Kurdistan

KTCC, Erbil: al via nuovo ciclo addestrativo per i Peshmerga su fanteria, artiglieria e intelligence

20151013_KTCC_addestramento al pezzo di artiglieria Gli istruttori militari italiani hanno avviato un nuovo ciclo di attività addestrative, fa sapere la Difesa dal suo sito istituzionale, tra le quali il 7° corso basico di fanteria a favore di 250 Peshmerga.

Il ciclo addestrativo, coordinato e diretto dal Comando multinazionale KTCC (Kurdish Training Coordination Center) a guida italiana, avrà un durata complessiva di cinque settimane e vuole fornire ai militari curdi la preparazione di base del soldato di fanteria.

Le attività che verranno svolte, prevedono l’addestramento individuale al combattimento, la conoscenza delle procedure per fronteggiare la minaccia IED (contro ordigni esplosivi improvvisati), l’impiego del mortaio da 60mm, il primo soccorso sanitario, la pianificazione e la condotta di attività tattiche difensive e offensive in diversi ambienti operativi e in situazioni particolari tra cui quelle condotte nei centri abitati.

20151013_KTCC_addestramento PeshmergaContemporaneamente gli istruttori del team A&A (Advise and Assist) del contingente italiano hanno avviato l’addestramento sull’impiego dell’artiglieria a favore di 20 ufficiali peshmerga.

I rappresentanti del Ministero dei Peshmerga, equivalente del Ministero della Difesa, hanno espresso parole di apprezzamento al Comandante del KTCC (Kurdish Training Coordination Center) per l’attività di formazione svolta che ha contribuito al successo delle operazioni militari condotte contro i combattenti del Daesh, o ISIS.

Il corso addestrativo, dalla durata di 3 settimane, comprende molteplici attività tecniche di specialità quali l’impiego sia del mortaio da 120 mm ad anima liscia, sia del sistema d’arma d’artiglieria D-30 da 122 mm in dotazione alle Kurdish Security Forces, la preparazione topografica per l’orientamento dei pezzi di artiglieria nell’area di schieramento, il calcolo dei dati di tiro, le comunicazioni via radio per l’osservazione del tiro e la disciplina del fuoco.

20151013_KTCC_addestramento PeshmergaInoltre personale dello staff del Comando italiano sta addestrando altri 30 ufficiali curdi sull’impiego delle procedure e delle metodologie proprie dell’intelligence militare.

Il contingente italiano, dislocato nel Kurdistan iracheno e composto da circa 200 uomini e donne, dallo scorso gennaio ha addestrato oltre 2.000 Peshmerga su un totale di circa 5.000, formati dai trainers della coalizione internazionale che vede operare a Erbil personale di 7 nazioni europee (Italia, Germania, Gran Bretagna, Norvegia, Finlandia, Olanda e Ungheria).

Articoli correlati:

Il KTCC in Paola Casoli il Blog

Fonte e foto: difesa.it

20151013_KTCC

20151013_KTCC-addestramento nei centri urbani

Prima Parthica, Erbil: il KTCC si addestra con gli istruttori militari US sui sistemi d’arma destinati ai Peshmerga

Gli addestratori militari italiani della Task Force Erbil, coordinati dal comando multinazionale KTCC (Kurdistan Training Coordination Center) a guida italiana, hanno avviato un’attività di cooperazione con gli istruttori militari statunitensi tesa alla conoscenza dei loro sistemi d’arma che prossimamente equipaggeranno le Forze di sicurezza curde, si apprende dal sito italiano della Difesa.

L’attività addestrativa è coordinata dal KTCC composto da militari italiani, inglesi, tedeschi, olandesi, norvegesi e finlandesi che addestrano i Peshmerga curdi su richiesta dei rappresentanti curdi del MoP (Ministry of Peshmerga).

20150721_KTCC_TF Erbil_addestramento con militari US (2)A seguito dell’espansione dell’autoproclamatosi Islam State of Iraq and the Levant (ISIL) in Iraq e Siria, gli Stati Uniti hanno dato vita ad una Coalition Of Willing (COW), a cui partecipa anche l’Italia, al fine di contrastare la minaccia jihadista sostenendo le forze di sicurezza curde.

Articoli correlati:

Kurdistan Training Coordination Centre (KTCC): a Erbil i militari italiani addestrano le Kurdish Security Forces contro l’Isis (16 luglio 2015)

Fonte e foto: KTCC via difesa.it

Kurdistan Training Coordination Centre (KTCC): a Erbil i militari italiani addestrano le Kurdish Security Forces contro l’Isis

20150716_KTCC_Erbil_visita MinDif Pinotti (5)Sono in 200 gli uomini e le donne che compongono la Task Force Erbil del Kurdistan Training Coordination Centre (KTCC), che opera nell’area di Erbil nell’ambito dell’operazione Prima Parthica.

