Polisario

Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/14 – L’educazione saharawi: il ruolo di Cuba, Libia e Siria

foto_scuolaBy Luca Maiotti

Capitolo 3 della tesi Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, di Luca Maiotti

3.3 Il percorso educativo saharawi: l’insegnamento

La colonizzazione spagnola

L’educazione ricopre uno spazio fondamentale nel discorso pubblico saharawi – proprio perché inteso come uno dei mezzi di lotta politica e sociale che distinguessero l’era passata della colonizzazione dalla nuova età della coscienza nazionale.

saharawi_school_childrenEffettivamente la Spagna si occupò dell’educazione nella provincia del Sahara Occidentale senza particolare solerzia. Nonostante ciò dal 1948 al 1974 il sistema scolastico crebbe da 91 a 6059 studenti di scuola elementare – di cui 909 studentesse. La scuola superiore arrivò a contare 111 allievi (tra cui 3 femmine) e nel 1972 260 Saharawi entrarono in un istituto professionale. Il tasso di alfabetizzazione dell’intera popolazione saharawi era circa al 5% quando cominciò l’esilio nel 1975. Solo nel 1968 – solo sette anni prima del ritiro – le università spagnole aprirono a studenti saharawi, e questo spiega l’esiguità del numero di laureati (2) e diplomati – diploma di tipo tecnico – (12). La stessa apertura dell’università era condizionata: se era possibile per loro studiare nelle facoltà di ingegneria, diritto, economia, medicina, infermieristica e farmacia, l’accesso era vietato per le facoltà di scienze politiche, sociologia e giornalismo.

La consapevolezza delle ristrette possibilità di educazione è stato uno degli argomenti su cui il Polisario ha battuto, identificando il periodo della colonizzazione – e, parallelamente, della divisione tribale – come il periodo di buio intellettivo e ignoranza. Bucharaya Salek a questo proposito dice:

“Siamo stati colonia spagnola e lo stiamo stati dall’anno 1884 fino al 1975. Certo, siamo stati un popolo ignorante, che viaggiava per il deserto, e i coloni si sono comportati da coloni, ci hanno obbligato a non studiare, a non avere idee, a non avere persone colte perché la popolazione non li invii per far qualcosa. Questo per quasi un secolo con la Spagna”

Non era nell’interesse del governo spagnolo far crescere una classe media istruita e quindi consapevole che potesse chiedere rivendicazioni maggiori di quelle che già agitavano il Sahara Occidentale.

L’importanza dell’educazione e i primi ostacoli

Non è un caso che i dirigenti del Polisario fossero alcuni tra i Saharawi più istruiti – universitari in Marocco nel periodo delle contestazione studentesche in particolare – che si trovarono durante gli anni di guerra a dover mediare tra le istanze di rinnovamento politico-sociale e l’ordine tradizionale anche nel campo dell’istruzione. L’educazione doveva essere uno dei capisaldi per il nuovo stato – temporaneamente in esilio – perché fosse autosufficiente anche sotto questo aspetto.

I campi dei rifugiati furono un ottimo terreno per un cambio di mentalità che passasse per i banchi – che materialmente arrivarono solo molto più tardi – di scuola. Allo stesso tempo la posta in gioco – una volta raggiunta l’indipendenza nazionale – sarebbe stata quella di ricreare una generazione nuova, un obiettivo che avrebbe avuto bisogno di molto tempo per poter essere raggiunto.

Le prime campagne furono quelle più semplici: per esempio una campagna di igiene e di salute pubblica, per evitare le malattie che flagellarono il primo inverno dei rifugiati; poi – ancora più importante – quella per incoraggiare i genitori a mandare i propri figli a scuola, consenso che erano più riluttanti a concedere.

La stessa Costituzione della RASD recita all’articolo 35 che “il diritto all’educazione è garantito. L’insegnamento è obbligatorio e gratuito. Lo Stato organizza l’istituzione dell’educazione in conformità alla legislazione scolastica.”

Le scuole furono tra i primi edifici ad essere costruiti nei campi e bambini ed adulti beneficiarono di lezioni impartite dai pochi che avevano ricevuto un’istruzione superiore. Non è un caso che solo tre date siano servite a dare il nome a dei luoghi nei campi dei rifugiati – e in tutti e tre i casi si trattasse di scuole: 12 Ottobre, dichiarazione dell’unità nazionale; 9 giugno, morte di El Ouali; 27 febbraio, proclamazione della nascita della Repubblica Araba Saharawi Democratica. Era infatti la scuola il luogo deputato alla crescita e all’insegnamento di una generazione vergine di ogni educazione tradizionale. Le necessità della guerra obbligarono il Polisario a vagliare tutti gli uomini, facendo rimanere nei campi soltanto quelli che fossero veramente indispensabili: gli infermieri e i pochi insegnanti. Tra questi c’era Najim Shia:

“No, io non ho fatto la guerra, io ero un insegnante. Quando cominciò l’esodo e si iniziò ad organizzare l’azione nei campi, il Fronte Polisario, la direzione del Fronte Polisario, vide che c’era bisogno di insegnanti, di infermieri e così via per i bambini. E hanno deciso tra tutti gli uomini quelli, io ero tra questi, che si occupassero dell’insegnamento dei bambini saharawi in esilio, negli campi dei rifugiati.”

La scelta fu dettata dalla necessità di assicurare un futuro più “normale” possibile – per quanto le condizioni lo permettessero – ai bambini saharawi. Le limitazioni furono però fin da subito moltissime, prima tra tutti il numero degli insegnanti:

“Se vuole, io ho insegnato praticamente di tutto. Perché a quel tempo, visto che non avevamo abbastanza insegnanti ho insegnato arabo, ho insegnato matematica, ho insegnato scienze, ho insegnato quella che chiamiamo la nostra materia delle vite dei padri, ho insegnato chimica, ho insegnato storia e geografia, ho insegnato quasi tutto. […]. No no, durante la guerra, sono stato insegnante nella scuola di formazione dei quadri, ero professore là. Là ho insegnato altre materie, ho insegnato la sociologia e la psico-sociologia nella scuola dei quadri”

La scuola di formazione dei quadri fu costruita solo in un secondo momento, per poter dare una preparazione organica agli insegnanti – che all’inizio dovettero arrangiarsi con le proprie conoscenze. La guerra esigeva che tutti gli uomini validi fossero a combattere, ma si cercò di garantire una gamma di insegnamenti che fosse completa – nonostante le difficoltà riscontrate in primo luogo nella ricerca di persone istruite:

“Visto che c’è bisogno di questo, si trova qualcuno che per esempio ha un certo livello o delle capacità. Il mio livello non era così … ho raggiunto il diploma e poi ho fatto altri due anni e basta. Ma soltanto il bisogno mi ha obbligato a spingere più in là il livello, ho letto moltissimo e così via. Io conosco alcuni miei colleghi che non avevano raggiunto nemmeno il diploma, ma si sono talmente applicati che con la formazione sono diventati dei professori, anche al liceo, o dei farmacisti o altro. La nostra volontà a superare l’ostacolo ci ha spinto a essere così.”

Le condizioni materiali furono la difficoltà più grande che dovette affrontare il neonato saharawi nel campo dell’educazione. Si dovette creare dal nulla un corpo insegnanti, delle scuole, dei programmi e dei libri. Il processo fu graduale, ma riuscì.

“I primi anni, tipo nel 76 si comincia con una mancanza, una grande mancanza di tutto. Ciò significa che a quel tempo si avevano solo le conoscenze personali degli insegnanti. Per esempio domani si insegna storia? Si fa una piccola riunione per decidere chi farà lezione ai bambini e in ogni caso si parlerà della lezione, così la lezione che domani si farà ai bambini è là. Poi, dopo la Proclamazione della RASD è stato creato un Ministero dell’Educazione e dell’Insegnamento.
Il Ministero ha cominciato a provare a preparare dei libri per gli insegnanti. Così ha raggruppato gli insegnanti per ogni materia, per esempio il gruppo degli insegnanti che parlerà della lingua araba preparerà le lezioni di arabo, un altro gruppo preparerà storia e geografia, un altro ancora la matematica. Hanno preparato le lezioni e ne hanno fatto dei libri. I libri all’epoca non erano dattiloscritti, ma ciclostilati ed erano i primi libri che utilizzarono gli insegnanti a quel tempo. Adesso con l’aiuto delle organizzazioni spagnole, italiane, francesi e algerine, si è arrivati ad avere dei libri con un livello un po’ più alto.”

I primi tempi furono quindi caratterizzati dall’autosufficienza e da un certo grado di autogestione, demandando alla creazione di un Ministero statale la sistematizzazione dell’apparato educativo. Tale Ministero si occupò poi di sopperire alle mancanze fondamentali – i libri innanzitutto – e di coordinare gli insegnanti, evitando che le conoscenze si sparpagliassero e non si raggiungesse un livello di istruzione omogeneo. Il Ministero dell’Educazione e dell’Insegnamento si occupò anche della logistica degli ambienti in cui poter far lezione e successivamente della creazione di un organigramma scolastico che accompagnasse l’allievo dalle elementari fino alla maggiore età, garantendo un percorso completo fino alle soglie dell’università.

In più, è necessario porre l’attenzione sulla totale autonomia di questo Ministero: memori dell’esperienza di molti paesi africani decolonizzati che avevano assunto in blocco il sistema educativo dell’ex madrepatria, i Saharawi decisero di sviluppare un cammino indipendente: ciò non significò negare in blocco alcuni parametri della società occidentale, ma tener conto del vissuto anteriore, tenendo conto dei nuovi bisogni e delle nuove aspettative – da qui l’idea di ridiscutere il programma ogni anno.

“Alla fine del ‘75, inizio ‘76 si faceva lezione nelle tende. Ad un certo momento avevamo fatto lezione anche all’aria aperta, io sto qui, un altro è più in là, un altro più in là ancora. Così, all’aria aperta. Nel ‘75-‘76 c’erano bambini, ma gli allievi non erano così tanti come lo sono ora. Poi ci diedero delle tende, delle classi dentro le tende e dopo la proclamazione della RASD, il 27 febbraio 1976, lo Stato ha cominciato a pensare di costruire delle scuole.
Ha costruito delle scuole con mattoni e sabbia, così abbiamo cominciato ad avere delle scuole “moderne”, almeno rispetto ai corsi all’aria aperta.
Poi lo Stato ha costruito due collegi. Il primo è chiamato 9 giugno ed è un po’ lontano dai campi, l’altro è la scuola del 12 ottobre. Ecco nei due collegi gli studenti vivono per tutto il periodo scolastico, mangiano e dormono là dentro.”

Dunque la struttura scolastica saharawi si compone di più livelli. Dopo la scuola primaria o elementare – dalla durata di 6 anni – gli studenti lasciano le proprie famiglie all’età di 12 anni per entrare in collegio.

Il numero delle scuole elementari è cresciuto arrivando a una media di sette per ogni wilaya, mentre nei primi tempi dell’esilio se ne poteva contare al massimo una. I collegi sono in numero molto minore rispetto alle scuole primarie e ospitano giovani maschi e femmine saharawi che fanno ritorno alle proprie case per dieci giorni ogni tre mesi. Se è vero che i dormitori sono separati, la promiscuità maschi-femmine del collegio pose – e pone – dei problemi alle famiglie – restie ad oltrepassare la barriera di pudore eretta dalla tradizione islamica e saharawi. Dovette trascorrere del tempo prima che dei genitori fossero convinti a mandare le proprie figlie nel collegio e sulle famiglie concentrarono una serie di politiche di sensibilizzazione avviate dal Polisario.

Una vita da studente

Una delle interviste che ho realizzato è stata a Rachid Lehebib, un giovane saharawi di 24 anni, che ha completato l’intero percorso scolastico fino all’università prima di emigrare in Francia in cerca di lavoro. Il collegio lo ha fatto in Algeria, uno degli Stati che offre borse di studio agli studenti saharawi in base ad accordi che ha stipulato con la RASD.

“E’ molto duro, molto difficile andarsene e lasciare la famiglia per 9 mesi, è molto difficile. Quando sono andato in Algeria a 12 anni ero in grande difficoltà perché era la prima volta che lasciavo la famiglia ed era molto, molto difficile. Perché in Algeria devi cucinare da solo, lavarti i vestiti e fare molte altre cose per te da solo. Quando sei in famiglia tua mamma e tuo papà ti comprano o ti fanno sempre qualcosa, ma quando ti portano in Algeria devi fare le cose da te.”

La partenza per il collegio rappresenta, come detto, una prima separazione dal nucleo familiare, la cellula base della società, particolarmente importante in quella saharawi. I bambini si trovano catapultati in un ambiente tendenzialmente isolato dove – per mancanza di mezzi – gli si chiede di essere già molto autonomi.

“Siamo tutti studenti, ma in gruppo, perché tutti i Saharawi che vanno a studiare in Algeria vengono in gruppi, per esempio in Sidi bel Abbes sono cento, cento saharawi, ad Orano sono 50, a Béchar, nel nord dell’Algeria ce ne sono un altro numero. Si viene in gruppi e si vive nei collegi. Si vive in comune, tutti gli studenti vivono uniti, non come all’università. E’ tipo un gruppo, in una stanza ci sono tre o quattro, hai il letto, hai il bagno e ci sono uno, no, due Saharawi grandi che vengono con gli studenti come, diciamo, responsabili. I due Saharawi responsabili grandi per esempio organizzano gli studenti per fargli fare sport.”

Il trauma della separazione è di solito superato velocemente grazie alla presenza di altri bambini saharawi. Lo spostamento avviene in gruppo al fine di formare un’isola di “saharawità”, essenzialmente per due ragioni: migliorare l’ambientamento dei nuovi arrivati e ribadire un certo grado di diversità evitando un’integrazione completa – con il rischio di vederli partire saharawi e farli tornare algerini. Proprio per queste esigenze i bambini sono accompagnati da due adulti “responsabili”, che sono la guida del gruppo e organizzano attività e fungono da punti di riferimento per i giovani – che sono autonomi, ma non completamente autogestiti. Emblematico – a questo proposito – un episodio come quello che ricorda Rachid:

“Un vecchio ricordo che ho è del primo anno a Sidi Bel Abbes. La squadra dei Saharawi giocava nel torneo della città e arrivò seconda: la squadra dei Saharawi quando partecipò per la prima volta fu la seconda migliore squadra in tutta la regione di Sidi Bel Abbas. A calcio, perché ogni scuola aveva la sua squadra. I Saharawi fecero una squadra fatta da soli Saharawi e giocarono contro tutte le squadre algerine della regione di Sidi Bel Abbes, come a Milano quando giocano tutte le scuole di Milano”

E’ indicativo che anche in un torneo di calcio delle scuole della regione si sia scelto di creare una squadra di soli Saharawi. A rigor di logica, visto che la scuola era frequentata da Algerini oltre che da Saharawi, si sarebbe dovuta creare una squadra mista che rappresentasse la scuola e non la componente di provenienza. Anche nelle cose meno importanti, la volontà rimane quella di esasperare la differenza. Si è visto come il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione sia riservato ai “popoli” intesi nel senso occidentale del termine, dove il percorso storico ha fatto sì che le società avessero bisogno di evidenziare solo le differenze per poter parlare di identità. Così, i Saharawi decisero di curare – anche nei minimi aspetti – l’esigenza di marcare la separazione piuttosto che l’integrazione – come sarebbe stato logico aspettarsi in un torneo di calcio scolastico – senza che comunque questo andasse ad inficiare le relazioni con gli altri. In più – come in molti sport – fare squadra o tifare per la stessa squadra rinsalda i vincoli affettivi tra i partecipanti. E’ interessante riportare anche un altro brano:

“Siamo lì anche perché i responsabili dicono che noi siamo venuti lì sì per studiare, ma anche come ambasciatori dei Saharawi. Dobbiamo studiare bene perché abbiamo degli amici di là, abbiamo una causa e dobbiamo studiare molto molto molto molto bene e d’altra parte siamo ambasciatori quindi non dobbiamo fare niente di male.”

