dove in molte aree l’accesso è ancora impossibile, l’esperienza insegna che la presunta calma nelle città nuovamente sotto controllo del governo maliano non è detto che si mantenga senza nuove violenze. Non possiamo escludere nuovi esodi e spostamenti nei paesi confinanti. Ancor più preoccupante la situazione delle zone non urbane del Mali, dove il disordine è prevedibile e molto meno controllabile, potrebbero verificarsi vendette, incursioni e rappresaglie, limitando la possibilità di assicurare assistenza umanitaria”, conclude Rotelli.

Intersos in Mauritania da marzo 2012 assiste i rifugiati dal Mali nel campo profughi di Mberra. Oggi oltre 55mila persone, soprattutto donne e bambine, vi trovano accoglienza e riparo.

Fonte: Intersos

Foto: Giornalettismo

Afghanistan, l’inchiesta sul COMISAF gen Allen mette in crisi la transition

Potrebbe essere ora fortemente a rischio la percezione del mandato di ISAF in Afghanistan da parte delle parti coinvolte e degli stessi locali.

L’inchiesta appena comandata da Obama per appurare il coinvolgimento del comandante di ISAF, generale John R.Allen, nella relazione extraconiugale del capo della CIA, generale David H.Petraeus, potrebbe essere un motivo di vertigine per l’unità di intenti della missione, da una parte, e un’occasione di svilimento dell’attività degli alleati, ora definibile ancor più empia dai ribelli estremisti, dall’altra.

Proprio nelle fasi conclusive della transition, poi. Mentre si passa da una fase combat a una di sostegno alla ricostruzione. E alla vigilia di quelle elezioni presidenziali che vorrebbero rappresentare, dopo undici anni di presenza militare internazionale, un momento di svolta nel Paese delle Montagne.

Sembrerebbe quasi un ammutinamento, a voler pensare male, ai danni del neoletto presidente Barack Obama, che ora si è trovato a dover rapidamente sospendere il generale Allen come COMISAF, accelerando la scelta del suo successore, che potrebbe essere il generale Joseph Dunford, anche lui un Marine, e a cercare un nuovo successore per il SACEUR, ammiraglio James G.Stavridis, carica che Allen avrebbe dovuto ricoprire dalla primavera 2013.

Scelte operate da Obama in tutta fretta sullo scacchiere internazionale, mentre la lotta intestina tra CIA ed FBI continua sul filo delle indagini e della lettura di circa 30mila comunicazioni tra l’hard e il classificato. Senza neppure poter sentire la versione di Petraeus sui fatti di Bengasi, in Libia, riguardo all’attacco contro il consolato americano e la morte dell’ambasciatore Chris Stevens.

Il generale noto per la sua dottrina in Iraq, la dottrina Petraeus, appunto, si è infatti dimesso tre giorni prima di fornire la sua testimonianza al Senato, lasciando Obama e tutti noi nell’ignoranza sull’accaduto.

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Cyber epigrammi. Al generale la biografa gli fa male – By Cybergeppetto (10 novembre 2012)

La transition in Paola Casoli il Blog

Fonte: France24

Foto: ISAF website

Tra Caporetto e l’8 settembre 1943: il ferreo generale Gonzaga e il valoroso generale Bellomo

By Giovanni Punzo

Desidero ringraziare Paola Casoli non solo per l’opportunità di ricordare il generale Gonzaga, combattente della Grande Guerra, ma della lezione impartita (anche a me…) l’altro giorno. Da tempo abbiamo liquidato in toto l’Otto Settembre come un fuggi fuggi grottesco, complici anche film molto divertenti e libri famosi: determinate immagini sono diventate alla fine una interpretazione diffusa e accettata acriticamente, comoda e più o meno assolutoria per tutti. Senza cedere alla tentazione di banali moralismi sulle responsabilità – che pure ci furono –, con autonomia di giudizio, è ricordato un soldato che si è rifiutato di cedere le armi. Se, in questi anni, siamo stati proclivi e complici del clima invasivo da commedia all’italiana, Paola ci ha richiamato all’ordine smentendo solennemente l’immagine della “fuga”, dell’abbandono dei posti e delle responsabilità di tutto e di tutti.