E oggi, 16 luglio – si apprende dal sito dello Stato maggiore della Difesa – hanno ricevuto la visita del ministro della Difesa, senatrice Roberta Pinotti, accompagnata dal Capo di stato maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano, e dall’ambasciatore d’Italia a Baghdad, SE Marco Carnelos.

Nel corso dell’incontro con i militari italiani, il Ministro ha espresso parole di forte apprezzamento per la meritoria opera svolta dal personale delle Forze Armate Italiane, impegnate nell’attività di addestramento militare a favore del personale delle Kurdish Security Forces (KSF) destinati alle operazioni militari contro i Da’ish (jhadisti dell’ISIS).

20150716_KTCC_Erbil_visita MinDif Pinotti (1)Nel prosieguo della visita, il Ministro ha manifestato la propria soddisfazione per i risultati conseguiti, fa sapere la stessa Difesa dal suo sito online, evidenziando come il lavoro svolto dagli uomini e dalle donne appartenenti a tutte le Forze Armate sia sempre molto apprezzato non solo da tutte le autorità politiche e militari, nazionali e internazionali, ma soprattutto dalle istituzioni e dalla popolazione curda.

Sempre dal sito istituzionale, si apprende che i compiti del contingente italiano sono la contribuzione con personale qualificato impiegato negli staff dei comandi della Coalizione; l’attività Air-toAir refueling a favore degli assetti della Coalizione; l’attività di ricognizione e sorveglianza con aerei a pilotaggio remoto e Tornado.

20150716_KTCC_Erbil_visita MinDif Pinotti (3)L’impegno italiano si esplica, oltre che nel supporto aereo, anche in campo di addestramento delle truppe di terra. In particolare, la Task Force Erbil, composta oggi da circa 200 uomini e donne, a partire dallo scorso gennaio ha addestrato circa 1.200 militari delle KSF.

Fonte e foto: Stato maggiore Difesa

20150716_KTCC_Erbil_visita MinDif Pinotti (4)

20150716_KTCC_Erbil_visita MinDif Pinotti (2)

IS, ISIS, ISIL o EI: è lo “Stato Islamico”, nuovo attore global e social che parla inglese

By Filippo Malinverno

La sigla IS, con tutte le sue varianti del caso, è divenuta negli ultimi mesi una delle parole più ricercate del web. Che sia IS, ISIS, ISIL oppure EI una cosa è certa: nella Mezzaluna fertile stiamo assistendo alla nascita di un nuovo Stato. Chi lo sostiene? Chi lo combatte? Com’è strutturato?

Di gruppi terroristici e fronti armati islamici negli ultimi anni ne abbiamo visti di tutti i colori. Al-Qaida, Boko Haram, Al-Nusra, Hamas e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia, ne esiste uno che di recente tormenta i pensieri dell’Occidente in modo particolare, più di tutti gli altri: l’IS (o ex-ISIS o ISIL, come era chiamato prima della creazione del Califfato), lo Stato islamico. Definirlo “gruppo terroristico” però non sarebbe del tutto corretto: questo è solo il modo in cui la maggior parte di noi, influenzata dalle terribili immagini delle decapitazioni, tende a classificare quello che in realtà non è semplicemente un’accozzaglia di terroristi invasati, ma è a tutti gli effetti un vero e proprio Stato.

Proprio così, l’IS (in arabo “al-Dawla al-Islāmiyya”) è uno Stato, non riconosciuto a livello mondiale e proclamatosi tale il 29 giugno scorso, quando il leader del movimento, Abu Bakr al-Baghdadi, ha annunciato urbi et orbi la rinascita del Califfato islamico. Dopo aver stabilito la sua capitale de facto ad Al-Raqqa, città del nord della Siria, lo Stato islamico si è dotato di una vera e propria amministrazione che offre servizi scolastici ai suoi cittadini, ricompensa i suoi soldati, riscuote le tasse, fornisce acqua ed energia elettrica e, da qualche settimana a questa parte, sembra aver installato nei suoi centri abitati delle cabine telefoniche dalle quali è possibile telefonare gratuitamente. Insomma, il Califfo non sembra aver dimenticato i suoi nuovi sudditi e sta costruendo gradualmente un vero e proprio sistema di welfare. Pare che al-Baghdadi stia realizzando il progetto del fondatore del movimento, Abu Musab al-Zarqawi, ex-membro di Al-Qaida ucciso ne 2006 da una bomba in Iraq. Sorprendente per uno Stato che è perennemente in guerra su tre fronti: contro il governo iracheno di Baghdad, contro il regime di Assad in Siria e contro i peshmerga del Kurdistan iracheno.