Il Polisario cercò di andare oltre alla semplice difficoltà economica per motivare le partenze. In altre parole colse l’occasione per far entrare a pieno titolo il futuro cittadino nel progetto di costruzione nazionale saharawi. Ogni bambino che parte diventa ambasciatore della Repubblica Araba Saharawi Democratica ed è quindi tenuto ad impegnarsi per dare una buona immagine di sé all’estero. Così facendo perfino un dodicenne viene coinvolto in prima persona nel discorso pubblico dei “grandi”. La presenza dei responsabili serve a non permettere mai che il legame con i campi rischi di sfilacciarsi o addirittura di perdersi, garantendo con il proprio ruolo non tanto un controllo diretto – tanto è vero che nelle attività di tutti i giorni gli studenti sono autonomi – quanto il riferimento continuo e sempre attuale alla patria – nonché alle aspettative di cui sono investiti.

L’ambiente del collegio sembra essere comunque tranquillo, nonostante si svuoti perché i compagni algerini se ne tornano a casa il fine settimana:

“Sono bravo in tutte le materie, sono con i migliori. Sono con i migliori perché sono molto interessato allo studio e non ci sono molte difficoltà. E’ una vita particolare quella dello studente. Quando entro in classe mi scordo di tutto, siamo interessati da quello che succede in classe. Perché il sabato e la domenica gli altri studenti tornano alla loro famiglia, giocano e fanno cose, e noi rimaniamo a scuola per lavare e fare altre cose. Sì, va tutto bene e non ci sono stati problemi nella mia vita da studente…ero molto felice.”

Il collegio rappresenta anche l’ambiente in cui maschi e femmine condividono tutto, a parte i dormitori.
La cosa non sembra turbare Rachid, quando gli chiedo se l’avesse trovato strano:

“No, è normale. Qualche volta sono allo stesso tavolo con una ragazza per studiare ed è normale, non è niente”

Considerato che il rapporto tra i sessi è più rigido durante l’adolescenza, è comprensibile la ritrosia dei genitori a lasciare partire le figlie.

L’università

La situazione dello studente cambia radicalmente durante il periodo universitario. In questo caso la decisione del Ministero dell’Educazione e dell’Istruzione fu quella di adattarsi al sistema di valutazione algerino, che assegna la possibilità di accedere alle varie facoltà in base al punteggio di uscita dal collegio. Rachid aveva scelto traduzione e – visto che a Sidi Bel Abbes non c’era l’università – si era spostato a Béchar, nella regione nord occidentale dell’Algeria. La condizione di studente universitario è completamente diversa da quella di studente del collegio:

“Hai molta più libertà di tornare nei campi dei rifugiati, di andare in altre città in Algeria, per fare molte cose. Quando sei molto piccolo non ti lasciano andare da solo perché è pericoloso, all’università hai i trasporti e tutto.
[…] All’università hai molto tempo di andare e tornare.
[…] L’università non è come il collegio. E’ diverso perché qui ci sono due persone per camera, nel collegio qualche volta si arrivava a venti in una grande stanza con letti a castello. All’università in due, con la TV, con internet e altra gente.
Puoi viaggiare di più, andare, visitare altre città in Algeria, perché sei maggiorenne quindi puoi fare più cose. Quando sei in collegio no, le fai solo con i responsabili. All’università non ci sono responsabili, ecco la differenza, non ci sono responsabili.”

La prima differenza che Rachid nota è la maggiore possibilità di tornare nei campi dei rifugiati; la seconda sono le condizioni materiali: i Saharawi non vivono più in gruppo e la quotidianità non è più comunitaria. Tv e internet sono dei lussi nei campi e Rachid – più avanti nell’intervista – ne sentirà la mancanza al ritorno a casa. La differenza più importante è l’assenza dei responsabili. Oltre che per ragioni logistiche – sarebbe impossibile assegnare due funzionari per ogni città universitaria in cui abitano degli studenti Saharawi – si ritiene maturo un percorso di studi che nei campi non può trovare il giusto spazio. Vista l’assenza di posti di lavoro infatti, gli studenti si devono abituare alla possibilità di dover vivere all’estero autonomamente, sperimentando quel “doppio esilio” imposto dalle condizioni storiche ed economiche. Ognuno di questi sarà veramente un “ambasciatore” saharawi nel mondo, formando network e cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale in merito alle vicende del Sahara Occidentale. Alla domanda “perché non hai fatto il servizio militare?” Rachid mi risponde in maniera estremamente pertinente:

“Perché dopo il 1991 per il Fronte Polisario cambiò strategia. Dopo il 1991 c’è un altro sguardo sulla situazione politica. Abbiamo bisogno di dottori, di gente che conosca l’informatica, che studi le costituzioni, le costituzioni per il Sahara Occidentale, è chiaro? Dopo il 1991 cambiò il sistema. E’ un altro mondo da quando eravamo in guerra con il Marocco. Dopo il 1991 cambiò il sistema, cambiò il mondo, cambiarono le parole delle armi e tutto il resto. Ora bisogna conoscere le lingue, saper utilizzare l’informatica e molte altre cose perché ne abbiamo bisogno per costruire la nostra costituzione. Dobbiamo conoscere molte cose perché la gente negli altri paesi in Europa, in Africa, in Asia e in America Latina conosca la causa del Sahara Occidentale. Quindi dopo il 1991 non è più obbligatorio entrare nel servizio militare, cioè è come vuoi tu, se vuoi andare vai, altrimenti no.”

La stessa scelta dell’università invece della leva militare – in un paese che è riuscito a sopravvivere soprattutto grazie alle proprie peculiari capacità belliche – significa un vero cambio di mentalità.

Studiare all’estero

L’Algeria è il paese dove studia la maggior parte degli studenti saharawi tra collegi e università. Lo Stato offre borse di studio complete e la vicinanza ai campi dei rifugiati permette di tornare con maggiore frequenza rispetto ad altre destinazioni. La vicinanza culturale incoraggia soprattutto i genitori di femmine a mandare le proprie figlie a studiare lì. La difficoltà principale – incontrata anche da Rachid – è la conoscenza del francese, lingua che fa parte del sistema educativo algerino, oltre che l’adattamento ad uno standard scolastico leggermente più alto.

“All’inizio, quando arrivammo in Algeria noi non parlavamo francese perché alle elementari si insegnava solo spagnolo, mentre il sistema educativo in Algeria ha il francese come seconda lingua e l’arabo come prima. E’ difficile arrivare in Algeria e non parlare né capire il francese. I miei amici, i miei amici algerini, mi hanno aiutato moltissimo. […] La scuola in Algeria comincia in settembre e noi arriviamo in ritardo. I nostri compagni algerini ci hanno aiutato per i corsi ed è stato molto importante per noi.”

I legami che intercorrono tra la RASD e l’Algeria sono stati storicamente fortissimi, ma il paese maghrebino non fu l’unico a fornire supporto logistico nel percorso educativo dei giovani saharawi.
Soprattutto per ragioni ideologiche Cuba fu una delle prime a permettere che studenti saharawi potessero formarsi sull’isola. Il primo gruppo arrivò nel 1977 dando avvio ad un programma di borse di studio che negli anni avrebbe formato più di 4000 Saharawi secondo le istituzioni cubane. 300 tra questi furono destinati a studi medici, in modo che potessero ritornare in patria con un bagaglio di sapere spendibile immediatamente: la prospettiva del programma per i bambini coinvolti era quella del ritorno nei campi dei rifugiati, per mettere al servizio della comunità quanto appreso all’estero. Slama Amarna era stato selezionato per andare a studiare nell’isola di Cuba:

“Io quindi sono stato lì per la tutta la scuola, che aveva circa 600 persone, ed eravamo 600 che parlavamo bene castigliano per esempio. E niente, vai, è un’opportunità, che puoi studiare là, eravamo un gruppo di bambini di dodici, tredici o quattordici anni che hanno avuto questa opportunità che altri non hanno avuto. Abbiamo studiato e siamo tornati ciascuno con la sua specialità, quindi qualcuno si è laureato all’accademia militare, qualcuno è diventato medico o professore.”

Il soggiorno a Cuba è un’esperienza a lungo termine: i bambini passano più di dieci anni – a seconda del percorso di studi – nell’Isla de la Juventud, in condizioni diverse dai loro coetanei in Algeria.

“Per prima cosa tutti i Saharawi che sono andati a Cuba studiavano nelle stesse scuole, vivendo nella stessa scuola. Sono scuole-collegi diciamo, dove studi, vivi e mangi. Finisci il collegio e poi vai oltre, per esempio ai precorsi per l’università e lì incontri Cubani o persone di altre nazionalità. In quel momento Cuba appoggiava quasi tutti i movimenti per la libertà che c’erano, per l’Angola, per il Mozambico e per la nostra causa, che è una causa giusta per la liberazione del nostro paese. Ci aiutavano in molte cose, ma soprattutto per l’insegnamento ai bambini.”

Sull’Isla de la Juventud lo Stato cubano riservò ai Saharawi un totale di tre scuole, due medie inferiori e una media superiore da 400 alunni l’una, fornendo anche vitto, alloggio ed insegnanti ai bambini. Il rischio di queste partenze era ovviamente quello di perdere il legame con la madrepatria – molto più acuito rispetto alla situazione dei bambini che studiavano in Algeria, che avevano la possibilità di tornare ogni tre mesi. Il sistema utilizzato fu quindi lo stesso: nelle scuole gli insegnanti erano cubani, ma la vita comune era con dei responsabili che venivano dal Sahara Occidentale.

E’ indubbio però che l’università – per la libertà di autogestione che essa implicava – rappresentava un momento di incontro con persone provenienti da realtà estremamente differenti. L’impronta del collegio e dell’università impresse un’impronta sulla mentalità e sulla considerazione di coloro che avevano fatto gli studi a Cuba. Al ritorno si dovettero confrontare con dei costumi piuttosto differenti da quelli incontrati per la durata della propria adolescenza – in particolare il rapporto uomo-donna – tanto che fu coniato per loro il neologismo “Cubarauis” dall’incontro tra “Cubanos” e “Sahrauis”.

Gli altri paesi coinvolti nel sistema di educazione saharawi furono la Libia e la Siria.

In particolare la prima ha sempre offerto supporto ai giovani saharawi per la propria vocazione al panarabismo – nonostante il cambio di diplomazia avvenuto tra il colonnello Gheddafi e il Polisario. Se per la Libia nel 2001 700 studenti erano coinvolti – secondo le stime del Sahara Press Service – il volume era molo minore per la Siria, dove lo stato pagava agli studenti solo le borse scolastiche, mentre il Fronte garantiva un minimo per i bisogni di tutti i giorni, ma i dati a disposizione sono più scarni per la Siria.

In realtà gli alunni non furono gli unici ad essere coinvolti in progetti all’estero. Gli stessi insegnanti seguirono dei cicli di corsi di formazione in paesi partner perché potessero aggiornarsi – e, di riflesso – aggiornare il programma da proporre agli studenti:

“Il Ministero dell’Insegnamento e dell’Educazione organizza durante l’estate la formazione degli insegnanti. Gli insegnanti che hanno un livello più alto sono quelli che fanno lezione agli altri insegnanti. Così c’è uno scambio. Intanto altri insegnanti si occupano di correggere i programmi per migliorarne l’utilizzo e per aggiungere eventuali cose importanti. Poi c’è l’occasione di inviare gli insegnanti in altri paesi come l’Algeria, la Spagna e Cuba.
All’inizio degli anni 80 seguono una formazione là e tornano con un livello più alto, metodi pedagogici e così via. […] Quando torna per esempio un gruppo che era in formazione il ministero ne invia un altro. Così quasi tutti i gruppi e tutti gli insegnanti, o fanno formazione all’estero o la fanno nei campi nella scuola di formazione degli insegnanti.”

La mobilità diventò quindi una dimensione costante per studenti e insegnanti: alla provvisorietà dell’esilio nei campi si aggiunse una condizione di ulteriore sradicamento dal nucleo familiare o dalla società originaria. La condizione di impossibilità materiale di garantire un insegnamento che vada oltre l’alfabetizzazione o un livello base nelle materie più importanti costrinse il Fronte ad organizzare dei partenariati con i paesi ideologicamente vicini, ovvero a contare ancora una volta sull’aiuto internazionale. Seppur contenesse in sé i pericoli di uno sfilacciamento identitario, la partenza divenne anche un’opportunità per rinnovarsi e per sensibilizzare l’opinione pubblica estera: gli studenti ritornarono con conoscenze e tecniche maggiori e crearono dei network di solidarietà e informazione nei paesi ospitanti.

Il grande spazio saharawi

Per la generazione che visse il trauma dell’abbandono della patria e per quella immediatamente successiva fu semplice conservare il ricordo del Sahara Occidentale. Difficoltoso, invece, rinsaldare il legame per coloro che la patria non l’avevano mai vista.

Le due generazioni successive conobbero il Sahara Occidentale solo attraverso i racconti, rendendo necessaria una “sistematizzazione” degli eventi storici del discorso sulla storia degli eventi. Il Fronte Polisario non si lasciò sfuggire l’occasione di riscrivere la propria storia alla luce degli avvenimenti più recenti e di far crescere la propria popolazione nella consapevolezza di un passato comune che li distinguesse dal Marocco e dalla Mauritania. Ciò non significò necessariamente manipolare la realtà, mistificandola attraverso l’eliminazione dalla narrazione di qualunque elemento non in linea con l’immagine che si volesse dare di sé, ma segnò un passaggio necessario nella costruzione di una coscienza nazionale. Come in ogni altro Stato infatti, si sceglie una sola versione “ufficiale” della Storia alla quale eventualmente si potranno affiancare altre interpretazioni o racconti paralleli.

La scuola giocò un ruolo di primo piano nella costruzione identitaria nazionale nella condivisione di un nucleo di sapere ufficiale – il cui successo è confermato dalle interviste. Molte interviste, nelle prime domande, contengono una serie di rimandi storici tutti uguali e tutti puntuali (la data d’inizio della colonizzazione spagnola, l’azione del Polisario) che illustrano sinteticamente il percorso del popolo saharawi. Prevedibile che tale spiegazione – peraltro non richiesta specificatamente – fosse addotta da professori o responsabili di associazioni, non scontato udirla da ex militari, ingegneri e così via. La ragione è che a scuola – in tutti i gradi – esiste una materia specifica:

“[…] il grande spazio. E’ la [materia] più grande. Abbiamo lavorato così tanto per conservare la nostra identità che è diversa dall’identità degli altri, dei marocchini”

Quando chiedo di spiegare cosa sia questo “grande spazio saharawi” Najim Shia mi risponde:

“Significa che ci sono alcune materie diciamo di educazione nazionale. In questa educazione nazionale si insegna agli studenti le origini, l’identità, perché fanno un tipo di vita, che bisogna fare per conservarla, si parla dei nostri costumi. E per esempio alle elementari non è come in collegio, in collegio ce n’è di più rispetto alle elementari. Per esempio alle elementari si dice all’allievo che è un Saharawi, per i suoi genitori, è là perché c’è stato un esodo, perché c’è stata l’invasione marocchina-mauritana. Al collegio si approfondisce, si studia più cultura saharawi, il modo di vivere prima, anche prima dell’arrivo della Spagna sul territorio, come hanno fatto i Saharawi per combattere gli spagnoli e anche il Fronte e come fa ora per lottare senza combattere, per raggiungere l’indipendenza. E anche cosa dobbiamo fare noi e voi, i giovani, per conservare l’identità e continuare a combattere per raggiungere la nostra indipendenza.”