Istintivamente ho pensato al padre del generale caduto la sera dell’Otto Settembre: Maurizio Ferrante, ferito gravemente a un ginocchio e a una mano a Stupizza (valle del Natisone) durante uno degli scontri della battaglia di Caporetto (ottobre 1917). In questo caso il rapporto non è più solo tra padre e figlio all’interno di una famiglia di tradizioni militari, ma diventa il comportamento di due soldati italiani immersi nelle più controverse e dolorose vicende della storia del nostro Paese quali furono appunto Caporetto e l’Otto Settembre.

Nato a Venezia nel 1861, quando la città era ancora sotto il Lombardo Veneto, Maurizio Ferrante Gonzaga frequentò la scuola militare diventando sottotenente nel 1881. Dopo una carriera regolare senza l’esperienza africana di Dogali o di Adua, ma prestando servizio ad esempio alle dipendenze di Cadorna, arrivò in Libia con il  grado di colonnello nel 1913.  Promosso maggior generale alle soglie della Grande Guerra, collaborò con il generale Frugoni nella fase della mobilitazione e ottenne il comando della 9a divisione nell’ottobre 1915. Con questa grande unità partecipò alla battaglia d’arresto della Strafexpedition nella primavera-estate del 1916. Dopo la riconquista del monte Cimone raggiunse il fronte dell’Isonzo.

Definito da un memorialista della Grande Guerra «il ferreo generale Gonzaga» (E. Baj-Macario), Maurizio Ferrante si distinse prima della battaglia di Caporetto nella conquista del Vodice avvenuta nel corso della decima battaglia dell’Isonzo ottenendo la prima medaglia d’oro. Al contrario di altri colleghi il posto comando della sua divisione (53a, composta dalle brigate «Teramo» e «Girgenti» e da un paio di battaglioni alpini) si trovava a poche centinaia di metri dalla prima linea. Benché il fatto con il tempo fosse ritenuto poco credibile, il rinato interesse per la Grande Guerra, soprattutto in Friuli e Slovenia, ha fatto invece rintracciare a un gruppo di ricercatori dei campi di battaglia la caverna con relativa iscrizione del tempo e sul generale e sulla divisione “di ferro” da lui comandata una casa editrice specializzata di Udine ha pubblicato anni addietro un interessante volumetto.

L’episodio più famoso avvenne comunque nelle confuse giornate di Caporetto. A Stupizza, a fondo valle, nei pressi della dogana del vecchio confine (quello cioè del 1866), ignorando la massa compatta di austro-tedeschi che stava calando verso Cividale, il generale Gonzaga si trovò in mezzo ai soldati della sua divisione che avevano eretto uno sbarramento provvisorio fatto di autocarri inutilizzabili, botti e masserizie delle case vicine. Era tuttavia necessario sapere cosa stesse preparando il nemico e fu fatto uscire in ricognizione un mezzo squadrone dei «Cavalleggeri di Alessandria». Respinto e quasi annientato il piccolo reparto, toccò allora allo sbarramento che, oggetto di violento fuoco di artiglieria leggera, fu letteralmente spazzato via. In questa fase Gonzaga fu ferito e costretto a raggiungere l’ospedale militare di Udine dove subì l’amputazione di due dita. Non si trattò di una ferita da poco (pare anche per le condizioni in cui era stata effettuata l’amputazione) perché poté riprendere servizio solo nell’agosto dell’anno dopo.

Ben diversa la storia del generale Nicola Bellomo. Il 9 settembre 1943, avendo avuto sentore che i tedeschi intendessero sabotare il porto di Bari, corse sul posto dopo aver raccolto pochi elementi tra Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, Guardie di Finanza e meno di un plotone di genieri. Colse di sorpresa i tedeschi che avevano già iniziato a minare le strutture del porto mettendoli in fuga. Il porto di Bari fu salvo e, per gli sviluppi che avrebbe preso la guerra nei mesi successivi, divenne uno dei punti essenziali della logistica alleata per la campagna d’Italia.

La conclusione amara fu che, nel giugno del 1945, quando ormai la guerra in Europa era finita, il generale Bellomo fu arrestato con l’accusa di essere responsabile della morte di un prigioniero inglese, in altre parole un ‘crimine di guerra’. Fu processato da un tribunale inglese, condannato a morte e fucilato. Perfino una giornalista inglese presente alle udienze fece notare che la corte aveva ricostruito con troppa ‘facilità’ le circostanze della morte del prigioniero e che tale ricostruzione non era del tutto attendibile. Ad esempio un testimone non poteva essere stato in grado di vedere quello che realmente accadde, diversamente da quanto dichiarò invece alla corte. Inoltre i colpi che avevano ucciso l’inglese erano stati sparati da un fucile e non dalla pistola di cui risultava armato il generale.