Del resto le risorse non mancano. Pozzo dopo pozzo, i soldati dello Stato islamico hanno conquistato una quantità di giacimenti petroliferi sufficiente a raccogliere ingenti somme di denaro (l’IS vende il petrolio sul mercato a un prezzo decisamente inferiore rispetto agli altri produttori), che servono per mantenere la sua sempre più numerosa macchina da guerra umana: i miliziani del Califfo sono pagati meglio dei soldati governativi siriani ed iracheni e ciò garantisce all’esercito una maggiore coesione nelle fasi operative. Esiste tuttavia la possibilità che, di fronte alla rapida e continua espansione dell’IS, le fonti di petrolio finora conquistate non siano più sufficienti a sostenere l’ingrandimento dello Stato.

Un aspetto altrettanto importante dell’IS e che evidenzia quanto sia elevato il livello della sua organizzazione è il linguaggio: sfruttando la straordinaria risonanza che offrono i social network come Facebook, YouTube e Twitter (penso che Instagram lo lasceranno perdere…), il Califfato utilizza un linguaggio e una propaganda che gli permette di riscuotere consenso in tutto il mondo, penetrando qualsiasi tipo di cultura o società. Non a caso, i militanti dell’IS comunicano sempre in inglese, la lingua veicolo di informazioni per eccellenza, semplicemente perché non tutti gli islamici parlano arabo. Tramite l’inglese tutti i devoti di Allah, e non solo, possono comprendere facilmente i messaggi che il Califfo vuole diffondere. Lo stile con il quale questi messaggi vengono diffusi appare decisamente efferato e crudele: decapitazioni ed esecuzioni, postate in rete con una facilità irrisoria, sono per l’IS un simbolo di forza. Ovviamente a noi occidentali questi atti sembrano delle barbarie, perché fondamentalmente lo sono. E il Califfo questo lo sa. Così come conosce il tipo di reazione che questi video potrebbero provocare in ognuno di noi: l’obiettivo della sua propaganda è proprio quello di suscitare in noi ribrezzo e paura, tanto da farci desistere da qualsiasi tentativo di intervento diretto contro il suo Stato.

Ma finora qual è stato il comportamento dell’Occidente? Nel settembre scorso, durante il vertice di Parigi, il presidente Barack Obama, affermando più volte di voler usare il pugno di ferro contro lo Stato islamico, aveva esortato la comunità internazionale a cooperare con gli Stati Uniti per fermare l’operato del Califfo in Medio Oriente. Diversi paesi, tra cui l’Italia, si sono uniti alla causa, ma la coalizione anti-Is sembra fare acqua: in primo luogo perché gli obiettivi militari sono incerti e diversificati (del resto è difficile colpire un nemico che controlla un territorio non geograficamente compatto): è una guerra contro Assad, contro l’IS o contro entrambi?; in secondo luogo perché i principali nemici dell’Is, su tutti l’Iran sciita, non agiscono direttamente all’interno di essa: Teheran, stando alle rivelazioni della Reuters, sarebbe anche disposta a combattere in prima linea il Califfato, ma in cambio desidererebbe più flessibilità sul programma iraniano di arricchimento dell’uranio, in merito al quale è in corso un negoziato con Washington; infine, una guerra combattuta senza l’utilizzo di forze terrestri non sembrerebbe dare risultati soddisfacenti: i raid aerei limitati potrebbero non bastare per sconfiggere l’esercito di al-Baghdadi, ma nessun paese occidentale è disposto a impiegare le proprie risorse militari sul campo.

In tutto ciò, la posizione della Turchia rimane ambigua. Nonostante i jihadisti siano arrivati a pochi chilometri dal confine turco, Ankara non si è ancora messa a completa disposizione degli Stati occidentali per fornire un appoggio militare contro le milizie del Califfo. Le basi turche vicino al confine con la Siria e L’Iraq sarebbero fondamentali per le operazioni militari anti-Is, ma gli eredi della Sublime Porta indugiano. E’ cosa nota che l’indipendenza del Kurdistan non stia particolarmente a cuore ad Ankara e un indebolimento delle forze curde contro i jihadisti non sarebbe cosa sgradita. Quando agirà la Turchia?

Osservando l’operato dell’Occidente, diviene lecito porsi una domanda: se lo Stato islamico non avesse invaso l’Iraq e si fosse limitato a combattere contro Assad e contro i curdi avremmo lo stesso creato una coalizione contro di lui? Probabilmente no, ma l’Iraq ha la fortuna/sfortuna di possedere immensi giacimenti petroliferi e l’assenza di una situazione stabile nella Mezzaluna fertile non giova certo al mercato dell’oro nero.