L’educazione nazionale accompagna lo studente per tutto il ciclo di studi inferiori per stratificare una consapevolezza di differenza culturale su cui poi si può impiantare il discorso all’autodeterminazione secondo il diritto ONU.

“[…] nell’educazione nazionale ci sono storia e geografia. La storia comprende anche l’ora di storia di origine del popolo saharawi, il suo arrivo nel Sahara Occidentale, come era organizzato prima dell’arrivo della Spagna, l’arrivo della Spagna, la loro lotta durante la colonizzazione. Poi i movimenti nazionalisti saharawi, la nascita di un movimento nazionale saharawi, la nascita del Fronte Polisario e tutto quello che ha fatto il Polisario.
La geografia comprende anche il Sahara Occidentale da un punto di vista geografico, le ricchezze, le frontiere, le risorse marittime e comprende i villaggi, le montagne e ci sono anche le risorse agricole. Questo per la geografia.”

Nella pratica il grande spazio saharawi è una materia trasversale alle altre, un filo rosso che le lega tutte. Tutti gli studenti acquisiscono così una rete di conoscenze comuni che fanno da riferimento identitario anche in condizioni di lontananza dalla patria. In altre parole, si crea nel tempo un nocciolo duro di saperi e di immagini che si stratificano fino a formare una vera e propria autocoscienza nazionale saharawi. Autocoscienza qui riprende in realtà due accezioni: la prima è la coscienza personale – che si crea appunto in conseguenza di un lungo processo dettato dalle sollecitazioni materiali e psicologiche – mentre la seconda è intesa ad un livello più generale – in quanto sono gli stessi rappresentanti del popolo saharawi, benché élite, a proporre una differenziazione culturale che possa giustificare l’obiettivo di autodeterminazione nazionale.

Luca Maiotti

Il post precedente è al link Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/13 – La donna saharawi (22 aprile 2015)

Seguiranno le Conclusioni

Foto: WFP; Saharawi

Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/13 – La donna saharawi

map-polisario-2By Luca Maiotti

Capitolo 3 della tesi Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi di Luca Maiotti

3.2 Lo spazio della donna saharawi: responsabilità, bride price, matrilocalità

L’universo femminile saharawi si è trovato ad essere – per le particolari condizioni storiche che la popolazione ha vissuto – al centro del progetto nazionale intrapreso a partire dai campi dei rifugiati. L’autonomia della donna – seppur tradizionalmente molto ampia – diventò uno dei motivi di orgoglio nella autorappresentazione della società saharawi e ha generato negli anni di guerra una serie di mutamenti interni rispetto all’ordine precedente, soprattutto per ciò che concerne la dote, il divorzio e il passaggio dalla patrilocalità alla matrilocalità.

La responsabilizzazione della donna saharawi

Il conflitto armato ebbe un ruolo fondamentale nel promuovere ed allargare gli spazi di questa autonomia – in particolare dando una veste pubblica alla figura della donna, tradizionalmente legata allo spazio del privato. Il processo si legò ovviamente alla mobilitazione della società saharawi verso la comunità di popolo. Nella società tradizionale ad ogni tipo di sapere pratico era legato un ruolo o un’attività e quindi uno statuto particolare. In una società sprovvista di tutto come quella dei rifugiati le competenze professionali erano troppo importanti per poter essere trascurate, così come quelle pedagogiche. Si chiese quindi soprattutto alle donne di farsi carico della gestione della comunità mettendo al servizio della stessa le proprie conoscenze.

Inizialmente tale processo non fu per nulla semplice, ostacolato dalla consuetudine che legava i saperi allo status d’appartenenza. Il Polisario cercò di spezzare il rigido sistema di trasmissione dei saperi tradizionali femminili: come nel campo maschile era impensabile che il figlio di un fabbro potesse combattere, così era inammissibile che la figlia proveniente da una famiglia di buona posizione non imparasse l’arte di cucire la tenda tradizionale – in quanto avrebbe significato scendere di rango.

Così – come nel caso dei soldati – fu compito del Polisario cercare di superare la resistenza delle famiglie attraverso un’attenta mediazione – in linea con la generale mobilitazione della società – che riuscì a raggiungere un compromesso praticabile. Gli antichi saperi orientarono per lungo tempo le preferenze delle famiglie, ma il passaggio riuscì quasi completamente e ad oggi uno dei rimpianti più comuni tra gli anziani è che le proprie nipoti non sappiano più cucire la khaima, la tenda tradizionale.

Se ciò accentuò la mobilità sociale, dall’altra parte lo sforzo bellico esigeva che tutti gli uomini fossero al fronte, quindi si delegò alle donne il compito di organizzare la vita in tutti i settori dei campi. Così un’ulteriore dinamica interessò il mondo femminile. Se la prima era stata un rimescolamento interno che aveva cercato di annullare le divisioni tribali basate sugli status, la seconda fu l’apertura verso l’esterno e la presa di coscienza della possibilità di essere protagoniste nello spazio pubblico. Riacquisirono valore anche detti tradizionali utili ad attestare la parità fra i sessi: “se il leone uccide, uccide anche la leonessa” per citarne uno tra tanti.

La stessa Costituzione della Repubblica Araba Saharawi Democratica, all’articolo 41 afferma che: “Lo Stato apre alla promozione della donna e alla sua partecipazione politica, economica, sociale e culturale nella costruzione della società e dello sviluppo del paese” perché facente parte della cellula base della società saharawi, la famiglia.

Le donne ricoprirono quindi ruoli chiave in tutti settori tranne che nell’esercito. Bisogna però dire che non ci fu – e non c’è ancora – parità numerica tra uomini e donne – soprattutto negli organi più alti – e la componente maschile fu sempre preponderante. Secondo Sennia Ahmed, wali (equivalente del sindaco) del campo dei rifugiati di Smara, la colpa è della colonizzazione spagnola: essa diede l’opportunità di studiare a pochissimi saharawi – e ancor meno alle giovani – quindi soltanto coloro che avevano potuto frequentare scuole coraniche avevano qualche forma di istruzione. Le donne in ruoli amministrativi quindi rimangono una minoranza, ma sono comunque presenti e attive – tre nell’ufficio politico del Polisario per fare un esempio – nonché le aderenti all’Unione Nazionale delle Donne Saharawi che sono molto spesso invitate a partecipare a congressi e conferenze all’estero – e il loro ruolo è diventato uno dei capisaldi del discorso pubblico saharawi.

“Mi ricordo una volta ero ad un confronto nel ‘97 con delle famiglie mediterranee di dispersi. C’erano gli Algerini, i Marocchini, i Mauritani, i Libanesi, i Siriani, gli Egiziani qui in Francia e stavamo mangiando nella sala all’apertura. Mentre siamo là a mangiare tutti insieme io ero a fianco di donne libanesi, siriane, egiziane e poi degli uomini e sento che stanno parlando del problema della donna nelle società dei paesi del Mashreq, di donne picchiate e così via. Allora un mio amico saharawi si gira e mi fa: “da noi dovremmo fare un’associazione in difesa degli uomini picchiati!”.

Non ho mai sentito di una donna toccata da noi, da noi è proibito, è proibito. Non è proibito dalla legge, ma moralmente. Qualcuno che tocca una donna non ha più un posto nella società, è molto meglio che lasci la società perché sarà additato da tutti e il fatto sarà citato come un evento storico: “sapete quello là, è quello che ha picchiato sua moglie” ed è così per noi e per i Mauritani. Mi ricordo una volta una libanese mi ha detto “voglio cambiare nazionalità e diventare saharawi!”. Ecco, su questo argomento, da noi è così.

Il bride price e il divorzio

Non si può parlare di dote nel matrimonio saharawi, quanto piuttosto di bride price. Questo consisteva in uno scambio di beni: lo sposo donava dei beni materiali alla famiglia della sposa, in compensazione della perdita di fertilità e di lavoro rappresentata dalla partenza della figlia. Il bride price era una tradizione piuttosto onerosa per i giovani uomini saharawi, i quali dovevano possedere numerosi cammelli per ottenere la mano della fidanzata. A maggior ragione – viste le condizioni materiali dei campi dei rifugiati – questa pratica sarebbe diventata de facto insostenibile negli anni di guerra. Poiché il Corano la prescrive come necessaria per suggellare un matrimonio, il bride price fu ridotto ad un dono simbolico, senza valore economico; in più il governo stesso forniva alcuni beni alla sposa, che li portava nella nuova famiglia. Per celebrare il matrimonio infatti è il comitato popolare della daira – una volta accertatosi della volontà dei due ad unirsi – a preparare la festa e la tenda dei futuri sposi.

Solo la presenza del qāḍī è indispensabile per assicurarsi la validità del matrimonio per la parte religiosa. La soppressione del bride price non obbediva soltanto ad una logica di mancanza di mezzi, ma – agli occhi della dirigenza del Fronte Polisario – era uno dei mezzi con cui favorire l’emergere di una società più mobile: accordare alle giovani donne il diritto di sposarsi liberamente ed eliminare l’ostacolo del bride price avrebbe fatto moltiplicare le unioni e incoraggiare la natalità.

Il governo stesso, infatti, fin dall’inizio forniva tutto il necessario: oltre ad una moneta dal valore di mezzo-dinaro, consegnava alla coppia i pasti per la festa e alla donna un corredo minimo. Questo consiste nella tela della tenda che bisognerà cucire e in una serie di oggetti indispensabili alla vita quotidiana (materassi, stuoie, utensili da cucina).

Soprattutto durante la guerra la politica perseguita dal Polisario fu fortemente natalista, visto che la società saharawi necessitava sia di combattenti che di cittadini: per una popolazione di così ridotte dimensioni la crescita demografica non poteva essere un aspetto marginale. Così il Polisario si sforzò di eliminare le difficoltà che potessero sorgere intorno ai matrimoni e ai divorzi – in quanto il divorzio era in sé una promessa di nuovo matrimonio. In più – dal punto di vista sociale – il divorzio non rappresentava una svalutazione della donna né sul piano morale né sul piano materiale. Se l’approvazione dei genitori per il matrimonio restò un elemento intoccabile, al necessario parere favorevole del padre – nei fatti dei padri – si affiancò quello delle madri, perché anche in questo campo la donna potesse far pesare la propria volontà al pari di quella dell’uomo.

Il numero delle unioni crebbe rapidamente e – parallelamente – crebbe anche il numero dei divorzi. Teoricamente più che di divorzio si dovrebbe parlare di ripudiazione, in quanto è l’uomo che la pronuncia. Se fosse la donna a desiderare la separazione, l’uomo potrebbe rifiutarsi di accordargliela – cosa che non gli impedirebbe di poter contrarre un nuovo matrimonio, mentre per la donna sarebbe impossibile risposarsi. Questo caso è generalmente raro in quanto il marito cede alla pressione sociale: la donna – rifiutandosi – impedisce al marito di procreare. Come già detto, il fatto di essere una donna divorziata non toglie valore alla donna nella società saharawi, mentre al contrario l’immagine dell’uomo che si rifiuta di liberare sua moglie risulta più che offuscata. Ufficialmente la donna ha un unico potere, benché enorme: far perdere l’onore all’uomo; e senza l’onore l’uomo non è più niente.

Secondo Brahim Ballagh, il rapporto era fin troppo lineare:

“Quel che voglio dire è che quando mio padre e mia madre discutevano, forse una volta quando avevo 10 anni, non mai ho sentito mio padre criticare mia madre, mai a voce alta, mai. O parlarle in maniera irosa.

Se ci sono discussioni non si sente niente, perché è vergognoso dire o fare cose così. Da noi si fa così, invece di picchiarsi o litigare è meglio chiedere il divorzio. E’ semplice. Una parola e via, sei divorziato e te ne vai. Siete uniti nel bene e nel male, se non c’è niente ci si separa, è facile, è proprio facile.”

In una società che nasce nomade come quella saharawi, l’esteriorità rimane fondamentale: in mancanza di qualsiasi spazio privato il controllo di se stessi è la regola. Nel caso di infrazione di queste regole, la vergogna – parola che ritorna prepotentemente in più interviste – ricade su di sé e sugli altri più o meno vicini.

In questo senso si può parlare di “estetica” saharawi intesa come autorappresentazione collettiva. Molte delle interviste che ho raccolto hanno evidenti somiglianze tra di loro – anche tra intervistati che non si conoscevano direttamente – non solo perché influenzati dai lasciti della propaganda del Polisario, ma perché sono parte di un’immagine comune di sé che riflette una concezione di spazio privato particolare: uno spazio privato “limitato”. Lo spazio privato nella società saharawi non è assente, ma deve continuamente dialogare e tener conto degli altri, che rappresentano la sua possibilità di realizzazione e allo stesso tempo il suo limite – nella dialettica onore e vergogna.

E qui si specifica gli altri – e non l’Altro – perché proprio questa immagine di sé si può ricondurre la categoria di dividuo già chiamata in causa nel secondo capitolo. Questo non significa che non esista una coscienza singola o che il popolo saharawi sia un soggetto organico monodirezionale senza spazio per iniziative fuori dall’obiettivo, ma questa maniera di autorappresentarsi ha costituito la base – rafforzata dalle condizioni storiche – su cui il discorso del Polisario ha potuto radicarsi e implementarsi. Infatti – come per controbilanciare questo continuo processo di autoregolazione – anche nel tempo nomadico l’onnipresenza della parola e il racconto costituivano un riferimento sicuro in cui lo spazio privato poteva trovare costantemente rifugio.

La modalità del rapporto uomo-donna – poi calato nelle situazioni del matrimonio e del divorzio – è riflesso di questa autoregolazione. Così il padre di Brahim Balalgh non alza la voce con sua moglie “perché è vergognoso […] dire o fare cose così” e la separazione sembra essere naturale e senza ostacoli. L’uomo prende ciò che ha e se ne va.

“E’ per la donna, tutto è per la donna, ma dico tutto. Il posto della donna nella società saharawi è qualcosa di intoccabile. L’uomo no, tutto quanto, la tenda, la dote che è simbolica, è per la donna. Quando c’è una separazione, beh “signorino tu prendi la tua sacca se ne hai una e ritorni nella tua caserma, al tuo battaglione o da tua madre”. Nei territori occupati a casa tua.
Se hai dei bambini beh li proteggi, ti farai una vita con un’altra donna, costruirai un’altra casa o ti arrangi, casomai torni dai tuoi genitori. Io ho divorziato due volte nei campi dei rifugiati, sono stato sposato due volte nei campi. […]
Beh la donna ha la sua tenda e io quando sono là non ho bagagli, ho un sacco. Ho preparato il sacco e sono partito per ritornare in caserma. Da noi la separazione, il matrimonio non è un problema che si pone. Bisogna sentire gli sposi, bisogna sentire il giudice ecco tutto. Si tratta di galanteria, di nobiltà e così via… è per la donna.”

Il numero delle separazioni crebbe costantemente. I bambini nati dai matrimoni precedenti venivano di solito affidati alla madre – mentre il padre se ne prendeva cura come poteva, lasciando delle piccole somme se ne aveva. In questi ultimi anni il denaro ha cominciato a circolare nei campi dei rifugiati – determinando un cambiamento importante nella questione della dote. Se infatti il Fronte Polisario continua a fornire alla sposa un dono simbolico (che ammonta a un mezzo-dinaro) spesso la famiglia aggiunge qualcosa dal proprio patrimonio riprendendo le vecchie tradizioni.