Bellomo non presentò domanda di grazia e affrontò il plotone d’esecuzione con la massima dignità, con la quale del resto si era comportato durante il processo. Stranamente né lo Stato Maggiore, né il Regio Esercito, né altre istituzioni avviarono alcuna iniziativa ufficiale nemmeno per la revisione del processo, sul quale intanto andavano maturando numerosi dubbi e soprattutto in maniera paradossale sulle testimonianze di alcuni italiani. Resta il fatto – che si commenta da solo – che Nicola Bellomo fu l’unico decorato al valore militare per la difesa di una città dai tedeschi e l’unico ‘criminale di guerra’ italiano giudicato colpevole e condannato.

Giovanni Punzo

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L’8 settembre 1943 in Paola Casoli il Blog

8 settembre 1943: il primo militare caduto dopo l’armistizio è stato un generale dell’Esercito (9 settembre 2012)

Foto: il generale Maurizio Ferrante Gonzaga è di miles.forumcommunity.net, il generale Nicola Bellomo è di digilander.libero.it

Afghanistan: undici anni dopo l’attacco alle Torri Gemelle arrivano parole di pace, e di business, da parte talebana

Sono passati undici anni dall’evento che ha aperto drammaticamente il nuovo millennio, l’attentato alle Torri Gemelle di Manhattan dell’11 settembre 2001.

Allora la risposta americana alla mattanza nel cuore dell’America era stata in termini di lotta al terrorismo dove il terrorismo aveva casa, a oltre diecimila chilometri di distanza dagli States: l’Afghanistan.

Oggi, a undici anni da quell’evento sanguinoso e dopo una trasformazione della guerra che ora guarda a una exit strategy che sia il più possibile smooth, i colloqui di pace con i talebani abbozzati un anno fa sembrano riprendere vigore.

Ad alimentare maggiore ottimismo arriva un report del Royal United Services Institute (Rusi), che presenta dati incoraggianti dopo recenti intervisite con quattro elementi chiave dei talebani molto vicini al leader Mohammad Omar. Tra loro un comandante dei mujaheddin, un membro fondatore del gruppo e ministri del precedente governo. Nessuno ha accettato di essere nominato.

In sintesi, il documento del RUSI rassicura sul futuro dell’Afghanistan, esprimendo scarsissime possibilità che il paese ricada in un periodo di oscurità e terrore alla fine della missione combat di ISAF, ovvero dal 31 dicembre 2014 in poi.

Pur se le aspettative talebane vengono espresse sempre con levantina eleganza, c’è comunque interesse intorno alle dichiarazioni espresse verbalmente da un gruppo che di solito si esprime con i giubbotti esplosivi.

I talebani, emerge dal report, non ritengono esista una naturale inimicizia con gli americani e si dicono pronti ad accettare anche una presenza militare americana se risulta di aiuto alla sicurezza dell’Afghanistan.

In accordo a ciò potrebbero essere cinque le basi americane tollerate, per così dire, sul terreno fino al 2024: Kandahar, Herat, Jalalabad, Mazar-e-Sharif e Kabul. Naturalmente i talebani hanno avuto cura di esprimere la speranza che tale presenza si trasformi in vantaggi economici.

Riguardo ai contatti con al-Qaeda, il gruppo avrebbe espresso un profondo rimorso lasciando capire che ci sarebbe anche la disponibilità a non eseguire più gli ordini qaedisti una volta stabilito un cessate il fuoco. Un piano supportato anche dal Mullah Omar, secondo quanto dichiarato.

A fronte di tanta disponibilità, i talebani in cambio chiedono il rifiuto dell’attuale costituzione, che ha goduto dell’appoggio occidentale, il rifiuto a negoziare con il presidente Hamid Karzai, considerato dai talebani un fantoccio dell’Occidente, per finire con la richiesta di piena rivalutazione dell’organizzazione sul piano internazionale.

E non è tutto qui. I quattro rappresentanti chiedono all’America piena garanzia di non intervento contro Pakistan o Iran da basi afgane e il bando degli attacchi di drone. Se proprio vogliono, gli americani possono attaccare l’Iran dal Golfo Persico. Una concessione che più di negoziazione sa di mercanteggiamento, se si considera che costituzione, presidente e condanna del terrorismo sono proprio i punti cardine dell’intervento americano e alleato in Afghanistan.