Ed è proprio dall’oro nero che deriva l’ultima osservazione da fare sulla guerra contro i jihadisti di Al-Raqqa. A chi giova questo conflitto? Gli unici paesi che potrebbero trarre vantaggio da un conflitto del genere sarebbero dei paesi esportatori di petrolio, che, grazie alla destabilizzazione strategica delle maggiori aree energetiche del mondo, riuscirebbero in questo modo a vendere il loro prodotto a prezzi inferiori a quelli dei produttori rivali. La Libia, con la guerra del 2011, è già stata messa fuori gioco, sfruttando l’ondata rivoluzionaria della “primavera araba”. L’Ucraina, nazione cruciale per il passaggio dei diversi gasdotti, è divisa in due e palesemente destabilizzata. Ora l’Iraq e la Siria, con quest’ultima coinvolta in guerra civile dal 2013. Nel frattempo, nel giugno 2014, l’Ufficio per la Sicurezza e l’Industria del dipartimento al Commercio Americano ha autorizzato, per la prima volta in 40 anni, due piccole compagnie petrolifere americane a vendere petrolio greggio all’estero. Gli Stati Uniti sono diventati a tutti gli effetti esportatori di petrolio, grazie allo sfruttamento delle formazioni geologiche cosiddette “Shale”. Il petrolio americano a basso prezzo sta invadendo il mercato, danneggiando paesi produttori come la Russia, il Venezuela, l’Iran e le monarchie del Golfo. Forse la strategia di Obama non era poi così superficiale come molti l’hanno definita.

Difficilmente l’IS diventerà il nuovo “terrore della Cristianità”, perché per ora i seguaci di al-Baghdadi sono ancora occupati a ritagliarsi il proprio spazio nel mondo islamico, socialmente, politicamente, militarmente ed economicamente. Per tradizione, l’Occidente non perde occasione per far sentire la propria voce e curare i propri interessi intervenendo in aree del mondo che gli stanno davvero a cuore. Contando che uno dei nemici principali dell’IS in Siria è il regime di Bashar al-Assad, regime che nel 2013 le potenze occidentali hanno combattuto sostenendo i ribelli siriani, il problema questa volta è molto serio: qual è il vero obiettivo di Europa e Stati Uniti? Chi è il vero nemico, l’IS oppure Assad? Contro chi bisognerà continuare a combattere?

Filippo Malinverno

Foto: Independent

Il CaSMD, amm Binelli Mantelli, a Erbil nel Kurdistan iracheno: il presidente Barzani chiede più sostegno contro l’ISIS. Addestramento in Italia per i peshmerga

Nel pomeriggio del 10 novembre scorso, fa sapere lo stato maggiore della Difesa, si è svolta la visita lampo a Erbil, in Kurdistan, del Capo di stato maggiore della Difesa (CaSMD), ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, per un confronto con il suo omologo iracheno, generale Babaki Zebari.

Nel corso della visita l’ammiraglio Binelli Mantelli ha incontrato il Presidente della Regione del Kurdistan – Iraq, Masoud Barzani, e le più alte cariche del governo locale.

Il CaSMD, accompagnato dall’Alto rappresentante  del governo regionale del Kurdistan dell’Iraq in Italia, dottoressa Rezan Kader, è stato accolto al suo arrivo dal ministro degli Affari Peshmerga, Mustafa Sayid Qadir, e dall’ambasciatore italiano in Iraq, Massimo Marotti.

Il Presidente Barzani ha ringraziato il CaSMD per il supporto che l’Italia ha fornito e sta fornendo alle autorità curde nella sua guerra contro l’ISIS, ribadendo la necessità di un ulteriore sostegno da parte della comunità internazionale in termini di materiali d’armamento e di addestramento.

L’ammiraglio Binelli ha confermato l’impegno dell’Italia in favore dell’Esercito iracheno e del Kurdistan nel contrasto all’ISIS, sia nell’ambito di una collaborazione bilaterale e della coalizione internazionale.

In particolare, per quanto attiene all’attività bilaterale, è stata valutata la possibilità di svolgere ulteriori attività addestrative in Italia a favore dei peshmerga nel settore del contrasto alla  minaccia IED (ordigni esplosivi improvvisati), che sta causando gravi perdite tra i militari e i civili curdi. Al momento sono in corso colloqui in ambito coalizione per individuare le basi dove opereranno gli addestratori.

Successivamente l’ammiraglio Binelli Mantelli ha ultimato i colloqui con le autorità di vertice locali incontrando il primo ministro Nechirvan Barzani, il ministro dell’Interno Abdulkarim Sultan Sinjari e il capo dipartimento degli Esteri Falah Mustafa Bakir.

La breve visita si è svolta in un clima di grande cordialità e condivisione di vedute a riprova della volontà di contrastare insieme la minaccia terroristica posta da ISIS e della riconoscenza delle autorità e del popolo curdo per il supporto italiano.

Articoli correlati:

Il CaSMD in Paola Casoli il Blog

ISIS in Paola Casoli il Blog

Fonte e foto: stato maggiore Difesa

Iraq: una settimana di trasporti umanitari per le popolazioni del nord. Aeronautica ed Esercito interessati dall’intervento disposto da Difesa ed Esteri

È atterrato a Erbil, nel nord dell’Iraq, lo scorso 20 agosto l’ultimo C-130J dell’Aeronautica Militare Italiana, completando il ponte aereo che dal 16 agosto ha trasportato, con 6 voli, 49 tonnellate di acqua e generi alimentari,  200 tende da campo e 400 sacchi a pelo per gli sfollati e i profughi minacciati dallo Stato islamico che hanno trovato rifugio nei campi delle Nazioni Unite nel nord dell’Iraq.

