Merkel

Ucraina, una crisi da “maneggiare con cura”

Proteste Kiev UcrainaBy Filippo Malinverno

Di conflitti l’Europa ne ha visti tanti nel corso della sua millenaria storia e le ferite della Seconda Guerra Mondiale, l’ultimo di questa lunga lista, hanno impiegato anni per rimarginarsi, senza mai giungere ad una guarigione completa.

Dopo il 1945, quando i “tre grandi” [Unione Sovietica, Stati Uniti e Gran Bretagna, ndr] si riunirono prima a Yalta e poi a Potsdam per ridisegnare i confini di un continente devastato dalle bombe e dalla fame, si era venuto a creare un equilibrio più o meno stabile tra il blocco atlantico, USA-dipendente, e l’elefantiaco blocco sovietico, assoggettato alle paranoie di Stalin e dei suoi successori.

Per anni, il Vecchio Mondo ha potuto godere di un lungo periodo di pace, messo in pericolo soltanto negli anni Novanta con le guerre in ex-Jugoslavia e in Kosovo che, nonostante la gravità e l’efferatezza del loro svolgimento, furono comunque risolte da un’azione congiunta degli Stati Uniti, allora non più in possesso del loro status di superpotenza globale, dell’Europa, alla ricerca di una politica comune, e della Russia post-sovietica, impegnata nella sua ricostruzione radicale dopo il crollo del muro.

Gradualmente, trattati, dichiarazioni, convenzioni e proclami di vario genere hanno condannato e demonizzato la parola “guerra”, nel tentativo di impedire la rinascita delle rivalità interstatali e dell’ardore bellicoso tipico delle nazioni europee fino alla metà del Novecento. Una battaglia condotta da uomini e donne che la guerra vera l’avevano vissuta sulla propria pelle non molto tempo prima e che ancora provavano un dolore indelebile verso quegli innumerevoli orrori; una battaglia pacifica e pacifista che è stata tramandata alle generazioni più giovani, creando un sentimento comune di repulsione verso la violenza che non si era mai visto prima.

Ora che l’equilibrio può dirsi completamente raggiunto nell’Europa occidentale, quella orientale rischia di essere travolta nuovamente da una guerra lunga, logorante e colma di scenari agghiaccianti per il mondo intero.

A dire il vero, questa guerra, in Ucraina, esiste già da più di un anno: è una realtà cruda e apparentemente senza soluzione, che coinvolge un’intera nazione, divisa in due da sentimenti e identità nazionali opposti. Era il 18 marzo 2014 quando la Russia annetté ufficialmente la penisola di Crimea al proprio territorio: questa astuta mossa di Putin sconcertò non poco l’opinione pubblica mondiale, ma dato che la decisione finale era stata confermata da un referendum popolare palesemente a favore, l’iniziativa dell’Occidente per appoggiare Kiev dovette limitarsi a un supporto per così dire morale.

Poco dopo, nella parte orientale dell’Ucraina, sarebbe esploso un conflitto che avrebbe portato alla creazione delle repubbliche autonome di Lugansk e Donetsk, supportate militarmente da Mosca tramite aiuti materiali e insospettabili milizie senza mostrine sulle divise (forse sbucate dalle sabbie del prosciugato Lago d’Aral?). Questa volta la risposta occidentale è stata severa e inamovibile: sanzioni economiche pesantissime hanno messo in ginocchio l’economia russa, raffreddando ulteriormente i già precari rapporti con il Cremlino.

Nonostante la gravità dello scenario, poco tempo fa in molti erano fiduciosi in una fine rapida e positiva della guerra civile ucraina, senza ipotizzare alcuna escalation di violenza tale da compromettere addirittura la pace mondiale. Oggi, invece, le carte in tavola sono sensibilmente cambiate: la Russia, irritata dalle sanzioni, dal crollo del prezzo del petrolio e sempre più costretta a indebitarsi con il dragone cinese, sembra meno disposta a trattare, mentre gli Stati Uniti, forti dell’esponenziale crescita del loro PIL e gioiosi di vedere i russi allo stremo, non hanno alcuna intenzione di fare un passo indietro.

