Turchia

NATO: la Norvegia dà asilo a ex ufficiali turchi ricercati da Erdogan con l’accusa di terrorismo dal golpe del luglio 2016

Prestavano servizio nei comandi NATO in posizioni di staff. Sono gli ufficiali dismessi nelle ore successive al tentato golpe avvenuto in Turchia il 15 luglio 2016 e comandati a rientrare in patria per rispondere delle accuse di terrorismo e cospirazione, in realtà per affrontare un destino davvero molto oscuro.

La maggior parte di loro ha chiesto asilo politico nei paesi dove prestavano servizio e dove vivevano con le loro famiglie.

In una situazione di incertezza internazionale in merito al trattamento da riservare a questi ex ufficiali turchi, che all’improvviso si sono ritrovati – esuli –  senza lavoro e senza passaporto, la Norvegia rompe gli indugi e concede loro asilo politico.

Della storia e del percorso di alcuni di questi ex ufficiali residenti nel paese scandinavo ne ho fatto un e-book in inglese disponibile su Kindle Store: “Escaping from Erdoğan. Norway grants political asylum to five former Turkish officers”.

Alla vigilia del referendum costituzionale turco, in programma il 16 aprile prossimo, Escaping from Erdoğan apre uno scorcio su quello che è il profondo cambiamento messo in atto in Turchia dal presidente Recep Tayyip Erdoğan – ovvero un “Neo Ottomanismo”, nelle parole di un ex ufficiale turco – e, allo stesso tempo, alza il velo su una importante e cruciale decisione della Norvegia, destinata a generare effetti sul piano internazionale.

Questo il link al Kindle Store di Amazon per Escaping from Erdoğan. Norway grants political asylum to five former Turkish officers

Paola Casoli

NATO: ex ufficiali turchi chiedono asilo in Europa. Un’intervista per GQ Italia magazine online

Da GQ Italia online (pubblicato il 25 gennaio 2017)

(Link  articolo:  http://www.gqitalia.it/news/2017/01/25/noi-in-fuga-da-erdogan-il-racconto-di-due-ex-ufficiali-turchi/)

«Noi, in fuga da Erdogan». Il racconto di due ex ufficiali turchi

(Paola Casoli)

Due ex militari in servizio alla Nato raccontano come sono sfuggiti all’epurazione dopo il tentato golpe del 15 luglio 2016. E svelano una caccia alle streghe condotta dalla polizia segreta del presidente turco

Sono sfuggiti tutti e due all’epurazione di Erdogan per una botta di fortuna, o dillo con parole tue se preferisci dato che questa non è propriamente una fiaba da mille e una notte. Ora si trovano in un paese del Nord Europa con le loro famiglie, senza più lavoro, conto corrente né auto. Gli amici e colleghi sotto tortura – se ancora vivi – in qualche carcere turco e i parenti divisi tra sospetto e pena. “Ma siamo vivi, qui, con mogli e figli”.

Chiedono l’anonimato e il perché lo spiegano subito, presentandosi con una occidentalissima stretta di mano: «Siamo ‘terroristi’, – affermano i due, entrambi ex ufficiali turchi della Nato richiedenti asilo in Europa dopo il golpe in Turchia del 15 luglio – i nostri nomi sono stati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale turca, ritenuti responsabili del colpo di stato e accusati di far passare notizie dalla Nato al Pkk cospirando contro il presidente Tayyip Erdogan».

Esatto, proprio quel colpo di stato di cui si è parlato tanto e si è saputo poco.

Loro dicono che il golpe lo hanno visto dagli smartphone mentre erano in vacanza a Londra e Stoccolma e assistevano increduli a quello che aveva l’aria di essere una bufala del web: all’ora di punta della sera, nella caotica Istanbul, i tank dei militari stavano bloccando una carreggiata del trafficatissimo Ponte sul Bosforo, ora ribattezzato da Erdogan “Ponte dei Martiri del 15 luglio”. Chi diede ai militari l’ordine?

Osman (ma non è il suo vero nome) spiega che quel 15 luglio il ponte che tutti abbiamo visto inquadrato dal poco di attività mediatica possibile quella notte in realtà «non rappresentava un obiettivo strategico: non si sa neppure da chi sia arrivato l’ordine di ostruire la carreggiata con i mezzi militari», e, quel che più alimenta il sospetto, «poi Erdogan ha invitato la popolazione a scendere in strada per bloccare i militari e difendere la patria contro il golpe in atto».

Quanto successo dopo, a Londra e Stoccolma, è stato un rapido impacchettamento dei bagagli e il precipitoso ritorno nelle sedi di lavoro Nato nel Nord Europa, dove i due ufficiali stavano prestando servizio. «Tempo qualche ora e siamo stati raggiunti da una telefonata sui cellulari di un nostro superiore presso il comando statunitense in Virginia che ci ordinava di non presentarci più negli uffici dell’Alleanza Atlantica, saremmo invece dovuti rientrare immediatamente con il primo volo in Turchia».

All’ordine verbale non è seguito mai nulla di scritto. Sono stati invece invalidati da subito i passaporti, reso inaccessibile il conto corrente e annullati tutti i brevetti militari, le security clearance e i titoli di studio non solo dei due ufficiali, ma anche delle loro mogli, una docente universitaria e una insegnante di liceo.

Come ti sentiresti se il tuo PhD venisse improvvisamente annullato e disconosciuto? Aggiungici una accusa di terrorismo e cospirazione insaporita con un ordine di cattura internazionale, senza più i tuoi soldi in banca, l’assenza di futuro per i tuoi figli e ottieni più o meno lo smarrimento e l’impotenza di questi ex ufficiali che hanno perso tutto.