L’intervento, disposto dai Ministri della Difesa e degli Esteri, ha visto l’impiego di velivoli C-130J  della 46^ brigata aerea di Pisa che, per questa operazione, sono stati  rischierati presso le strutture della Task Force Air di Al Bateen, negli Emirati Arabi, dalla quale l’Aeronautica Militare supporta da anni il teatro afgano, e dove sono avvenute le operazioni di carico dei velivoli con il materiale messo a disposizione per la popolazione colpita dalla crisi.

Tra il personale impiegato anche un nucleo del 16° stormo Fucilieri dell’aria per la sicurezza dei velivoli.

Nel dispositivo predisposto per l’emergenza presente, inoltre, era incluso personale dell’Esercito Italiano con un  plotone di paracadutisti aviorifornitori destinati a preparare i carichi in caso di aviolancio e un plotone paracadutisti del 187° reggimento della brigata paracadutisti  Folgore con compiti di force protection.

Articoli correlati:

La situazioe dei cristiani iracheni a Ninive sotto l’assedio di ISIL-ISIS: Salvaimonsteri riferisce di importante esodo verso il Kurdistan iracheno. In vigore la sharia (30 giugno 2014)

Fonte e foto: stato maggiore Difesa

Iraq, la situazione dei cristiani iracheni a Ninive sotto l’assedio di ISIL-ISIS: Salvaimonasteri riferisce di importante esodo verso il Kurdistan iracheno. In vigore la sharia

Un comunicato datato 29 giugno di Salvaimonasteri, organizzazione da sempre attenta alla situazione dei cristiani nel mondo, fornisce un punto di situazione dopo i combattimenti “tra  gruppi armati sunniti e militari curdi” di mercoledì 25 giugno scorso nella regione di Mosul, nel nord dell’Iraq, che hanno causato la fuga di circa 40mila abitanti dei villaggi della Piana di Ninive: il Kurdistan iracheno, secondo quanto riferisce il comunicato, sta accogliendo la popolazione in fuga e mettendo a disposizione scuole e luoghi pubblici per l’accoglienza dei profughi.

I miliziani islamici, si apprende, hanno già imposto la sharia, la legge religiosa islamica, mentre violenze e soprusi vengono perpetrati contro i cristiani dell’area.

Qui di seguito il comunicato integrale di Salvaimonasteri:

Oggi [domenica 29 giugno, ndr], Sua Beatitudine Ignatius Joseph III Younan, Patriarca Siro Cattolico di Antiochia e di tutto l’Oriente, si è recato in visita a Ninive nella Diocesi di Mosul. Lo scorso mercoledì 25 giugno, le città e i  principali villaggi cristiani iracheni della regione di Mosul  nella Piana di Ninive, Karakosh – Baghdeda ,  Karamless,  Bartella, sono stati abbandonati da più di  40.000  abitanti, a seguito di combattimenti e colpi di artiglieria  tra  gruppi armati sunniti e militari curdi. Il Vescovo della chiesa Siro cattolica e i sacerdoti sono rimasti nelle chiese.

La maggior parte degli abitanti in fuga si sono rifugiati nella zona cristiana di Ankawa nella città di Erbil nel Kurdistan iracheno e nella zona di  Dehok ed Akra nel nord del Kurdistan.  Ad Ankawa, scuole e luoghi pubblici sono stati adibiti per l’accoglienza.

La Piana di Ninive fa parte del governatorato  di Mosul , la città che il 10 giugno scorso è stata conquistata dalle milizie dell’ ISIL ( Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, detto anche ISIS, in arabo DAASH). Migliaia di  abitanti di Mosul, fra cui numerose famiglie cristiane, sono fuggiti nel Kurdistan.  I miliziani islamici hanno imposto le regole della Sharia e si registrano violenze e soprusi contro i cristiani.

Dal 2004 i Cristiani iracheni hanno subito una dura persecuzione con chiese attaccate e distrutte a Mosul, Kirkuk, Baghdad; il Vescovo di Mosul, Paulos Faraj Rahoo, fu assassinato nel 2008;  molti sacerdoti e fedeli uccisi come nella strage nella Cattedrale Siro Cattolica di Baghdad nel 2010. In questi ultimi dieci anni, la fuga dei Cristiani dall’Iraq ha ridotto  la minoranza cristiana irachena da 1 milione a trecentomila persone.