Questo fenomeno è dettato da più esigenze: in primo luogo le donne si sentono più tutelate dalla possibilità del divorzio – il denaro viene visto come un freno alle separazioni – soprattutto in riferimento ai figli che vivono vite a metà tra famiglie diverse; in secondo luogo il denaro incide sul prestigio della cerimonia – e, di riflesso, sul prestigio della famiglia – che si presenterebbe come un’unione che innalzi la condizione sociale dello sposo o della sposa – quindi un matrimonio riuscito. In altre parole sta riapparendo il bride price come parte di quella galassia di minuscole disuguaglianze che sono riapparse nei campi con la circolazione del denaro – fenomeno praticamente assente negli anni di guerra.

Il passaggio dalla patrilocalità alla matrilocalità

Un altro fenomeno importante è il passaggio dalla patrilocalità alla matrilocalità. La patrilocalità è quell’istituto che impone ad una coppia – dopo il matrimonio – di andare a vivere nei pressi della casa del padre del marito ed era la norma nella società saharawi prima dell’arrivo nei campi dei rifugiati: la giovane sposa erigeva la tenda coniugale nell’accampamento del suo sposo. Così facendo, inaugurava una circolazione incessante di beni e persone tra l’accampamento di suo padre e quello di suo marito. Le visite avvenivano ogni volta che i tempi della nomadizzazione lo permettevano. La giovane donna incinta andava a partorire dai suoi genitori e il genero – nonostante le regole del pudore gli impedissero di presentarsi davanti ai suoceri, in particolare al suocero – doveva inviargli dei doni. Gli stessi bambini della coppia partecipavano a questo flusso di contatti e scambi tra il clan del padre e quello dello zio materno. Con il passare del tempo era molto probabile che più donne circolassero nello stesso senso – aiutate dal fatto di appartenere allo stesso clan originario e di ritrovarsi a vivere nello stesso accampamento. Stabilire queste relazioni facilitava l’ambientamento anche con la suocera, la cognata e la famiglia dello sposo – elemento fondamentale perché – come visto prima – la vita quotidiana nomadica era essenzialmente collettiva. Questo movimento ininterrotto tra i due accampamenti era il fattore che suggellava l’alleanza tra due gruppi, rinforzando l’unità dell’insieme.

Con la guerra e lo spostamento nei campi dei rifugiati la tendenza alla patrilocalità fu in molti casi rovesciata in favore della matrilocalità. Le giovani spose preferirono stabilire la propria tenda a fianco di quella della madre, invece di andare a vivere presso la famiglia dello sposo – quasi sconosciuta. Questo perché tutti gli uomini – padri, fratelli e mariti – erano al fronte e la loro assenza giustificò il desiderio delle giovani spose di rimanere accanto alla propria famiglia – in particolare alla madre. Così – in assenza degli uomini – le donne si accordarono: le suocere accettarono questo compromesso anche perché in questo modo poterono tenere presso di sé le proprie figlie femmine o perlomeno negoziarono a seconda della situazione – cercando di tenere presso di sé almeno la figlia più giovane.

Gli uomini si ritrovarono in una situazione decisamente più complicata. Se la tenda nella tradizione saharawi è sempre appartenuta alla donna – non è un caso che resti sempre a lei, sposata o divorziata – l’uomo in sua assenza non poteva mai dormirci e si sarebbe coperto di ridicolo agendo altrimenti. Ogni uomo aveva il suo posto nell’accampamento nel tempo nomadico – o nell’accampamento del padre e del fratello – e nessuno avrebbe osato dormire sotto la tenda senza che la propria donna fosse presente – e ciò valeva così per il guerriero come per il pastore.

Nella situazione attuale non ci sono più accampamenti, ma tende. Il marito si trovò intrappolato dalla matrilocalità: la sua autorità – già isolata in un clan di donne che faceva capo a sua suocera – fu fortemente messa in soggezione da quella del suocero o dei cognati, visto che la società rimase comunque saldamente patrilineare. I maggiori problemi sorgevano infatti nel momento della compresenza del genero e del suocero – avvenimento piuttosto comune soprattutto se il suocero è anziano.

La scelta di conservare il codice d’onore significò nella pratica soprattutto mantenere alcune rigidità nelle relazioni nuora – suocero, ma in maniera decisamente evidente in quelle genero-suocero – a tal punto che l’uno non ha il diritto di guardare l’altro negli occhi, né di parlargli e né di scorgerlo da lontano, e viceversa.

Questo non significa però che gli scambi e le relazioni tra i due non possano esistere, ma semplicemente che avvengano per persona interposta. E furono proprio le donne – libere di muoversi in ogni spazio e da tenda a tenda – ad essere il tramite e le sentinelle per ogni comunicazione e scambio nella vita domestica, mentre gli uomini – di fatto senza un domicilio fisso – furono costretti a girare in questo universo principalmente femminile. Così, con il gioco di matrimoni, divorzi e ricostituzione di alleanze, è sempre meno raro che i nonni abitino con i nipoti di un primo e di un secondo matrimonio (ma è frequente che spesso siano di più) – dando ulteriore spinta al movimento di commistione di famiglie di tribù diverse all’interno della società. Se infatti nelle società sahariane la categoria di “meticcio” o “bastardo” non può essere chiamata in causa visto che la discendenza è strettamente patrilineare, l’identità del bambino nel sistema della patrilocalità era definita dalla tribù in cui nasceva e cresceva.

Con il passaggio alla matrilocalità i bambini furono cresciuti nella tribù della madre – ovvero una tribù diversa da quella da cui prendevano l’identità – rinforzando “dal basso” il processo di rimescolamento interno voluto dalla dirigenza del Polisario.

Luca Maiotti

Il post precedente è al link Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/12 – I campi e la detribalizzazione: una logistica ragionata

Seguirà: 3.3 Il percorso educativo saharawi: l’insegnamento

Foto: Globalsecurity

Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/12 – I campi e la detribalizzazione: una logistica ragionata

campo TindoufBy Luca Maiotti

Capitolo 3 della tesi Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi di Luca Maiotti

I campi e la detribalizzazione: una logistica ragionata

I campi dei rifugiati

Gli accordi di Madrid e la successiva invasione marocchina ebbero come conseguenza immediata la fuga di una consistente parte della popolazione saharawi verso il deserto al di là del confine algerino, nei pressi della città di Tindouf. Se l’esodo può esser descritto come la partenza volontaria di un insieme di persone dal proprio paese per motivi politici, religiosi o etici, questa definizione non sembra adattarsi perfettamente all’esperienza saharawi. Sembra infatti più giusto richiamare la definizione di esilio, inteso sì come sradicamento e obbligo di partire altrove, ma a cui si aggiunge l’importante sfumatura della prospettiva del ritorno qualora venga a cadere il motivo che ha originato la partenza.

L’esilio – che richiama la precarietà dell’asilo e la temporaneità del rifugio – si configura come conseguenza dell’esodo – che è più simile alla fuga.

Secondo le stime degli anni 2002-2004 dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) i Saharawi che beneficiano dell’assistenza di una delle organizzazioni delle Nazioni Unite nella zona di Tindouf sono circa 165.000, divisi in quattro campi che ospitano ognuno circa 40.000 persone.

tindouf-blocusQueste stime non sono però da considerarsi completamente attendibili: in primo luogo non è stato possibile effettuare un censimento affidabile: mancano infatti i dati di una parte dei rifugiati che vivono nel campo del 27 Febbraio e le stime si riferiscono alla situazione di dieci anni fa, non tenendo conto del tasso di crescita della popolazione.

Ci sono poi altri rifugiati Saharawi che sono monitorati dall’UNHCR – ma non rientrano direttamente nel programma di aiuti – che vivono in vari paesi del mondo – per esempio solo in Mauritania ce ne sono 27.000, ma è anche il caso di molti degli ex guerrilleros che ho intervistato in Francia.

Si calcola comunque che i rifugiati saharawi in totale siano circa 200.000, tenendo conto sia della popolazione nei campi, sia nei paesi europei ed extraeuropei.

Come visto, fu l’Algeria a mettere a disposizione uno spazio per i campi, nei dintorni della regione di Tindouf. Questo luogo rappresentò un ambiente talmente inospitale che i Saharawi vissero de facto in isolamento, conservando larga autonomia di organizzazione fin dall’inizio dell’esilio.
L’insieme dei campi fu – ed è tuttora – diviso in 4 wilayat (al singolare wilaya) o provincie, ognuna delle quali prende il nome di una città importante del Sahara Occidentale: El Ayun, Smara, Ausserd, Smara e Dakhla.

A questi si sono aggiunti il piccolo campo satellite del 27 febbraio (chiamato anche campo delle donne) e il campo amministrativo di Rabouni. Ogni wilaya è divisa in sei dawa’ir (al singolare daira), l’equivalente di un distretto.

Le esigenze fondamentali a cui dovette sottostare il progetto saharawi furono quelle della difesa e dell’accesso all’acqua. Rabouni non a caso è il principale punto idrico dell’intero dispositivo e i primi due campi, El-Ayun e Smara, si trovano nell’arco di 20 chilometri da lì, così come la prima scuola militare.

The_Sahrawi_refugees_–_a_forgotten_crisis_in_the_Algerian_desert_(7)Successivamente si scelse di creare un altro campo – quello di Ausserd – per decongestionare i primi due, mentre l’ultimo – quello di Dakhla – si trova a 170 chilometri a sud est di Tindouf, separato degli altri tre. I servizi centrali si trovano in un punto equidistante dai primi tre campi e ospitano la farmacia centrale, l’ospedale militare, la prima scuola elementare – ora diventato collegio (l’equivalente della scuola media e superiore) – un laboratorio artigianale e il principale orto coltivato, situato in un minuscolo spazio irrigato vicino ad una piccola sorgente. Tutti questi punti sono situati a pochi chilometri l’uno dall’altro.

Il piccolo campo del 27 febbraio nasce più recentemente intorno all’omonima scuola professionalizzante con l’intento di creare delle abitazioni per le famiglie del personale e di coloro che la frequentano. E’ anche chiamato campo delle donne perché è sede dell’Unione Nazionale delle Donne Saharawi, accanto ai centri di formazione e di artigianato.

L’organizzazione dei campi dovette però rispondere anche ad aspetti funzionali: ogni campo si strutturò secondo l’intrecciarsi del piano circolare e quello quadrato. Il piano circolare evoca l’idea di una comunità che si stringe intorno a se stessa per difendersi, dove le posizioni sulla circonferenza hanno tutte stesso valore ed in cui solo il centro si configura come gerarchicamente differenziato. Il quadrato invece è per definizione la formazione tesa all’attacco in tutti gli eserciti del mondo – a maggior ragione nella tradizione beduina impostata sui rapporti di forza tra tribù. Questo schema permette di distinguere non solo il centro dai lati, ma anche la prima linea dalla retroguardia e dalle ali – assegnando ad ogni posizione sul campo un posto corrispondente nella scala sociale. Il campo saharawi si presenta quindi come l’intersecarsi della dualità quadrato-cerchio, mostrando la contraddizione di una comunità gerarchizzata: al suo centro si trovano gli edifici amministrativi e funzionali (educazione, potere, salute), mentre la circonferenza è occupata da una serie di sei unità, cioè una serie di quadrati simmetricamente disposti intorno al nucleo.

Una logistica ragionata: l’obiettivo della detribalizzazione

Al momento dell’arrivo nei campi rifugiati – prima improvviso poi sempre più graduale – la dirigenza del Polisario si trovò suo malgrado davanti ad un’occasione imperdibile, quella di dare realizzazione ad una società che fino a quel momento esisteva solo sul piano ideale. Come visto, il diritto all’autodeterminazione si applicava soltanto ai popoli e l’ordine tribale era considerato causa strutturale di debolezza nella fallita resistenza alla colonizzazione. Così il 12 ottobre 1975 si celebrò il passaggio dalle tribù – al plurale – al popolo – singolare.

L’esilio si trasformò in strumento pratico in mano ai dirigenti del Polisario capace di produrre mutamenti sociali ispirati ad un’ideologia rivoluzionaria dalle dinamiche socialiste. La popolazione – contemporaneamente oggetto e soggetto coinvolto nel processo – fu coinvolta nel percorso che conduceva ad un tipo di società “nuova” – quasi totalmente diversa – rispetto a quella del passato.

Le condizioni materiali furono d’altronde un elemento importante nel preparare un terreno in cui potesse radicarsi il discorso ideologico del Polisario.

I campi erano infatti un’entità geograficamente separata dal resto dell’Algeria – che si incaricò del sostentamento dei rifugiati, chiusi da ingerenze esterne e dipendenti per qualsiasi forma di comunicazione dalla dirigenza del Polisario. Il territorio intorno a Tindouf gode addirittura di uno statuto speciale nel quadro dell’amministrazione pubblica algerina, che rende i campi de facto autonomi.

In più, i campi si popolarono di persone che non solo si riconoscevano in un’origine comune, ma che soprattutto avevano condiviso l’esperienza traumatica e caratterizzante della fuga – fattore diventato un marqueur dirimente rispetto al resto della popolazione rimasta nel Sahara Occidentale.

Poi, il servizio di camion organizzato dal Fronte Polisario per trasportare i profughi aveva condotto già ad un primo rimescolamento delle tribù: la fuga, per forza di cose disordinata, aveva riunito nello stesso spazio individui di città diverse e di diversa estrazione sociale.

Tutti si trovarono improvvisamente con lo stesso tipo di abitazione – le tende standard dell’UNHCR – lo stesso tipo di alimentazione – le razioni preparate – gli stessi vestiti da indossare – anche questi distribuiti dal Polisario – e le stesse ricchezze possedute – nessuna, perché la partenza era stata così precipitosa da non permettere a nessuno di portare alcunché.

Questo riportare ogni componente della società ad un livello “base” per quanto riguarda le condizioni materiali significò una traduzione pratica dell’egualitarismo sociale proclamato nei discorsi e negli slogan. Tutti diventarono improvvisamente uguali perché nessuno possedeva più niente e proprio su questo fondo si inserì l’azione del Polisario.

Il Fronte dispose le famiglie secondo la provenienza sociale, separando quelle simili e accostando strati sociali differenti, confidando nel fatto che con il passare del tempo i legami di convivenza si sarebbero stretti fino a superare le differenze originali – processo che si portò a compimento attraverso la condivisione di condizioni di vita eccessivamente dure. All’arrivo nei campi i rifugiati non poterono scegliere liberamente in quale wilaya sistemarsi, ma dovettero obbedire alle direttive che provenivano dal governo centrale.

Inoltre bisogna considerare che i compiti nei campi erano completamente differenti dalle attività del tempo nomadico. E, se come in ogni società al ruolo svolto veniva associato un grado nella gerarchia sociale, la scomparsa quasi totale di questi ruoli fece rapidamente perdere di significato l’ordine corrispondente, con l’eliminazione delle distinzioni tra tribù guerriere, di marabuti, pastori, artigiani e artisti.

Furono quindi le condizioni materiali che permisero al Polisario di sviluppare un discorso ideologico che associava le diseguaglianze sociali all’ordine tribale, in una situazione di guerra che esigeva un’unione sacra di tutte le componenti sociali in vista della realizzazione del ritorno in patria.

Il quotidiano nei campi

La vita nei campi fu caratterizzata fin dall’inizio dalla mancanza. Alla domanda “come è la vita nei campi” mi è stato risposto da Hamdi Abderrahmad:

“Molto difficile. E’ molto dura, ma la cosa migliore è che abbiamo scelto, e ci siamo raggruppati volontariamente. Abbiamo preferito così. Ci incoraggiamo tutti, ma viviamo con dignità. […]. Non c’è nessun modo di vivere, soffriamo molto, rimaniamo isolati dalla nostra famiglia che sta nel Territorio Occupato, però siamo dignitosi, viviamo in questo modo, con grande sofferenza, ma viviamo con dignità, in libertà.”