Il report di RUSI arriva in concomitanza con la consegna del carcere di Bagram e di quasi tutto il suo contenuto agli afgani. Bisognerà quindi valutare le parole dei quattro innominati rappresentanti talebani nell’ambito di uno scenario tutto nuovo fra qualche tempo, quando si potrà apprezzare la bontà dell’atto direttamente sul terreno.

Di certo oggi, a undici anni dall’attacco alle Torri Gemelle, ciò che conta evidenziare è il riconoscimento da parte talebana che la collusione con al-Qaeda ben prima dell’atto terroristico che ha scosso l’Occidente non è stata vantaggiosa: “Tutti [e quattro] hanno dichiarato, con parole diverse, che i talebani ora riconoscono che i loro legami con al-Qaeda prima dell’11 settembre sono stati un errore”, riporta il documento specificando che i talebani considerano al-Qaeda responsabile della loro caduta nel 2001.

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Fonte: The Telegraph, RUSI

Foto: EPA/The Telegraph

Echi della Valle Olona – Afghanistan, “la guerra continua”

By Ignoto Militi

Vi sono delle date che pesano come macigni sulla storia del nostro Paese, una di queste è sicuramente il 25 luglio. Quel giorno del 1943, infatti, crollò la dittatura fascista, Mussolini fu arrestato e il Maresciallo Pietro Badoglio che lo sostituì terminò il suo messaggio radiotrasmesso agli italiani con una frase che non prometteva niente di buono: “La guerra continua”. In realtà quel messaggio, più che gli italiani, doveva rassicurare l’alleato tedesco circa le intenzioni del nuovo governo a proseguire la guerra al loro fianco, anche se la verità era che Badoglio aveva già preso contatti con gli anglo-americani al fine di giungere alla stipulazione di un armistizio.

Qualche mese fa, durante la conferenza stampa seguita al suo incontro col Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, il premier Monti ha assicurato che il nostro Paese continuerà a garantire risorse e uomini per l’addestramento delle forze di sicurezza afgane, anche quando ce ne torneremo a casa nel 2014.

In realtà, più che la NATO, Monti ha voluto rassicurare gli USA circa le nostre intenzioni di voler restare in Afghanistan per almeno altri due anni, senza trovare il coraggio di dire a chiare lettere che l’Italia non è più in grado di spendere tre milioni di euro al giorno per continuare a puntellare il corrotto governo di Hamid Karzai.

Anche perché quei soldi servono per contribuire alla sopravvivenza di tutto il complesso della nostra malmessa difesa nazionale in un momento particolarmente difficile (mi si passi questo eufemismo…) per le finanze statali.

Peraltro, l’intervento occidentale in Afghanistan, che non ha sconfitto i talebani, ma li ha soltanto allontanati dai grandi centri urbani, è costato fino ad oggi la vita a 27.000 guerriglieri, 14.000 civili, 7.200 militari regolari afgani e 2.100 militari della NATO tra i quali si annoveravano cinquanta militari italiani.

Almeno fino al 25 luglio scorso quando, in una base di Adraskan, è stato ucciso il Carabiniere Manuele Braj e feriti tre suoi commilitoni dello PSTT (Police Speciality Training Team), quel Reparto che addestra le nascenti forze di sicurezza afgane. Questa è l’unica notizia certa che possiamo ricavare dal comunicato dello Stato Maggiore, perché per il resto dobbiamo affidarci alle deduzioni logiche, stante che ancora non si è capito se sia stata una bomba di mortaio, o un razzo, o il deliberato attentato di un poliziotto afghano “refrattario” a seminare la morte tra i Carabinieri italiani. Dopo molte versioni, alla fine è venuto fuori che il povero Braj è stato ucciso da un razzo da 107 mm, versione questa smentita dal Comandante afghano della base di Adraskan secondo il quale, invece, l’accaduto sarebbe da attribuirsi all’imperizia dei nostri pur bravi Carabinieri nel manipolare una bomba a mano per scopi addestrativi.

Pur volendo prendere per buona la versione fornita dallo Stato Maggiore, non si può fare a meno di rilevare che quello da 107 mm è un razzo che, generalmente, è sparato con un lanciatore spalleggiabile e ha una gittata massima di cinque chilometri, anche se la sua efficacia si sviluppa a distanze di molto inferiori.