Il Sindaco di Karakosh-Baghdeda, Nisan Karromi afferma che “I Cristiani sono gli abitanti originali che hanno dato inizio a questo  paese. Nonostante quanto hanno subito negli ultimi anni, il governo iracheno  non ha promulgato alcuna legge per salvaguardare i diritti e la libertà della minoranza cristiana. Purtroppo, in tutto il Medio Oriente si è diffusa l’idea di svuotare i nostri paesi dei Cristiani, ed è quello a cui assistiamo in Iraq, Siria, Egitto, Sudan.”

Fonte: Salvaimonasteri

La mappa dell’Iraq è di archeo.it

Policlinico militare del Celio a salvaguardia dei cittadini con e senza stellette: sindaco Alemanno concede cittadinanza onoraria

Domenica 21 aprile il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha concesso la cittadinanza onoraria della capitale al Policlinico militare del Celio quale “Testimonianza solenne di apprezzamento e di affetto per la costante, pluriennale e meritoria attività svolta da Policlinico Militare di Roma a salvaguardia della salute dei cittadini con e senza le stellette”.

All’evento, che si è svolto nell’ambito delle celebrazioni del 2766esimo anniversario del Natale di Roma, hanno partecipato, tra gli altri, il Capo di stato maggiore dell’Esercito, generale Claudio Graziano, l’onorevole Domenico Rossi e il direttore del Policlinico Militare, generale Maria Alberto Germani.

“Il Policlinico militare di Roma, costruito sul colle Celio, nel 1891”, si legge nel verbale di delibera dell’Assemblea capitolina, “in oltre centoventi anni di vita operosa e ininterrotta, sia in pace sia in guerra, ha acquisito nel corso di tanti anni un profondo radicamento nella città che lo ospita e ha continuato a essere severo custode di quelle virtù che consacrano il Soldato di Sanità”.

Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, nel suo discorso ha rivolto un particolare ringraziamento al personale del policlinico militare Celio “per l’assistenza prestata a tutti i militari all’estero, portando per il mondo il nome di Roma”, sottolineando inoltre “l’impegno profuso nella sperimentazione delle cellule staminali”.

Il generale Graziano, dopo aver ringraziato le autorità presenti e la città di Roma, che ospita dal 1891 il Policlinico militare Celio, per il prestigioso riconoscimento concesso ha espresso la sua riconoscenza “per l’attività svolta dall’ospedale militare, in particolar modo negli ultimi anni: numerosi soldati, uomini e donne, sono vivi per la professionalità che il personale medico militare ha espresso sul terreno, sul campo e nelle sale operatorie”, ha continuato il Generale Graziano facendo sapere che “noi stiamo investendo sulla ricerca, assieme alla componente sociale e umana del Paese per assicurare una sempre maggiore professionalità nell’interesse del Paese, di tutte le Forze Armate e della città di Roma”.

Il direttore del Policlinico Celio, generale Germani, ha dichiarato che “il Policlinico militare Celio, oltre a operare in Afghanistan , Libano e Kosovo, si evolve anche dal punto di vista tecnico scientifico grazie alle collaborazioni con le Università di Roma e con gli altri ospedali della Capitale”.

“Sul territorio nazionale – ha spiegato il direttore – il Policlinico militare è inserito nel circuito dell’emergenza sangue a Roma e ha curato, di recente, tanti cittadini romani che in situazioni di criticità non potevano essere ricoverati, a causa del sovraffollamento, nelle strutture pubbliche”.

L’impegno del Policlinico militare si è anche estrinsecato nella partecipazione alle missione di pace nel mondo in cui l’Italia ha fornito il suo contributo di solidarietà internazionale.

Sono trascorsi ormai più di 30 anni dal suo primo intervento nella città di Beirut nel 1982. Da allora gli Ufficiali medici e i Sottufficiali infermieri del Celio sono periodicamente partiti per fornire la loro assistenza in molti teatri operativi, tra i quali il Kurdistan nel 1991, la Somalia nel 1993, il Mozambico nel 1994, la Bosnia e l’Albania nel 1996, il Kosovo nel 1999, la Macedonia nel 2000, l’Iraq dal 2003 al 2006, il Ciad nel 2008 e Haiti, in occasione del terremoto nel 2010. Attualmente, il Celio alimenta con personale sanitario l’Afghanistan, il Libano e il Kosovo.

Articoli correlati:

Il Policlinico militare del Celio in Paola Casoli il Blog

Fonte: stato maggiore dell’Esercito

Foto: stato maggiore dell’Esercito

Brigata alpina Taurinense, 60° anniversario: il Capo di stato maggiore dell’Esercito, generale Graziano, invia messaggio al comandante, generale Ranieri

Le congratulazioni per il sessantesimo anniversario della costituzione della brigata alpina Taurinense da parte del Capo di stato maggiore dell’Esercito, generale Claudio Graziano, sono arrivate con un messaggio direttamente al comandante della Grande Unità, generale Dario Ranieri.