E’ percepibile da un lato il modo in cui è stato impostato il discorso intorno all’esilio e dall’altro la realtà dei campi che non lascia molto spazio alla retorica. In qualche modo infatti fu necessario “giustificare” la permanenza della popolazione nei campi, quindi si considerò la durezza della vita come il prezzo da pagare per poter vivere uno spazio di libertà e di dignità – in totale contrapposizione all’ingiustizia dell’invasione marocchina.

La libertà e la dignità – come traspare anche dalle altre interviste – vanno ad assumere un ruolo preponderante nell’universo di valori positivi che i Saharawi tendono a creare nella rappresentazione di sé. Questa scelta di valori non è ovviamente scevra da influenze precedenti, in riferimento alla figura del nomade che non poneva limiti fisici né costrizioni nei suoi spostamenti nel deserto.

Dall’altra parte è innegabile la condizione di difficoltà. Se sul piano ideale l’esilio è stato giustificato in funzione della scelta volontaria di una vita in libertà, sul piano materiale i limiti sono evidenti. Nonostante la condizione di condivisione (“ci incoraggiamo tutti”) non c’è nessuna fonte di sostentamento autonoma (“non c’è nessun modo di vivere”) – nel senso che ancora oggi la sopravvivenza di una larghissima parte della popolazione saharawi è garantita solo dagli aiuti internazionali e delle Organizzazioni Non Governative che operano nei campi.

L’altro elemento da notare è la percezione di separazione dalle famiglie che sono rimaste nel Sahara Occidentale – irraggiungibili perché strettamente controllate e addirittura allontanate con la successiva costruzione del Muro.

La durezza delle condizioni di vita è evidente anche dalle parole di Najim Shia, il quale restò nei campi senza essere arruolato perché insegnante:

“La vita nei campi alla fine del ’75 e se vogliamo anche all’inizio del ’76 è talmente, talmente, talmente difficile perché ci sono circa 120.000 Saharawi che hanno intrapreso l’esodo, sono arrivati nel territorio algerino senza niente, senza avere proprio niente. E ci sono le migliori famiglie, a quel tempo le migliori famiglie che sono arrivate e hanno preso le melhfas, la melhfa è l’abito delle donne saharawi, e l’hanno utilizzata per fare una tenda, e cercano per metterla, cercano di costruire, di fare una tenda per proteggersi da quel tempo con i bambini e con tutti gli altri. E, vedete, cioè, era talmente, talmente difficile. Ci sono anche uomini che non riescono ad avere delle melhfas per fare delle tende, ma c’è una volontà negli uomini saharawi, e nei bambini, per continuare a combattere l’invasione marocchina e mauritana.”

Najim Shia – a differenza degli altri guerrilleros che ho intervistato – arrivò nei campi già ventenne e quindi può ricordare il primissimo periodo, quello dell’accoglienza e dell’organizzazione spontanea. Tutti coloro che avevano attraversato il deserto non avevano potuto portare – o avevano abbandonato nel percorso – quanto necessario per una permanenza nel deserto: la khaima in primis, la tenda tradizionale, ma anche animali da pascolo – come capre o cammelli – utili per la sopravvivenza. Si dovettero quindi adattare e improvvisarono delle tende con l’unica cosa che avevano, ovvero il vestito tipico delle donne saharawi, per proteggersi dalle rigidità delle notti desertiche. Sopravvivere ad un’esperienza del genere diventa un marqueur, un segno distintivo.

E’ conseguente quindi che superare insieme una tale difficoltà crei un legame solidissimo in coloro che l’hanno sperimentata. La motivazione a resistere – in questo brano di intervista non a caso è assegnata in particolare agli uomini – è la volontà di rispondere all’evento traumatico che ha causato l’esodo: l’invasione marocchina. L’obiettivo immediatamente successivo – soddisfatta l’esigenza di organizzare dei campi – è infatti la resistenza armata, organizzata dal Polisario già nei due anni precedenti.

Per tornare alle condizioni materiali, lo stesso Najim Shia individua due difficoltà principali:

“La vita lì veramente era talmente difficile e dura per due cose. C’è la mancanza di mezzi e il clima. Il clima nei dintorni di Tindouf, là si chiama la hammāda, la temperatura arriva fino a zero e anche meno e durante l’estate sorpassa i quarantacinque-quarantasei gradi. C’è mancanza di mezzi e c’è il clima. E’ talmente, talmente, talmente difficile la vita a quel tempo.”

Una tale escursione termica fu il maggior ostacolo da superare – almeno all’inizio – e soltanto grazie all’aiuto finanziario e logistico dell’Algeria – che ancora oggi resta il più importante – si poté assicurare un riparo temporaneo ai rifugiati.

Passata questa prima fase, con l’intensificarsi degli aiuti internazionali e successivamente con la fine della guerra, la vita nei campi – e la percezione della stessa – cambiò migliorando sensibilmente, ma l’inizio fu terribile: secondo l’UNHCR solo nella primavera del 1976 morirono per un’epidemia di morbillo un migliaio di bambini saharawi – categoria più sensibile alla durezza clima e al cambio di dieta.

Tre sguardi sui campi dei rifugiati

Sembra utile ai fini della trattazione riportare qui tre brani di tre interviste diverse, che rispondono alla domanda “com’era la vita nei campi?”.

La prima è di Bucharaya Salek, un guerrillero che racconta le sue visite ai campi durante la guerra. Ogni militare aveva un periodo di congedo – di solito di due settimane – in cui tornava dal fronte ai campi dei rifugiati.

“Io vivevo con l’esercito nella zona liberata. Ora, mi sposai nei campi dei rifugiati e ci andavo in congedo di tanto in tanto, come il resto della gente. Quando era il mio turno, ogni tre o quattro mesi, dipende dalle cose da fare. Se non c’è niente si va in congedo, se ci sono si va poi, no? […] La vita militare, ti ho detto prima che è diversa dalla vita civile. Questo in qualunque posto, dipende se sei in guerra o no. Nel nostro caso è differente perché quasi tutti gli uomini erano in guerra e quindi quasi nessuno voleva stare indietro. Benché ti assegnino per lavorare con le donne là come maestro, come infermiere, come trasportatore o non so che, alla gente non piace, uno si arrabbia, però quando finì la guerra eravamo tornati a camminare ognuno con l’altro e così insieme ci conoscevamo e ci riunivamo e parlavamo e parlavamo di tutto.”

La prima indicazione che si può trarre da questa parte di intervista è la grossa differenza evidenziata dallo lo stesso Bucharaya: la presenza delle donne. I campi diventarono immediatamente dominio femminile perché gli uomini erano per la quasi totalità al fronte. L’etica maschile saharawi mutuò dalla tradizione l’immagine dell’uomo guerriero.

Chi fu scelto per insegnare, curare o lavorare da autista nei campi lo fece malvolentieri perché restare nei campi durante la guerra significava essere considerato alla stregua delle donne, dei bambini e dei feriti.

Considerato lo stato di guerra e l’esiguità del numero di combattenti saharawi, si scelse di impiegare qualunque braccio valido nello sforzo bellico.

Il ritorno nei campi degli uomini alla fine della guerra significò dover reintegrare nella vita dei campi una parte della popolazione che aveva condotto un tipo di vita differente da quella civile. Le frizioni sono nascoste nel “tornare a camminare ognuno con l’altro”, in quanto soprattutto la questione delle donne rappresentò uno dei motivi di maggiore attrito nella società dei campi dopo il cessate il fuoco.

Tuttavia lo status delle donne non solo non perse praticamente nulla dell’autonomia guadagnata durante gli anni della guerra, ma diventò anche uno dei maggiori vanti della società saharawi, uno degli aspetti che la distinguessero da altre società – come si può notare dai brani di interviste riportati successivamente in questo capitolo.

Un altro dei problemi del ritorno dei combattenti alla vita civile fu l’assegnazione dei ruoli e dei compiti all’interno dei campi, vista la quasi totale assenza di opportunità lavorative.

La dirigenza del Polisario aveva cercato di indirizzare la generazione della maggior parte degli intervistati, nata prima dell’invasione marocchina e che aveva vissuto in parte nei campi e in parti sul fronte di guerra – quella di Bucharaya e della maggior parte degli intervistati – verso studi che potessero avere un immediato risvolto pratico (ingegneri, infermieri, medici, insegnanti, militari).

Si cercò di trovare per ognuno un’attività adeguata alla propria specializzazione, assumendoli nell’amministrazione centrale o nelle ONG che operano nei campi, ma – per esempio – la maggior parte dei ruoli nell’amministrazione centrale era già occupata dai leader storici o da donne e il ricambio – generazionale e non solo – rappresenta ancora oggi una grande sfida per la politica interna saharawi.

Si può passare ora ad un’altra intervista, quella di Rachid Lehebib, che appartiene alla generazione successiva a quella che combatté la guerra, nato pochi anni prima del cessate il fuoco.

“La mia esperienza? E’ bella la vita nei campi dei rifugiato, sì, sei libero di andare dove vuoi, fare come vuoi, puoi giocare, puoi stare con la tua famiglia, posti differenti .. siamo liberi là. L’unica cosa è che non c’è lavoro, non ce n’è tanto. Sai, è normale, come gli altri rifugiati, è molto difficile, ma la vita in generale è molto tranquilla, è normale. Non ci sono cose strane, non c’è paura come negli altri campi dei rifugiati in altre parti del mondo, come in Sudan, come in Darfur, come in Somalia o da altre parti. La vita, secondo me, la migliore vita di rifugiati la fanno i rifugiati saharawi, siamo molto organizzati, non come il resto del mondo. Lì il rifugiato attacca l’altro e lo uccide per i soldi, tra i rifugiati saharawi no. E’ tutto organizzato, c’è gente che viene da altri paesi, tutto è organizzato e ognuno ha i suoi compiti e in ogni daira c’è un consiglio. La vita è molto facile, non c’è paura. Puoi dormire fuori casa tua di notte e lasciare casa tua aperta e nessuno tocca niente. La vita è molto normale, sì.”

Riacquisisce qui centralità il concetto di libertà, una delle parole-chiave più utilizzate nell’ambito dello spazio pubblico saharawi – come visto precedentemente.

La libertà qui si declina ancora come un poter fare ciò che si vuole – nelle memorie di un giovane di 24 anni – nel “poter giocare”, ma in realtà questa considerazione nasce anche dal confronto con gli altri campi dei rifugiati. In effetti un elemento ben presente è la volontà da parte dei Saharawi di sottolineare i tratti distintivi rispetto ad altre popolazioni.

Questa logica – che, alla luce di brani riportati in precedenza, interessa più casi – trova la sua ragion d’essere come risposta al discorso del re del Marocco che considera i Saharawi come “cugini” dei marocchini e pone ovviamente l’accento sulle omogeneità in vista dell’assimilazione culturale e territoriale del Sahara occidentale.

Per poter essere popolo – e soprattutto popolo riconosciuto, con conseguente diritto all’autodeterminazione – i Saharawi hanno scelto di marcare le differenze dal “resto del mondo”: dalla condizione della donna all’organizzazione dei campi dei rifugiati, dalla vita nell’esercito alla concezione attiva dell’esilio.

In questo brano di intervista emerge anche quella che sembra per lui essere l’unica nota negativa dei campi dei rifugiati: la mancanza di lavoro. Rachid era arrivato in Francia pochi mesi prima dell’intervista in cerca di un impiego, proprio perché nei campi le prospettive lavorative sono abbastanza scarse – fatta forse eccezione per l’amministrazione centrale e in particolare l’esercito.

In teoria nella regione di Tindouf un’attività economica basata sull’allevamento sarebbe potuta durare, viste le condizioni climatiche non troppo diverse da quelle del Sahara Occidentale. Nella pratica però risultò impossibile perché, oltre al fatto che i rifugiati erano partiti senza portar via né animali né averi, l’allevamento di tipo nomadico richiede un certo grado di libertà di movimento – e l’esilio limita fortemente questa possibilità.

Quindi anche la “tranquillità” dei campi assume una sfumatura negativa, perché è il riflesso di un’inazione dovuta alle condizioni materiali. Per esempio è solo dopo il cessate il fuoco che la moneta ha cominciato a circolare nei campi e si è potuto mettere in piedi qualche piccola attività in collaborazione – per la maggior parte dei casi – con i parenti fuggiti in Mauritania.

Per i giovani neo-laureati saharawi – in modo addirittura più accentuato rispetto ai loro coetanei in Nord Africa – l’unica prospettiva è quella di una partenza verso l’estero, andando ad ingrossare le fila dei componenti della “diaspora” saharawi e sperimentando una situazione di doppio esilio: quello dal Sahara Occidentale – patria geografica – e quello dalle famiglie nei campi – riferimento affettivo e ideale.

Il terzo brano di intervista appartiene a Brahim Ballagh, un attivista non violento arrestato nel Sahara Occidentale nel 1975 senza capi d’accusa e tenuto in prigione per motivi politici per più di 11 anni. Brahim Ballagh dà un’immagine dei campi dei rifugiati alla luce dell’esperienza della prigionia.

“Per quanto mi riguarda, quando sono partito per i campi dei rifugiati mi ricordo che ho sentito che nonostante gli anni, i trascorsi di sofferenza che sono restati sempre nella memoria, mi dicevo che quella era un’altra vita, che cominciava ad andare meglio. Sentivo di essere libero, nonostante non fossero i Territori [Occupati], ma dei campi di rifugiati, ma sentivo di essere libero, non sentivo che i campi fossero un esilio, perché di là [nei Territori Occupati] ero sotto una pressione fortissima, e mi son sentito quasi libero. Sì, con il tempo ho cominciato a dirmi, a farmi le domande, è l’esilio, non sono i Territori Occupati, c’è la mancanza, la sofferenza e ho cominciato a sentire il peso dell’esilio. E’ ancora abbastanza difficile, ma i primi giorni veramente ho sentito di essere nel mio paese liberato. Sì era l’emozione, l’emozione di uscire, si smetterla di sentirsi minacciato, quando la tua vita sta per essere liquidata perché ti hanno minacciato di farlo, io ero nei campi ed ero libero, e cominciavo a respirare. Poi con il tempo comincio a dirmi che non è facile e mi chiedo cosa succede alle persone che sono qui da più di trent’anni, mi comincio a fare delle domande, veramente tu non sei a casa tua, in un territorio che non è il tuo, sei separato dalla tua famiglia, cerchi di cominciarne un’altra. C’è un monologo interiore che comincia a imporsi e a prendere forma, nonostante me. Veramente è l’esilio, la parola esilio, si può sentire quanto pesi la parola esilio. E’ molto dura per una popolazione che è ancora separata da un muro.. vedi è.. come posso spiegarti quella mancanza di calore familiare che prima ricevevi. All’epoca mi ricordo che c’erano solo donne nei campi, non c’era niente. […] Ogni famiglia, se non uno, ha tre o quattro membri dall’altra parte, e tutti sono controllati. Ciò significa, e ritorno a quello che volevo dire, che siamo usciti da una piccola prigione in cui eravamo 311 e siamo entrati nella grande prigione in cui c’è tutta la popolazione saharawi”

Il primo impatto dei campi dei rifugiati è chiaramente positivo. Dopo la scarcerazione Brahim Ballagh aveva passato un breve periodo nel Sahara Occidentale, ma in seguito alle pressioni della polizia marocchina aveva deciso di passare nei campi dei rifugiati. La memoria dei giorni passati in prigione è fresca, ma nei campi – almeno all’inizio – sperimenta quell’occasione di espressione che gli era stata negata dal momento della sua incarcerazione. E’ infatti solo in un secondo momento che la pesantezza dell’esilio comincia a farsi sentire. E’ da notare che nel raccontare la propria esperienza nei campi dedichi una sola frase ad una descrizione più concreta: la presenza preponderante delle donne e la doppia mancanza – di mezzi e di affetti.