In mezzo, come al solito, c’è l’Europa, principale palcoscenico del conflitto americano-sovietico fino agli anni Sessanta e ora nuovamente in auge come campo di una possibile battaglia, non solo verbale, tra Washington e Mosca, rispettivamente a difesa di due metà diverse dell’Ucraina.

Le parole di Obama, pronto, se necessario, a fornire aiuti militari a Kiev, e di Putin, che minaccia ritorsioni belliche in caso di intromissione statunitense nella guerra civile, fanno capire che questa volta le due eterne rivali fanno sul serio.

Ciò che più spaventa nell’ambito della questione ucraina tuttavia non sono le velate minacce di guerra del Cremlino o l’utilizzo della forza da parte della Casa Bianca (non sarebbe di certo il primo esempio di scontro verbale e mediatico tra i due), bensì l’intransigenza che entrambi i leader sembrano voler manifestare con le loro dichiarazioni: per la prima volta in cinquant’anni i due interlocutori più potenti del pianeta sembrano non volersi capire ed appaiono estremamente restii ad aprire un dialogo costruttivo, volendo risultare come vincitori in questo braccio di ferro dalle prospettive inquietanti.

Con una situazione ucraina gravemente compromessa, l’Europa e i suoi più influenti rappresentanti, Germania e Francia, hanno l’occasione e il dovere di farsi mediatori tra le parti per evitare l’aggravarsi di una crisi internazionale che pare alle porte, ma questo compito si sta rivelando più difficile del previsto.

20150212_Vertice di Minsk su Ucraina_Putin_Merkel_Hollande_PoroshenkoIl lunghissimo ed estenuante incontro di Minsk tra Hollande, Merkel, Putin e Poroshenko, come dimostrano le stesse dichiarazioni dei protagonisti, ha condotto a un risultato precario e insoddisfacente: un coprifuoco totale ma non immediato, seguito dal ritiro progressivo degli armamenti pesanti dal campo di battaglia. Certo, considerando che le vittime fino ad oggi sono state più di 5.000 l’esito non va sottovalutato, anche se tutti i leader coinvolti nella trattativa sanno bene che questa è solamente una soluzione di compromesso che lascia all’Ucraina il tempo di respirare, forse per un’ultima volta, prima di soccombere alla probabile disgregazione territoriale.

Nel frattempo, pare che 50 carri armati russi abbiano varcato il confine sud-orientale dell’Ucraina per supportare le ultime azioni militari dei ribelli: cosa avrà mai in mente di fare Putin? Queste truppe, se veramente si sono mosse, non staranno di certo facendo un giro di ricognizione e le diverse ore di combattimento rimanenti prima dell’inizio della tregua hanno dato la possibilità ai due eserciti di consolidare le proprie conquiste territoriali prima che il conflitto venisse congelato.

In molti potrebbero obiettare che una vera e propria scissione delle repubbliche orientali filo-russe da Kiev non avverrà a breve perché Poroshenko, supportato dall’Occidente (statunitense, soprattutto), non cederà alle minacce di Putin; tuttavia, la prospettiva di una trasformazione dell’Ucraina in Stato federale e la concessione di una maggiore autonomia a Donetsk e Lugansk, due soluzioni che caldeggiate dal nuovo zar, fungerebbero molto probabilmente da prologo per una futura annessione al territorio nazionale russo.

In questo senso, l’esperienza della Crimea dovrebbe averci insegnato come trattare con Mosca e averci aiutato ad intuire, almeno in parte, gli obiettivi extraterritoriali del Cremlino, casualmente corrispondenti ai vecchi confini dell’ex-Unione Sovietica. Forse la volontà della NATO di voler integrare nel proprio organico anche un paese dalla tradizione russofila come l’Ucraina ha contribuito ad acuire la rivalità con il mondo post-sovietico, varcando un confine fisico che per la politica estera russa è sempre stato la linea di demarcazione che separava l’Est dall’Occidente: dopo la Polonia e i paesi baltici, nei quali sono presenti forti minoranze russofone, perdere un altro tassello fondamentale come l’Ucraina non sarebbe tollerabile.