Nel suo messaggio, si apprende dall’Ufficio stampa dell’Esercito, il generale Graziano si è complimentato per il sessantesimo anniversario della brigata Taurinense: sessant’anni, ha ricordato il Capo di smE, durante i quali migliaia di alpini hanno servito il Paese con dedizione, disciplina e grande spirito di sacrificio.

“In questa occasione”, ha detto il generale Graziano, “il mio pensiero riconoscente va a quanti hanno sacrificato la propria vita nell’adempimento del proprio dovere e a tutte  le penne nere con il toro rampante al braccio che nel corso degli anni hanno operato dal Kurdistan iracheno al Mozambico, dalla Bosnia all’Albania, dal Kosovo all’Afghanistan, senza trascurare il contributo offerto in occasione di calamità naturali o il concorso alle forze di polizia”.

“Per tali motivi”, conclude nel suo messaggio il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, “gli alpini della Taurinense devono essere sempre orgogliosi delle loro tradizioni da cui trarre esempio e forza per il loro agire quotidiano, soprattutto in un momento in cui la brigata si prepara a una nuova missione nell’impegnativo teatro operativo afgano. In questa giornata di festa, giunga dunque alla brigata Taurinense, per il mio tramite, l’augurio e il fraterno abbraccio di tutto l’Esercito Italiano.”

La brigata Taurinense, che assumerà la responsabilità del settore ovest dell’Afghanistan a fine settembre, subentrando alla brigata Garibaldi attualmente in teatro, ha al suo attivo una lunga tradizione nel settore delle operazioni in aree di crisi: un suo contingente di truppe è stato permanentemente a disposizione della Forza Mobile della NATO in Europa dal 1960 al 2002, mentre, dal 1991, i reparti della brigata Taurinense sono stati impiegati all’estero a più riprese.

Il generale Graziano è stato comandante della brigata Taurinense dal 2004 al 2006, periodo durante il quale è stato, dal luglio 2005 al gennaio 2006, anche il comandante della Multinational Brigade Kabul di ISAF in Afghanistan.

La Brigata Taurinense è dislocata in Piemonte e in Abruzzo e si compone di tre reggimenti d’arma base, uno d’artiglieria, uno di cavalleria, un reggimento genio e un reparto comando.

Depositaria delle tradizioni storiche del I Raggruppamento alpino, fondato nel 1923, poi divenuto 1^ Brigata alpina e, quindi, Divisione alpina “Taurinense”, la Brigata è oggi una delle Grandi Unità di punta dell’Esercito.

Articoli correlati:

Il Capo di smE, generale Graziano, a Torino ha visitato la brigata Taurinense, che in autunno sarà in Afghanistan (24 febbraio 2012)

La brigata Taurinense in Paola Casoli il Blog

Il Capo di stato maggiore dell’Esercito generale Claudio Graziano in Paola Casoli il Blog

Fonte: Ufficio stampa Esercito Italiano

Stemma della brigata alpina Taurinense di Esercito Italiano

Il popolo curdo, una sfida non solo per la Turchia

By Giovanni Punzo

Una sfida nel Kurdistan è il titolo di un famoso racconto di J.J. Langendorf pubblicato in Francia nel 1969 (e tradotto in Italia nel 1981). La trama non è complicata come un political thriller di Tom Clancy, ma si impone egualmente per l’immagine che presenta dell’agitatore politico, dell’agente sul campo: nel 1941 un agente nazista è inviato appunto nel Kurdistan per attrarre nell’orbita di influenza tedesca – sottraendole a quella inglese – le popolazioni della regione.

L’agente confonde il suo ruolo con quello del rivoluzionario vero e proprio, ma – nonostante l’eliminazione diretta dell’agente inglese suo avversario faccia presagire il successo – il piano fallisce semplicemente perché l’intera operazione non viene più supportata da Berlino. Animato dalle teorie geopolitiche di Ausserhofer e allievo dello stesso istituto, ammiratore del rivoluzionario ‘totale’ Saint Just, l’agente scopre di aver sacrificato in realtà la propria giovinezza in un «grande gioco» all’interno del quale il suo ruolo è quello di una modesta pedina. Dietro questa narrazione letteraria, affascinante e ben fondata su solide basi, la questione curda resta comunque viva nei protagonisti e per la spinta che ne potrebbe derivare alla relativa instabilità della regione.

I problemi insoluti della questione curda cominciano nel momento stesso in cui si intenda delimitarne l’area o stabilire il numero della popolazione di etnia curda effettivamente coinvolta. Non esistendo confini naturali il Kurdistan diventerebbe l’area geografica all’interno della quale l’etnia è maggioritaria, dove insomma costituisce la parte predominante della popolazione. In sé un concetto quindi abbastanza labile, soprattutto dopo che un decennio di guerre nella ex Jugoslavia hanno dimostrato la scarsa consistenza di questi riferimenti.