Nel brano di intervista non riportato cita infatti un episodio significativo. Per telefonare alla famiglia restata nel Sahara Occidentale era stato necessario arrivare fino alla prima città algerina e – una volta chiamato – aveva scoperto che le linee erano sotto controllo dei servizi di polizia interna marocchina.

Quando chiedo – sempre a Brahim Ballagh – la differenza tra la vita nel Sahara Occidentale prima dell’incarcerazione e i campi dei rifugiati, mi risponde:

“Non si può fare il confronto. Nei Territori Occupati c’è una società che vive – non dico normalmente – ma non male, anche se c’è la presenza coloniale e tutto il resto ci sono persone che lavorano, che hanno la loro famiglia, la loro casa, il loro quotidiano. Ci sono dei militanti che hanno cercato di fare una vita normale, ma una vita da militanti. Nei campi dei rifugiati c’è una società in esilio che ha guardato in viso e guarda ancora il pericolo della guerra, perché, vedi, ci sono famiglie che hanno dato cinque o sei martiri tra i loro figli. Vedi, c’è il quotidiano dell’esilio che unisce tutti, si lavora, ci si organizza, non c’è salario per niente e tutti sono volontari. Sono volontari sia nell’esercito, sia nella società civile. La società civile durante la guerra – anche se io sono arrivato dopo il cessate il fuoco quando non c’era più guerra, ma in quegli anni ho chiesto a tutti quelli che avevano vissuto – ci sono solo le donne che mandano avanti i campi. La sanità, le decisioni scolastiche, il quotidiano, l’amministrazione, solo le donne. Gli uomini sono in prima linea in guerra. E’ raro trovare i vecchi, gli handicappati, gli uomini che aiutano i vecchi o qualcuno che resta negli accampamenti.”

Dalle parole dei tre intervistati – il militare Bucharaya Salek, il giovane cresciuto nei campi Rachid Lehebib e il più vecchio Brahim Ballagh passato per la prigionia – si possono trarre alcune considerazioni comuni.

Nella prima e nella terza intervista emerge la presenza preponderante delle donne nella vita pubblica – elemento distintivo rispetto alla società saharawi prima dell’occupazione marocchina. Ciò non significa che la donna saharawi fosse poco indipendente o oppressa, ma vista la assenza degli uomini impegnati in guerra le attività dei campi furono coordinate dalla componente femminile – che raggiunse prerogative che oggi costituiscono un elemento di fierezza e originalità all’interno della società saharawi.

Ovviamente nella seconda intervista la differenza non risalta perché Rachid è nato e cresciuto nei campi, quindi non ha termini di paragone con la situazione precedente.

La mancanza di mezzi di sostentamento e di comodità è un elemento presente in ogni intervista, ma meno marcato nella prima e la seconda. Entrambi hanno infatti conosciuto la realtà dei campi da giovani – nel secondo caso fin dalla nascita – quindi è come se fosse una condizione data per assodata e non modificabile.

In generale dal racconto dei campi traspare un’impressione positiva. Essi sono la condizione di realizzazione per una vita in libertà – questo si evidenzia soprattutto nel terzo intervistato, Brahim Ballagh – nonostante tutte le difficoltà materiali che ciò implica: la mancanza di mezzi, la mancanza di lavoro, la lontananza dagli affetti.

I cambiamenti delle condizioni di vita nei campi

Nell’arco degli anni di esilio, le condizioni dei rifugiati migliorarono sensibilmente. I Saharawi al loro arrivo non avevano avuto la possibilità di scegliere dove e come vivere.

Dopo le prime notti – passate sotto ripari di fortuna, utilizzando le melhfas delle donne – giunsero gli aiuti internazionali (Unione Europea soprattutto) e algerini. Le tende dell’UNHCR – seppur non adatte al tipo di clima di Tindouf – diventarono per oltre trent’anni il luogo di attesa del ritorno.

La stessa scelta di costruire in “duro” – ovvero con mattoni e sabbia – solo gli edifici amministrativi ebbe un significato ben preciso, che attiene al concetto di esilio: lo spostamento della popolazione saharawi è solo temporaneo, perché la prospettiva del rientro in patria è rimasto – e rimane – l’obiettivo finale.

Creare una “casa” in un territorio che non fosse il Sahara Occidentale avrebbe implicitamente significato prendere in considerazione la possibilità di non ritornare. In altre parole, se l’esilio si caratterizza per la provvisorietà non avrebbe avuto senso creare degli edifici che poi si sarebbe dovuto abbandonare.

Nel 1991 in particolare, quando il referendum – come concordato – sembrava essere alle porte, i campi erano pronti ad essere lasciati in pochissimo tempo, perché considerati da tutti come una base temporanea utile ad un obiettivo contingente, la guerra e la sopravvivenza.

Nei tempi più recenti però – soprattutto con l’impantanarsi delle trattative e i vari tipi di ostruzionismo – le prime tende con supporti in duro hanno cominciato ad apparire. La maggiore facilità di movimento e la maggiore apertura nei campi – conseguenza della sospensione della lotta armata – ha fatto sì che ci fosse una liberalizzazione generale e cominciassero a circolare i primi semplici manufatti con cui rendere più accoglienti e vivibili le tende (tappeti, oggettistica varia).

Ci sono stati anche casi in cui i funzionari hanno cercato di assicurare migliori provvigioni di cibo per le loro famiglie, Land Rover o qualche cammello – trasgredendo alla rigida economia di guerra. In più circa 4.000 giovani hanno lasciato i campi – come Rachid Lehebib – in cerca di lavoro in Europa (Spagna soprattutto) andando ad ingrossare le fila della diaspora saharawi: le rimesse di questi emigrati e le pensioni degli ex-soldati spagnoli hanno permesso la circolazione di denaro e l’acquisto di qualche bene.

Questo fenomeno in particolare ha avuto per conseguenza che le tende fossero sempre più somiglianti a delle vere case (per esempio che l’elettricità fosse garantita attraverso pannelli solari) e si evidenziassero i primi segni di una differenza di status tra i rifugiati – fenomeno che, per le condizioni materiali, all’inizio non si era potuto verificare. La stessa Costituzione è stata aggiornata a metà degli anni 90 proprio per cercare di adattarsi alla nuova situazione dei campi, aprendo – una volta raggiunta l’indipendenza – al riconoscimento dell’economia di mercato e della libertà di iniziativa privata una volta raggiunta l’indipendenza.

Associare l’indipendenza ad un sistema di apertura economica è anche una mossa per cercare di tenere aperto il dossier del Sahara Occidentale: come visto nel primo capitolo, le risorse del sottosuolo e ittiche hanno già suscitato l’interesse alcune multinazionali – in modo che queste possano formare un gruppo di pressione favorevole all’autodeterminazione.

Tutto ciò potrebbe causare il venir meno di uno dei punti-cardine dell’estetica saharawi – l’uguaglianza in una comunità organica in opposizione alle divisioni della società tribale – creando di riflesso spaccature nell’unità di intenti della popolazione. In altre parole, la permanenza nei campi comincia a perdere la caratteristica di temporaneità.

Luca Maiotti

Il post precedente è al link Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/11 – I martiri saharawi e l’epica nazionale

Seguirà: 3.2 Lo spazio della donna saharawi: responsabilità, bride price, matrilocalità

Foto: Unhcr; Wikipedia; Polisario Think Twice

Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/10 – Esercito, strategia e un lungo muro

By Luca Maiotti

L’identità alla prova della guerra

La guerra è stata uno dei fattori di coesione per la società saharawi, fungendo da catalizzatore per rendere concreta e salda un’identità che fino a quel momento era rimasta ancora su un piano eminentemente teorico. In altre parole fu il banco di prova – perché momento di difficoltà in cui si arrivò a dare la vita per essa – della nazione saharawi, sia per i combattenti al fronte, sia per i civili nei campi dei rifugiati.

Si può datare l’inizio della guerra saharawi con la nascita del Fronte Polisario e l’attacco della piccola guarnigione spagnola a El-Khanga (maggio 1973) e la sospensione – visto che di fine non si può parlare – con il cessate il fuoco monitorato dalla MINURSO il 6 Settembre 1991. Nell’arco di questi 18 anni di guerra cambiarono sia i nemici – per i primi due anni fu la Spagna, poi la Mauritania fino al 1979 e definitivamente il Marocco – sia le tecniche di attacco e difesa – guerra, guerriglia, muro – e questo periodo rappresentò il momento di maturità della popolazione saharawi.

Il protagonista di questa guerra fu l’Armata Popolare di Liberazione Saharawi (APLS), fondato in concomitanza del Fronte Polisario – con cui condivideva praticamente la maggioranza dei membri – il 10 maggio 1973.

Se il numero di effettivi non superava i 1.500 nel 1976, al momento del ritiro degli Spagnoli l’APLS incorporò circa 3.000 ausiliari con le loro armi e il loro equipaggiamento, così come dei nomadi venuti dal Mali e dalla Libia. Furono inquadrati in battaglioni, katā’ib (singolare katiba), compagnie leggere di un centinaio di uomini che potessero spostarsi velocemente, sul modello di quelle algerine del Fronte di Liberazione Nazionale. Il momento di maggiore sforzo fu tra il 1977 e il 1980, quando i combattenti furono sempre più difficili da trovare, ma dal 1980 e il 1984 le truppe passarono da circa 4.000 a 10.000 uomini. In generale però, il numero degli effettivi è rimasto piuttosto stabile grazie alla strategia di guerriglia, che non esponeva mai l’APLS ad un confronto in campo aperto che si sarebbe rivelato esiziale, data la disparità delle forze in campo.

L’esercito di popolo

La prima particolarità che distinse l’APLS fin dai primi anni fu un certo egualitarismo tra i suoi membri, condizione inconsueta in un ambiente inevitabilmente gerarchico come quello dell’esercito. Tutti – dal generale fino al più modesto dei combattenti – mangiavano lo stesso pasto, portavano le stesse uniformi e vivevano insieme sulla base delle medesime condizioni. Ciò non solo era una traduzione nella realtà dei proclami dai tratti più socialisti del Polisario, ma rifletteva la necessità di vivere la coesione nazionale ad ogni livello e ad ogni ruolo, come nei campi dei rifugiati così nell’esercito. Come nei campi non circolava moneta, così non c’era una paga nell’esercito. L’esperienza della guerra rappresentò un capitolo fondamentale nel processo di aggregazione nazionale, anche perché fu l’esperienza più immediata dell’alterità.

L’identità si rafforzò in funzione e in opposizione all’altra identità – nello specifico quella marocchina – rappresentando nello stesso tempo un momento in cui esplicitare questa differenza e la necessità di serrare i ranghi.

“Tutti quanti partono volontariamente, secondo la propria volontà. Nel Sahara c’è questo, che nessuno può obbligarti a fare niente. E’ qualcosa che non trovi nel resto del mondo, cioè che nessuno ti può obbligare.
D’altronde nel nostro esercito per esempio, tutti si rispettano tra loro. […] Là sono passati molti momenti… c’è un momento in cui per esempio perdi un amico, va bene? Un vecchio amico, che è stato con te tutto il tempo… Queste cose sono indimenticabili. Sono molte, e ognuno ha la sua.”

Ognuno di questi momenti va a far parte di un patrimonio di memoria storica collettiva che allontana definitivamente qualsiasi soluzione alternativa all’autodeterminazione in uno Stato sovrano.
In questo breve tratto di intervista appare molto forte il tema della volontarietà – e, di riflesso, della determinazione – dei Saharawi nel combattimento. Non c’è costrizione, ma una sorta di imperativo morale da parte della società a concepire attivamente la propria immagine – negata da altri – di popolo. Al superamento di questa negazione partecipano praticamente tutti: da una parte le donne e i feriti a sostenere lo sforzo organizzativo nei campi, dall’altra gli uomini che ereditano dall’immaginario tribale il ruolo di protagonista nel teatro bellico.

Alla domanda “com’era la vita nell’esercito?” mi è stato risposto:

“Ragazzo, la vita in qualsiasi esercito non è come la vita normale. Questo in ogni esercito, ma soprattutto nel nostro, solo che il nostro si differenzia dalla maggior parte degli eserciti per questa condizione: noi ci riuniamo tra noi, per prendere il tè e parlare e così via. Questo a pranzo, a cena, in ogni momento. Poi negli altri eserciti ciascuno con il suo panino o quello che è, infatti noi grazie alle nostre abitudini, perdiamo questa mancanza di stare ciascuno per sé, per esempio se vuoi parlare con un amico o se vuoi mangiare da solo, noi mangiamo insieme, parliamo insieme, leggiamo il Testo insieme e la nostra vita ci ha favorito molto, non siamo come i marocchini, per esempio.
I marocchini, ogni marocchino mangia la sua latta di sardine, vive da solo. Noi no, noi viviamo tutti insieme, parliamo di tutto insieme, della guerra, delle donne, del passato, di tutto, del futuro, di tutto. E così poi siamo più allegri, più.. ammazziamo il tempo, per esempio i giorni passano senza rendersene conto. Stiamo lì per un po’, poi ogni tanto andiamo in permesso ai campi dei rifugiati, e quello che ha famiglia la vede, o che ha moglie e ci sta quindici o venti giorni”

Quando si parla della guerra come condivisione di un’esperienza comune, si intende condivisione ai livelli più elementari della vita militare. Uno dei tratti distintivi (“il nostro si differenzia dalla maggior parte degli eserciti”) è il trascorrere la maggior parte dei momenti in comune. Questo aspetto della vita militare riflette il lavoro di integrazione a tutti i livelli per portare ad una detribalizzazione completa della società intera, compreso – a maggior ragione – il settore militare. L’elemento distruttivo insito nelle divisioni tribali può essere ritrovato nel testo nella parola “mancanza” – nell’originale in spagnolo “falta”: un esercito che non ottempera alla condizione di condivisione è un esercito come gli altri, schiavo della costrizione. Quello saharawi – in quanto volontario e unito – non mostra segnali di debolezza e addirittura viene ammantato nell’estetica saharawi di valori quasi esclusivamente positivi – “i giorni passano senza rendersene conto”.

“Gli piaceva tantissimo la vita, anche se non stava prendendo niente, né materiale né benessere, niente, gli piaceva solo combattere contro i marocchini per ottenere l’obiettivo finale, che è la liberazione del Sahara Occidentale e per far tornare i rifugiati saharawi a quei luoghi degli altri”

Queste sono le parole di un combattente della prima ora. La mancanza di materiale e la durezza di condizioni si riferiscono al primo periodo, quello in cui – piuttosto sconosciuti a livello internazionale – i soldati saharawi erano costretti praticamente ad autofinanziarsi la guerra con razzie nei depositi marocchini. Nonostante ciò, anche qui risulta ben chiaro il discorso impostato dal Polisario: qualunque sofferenza patita momentaneamente perde di forza davanti al male maggiore, l’esilio dal Sahara Occidentale. Il ritorno al suolo natio, rivoluzione concettuale per un popolo che nasce nomade, resta l’obiettivo finale, il punto di arrivo di una serie infinita di azioni militari, segno che il riferimento identitario è definitivamente legato al territorio. Il momento del ritorno assume un valore quasi utopico, ma resta l’obiettivo ben chiaro per tutti – in particolare per quelli che hanno combattuto:

“Per me, nella mia opinione, non è arrivato il momento, il miglior momento della mia vita perché non abbiamo ancora l’indipendenza, perché non abbiamo fino ad oggi uno Stato indipendente per i Saharawi. Per questo mi manca un momento indimenticabile, per questo mi manca il miglior momento della mia vita.”