Kiev, in età medievale, fu il nucleo dal quale si sarebbero poi sviluppati il Principato di Mosca e il futuro impero zarista, culla delle popolazioni slave; avvicinandosi all’Ucraina, la NATO e l’Europa hanno pericolosamente irritato il grande orso russo, che la storia insegna essere particolarmente aggressivo se minacciato nel suo spazio di influenza vitale: ecco perché questo paese funge da protezione verso il pericoloso mondo occidentale, svolgendo lo stesso ruolo che fino al 1989 svolsero i paesi del Blocco comunista, “Stati cuscinetto” utili a mantenere salda la cortina di ferro.

La Russia, nonostante un rinnovato contatto con l’Europa a partire dagli anni Novanta, necessario per portare al termine la propria ricostruzione dopo la crisi del comunismo, ha avuto, ha e avrà sempre bisogno di mantenere un certo distacco dall’Occidente e un’Ucraina integrata nell’Alleanza Atlantica guidata dagli Stati Uniti non potrebbe essere un incubo peggiore.

Non è un’esigenza solamente politica, ma anche e soprattutto culturale e storica: forti del proprio glorioso passato, i russi non sono disposti a considerarsi una potenza emergente, bensì una grande potenza, ruolo che il destino gli ha sempre riservato. Di conseguenza, a differenza di quanto implicherebbe lo status di potenza in via di sviluppo, il ritenersi grande potenza presuppone un confronto attivo e talvolta esasperato con la controparte occidentale, nel tentativo di raggiungere quella supremazia mondiale sfuggita sia agli zar che al colosso sovietico.

Inoltre, non bisogna sottovalutare il fatto che, mostrando i muscoli alla Russia, Europa e NATO non fanno altro che creare un nemico esterno utile a Putin per cementare ulteriormente il suo fronte interno e acquisire più consenso, ora sensibilmente in calo a causa delle difficoltà economiche scaturite dalle sanzioni.

Un dialogo tra le parti è senza dubbio possibile, ma la cautela dovrà essere una costante imprescindibile: il compromesso a cui si giungerà, diverso da questa effimera tregua, dovrà mantenere intatta l’Ucraina, accrescere il peso internazionale dei principali paesi europei ed evitare un eccessivo rafforzamento di Putin. Più facile a dirsi che a farsi, poiché probabilmente ci troviamo di fronte alla crisi più delicata degli ultimi quarant’anni.

Filippo Malinverno

Foto: radiocittàfujiko.it e Repubblica

Oltre la cortina … di chiacchiere

By Cybergeppetto

Ma chi l’ha detto che noi siamo un paese debole? Lo scandalo Datagate ha dimostrato quanto siamo forti, in questi giorni veniamo infatti a sapere dai giornali che i paesi anglosassoni (USA, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda), sottoscrittori di un patto che si chiamerebbe Five eyes, non si spiano tra di loro, ma spiano tutti gli altri, Italia esclusa.

Questo risultato stupefacente è merito della nostra politica, delle nostre istituzioni e di tutta quella spessa cortina di chiacchiere che si leva ogni giorno dai nostri media e dietro alla quale, evidentemente, non sono solo i cittadini italiani a non capire un tubo di cosa succeda.

Possiamo essere giustamente orgogliosi del fatto che sofisticatissimi satelliti e potentissimi apparati incaricati dell’analisi di tutto quanto viene spiato vadano in tilt quando devono capire i rapporti tra istituzioni che non si parlano, tra politici che si sgambettano e tra funzionari “litigiosi” come sarebbero stati definiti gli appartenenti alla nostra intelligence dagli spioni “native english”.