Ebbene, possibile che la ricognizione aerea e terrestre non si siano accorte che a qualche migliaio di metri dalla base si aggiravano dei terroristi armati di lanciatori? Possibile, poi, che nessuno nella base abbia sentito il caratteristico fischio di arrivo di quel razzo?

Tra l’altro, lo Stato Maggiore non dice che Braj è stato certamente ucciso da un razzo ma soltanto che nella base  “sono stati rinvenuti frammenti attribuibili a un razzo da 107 mm”.

Chi scrive non ha mai avuto in grande estimazione il linguaggio multivalente degli Stati Maggiori e, tuttavia, questa volta almeno una cosa è chiara: non sappiamo con certezza com’è morto Manuele Braj!

Purtroppo, il nostro è il 51° caduto in una decennale guerra che non ha migliorato la vita degli afgani, che non ha portato loro la democrazia (che considerano kufr, miscredenza) e che non ha sconfitto gli integralisti i quali riprenderanno il potere il giorno dopo che gli eserciti della coalizione occidentale se ne saranno andati.

Chissà se, quando sarà in grado di capire, la spiegheranno così la guerra in Afghanistan a quel bimbo di Collepasso che non conoscerà mai il padre che, nel fiore degli anni, è caduto, non si sa bene come e per cosa.

Ho in uggia l’arditezza di certi paralleli storici ma, ahimè, talune somiglianze tra eventi di ieri e di oggi sono talmente evidenti che sarebbe stato omissivo non rimarcarlo. D’altronde, non è colpa mia se le rassicurazioni fornite da Monti a Rasmussen rassomigliano a quelle che Badoglio diede ai tedeschi nel 1943: “La guerra continua”. E i lutti pure.

Ignoto Militi

L’articolo è pubblicato sul numero attualmente in edicola (luglio-agosto) del mensile Echi della Valle Olona.

“Stile scanzonato come antidoto contro il pianto della coscienza”, è L’armata emotiva di Vincenzo Ciaraffa

Mi ha lasciato l’amaro in bocca. Non tanto per ciò che vi è scritto, ma piuttosto per il fatto che non sono del tutto sicura che davvero l’autore non volesse lasciarcelo sul serio l’amaro in bocca. Che, insomma, tutto ciò fosse deliberato.

È un registro giocoso, a tratti licenzioso, molto spesso gustosamente comico, ma che sfocia nella critica aperta, lo stile che Vincenzo Ciaraffa ha adottato nel suo libro L’armata emotiva, analisi semiseria degli ultimi 150 anni di storia degli italiani con un rapido excursus fino alla nascita di Roma.

Che vi siano tanti livelli di lettura, molteplici linee da seguire a partire dalla colonna sonora delle canzoni popolari italiane alla scansione inesorabile degli eventi, non c’è nessun dubbio. È ciò che in fondo ci si aspetta da un libro sulla storia scritto da un autore che non si ferma alle apparenze.

Ma è la presenza di elementi  pericolosamente attuali – quasi che le lezioni apprese non fossero state per niente apprese! –  che colpisce. Visti tutti insieme, dentro lo stesso libro, questi problemi irrisolti risultano prepotenti e giganteschi.

Quasi una malattia a cui ci si è rassegnati e che proprio per questo risulta incurabile.

Mancanza di capacità di analisi, ristrettezza di vedute, assenza di strategie, periodo di comando come occasione per fare carriera più che per crescere professionalmente. E poi gli yes men di Cadorna, l’assenza di meritocrazia, l’attesa di ordini che non arrivano mai quando occorrono. Sono solo alcuni degli elementi di denuncia presenti nel libro.

La figura dell’ufficiale che si è affermata oggi, tanto per fare un doloroso riferimento, risulta molto vicina a quanto previsto dal generale Cadorna, ricorda l’autore: “impiegatizio, fatalista, pavido di fronte ai superiori, indifferente se pure non disonesto nei confronti dell’inferiore, al pari dell’ambizioso senza scrupoli”.

Fa male leggere questo da chi, Ciaraffa, appunto, nelle Forze Armate ci ha prestato servizio tutta la vita e che ritiene, come scrive, che le Forze Armate italiane siano l’unica forza armata al mondo a vergognarsi di sembrarlo.