La strategia

Dopo un inizio traumatico – in cui il Reale Esercito Marocchino mise in campo tutta la sua potenza in una guerra di movimento che opponeva due armate convenzionali – il conflitto divenne meno classico. In particolare nel 1977, al terzo congresso del Fronte Polisario, furono create le regioni militari e innovati i sistemi di armamento (mitragliatrici sui blindati, carri T.55), sopperendo all’esiguità del numero dei combattenti saharawi con una potenza di fuoco maggiore e una pianificazione delle battaglie più attenta, che consentisse una netta divisione dei compiti tra i reparti. Questo continuo adattamento alla realtà storica e geografica del territorio, permise di mantenere un livello operazionale stabile e piuttosto regolare: degli attacchi quasi quotidiani e, ogni due anni, delle offensive maggiori. Eppure in partenza le difficoltà erano tali che pochi avrebbero potuto supporre la sopravvivenza della resistenza saharawi.
In effetti la capacità militare dell’APLS non potrebbe essere spiegata se non alla luce dell’apporto logistico, militare, tecnico di altri paesi e movimenti di liberazione.

Per primo intervenne il colonnello Gheddafi, che, negli anni della formazione del Polisario, aveva dato avvio a una strategia di sostegno ai movimenti di liberazione nazionali contro i regimi coloniali; oltre a fornire supporto militare, la Libia era una delle destinazioni privilegiate per i giovani Saharawi, i quali studiavano soprattutto nelle scuole militari.

Cuba, oltre al supporto diplomatico e tecnico, inviò nel 1976 200 soldati dal contingente in Angola per formare i militari dell’APLS; in più offrì posti ai giovani Saharawi per la formazione superiore, ospitando i giovani per tutta la durata dei loro studi.

L’Algeria fu la principale sostenitrice della causa Saharawi, fungendo da sponsor diplomatico per il mondo, nonché lasciando una parte – seppur la più inospitale – del proprio territorio perché alloggiasse i campi dei rifugiati, sostenendo economicamente da sola l’esistenza di questi ultimi per molti anni. In più – oltre ad ospitare la maggior parte degli studenti saharawi – fornì sostegno logistico e militare completo all’APLS.

I militanti socialisti e i movimenti di liberazione – come quelli della Guinea Bissau, dell’Angola e del Vietnam – portarono un know-how forgiato dall’esperienza nel campo della guerriglia e della contro-guerriglia di stampo americano e francese, principali consiglieri della strategia marocchina. Anche la neonata Repubblica Islamica Iraniana, in reazione all’aiuto apportato dal Marocco allo Shah, ospitò dei Saharawi perché venissero addestrati, così come è certo che 80 membri del Fronte Polisario siano stati formati nei campi di Hezbollah nel Beqaa sotto controllo siriano.

In breve tempo, grazie a questa sorta di “cooperazione internazionale” su base ideologica – socialista o anti-imperialista – l’APLS dispose di armi di tutti i calibri: armi pesanti, T.55 sovietici, carri, blindati, veicoli da trasporto, cannoni da 90 mm d’artiglieria pesante e armamenti di fanteria con capacità anti-aerea. L’arma più importante tra queste fu però indubbiamente il Thin Skinned che – più potente delle jeep Land Rover – permetteva di coprire anche 1.000 chilometri senza rifornimenti. Questo tipo di armamenti rifletteva il tipo di conflitto che l’APLS avrebbe combattuto: guerriglia o guerra asimmetrica, data la disparità di risorse e di strategia tra i due contendenti.

Nella prima fase l’APLS condusse attacchi sporadici – ma insistenti – su numerosi fronti, andando a colpire le zone più sensibili sotto controllo marocchino – El-Ayun e le miniere di Bou Craa – e la liquida frontiera con la Mauritania. Nel 1976 Nouakchott fu attaccata e presa da 600 Saharawi armati pesantemente, azione in cui morì uno dei fondatori e capo indiscusso del Polisario, El Wali Mustapha Sayed. Lo shock per il fragile paese africano fu comunque terribile e, in tre anni, la Mauritania firmò una pace e le Reali Armate Marocchine dovettero sostituire completamente le impreparate truppe mauritane.

Nel 1979 il Polisario, con un raid spettacolare che destò ancora maggiore impressione, attaccò addirittura la zona di Tan Tan, in territorio marocchino non contestato. La battaglia più dura, in termini di perdite da entrambe le parti, fu la battaglia di Smara dell’ottobre 1979, che fece più vittime dei quattro anni precedenti sommati insieme.

La strategia utilizzata dal Polisario si articolava in due condizioni di guerra.

La prima era la guerriglia, continui raid e colpi di mano su un nemico statico, costretto a spiegare un numero altissimo di truppe per resistere alla pressione bellica. L’obiettivo, oltre quello di colpire, era fare prigionieri e sottrarre materiale bellico da impiegare per futuri attacchi. Centinaia di prigionieri di guerra marocchini passarono per i campi di rifugiati e più di un migliaio, non riconosciuti da un Marocco che non voleva ammetterne l’esistenza, rimasero fino a giugno 2002.

Il secondo tipo di situazione era la campagna strategica. Questa implicava una preparazione sul terreno con tiri di mortaio e di lanciamissili multipli, lo spiegamento di unità d’assalto con carri T.55 supportati da battaglioni motorizzati sui fianchi; eventualmente più attacchi successivi con lo stesso schema potevano prevedere la presenza di carri dalla seconda ondata. Davanti alla minaccia aerea le unità di combattimento erano dotate di missili terra-aria di tipo SAM. In più le ultime unità coprivano la ritirata minando parti di suolo per evitare contro-attacchi del Reale Esercito Marocchino.

Un ulteriore elemento si aggiunge alle condizioni peculiari della vita militare saharawi: la mobilità continua.

“La vita di ciascuno dipende dalla sua specialità, per esempio un esploratore non vive come un carrista o un artigliere, capisci? Oggi per esempio siamo qui, domani siamo in un altro luogo, è una vita mobile. Oggi fai un’azione militare qui, domani la fai in un altro luogo e così via.
[…] Quasi tutti ci conosciamo tra noi e questo perché? Perché non siamo tanti. Quasi tutti ci conosciamo, questo movimento ti aiuta a conoscere più gente e inoltre è una strategia di movimento.”

“E’ una vita mobile” e lo è a due livelli. A livello esterno – poiché la strategia impone di non esporsi a uno scontro frontale e di tentare di mantenere il controllo dell’iniziativa militare – si traduce in continui spostamenti nel deserto da una base all’altra, da cui preparare e lanciare brevi offensive.
A livello interno significa un continuo ricambio di commilitoni, perché lo spirito di “corpo” – nel senso più generale – resti sempre più saldo dello spirito di reparto. In più, obbedisce anche alla logica del superamento delle tribù, in quanto i soldati si troveranno a combattere fianco a fianco compagni d’armi con appartenenze tribali sempre diverse, rinsaldando i vincoli di unità attraverso la condivisione di un’esperienza comune. Si può rilevare lo stesso disegno – volto a “mescolare” invece che a “separare” – nella disposizione delle famiglie nei campi di rifugiati dove famiglie in tende vicine non appartenevano alla stessa tribù.

Il Muro di Sabbia

La strategia marocchina, perdente fino a quel momento, cambiò radicalmente nel 1982, con la costruzione del Muro. Un tale tipo di fortificazione militare era totalmente estraneo alla storia del deserto, ma la necessità di dare una svolta al conflitto si era palesata con le offensive sempre più pesanti che avevano caratterizzato la fine degli anni ’70. I posti fissi isolati e le piccole guarnigioni si erano rivelate estremamente vulnerabili, perché disseminate nel mezzo di un territorio di cui non disponevano una conoscenza lontanamente pari a quella dei guerriglieri saharawi – considerati addirittura più esperti dei Mauritani. La costruzione del muro rispose all’esigenza di obbligare i guerriglieri a cercare l’ingaggio frontale, procurar battaglia una volta per tutte e arrivare ad uno scontro aperto.

Se forti e fortificazioni, spesso associati a esponenti sufi, non sono estranei alla tradizione islamica – le ribāṭ – il muro è già sul piano concettuale una struttura che non appartiene al Sahara. Quei forti potevano servire da punti di rifornimento per le carovane o i pellegrini, il muro crea una frontiera – sul piano fisico e sul piano mentale – che società nomadiche hanno faticato ad accettare, come visto nel caso dei confini imposti dai colonizzatori europei.

Ciò che è chiamato “Muro” consiste in realtà in un complesso di sei strutture murarie della lunghezza complessiva di oltre 2.720 chilometri, progressivamente costruiti dal Marocco tra il 1982 e il 1987, che inglobarono sempre maggiori porzioni di territorio per cercare di consolidarne il controllo e ridurne la vulnerabilità ai raid del Polisario.

Non è un caso che il primo muro fosse stato costruito a protezione del cosiddetto “triangolo utile” ovvero l’area a nord-ovest, la più importante dal punto di vista economico e demografico, visto che comprende la zona di El-Ayun, Bou Craa, Smara e Bojador.

Il muro è dotato di sistemi di rilevamento di movimento radar AN/PPS-15 ogni 15 chilometri per fornire dati alle vicine unità di artiglieria. E’ protetto nella sua lunghezza da 160.000 soldati marocchini, di cui 65.000 in prossimità del muro e 240 batterie di artiglieria pesante, e costituisce il muro più grande al mondo dopo la Muraglia Cinese. Lungo l’intera struttura corre un immenso e ininterrotto campo minato – che ha il triste primato di essere il più lungo del mondo – e si stima contenga tra i sette e i dieci milioni di mine, ossia 20 mine per ogni Saharawi. Fu Ahmed Dlimi – capo delle operazioni nel Sahara Occidentale dal 1974 – che propose la realizzazione del muro, in collaborazione con gli esperti israeliani (tra cui il generale dello Tsahal Ytzakh Rabin) con cui aveva costanti contatti dal 1963 – nel ruolo di interlocutore del Marocco con il Mossad.

La costruzione del muro venne ultimata nel periodo più difficile per il Marocco: il morale dell’esercito era bassissimo per le continue perdite e la mancanza di una prospettiva di svolta, il paese era sull’orlo del collasso sociale ed economico e alcuni generali cercarono di aprire dei canali per colloqui paralleli con l’Algeria. La CIA, costante protezione del regime marocchino, avvertì il re del pericolo di un nuovo colpo di Stato, ordito da Dlimi con l’appoggio dei servizi segreti marocchini e del Polisario. Nello spazio di una settimana, alcuni generali scomparvero improvvisamente e Dlimi morì in un sospetto incidente vicino Marrakech, il 25 gennaio 1983.

Il muro – almeno nell’immediato – sembrò sortire i suoi effetti e i primi attacchi del Polisario furono rovinosi: la produzione di fosfati – cartina al tornasole dell’andamento della guerra – riprese corso dopo più di sei anni di inattività. Il Polisario a questo punto si trovò davanti alla necessità di adattare la strategia, modificando solo leggermente i sistemi d’attacco che aveva utilizzato fino a quel momento.

“Prima che costruissero il muro il nostro esercito attaccava la capitale El-Ayun, nel Sahara, le zone del Sud del Marocco come Tan-Tan, Smara, Shtur, le miniere di fosfati di Bou Craa. Quando costruirono il muro ci toccò cambiare le carte e le cambiammo. Facemmo una guerra di guerriglia contro il muro. Ogni compagnia, per dire, dell’esercito aveva una quantità di chilometri, 60, 70 80 o dipende dal numero di soldati che ci sono. Nella notte devono andare fino alle mine e fare gli attacchi in quel momento del giorno o della notte, così loro non sono mai tranquilli, per creare un danno, perché ogni munizione che abbiamo noi è presa da loro da qualche parte. Qualche volta la compagnia sceglie un sito dove si ritiene si possa fare un’operazione di grande importanza, ci riuniamo, ne parliamo e entriamo per quella parte di muro e prendiamo tre o quattro basi militari. Le operazioni si differenziano per quanto si riesce a prendere, trenta, quaranta, cinquanta, cento, duecento e così via … E’ come ogni operazione, qualche volta si prende molto, qualche volta meno e qualche volta di più. Per entrare entriamo, sicuro, quando colpiamo entriamo.”

La guerra cambiò in realtà di obiettivo. Consapevoli del costo del muro, gli attacchi erano in qualche caso meno importanti dal punto di vista materiale che da quello psicologico. Che prendessero tre o cento tra basi militari, uomini, materiale, poco importava, perché un altro obiettivo era già stato raggiunto: “così loro non sono mai tranquilli”. Il muro era stato costruito per limitare le perdite umane ed economiche (benzina e munizioni), ma tenere sempre sul chi vive delle truppe che dovevano svolgere solo compiti di difesa corrispondeva a tenere la guerra sempre aperta. Una guerra aperta significava soldati perennemente mobilitati e ciò aveva il suo prezzo. Il dipartimento di Stato americano ha calcolato che il Marocco spendeva nel 1983 circa 1,9 miliardi di dollari al giorno – stime riviste da alcuni al rialzo in alcuni casi fino da 2 a 5 miliardi di dollari al giorno – per proseguire la guerra. I costi scesero a 1 miliardo di dollari al giorno solo dopo il 1987 – quando però si aggiunsero i costi civili (investimenti, stipendi).

Senza aiuti – in particolare di provenienza americana o di altri stati alleati del Golfo – il Polisario contava sull’implosione economica del regime nello spazio di massimo dieci anni.

Non si doveva dare l’impressione – e questo mi è stato categoricamente confermato dalle altre interviste, dove si parlava del muro con una noncuranza quasi eccessiva – che il muro fosse la risorsa decisiva, tanto da costituire una svolta per l’esercito marocchino. L’altra declinazione del fattore psicologico degli attacchi del Polisario era la volontà di tenere in mano l’iniziativa della guerra, prerogativa che il Marocco aveva cercato di sottrarre con la costruzione del muro.

“I Saharawi all’inizio della guerra avevano una tattica, una strategia. L’esercito marocchino supera l’esercito saharawi in quantità di effettivi, armamenti e di molte cose, ma non in volontà, non lo supera, ok? Creare il muro, rappresenta una cosa, che non sono capaci di resistere alle offensive che fa l’esercito saharawi nel territorio marocchino. […] Hanno costruito i muri, però i muri sono poca cosa per noi, perché non sono un ostacolo, perché le azioni militari, fino a che si fecero, si facevano al di là del muro. Si apre una breccia, si apre per tutti, passa la gente, si fa l’offensiva, uccidono chi viene ucciso, catturano quelli che sono catturati e si ritirano. Hanno distrutto molto durante la costruzione del muro e durante il mantenimento perché loro, per la lunghezza del muro, per tutto il Sahara Occidentale, hanno qualcosa come 157.000 effettivi. Noi, che non superiamo i 10.000 effettivi, non abbiamo nessun problema: oggi attacchiamo da una parte, domani da un’altra e così andiamo.
Sì, la strategia è implicito che cambi, non è lo stesso attaccare una forza in un luogo senza ostacoli che attaccarne una dove ci sono ostacoli. Questo cosa ti implica? Ti implica una maggiore anticipazione, più esplorazione e diciamo ti prende un po’ più di tempo, non è lo stesso attaccare senza ostacoli che incontrare degli ostacoli, ma cosa devi sapere o cosa devi fare. Devi sapere la tattica che userai per attaccare. Io credo che implichi solo una diminuzione del tempo, niente più e niente meno. Le offensive che si facevano prima continuarono fino a che terminò la guerra.”