L’Italia è quindi il paese in cui il fisco sa tutto del nostro conto in banca, ma qualsiasi Maramaldo di regime può tenere nascosti gli affari suoi. Obama sa tutto della Merkel, ma non riesce a capire che cosa passa in testa a Rosi Bindi. Joe Biden può contare le caccole nel naso di Hollande, ma non saprà mai cosa passa nella capoccia di Letta, e che nessuno si sprechi in battute inutili …

L’Italia è come un sordo, puoi far esplodere tutte le bombe del mondo, i suoi timpani non faranno una piega, sono già fuori combattimento da tempo.

Mentre la tecnologia inventa nuovi ritrovati nel campo della sicurezza, mentre gli stregoni della crittografia si sbizzarriscono nel concepire nuovi algoritmi, noi abbiamo inventato un casino così incomprensibile da non aver nemmeno bisogno di quelli che una volta venivano chiamati “piani d’inganno”, nessuno capirà mai cosa stiamo combinando.

Provate ad immaginare la faccia di un analista di quella cosa che anni fa veniva chiamata Echelon mentre ascolta il ministro Cancellieri che parla con una sua vecchia amica per far liberare una detenuta, tutte le sue certezze in fatto di funzioni del ministro della Giustizia crollerebbero in un attimo.

Quel tale Snowden sarà anche scappato dalle grinfie della National Security Agency, ma provate a darlo in pasto ai Comitati Centrali del PD o del PDL, morirebbe dal ridere se ascoltasse le traduzioni di quel che si vanno dicendo.

Insomma, in ossequio al principio del Need to know, la necessità di conoscere, noi italiani siamo diventati immuni a qualsiasi apparato d’intelligence.

Cybergeppetto

P.s. “Papà, perché i giornali dicono che a noi non ci spiano?”.”Figliolo, spiarci in realtà non è difficile, il guaio è che è inutile …”

Cybergeppetto

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I servizi senza segreti – By Cybergeppetto (3 luglio 2013)

Italiani teste di piombo

By Vincenzo Ciaraffa

Una cosa di me che sicuramente non sanno i lettori è che durante l’adolescenza – seppure per brevissimo tempo – sono stato fraticello presso il collegio dei frati minori del santuario di Sant’Antonio in Afragola, nel Napoletano. Di quel periodo ricordo l’improba fatica di un anziano e dotto frate francescano, Padre Gian Giuseppe, che tentava di insegnarci la storia con risultati non sempre all’altezza delle sue fatiche. Disperato ma indomito, il buon frate non faceva altro che ricordarci che la storia è maestra di vita e che soltanto conoscendola potevamo evitare almeno gli errori già commessi in passato e, poi, battendo leggermente la mano sulla testa del fraticello a lui più vicino soggiungeva: «Però l’avite imparà, cap’ e’ chiumm!».

Già, noi italiani siamo teste di piombo… a voler essere francescani. Le vicende del nostro Paese negli ultimi vent’anni stanno dimostrando quanto avesse ragione Padre Gian Giuseppe sul fatto che noi la storia non la studiamo. Eh sì, perché se l’avessimo fatto, avremmo scansato le malattie che hanno condotto al coma la nostra democrazia. E non è detto che il tutto non finisca con un brutto funerale della comatosa, ma veniamo alla storia.

Nel 1946, il referendum istituzionale rivelò che almeno la metà degli italiani era moderata perché aveva votato per la conservazione della monarchia che, infatti, fu sconfitta dalla scelta repubblicana di strettissima misura.

Vennero, poi, le tremende elezioni politiche del 1948 e il combattivo Fronte Popolare (l’alleanza dei comunisti con i socialisti), ma il tentativo d’arrembaggio marxista al potere fu sventato nelle urne dagli elettori moderati. Da quel momento il Partito Comunista Italiano, il più forte dell’Europa occidentale, non ebbe mai più capacità/possibilità di andare al potere perché sempre battuto alle urne da quei moderati che si riconoscevano nella Democrazia Cristiana, nel Socialismo Democratico, nei Repubblicani, nel Partito Liberale e perfino nel Movimento Sociale. Questo almeno fino a “Mani pulite”, quel ciclone mediatico-giudiziario che azzerò la prima repubblica (che, beninteso, era marcia) e, dopo mezzo secolo, spianò la strada del potere ai postcomunisti.