Delimitando il Kurdistan tra la catena del monte Ararat e il margine della pianura della Mesopotamia, la prima considerazione è che quest’area coinvolge sette stati diversi.

La parte più estesa del Kurdistan si trova in Turchia (17 province turche su 67), ma la stessa presenza è negata. Resta il fatto che – secondo una statistica turca della metà degli anni Sessanta – l’analfabetismo nella zona superava l’80%, ma restava difficile distinguere se si trattasse di un vero e proprio rifiuto di frequentare le scuole turche e quindi di un gesto politico. Inoltre la stessa area era definita come la «più depressa» dell’Anatolia orientale dal punto di vista economico.

Oltre alla Turchia, altri comprimari storici sono Siria, Iraq e Iran, mentre a nord, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, hanno ereditato briciole tutt’altro che trascurabili di questione curda Azerbajan, la Repubblica d’Armenia e la Georgia.

La Siria, dopo un programma di ‘arabizzazione’ spinta alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso e concluso solo nel 1976, ha fatto delle concessioni formali e pare che fino a oggi, nonostante le notevoli difficoltà del regime di Damasco, l’equilibrio con la minoranza curda resista, o almeno non costituisca fonte di ulteriore preoccupazione. Nella parte siriana, a Qaratchok nella regione di Djezirè, vi sono inoltre apprezzabili giacimenti petroliferi.

Una situazione analoga si riscontra nella parte irachena dove la consistenza dei giacimenti di Mossul e Kirkuk è invece molto nota. Dopo le dure repressioni del regime di Saddam sembra che ora una relativa tranquillità sia originata dalla speranza della tripartizione dell’Iraq che vedrebbe il nascere nella parte settentrionale del paese di uno stato curdo con autonomie federali: soluzione poco gradita alla Turchia, che però ha necessità del petrolio di Mossul.

Più complessa e difficile da definire la situazione nella parte iraniana. Lo shah, dopo il ritiro delle truppe sovietiche dall’Iran, sconfisse e si annesse la piccola repubblica curda sorta durante la Seconda guerra mondiale come una sorta di protettorato russo. Il trattamento iraniano nella sostanza non fu meno duro di quello turco e, dopo la speranza accesasi alla caduta della monarchia, il regime di Khomeini non fece concessioni, mentre altrettanto rigido sembra oggi quello di Ahmadinejad. D’altra parte i curdi hanno la stessa origine degli iraniani e la lingua curda presenta maggiori affinità con il persiano che non con l’arabo o il turco. Inoltre prima della conversione all’islam essi praticavano una religione assai simile allo zoroastrismo persiano e di questa antica religione resta un gruppo molto ridotto di circa cinquantamila persone nella zona di Mossul che pratica nello stesso tempo circoncisione e digiuno come nell’islam, ma anche il battesimo e la divisione del pane come i cristiani.

Diverse le vicende delle comunità curde al di là dei confini con la ex Unione Sovietica. Nelle tre ex repubbliche sovietiche di Armenia, Azerbaijan e Georgia il numero dei curdi è sempre stato ridotto e questo ha permesso di considerarli senza difficoltà alla stregua di tante altre minoranze dell’Asia centrale sovietica. Nel 1930 sorgevano già scuole dove l’insegnamento era impartito in lingua curda e nelle università di Mosca, Leningrado, Tashkent ed Erivan esistono corsi di lingua e letteratura. Neutrale o ambigua che fosse, la politica estera sovietica non poteva permettersi tensioni con gli stati confinanti, ma assumeva volentieri l’immagine di protettrice delle minoranze, a cominciare dall’accoglienza a Mustafà Berzani nel 1946 ricercato dagli iraniani dopo la sconfitta dell’effimera repubblica curda.

Divisioni territoriali e divisioni tribali interne – ma anche ideologiche – hanno caratterizzato sino a ora la questione curda nel suo complesso e a volte stati assai diversi come regime e collocazione internazionale (ad esempio Turchia e Siria) hanno trovato un punto di contatto solo nella repressione dei movimenti autonomisti. Ovviamente si sono spesso aggiunte strumentalizzazioni o accordi parziali con settori limitati del popolo curdo che secondo una stima di una decina di anni orsono costituisce un insieme di almeno quindici milioni di persone (secondo altre stime sono invece venti). Affrontare oggi una questione curda unificata da un solo interlocutore e rappresentante di questo popolo sarebbe tuttavia un vero e proprio incubo.

Giovanni Punzo

Articoli correlati:

Iraq: 10mila americani restano a sostegno dei diplomatici. O per il petrolio del Kurdistan? (2 agosto 2011)

Turchia: dichiarazione di autonomia per i curdi e ondate di scontri. La Nato condanna l’uccisione di tredici militari turchi (15 luglio 2011)

Mappa del Kurdistan della CIA (1992)/Wikipedia

Foto: manifestanti curdi dal blog di Roberto Spagnoli passaggioasudest