In effetti la vastità delle estensioni desertiche coperte dal muro nascondevano una debolezza intrinseca. Coprire la lunghezza del muro significava uno sforzo sovrumano da parte dell’esercito che – seppur con un numero altissimo di soldati – non avrebbe potuto coprire contemporaneamente tutte le parti, esponendo il fianco ad attacchi ravvicinati nel tempo e lontani nello spazio da parte del Polisario.

La strategia cambiò quindi solo marginalmente. Rimasto inalterato lo squilibrio di truppe, non rimaneva altra possibilità se non proseguire la guerriglia, con un ostacolo in più. Oltre al già citato fattore psicologico, la guerra diventò un’attività continua per necessità logistiche: attaccare il muro significava preparare l’operazione in ogni singolo dettaglio, dato il maggiore pericolo di risposta. Nella pratica questo significava:

“Quando non c’è nessuna operazione di grande importanza noi dovevamo stare nei pressi di quel muro tutta la notte. C’è da levare le mine che possiamo levare, c’è da sapere dove tengono i radar, c’è da fare il possibile per distruggere quei radar. E siamo stati così … quello che ti sto raccontando all’inizio sembra un po’ improbabile o difficile, ma con il tempo diventa più familiare e ti senti come, come se stessi comodo lì. E’ come una cosa che all’inizio è difficile, ma poi con il tempo ti ci abitui.”

La guerra diventa esperienza totalizzante, a tempo pieno, per degli uomini che non sono né pagati né militari di professione, ma che lo diventano in breve tempo in funzione delle necessità della situazione.

Le nuove condizioni – la costruzione del muro – non incidono sulla determinazione degli attacchi saharawi, ma essi si fanno meno frequenti e la guerra continua ancora 9 anni dopo la costruzione dell’ultimo muro, dando fondamento alle tesi di chi definisce il conflitto del Sahara Occidentale come il caso più eclatante di guerra a media intensità dopo la guerra del Vietnam.

Luca Maiotti

Il post precedente è al link Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/9– Detribalizzazione

Seguirà Dall’eliminazione delle referenze tribali alla creazione di nuovi racconti

Foto: lavocedinomas.org

Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/1

By Luca Maiotti

Introduzione della tesi “Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi”, di Luca Maiotti

L’obiettivo di questo elaborato è approfondire la categoria dell’identità saharawi, utilizzando quando necessario brani di interviste a guerrilleros che ho realizzato durante un periodo di Mobilità Internazionale a Parigi. L’esistenza di un’identità saharawi è in effetti il punto focale attorno al quale si è sviluppato il conflitto – prima armato, poi diminuito in intensità bellica – tra Marocco e Mauritania da una parte e Sahara Occidentale dall’altra: mi sembra quindi di capitale importanza riuscire a definire con esattezza que-sta categoria. Una volta raggiunta una definizione operazionale di identità – in riferimento alla situazione socio-politica dei Saharawi – il passo successivo è individuare i fattori e gli elementi di questa identità.

In effetti il concetto di identità saharawi – e da qui identità nazionale saharawi – è particolarmente interessante perché esso ha subito un radicale e improvviso mutamento, passando nell’arco di pochi anni da un modello identitario tribale nomadico ad un modello identitario di stampo europeo – con contaminazioni arabo-islamiche.

L’argomento centrale di questa tesi è la ricerca delle condizioni materiali e ideologiche che hanno potuto realizzare il passaggio da un piano ideale – le dichiarazioni, le proposte per una società nuova – a uno effettuale storico.

La questione dell’identità saharawi rimane il punto più dibattuto perché il capitolo Sahara Occidentale è forse l’ostacolo maggiore al percorso di integrazione a livello regionale nel Maghreb, avviato, ma mai proseguito, anche e soprattutto per l’affaire sahariano.

L’Algeria – sponsor in primis diplomatico del Polisario e paese da cui dipende la sopravvivenza dei rifugiati – ha interessi egemonici in conflitto con il vicino Marocco, potenza che si propone come Stato musulmano “stabile”, in linea con le aspettative di Unione Europea e Stati Uniti. L’esistenza di un potenziale stato saharawi significherebbe avere un altro attore – economicamente molto più rilevante del suo territorio o della sua demografia – seduto al tavolo delle decisioni e quasi certamente in appoggio dell’Algeria. La posta in gioco è molteplice: partenariato NATO, peso politico-diplomatico sulla scena mondiale, accordi economici, negoziazioni commerciali con l’Unione Europea, tutto sacrificato alla volontà di non risolvere una situazione che rimane sospesa da oltre vent’anni.

La particolarità e l’originalità di questo scritto può risiedere nella scelta di portare sul testo la voce di alcuni dei protagonisti. Questa scelta nasce nel desiderio di approfondire un lavoro bibliografico precedente che è apparso ai miei occhi in qualche modo “arido” – non perché quanto da me consultato fosse poco esaustivo o impreciso, ma in quanto ho avvertito che limitarsi a materiale bibliografico non disponesse di quell’ “umanità” necessaria quando si tratta di antropologia.

La scelta del titolo è stata fatta in funzione delle caratteristiche della tesi. Come detto prima, l’obiettivo di questo elaborato è vagliare la particolarissima esperienza storica e antropologica della popolazione saharawi attraverso la lente delle categorie di conflitto ed identità. Il lavoro si è arricchito grazie alle voci in prima persona dei soggetti di questa storia, che ho avuto la fortuna di poter incontrare.

Il termine guerrilleros si riferisce in primis a una definizione che loro stessi si sono dati – dal punto di vista linguistico la colonizzazione spagnola ha lasciato tracce evidenti – ma fa riferimento latu sensu anche a coloro che non hanno partecipato alla guerra ma si sono impegnati attivamente per la causa dell’autodeterminazione del Sahara Occidentale: donne, bambini e tutti coloro che sono nati dopo la sospensione delle ostilità. Se la categoria di conflitto non racchiude soltanto la tipologia di conflitto armato, il termine guerrillero qui indica proprio coloro che hanno partecipato al conflitto marocchino-saharawi, prima e dopo la guerra, prima e dopo il cessate il fuoco.

Contesto e metodo di ricerca sul campo

Per procedere alla stesura di questo elaborato si è proceduto alla raccolta di materiale attraverso due procedimenti principali: la ricerca bibliografica e la ricerca sul campo.

Nella scelta delle fonti bibliografiche si è preferito utilizzare quelle che non riducessero l’intera questione a un ennesimo capitolo della rivalità tra Marocco e Algeria per il ruolo di potenza trainante nello scacchiere maghrebino; analogamente, sono state scartate quelle che accantonavano semplicemente la questione negando qualsiasi legame tra Algeria, Fronte Polisario e Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD), dando prova di ristrette, o peggio, erronee vedute. Le valutazioni strategiche di ogni Stato – in riferimento a Marocco, Algeria, RASD e Mauritania – devono essere analizzate senza parzialità o filtri ideologici, anche se non sono il punto centrale di questa tesi.

Poiché l’approccio utilizzato per questo scritto è di tipo storico-antropologico, da un esame dell’identità saharawi si muoverà a un’analisi degli effetti – diretti e indiretti – che il conflitto ha prodotto sul consolidamento e sulla realizzazione dell’identità saharawi. Eliminare la questione omettendo qualsiasi riferimento all’identità cancellerebbe la ragione di essere di questo scritto, così come non esplorarne le sfaccettature e le radici potrebbe essere scorretto.

Per quanto riguarda la ricerca sul campo, questo studio è il frutto di un lavoro fatto soprattutto tra i membri dell’Association des Sahraouis de France, nata nei primi Anni ‘70 nella periferia parigina dell’Yvelines (Les Mureaux, Mantes la Jolie) dove era emigrata la maggior parte dei Saharawi di Francia – soprattutto per la presenza delle fabbriche di automobili di Poissy.

Una volta presi i contatti, si è proceduto a un’enquête de terrain di tipo antropologico, utilizzando la tecnica dell’osservazione partecipante. Il metodo da me seguito è stato quello di cercare di tener conto principalmente di due fattori:

“L’insieme dei dati esterni e delle determinazioni socio-politiche globali che agiscono su un gruppo dato, a meno che non si voglia rischiare una percezione residuale e folklorica dell’oggetto; il rapporto fra l’antropologo e la popolazione presso cui lavora, e il suo ruolo nell’informazione e nella conoscenza a cui può avere accesso.” Così, le osservazioni e le analisi del ricercatore scaturiscono anche dalla dinamica del dialogo che si instaura con i suoi informatori.

Dopo un lavoro bibliografico preliminare ho elaborato un questionario che si componesse di domande aperte, perché l’intervistato potesse spaziare liberamente; solo in un secondo momento avrei interpretato attraverso un confronto trasversale le risposte e gli atteggiamenti. Una volta contattate alcune associazioni di rifugiati saharawi in Francia, ho cercato di cogliere ogni occasione per realizzare delle interviste.

Come si vedrà dalle note, ho partecipato a momenti comuni della vita di alcuni Saharawi emigrati e rifugiati in Francia – si trovassero essi in casa propria, sul luogo di lavoro o ad una manifestazione per i diritti dell’uomo. Sono stato accolto come un ospite gradito, ho mangiato e passato del tempo con loro, in modo da poter approfondire un rapporto che non si riducesse a un mero interrogatorio – cercando di scrivere di storie di vita e non soltanto di storia. Questo aspetto – che forse non sempre risulterà dalle interviste – mi pare di capitale importanza: lasciare la parola all’oggetto di studio perché ne diventi soggetto.

Le difficoltà materiali sono state svariate, di cui forse la più importante è stata la lingua. I Saharawi che sono emigrati in Francia da me intervistati si sono stabiliti nell’area periferica di Parigi – a circa 50 minuti di treno dal centro – secondo una lenta emorragia che ha finito per riunirli in un unico punto. In questo contesto hanno potuto ricreare una comunità – anche attorno a iniziative di un’associazione di rifugiati saharawi – che era integrata con il resto del tessuto sociale solo quando necessario e principalmente attra-verso persone che se ne occupassero – tessuto sociale che peraltro era formato quasi esclusivamente da altre minoranze nordafricane. Questo spiega perché la maggior parte delle interviste mi siano state rese in spagnolo – lingua studiata alle elementari e nel collegio – piuttosto che in francese – lingua del luogo in cui risiedevano in molti casi da più di dieci anni. La mia conoscenza dell’arabo ancora non mi ha permesso di sostenere un’intervista, ma la comunicazione è stata abbastanza chiara e – nonostante i rumori di fondo, le ripetizioni e i ronzii – a tutti gli effetti riuscita.

Ciò che ho raccolto in totale è risultato essere una dozzina di interviste dirette e semidirette in spagnolo, francese, inglese e – in qualche caso – un misto delle tre. Il materiale è stato interamente trascritto e successivamente tradotto in italiano.

Il numero non è alto, ma il lavoro che mi sono proposto di portare a termine non è di tipo statistico. Come specificato nel titolo, qui ho preferito la tecnica delle storie di vita, per arricchire quanto riportato e facilitare una comprensione più generale della cultura.

Le persone da me intervistate sono state quasi esclusivamente maschi saharawi che avevano trascorso una parte della loro vita in Sahara Occidentale, nei Territori Liberati o nei campi durante la guerra o dopo il cessate il fuoco. Ho intervistato solo una donna, ma per la brevità e per la rilevanza non ho ritenuto opportuno inserire dei brani da quella intervista. In più, non ho avuto altre occasioni di intervistare altre donne saharawi. E’ evidente che è per me un grande dispiacere mancare di completezza trascurando le voci di una parte fondamentale – nel senso di fondante – della società saharawi quale è l’universo femminile, ma ho cercato di sopperire a questa mancanza attraverso un’attenta lettura di alcuni testi molto esaustivi sull’argomento, quali quelli di Sophie Caratini e Christiane Perregaux. Resta comunque il rimpianto di non aver potuto raccogliere più materiale, ma ciò è stato dettato dal fatto che nelle interviste domestiche le donne erano sempre piuttosto defilate – non che questo getti ombra sull’autonomia o sul ruolo importantissimo della figura della donna – perché appartenenti a uno spazio più “privato”, interno, familiare. Spazio che non ho voluto invadere – forse eccedendo nella cautela. Nonostante queste difficoltà, ho cercato di esplorare l’argomento nel modo più esaustivo possibile nel terzo capitolo.

Il primo capitolo è un’introduzione necessaria per una facilitare la comprensione delle argomentazioni del secondo e del terzo capitolo. Dopo una definizione delle categorie di conflitto e identità, si passa alla presentazione geografica del territorio – in modo da poter individuare in modo chiaro l’importanza economica del territorio, mettendo in luce le ricchezze del sottosuolo e del mare del Sahara Occidentale. Successivamente si entra nella parte storica, iniziando con un excursus sugli “anni di piombo marocchini” e le condizioni politico-sociali del Regno del Marocco. Si prosegue con la storia del Sahara Occidentale, soffermandosi in particolare sugli Anni ’70, sulla nascita del Polisario e sulle concitate fasi di politica internazionale che si sono risolte con l’esilio nei campi di Tindouf. Il capitolo si conclude con il cessate il fuoco bilaterale dopo la guerra e una breve panoramica della colonizzazione marocchina del territorio.

Il secondo capitolo si concentra sul passaggio identitario compiuto dalla popolazione saharawi, illustrando le tappe del movimento che ha portato un insieme omogeneo di tribù a diventare popolo – analizzandole attraverso il confronto incrociato di cinque interviste. Successivamente si passa alla fase della guerra, il momento storico in cui la nuova identità fu messa alla prova nello sforzo bellico, distinguendo per tutta la durata dello scontro le tattiche e i cambiamenti di strategia dalla parte saharawi e dalla parte marocchina fino alla costruzione del Muro e al cessate il fuoco. Il paragrafo finale di questo capitolo si sofferma sulla sostituzione dei miti tribali con i nuovi riferimenti: quelli istituzionalizzati – come la figura di El Wali – e quelli “spontanei” – ovvero i racconti in prima persona dei guerrilleros.

Il terzo capitolo mira ad approfondire anch’esso il fenomeno della detribalizzazione, ponendo l’accento sulla vita “civile” nei campi dei rifugiati e sui cambiamenti intercorsi nel tempo. Il secondo paragrafo si concentra sul ruolo della donna saharawi, indagandone la figura attraverso le figura del matrimonio, del divorzio, della matrilocalità e concentrandosi sul processo di responsabilizzazione avvenuto a partire degli Anni Settanta. Il terzo capitolo si conclude con la pars construens dell’identità saharawi: il percorso educativo all’interno e al di fuori del Sahara Occidentale.

Nella panoramica storica si è dato molto più spazio al Marocco piuttosto che alla Mauritania o all’Algeria. Questo perché, se è vero che da un lato le somiglianze culturali su cui è stato impostato il discorso sono molto più evidenti, dall’altro la Mauritania è uscita dalla questione molto presto, preda delle sue fragilità strutturali, mentre il Marocco perdura nell’occupazione e nelle rivendicazioni.

Una notazione semantica è qui necessaria: per Territori Occupati qui si intende il territorio del Sahara Occidentale vero e proprio, sotto controllo del Marocco. Per Territori Liberati si intende la striscia desertica che il Polisario di fatto controlla e su cui esercita la sovranità la Repubblica Araba Saharawi Democratica. I campi – luogo di accoglienza dell’esilio saharawi – si trovano invece in territorio algerino, nei pressi di Tindouf.

Luca Maiotti

Seguirà Gli strumenti teorici per l’analisi: le definizioni di conflitto e di identità

Mappa fornita dall’autore