Almeno così la pensava l’allora segretario dei progressisti, Achille Occhetto, che si disse certo di poter vincere le elezioni del 1994 grazie alla «gioiosa macchina da guerra» che aveva messo insieme: sembrava – come ironizzò il suo compagno di partito D’Alema – Napoleone alla battaglia della Beresina! Quel proclama non portò fortuna a Occhetto perché chiamati a raccolta da uno sconosciuto outsider di nome Berlusconi, i moderati con il loro voto, ancora una volta, tennero gli eredi del PCI fuori dalle stanze del potere. A quel punto sarebbe stato saggio e opportuno incominciare a costruire una condivisa democrazia dell’alternanza, che fosse seriamente maggioritaria, partendo dalle imprescindibili modifiche della Costituzione.

E, invece, ritenendo che tutti gli elettori moderati fossero dei sottosviluppati culturali da rieducare alla democrazia e il loro leader da spedire per forza nelle patrie galere, i progressisti non pensarono ad altro che a delegittimare Berlusconi (che in verità i guai se le andava anche a cercare…) invece di proporre un chiaro programma politico e di sviluppo agli italiani. Come dire che, in modo sobrio, i progressisti in questi anni hanno fatto con il capo dei moderati del Centrodestra, né più, né meno, che quello che sta facendo ora Grillo con loro.

Ciononostante, per vent’anni – salvo le due brevi parentesi Prodi – a ogni contesa politica è intervenuta l’anima moderata degli italiani a sbarrare il passo alla Sinistra, ammesso che questo termine oggi abbia ancora un senso. Ebbene, lungi dal tentare di conquistare consenso anche in area moderata – come intendeva fare Matteo Renzi – i progressisti si sono consumati a demonizzare l’avversario politico senza, peraltro, riuscirvi.

Era ovvio che a furia di delegittimare (in patria e all’estero) il capo del governo in carica, i suoi ministri e i suoi funzionari si finisse col delegittimare anche il “sistema Italia” che – per alcune tare ereditarie – già non aveva buona salute: è stato per quella “porta” che Beppe Grillo ha fatto irruzione sulla scena politica!

Poi è scoppiata la crisi economica e finanziaria planetaria per risolvere la quale il Presidente della Repubblica, debordando dalle sue facoltà, ha nominato un signor nessuno, e da nessuno eletto, prima senatore a vita e poi capo del governo, invece di mandarci a votare.

A tutto questo si sono aggiunti scandali di ogni tipo e natura, ruberie di pubblico denaro nei modi più inimmaginabili e fantasiosi, inconcepibili privilegi della classe politica, una pressione fiscale che rasenta la schiavitù economica per cittadini e imprese.

Ebbene, lungi dall’aver capito che il grillismo è la giusta pretesa (sebbene proposta per la via sbagliata) di quei cittadini che vogliono essere il centro del progetto politico che li riguarda, Bersani ha continuato a muoversi, a parlare e agire come un fosse un segretario di sezione comunista degli anni Settanta del secolo scorso.

Berlusconi, da parte sua invece, ha continuato a contrarre “patti con gli italiani” (ne avesse mai rispettato uno!) come se fossimo stati al tempo della sua discesa in campo, e il duo Casini-Fini si è messo in società con Monti convinto – chissà perché – che gli italiani avrebbero premiato col voto chi nel giro di quindici mesi li ha quasi ridotti alla fame. Casini e Fini cancellati, forse.