Quasi che fosse un imbarazzo si parla di operazioni fuori area come di operazioni di pace, abolendo la parola guerra a tutto vantaggio dell’impreparazione anche psicologica di chi poi in teatro operativo la guerra la affronta per davvero. Di più, nell’interpretazione dell’autore le stesse operazioni sul territorio nazionale diventano il triste emblema di ciò che in realtà è uno stato d’assedio prima ancora che uno stato.

Un surrealismo che si ripete nel richiamo all’intelligente creatività in mancanza di mezzi e di soldi per l’addestramento e, più in generale, per gli strumenti utili anche solo per fronteggiare le riparazioni di routine, se non proprio le battaglie alle foglie d’autunno che persino mio nonno ricorda. Un filo conduttore, insomma, questa emotività, che non ci ha portato da nessuna parte, come si intuisce, se non ad avere una classe politica tutt’altro che serena e vertici militari decisamente compiacenti.

L’allegra rilettura del bidone preso da Garibaldi a Fino Mornasco, sposando una marchesina incinta di un altro, o della sconfitta dei prussiani a Valmy, per colpa di una sindrome gastrointestinale dovuta all’uva acerba, non sanano il cinismo della denuncia dello stato di fatto. Almeno, non con me.

Ed è così che emotività, irrazionalità, paternalismo e demagogia presentati come la cifra delle nostre istituzioni e delle nostre Forze Armate, quattro temibili cavalieri dell’Apocalisse, mettono il malumore.

Se non l’amaro in bocca, appunto, per ciò che ora penso l’autore avesse in animo davvero di trasmettere.

Paola Casoli

Talebani allo sbaraglio: non sanno fare l’amore né la guerra, ma l’intelligence ha fallito oggi a Kabul

By Sugar Lady

Rassicurante doversi ripetere in questi casi: ai talebani manca una guida seria, si era già capito da tempo. Gli manca una testa, anzi, gli mancano tutte e due, visto che non riescono né a ragionare con il cervello né con il pisello.

Perso il loro carisma nella dichiarata disponibilità a sedersi a un tavolo di trattative per la pace con il nemico Occidente, tentata la strada dell’apertura mediatica con un forum online che si è ripiegato su se stesso causa uso lingua comprensibile solo ai parlanti arabo, perso il conforto nostalgico nella predominanza del cromosoma Y su quello femminile X a colpi di burqa, ai talebani non rimane che sorreggere la loro impotente virilità con la canna di un fucile. Che almeno glielo fa allungare un po’.

E’ un fallimento che brucia più del fuoco delle bombe. Gli brucia dentro non poter ammettere che da una parte non vogliono lasciar andare via le forze alleate, che invece stanno cercando di impacchettare in fretta e furia le loro cose tentando di risparmiare qualche soldino oltre alle vite dei propri giovani in armi.

E dall’altra c’è la profonda spaccatura al loro interno, che brucia più di una gastrite ulcerosa: colloqui di pace sì-no-vediamo, magari se ci fanno trovare le mistress in albergo ci veniamo tutti. Allo stesso modo: guerriglia-sì-no-pensiamoci, finché non ci intercettano le consegne a domicilio di esplosivi divertiamoci ad accendere le micce.

Il tutto condito da rapporti con le loro donne sessualmente ed emotivamente fallimentari, dove vale la legge dell’acido sul volto e della sòcca lunga lunga dalla testa ai piedi per coprire l’insoddisfazione generata dall’assenza cronica di viagra.

I talebani sono allo sbaraglio. Se gli attacchi di oggi al cuore di Kabul indicano certamente un esecrabile fallimento dell’intelligence nel prevenire tale scoppio coordinato di violenza, e su questo un bel tapiro alla Staffelli-maniera glielo mandiamo via Ups, è chiaro ormai che i talebani stanno alla frutta se necessitano di atti così plateali per mostrare che ci sono e sono vivi.

Sì, perché nel momento in cui si cerca l’autolegittimazione ormai un po’ vintage dell’inaugurazione dell’offensiva di primavera, ci si avvicina pericolosamente alla schizofrenia cubana nell’educare alla rivoluzione con tirassegni da luna park di lattine e peluche. Come se il Mullah Dadullah e il Che fossero pronti a reincarnarsi da un istante per l’altro.