Anche gli aficionados delle manette e della dittatura dell’avviso di garanzia, come Di Pietro e Ingroia, non si erano accorti che, almeno dieci milioni d’italiani, non amano i magistrati perché tanti sono i procedimenti penali giacenti nei tribunali italiani, riguardanti cittadini che attendono giustizia da anni e che, invece, vedono tempo, risorse e magistrati impegnati a scoprire quanti escort si è portato a letto il Cavaliere.

Questi magistrati, peraltro, sono stati i più grandi procacciatori di consensi di Silvio Berlusconi: tanti avvisi di garanzia, tanti processi, nessuna condanna uguale tanti voti in più al Cavaliere con l’aureola di martire, di perseguitato. Di Pietro e Ingroia cancellati, forse.

Poi sono intervenute le elezioni del 24 – 25 febbraio che, come avevamo previsto, ci hanno consegnato un Paese ancora più ingovernabile che prima, perché, se la multiforme anima progressista e quella moderata sono riuscite a neutralizzarsi a vicenda, il movimento di Grillo ha potuto incettare il 25,55% dei voti per la Camera e il 23,79% per il Senato.

Sicché adesso siamo all’immobilismo totale perché il principe del «Vaffanculo» elevato a programma di governo ha detto che non ci sta né con Bersani, né con Berlusconi.

Facciamo un piccolo passo indietro. I lettori di una certa età ricorderanno che prima del 1989, in prossimità delle elezioni politiche, i leader dei vari partiti politici si recavano a Washington per ottenere la benedizione dall’esecutivo statunitense, mentre – segno dei nuovi tempi! – prima delle ultime elezioni politiche Monti e Bersani si sono recati a Berlino alla corte di quella culona (la definizione è di Berlusconi, non mia…) della Merkel che per salvare l’economia di un’Europa marciante col passo dell’oca è disposta a sacrificare tutto, anche il culo …. quello degli italiani, però.

Anche Napolitano ha fatto una capatina alla corte di Frau Merkel, ma evidentemente il troppo è troppo anche in Germania. Stufo di questa processione che rinforza l’immagine politica della “culona” in patria e all’estero, il suo avversario politico alle prossime elezioni, Peer Steinbrueck, si è messo di traverso offendendo gli italiani che hanno votato Berlusconi e Grillo per interrompere, in qualche maniera, l’indecorosa processione e per far capire agli italiani che essi stanno morendo di tasse e di spending review soltanto per costruire il successo politico della Merkel alle prossime elezioni in Germania.

Quale che sarà la soluzione che Napolitano tirerà fuori dal cilindro per conferire l’incarico di premier, il prossimo governo non potrà prescindere dal centrodestra, se non altro per fare la riforma elettorale e trovare un po’ di soldi per far ripartire l’economia. Dopo di che bisognerà ritornare alle urne in modo da decidere (noi, non lo spread o la Merkel) da chi essere governati in un clima che non sia di emergenza o, peggio, di redde rationem. E non bisogna avere paura più di tanto del rivoluzionario Grillo perché la storia, che tanto amava Padre Gian Giuseppe, dovrebbe aiutarci a ricordare che quelli che potremmo ritenere i primi grillini, nel 1946, crearono il movimento/partito de “L’uomo qualunque”.

Ebbene, essi durarono due anni e poi furono cancellati dalla scena politica italiana come, credo, prima o poi succederà anche a quegli altri grillini in casacca verde. Cerchiamo di convincerci che, dopo la brutta parentesi del ventennio fascista, in Italia i moderati (di entrambi gli schieramenti principali) saranno sempre la maggioranza del Paese anche perché – come sosteneva Indro Montanelli – gli italiani sono disposti a fare la rivoluzione soltanto col permesso della Questura.

Avete capito, tremuli, incapaci «cap’ e’ chiumm» di destra e di sinistra che – dopo esservi dati botte da orbi per vent’anni – ora vi guardate stralunati senza sapere che pesci pigliare per fronteggiare il ciclone Grillo? E se provaste a fare l’unica cosa che Grillo non vuole fare (e non sa fare), cioè a governare?

Vincenzo Ciaraffa

Foto: Le ali di Ermes