E’ difficile per loro, adesso, uscire dal tunnel imboccato: spaccatura interiore e mancanza di guida sono un pericoloso campanello d’allarme. Chiaro che questo crea comunque danni alle forze alleate e agli stessi afgani: finché l’intelligence fallisce, i poliziotti afgani continuano a morire e gli occidentali se ne vengono via.

Il colpo sarà duro da digerire non tanto per la campagna presidenziale afgana, dove ancora non è detto che Karzai ceda il posto, quanto piuttosto per quella americana.

Mentre il rinculo è tutto per i vertici militari della Nato, COMISAF gen John R.Allen in testa, che dovranno fare i conti con chi di loro non ha annusato il passaggio di armi ed esplosivi come se fossero casse di patate per la mensa del quartier generale a Kabul.

Sugar Lady

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La foto dei talebani è dell’Unità

Ex UFG 11: o Seul e Washington sospendono esercitazione, o guerra nucleare da parte di Pyongyang

Si chiama Ulchi Freedom Guardian (UFG 11) ed è un’esercitazione congiunta tra le marine militari di Corea del Sud e Stati Uniti.

Ha preso avvio martedì 16 agosto nel tratto di mare normalmente più caldo, visto che è l’arena dove spesso si confrontano e si provocano Corea del Nord e Corea del Sud, e coinvolge decine di migliaia di militari sia coreani che statunitensi, a quanto si apprende dall’ufficio stampa delle forze americane e da Voice of America, VoA (qui via Globalsecurity).

L’esercitazione durerà dieci giorni e si terrà al largo della costa ovest della penisola coreana nel Mar Giallo (VoA), con dispiegamento di personale a Seul e nei dintorni per gli aspetti CPX e CAX (US DoD).

La Corea del Nord è stata avvisata del carattere non provocatorio dell’attività in atto, fanno sapere gli ufficiali della pubblica informazione, ciononostante Pyongyang ne ha chiesto la sospensione per scongiurare una crescente probabilità di guerra nucleare, si legge da VoA.

A quanto si apprende, la UFG 11 è diretta a simulare l’annientamento delle armi di distruzione di massa del Nord, secondo il ministro della Difesa di Seul. Mentre si tratterebbe di una esercitazione di routine orientata alla difesa e al miglioramento della capacità di interazione per i comandanti americani.

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Fonte: Globalsecurity

Foto: english.ahram.org.eg, AP da mattgarner.net

iPad per le Forze Armate di Singapore

Gli americani ne avevano parlato poco più di un anno fa. Poi, nel maggio di quest’anno avevano fatto di più, pensando anche ad applicazioni specifiche. Ma allora si parlava solo di smartphone sui campi di battaglia. Ora, per i militari di Singapore, è addirittura in consegna l’iPad, ovvero ciò che sta in mezzo tra lo smartphone e il notebook, per dirla alla Steve Jobs.

Lo ha fatto sapere il ministero della Difesa di Singapore a fine giugno, qui riportato da Armed Forces International, comunicando che dal prossimo mese di novembre in poi verranno consegnati circa 8mila iPad a tutte le reclute che entrano nelle Forze Armate della ricca città-stato del sudest asiatico.

I primi a riceverlo saranno i membri dell’Esercito, a seguire l’iPad sarà consegnato anche ad Aeronautica e Marina, il tutto nel giro di un anno. Una volta consegnati gli iPad, sarà la volta dell’inserimento delle applicazioni; un certo numero di contratti con aziende  del settore sarebbe già stato siglato.

L’innovazione rappresentata dalle nuove tecnologie significa non solo la possibilità per i militari di raccogliere documentazione fotografica istantanea sul campo di battaglia e inviarla direttamente al database centrale per analisi successive, ma anche e soprattutto la capacità di entrare in chat o messaggiare con il comandante in tempo reale. Battaglia durante, per intenderci.

E’ il nuovo profilo che le nuove tecnologie stanno dando al conflitto. E’ la guerra, se così si può ancora chiamare, sulla punta delle dita.

In breve, non solo gli USA ma anche la Repubblica di Singapore potrà contare sul suo esercito di soldati supertecnologici, che a fianco della scaricatissima app di Angry Birds avranno anche quella del Raytheon Android Tactical System (RATS), l’applicazione per combattenti che mette a disposizione una serie di contenuti multimediali specifici, senza dimenticare di monitorare lo stato emotivo con il nuovissimo T2 Mood Tracker.

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Fonte: Armed Forces International

Foto: Raytheon