«Sono stato dismesso dal mio ruolo di militare, ero un ufficiale di staff turco e lavoravo in un quartier generale della Nato: ho perso la pensione, la copertura sanitaria mia e dei miei famigliari, tutti i miei averi sono stati confiscati. È la morte civile. Ho perso il mio passato, 25 anni di esperienza al servizio del mio paese e dell’Alleanza …». Comincia così il lungo testamento che Kemal (altro nome di fantasia) mi lascia tra le mani mentre scorre da youtube i filmati dei colleghi e amici che sono finiti sotto custodia della polizia direttamente all’aeroporto, obbedienti all’ordine di rientro.

Volti tumefatti, sguardi fieri e camicie inzuppate di sangue. Sono capi di stato maggiore, military attaché, comandanti, piloti. La maggior parte di loro ha un PhD negli States. Tutti hanno un’educazione occidentale e un inglese scioltissimo.

Molti di loro che si trovavano in Turchia al momento del golpe sono stati irretiti con un abile stratagemma che sa di dramma teatrale contemporaneo: la notte del golpe un whatsapp con l’ordine di rientrare subito nelle loro caserme li ha riuniti tutti nei loro comandi, dove poi si è presentata la polizia che li ha arrestati contestandone la presenza in un orario inusuale e dunque correlato al golpe. Ecco pronta l’accusa: risultavano coinvolti direttamente nel putsch.

Gli ufficiali arrestati erano a cerimonie di nozze, a feste estive o a casa loro quando hanno ricevuto l’ordine via whatsapp. «Il comandante del corpo d’armata di reazione rapida della Nato in Turchia – continuano a spiegare i due – quando ha capito cosa stava succedendo si è chiuso nella caserma con i suoi uomini, telefonando alla CNN turca per dichiarare l’estraneità di tutto il suo comando. Lo hanno arrestato e di lui e della sua famiglia non abbiamo più notizie».

«È chiaro che l’azione era stata ben architettata, con la lista dei militari da eliminare redatta in anticipo», sottolineano i due ‘terroristi’. Dietro questa rete di numeri di telefono personali dei cellulari degli ufficiali c’è lo spettro del Sadat, l’istituto di consulenza internazionale e di informazione di Erdogan: «tipo una polizia segreta» lo definisce una delle due mogli. Se lo cerchi nel web trovi un sito che ti fa pensare subito a un think tank serio e competentissimo, con una grafica accattivante ma essenziale».

Ma quali erano i militari da eliminare? «Ci arriviamo subito, intanto segui bene il ragionamento perché tutto quello che stai leggendo in giro in questo periodo ti starà depistando – mette in guardia Osman – a partire dal dossier che identifica come responsabile del golpe quel capro espiatorio di Fethullah Gülen, esule negli Stati Uniti – una lectio facilior, per così dire, fino alle presunte insuperabili ostilità dei militari nei confronti del supporto al Pkk in favore della lotta all’Isis. Qui in realtà la parola chiave è ‘radicalizzazione’».

Come spiega bene l’ufficiale, che in fatto di analisi tradisce tutta la sua preparazione militare di alto livello.In Turchia, dove esistono solo bianco e nero, o sei con Erdogan o sei contro e se sei contro di lui sei un terrorista. «Tayyip ha radicalizzato la società, ecco perché la popolazione si sente intrisa di patriottismo ed è avversa ai militari», inizia a chiarire Osman anticipando una valutazione molto lucida.

«Nel 2012 Erdogan ha iniziato a lavorare sodo in ogni settore: istruzione, economia, giustizia, società. Grandi investimenti e una progressiva sostituzione dei vertici di ogni dicastero e istituzione, un piano che non ha avuto altrettanto successo nelle forze armate».

Ma «non puoi controllare la Turchia se non controlli i militari» e in più in Turchia, spiegano i due ‘terroristi’, il settore militare è bipartito: una fazione atlantica si contrappone a quella sino-asiatica. «Erdogan voleva sbarazzarsi della prima, costituita da ufficiali educati in accademie statunitensi, con PhD occidentali e una laicità universalmente riconosciuta in quanto ispirati allo storico padre della Turchia Mustafa Kemal Atatürk”. Ecco perché la notte del golpe sono stati i colleghi ‘atlantici’ a ricevere il whatsapp. Si era creata l’occasione per incolparli e allontanarli dai piani del Presidente. Quelli che oggi si incominciano a intravedere con la riforma alla Costituzione, se non ti sono sfuggite le ultime news sulla Turchia.

Tayyip ha dunque abilmente creato il nemico contro cui scatenare la furia del popolo, ora i ‘traditori’ – non solo i militari, ma anche gli insegnanti, i giudici, gli avvocati, i giornalisti, i portalettere (sic!), gli avvocati e i cittadini che hanno aperto un conto corrente in una banca ritenuta gülista – i ‘traditori’, dicevamo, e le loro famiglie vengono allontanati da tutti. Costretti a vivere per strada senza lavoro né soldi né scuola, «proprio come i profughi siriani» fa sapere una delle due signore riferendo una triste realtà.

I loro corpi vengono sepolti in una fossa comune alla periferia est di Istanbul: la tomba dei traditori, sul terreno offerto dal sindaco animato dallo spirito patriottico acceso da Erdogan.

Come vedi la Turchia di smeraldo dove vai a fare le vacanze in caicco, quella culla di civiltà da cui ti porti a casa spezie sottovuoto e tappeti in seta, non è solo hüzün e simit, melancolia e ciambelle di pane al sesamo, ma imprevedibilità asiatica e laicità tradita.

Le atrocità degli stati maggiori ottomani sono in fondo ancora lì, pronte a riemergere dal profondo della storia in tutto il loro anacronismo: la Turchia è un membro della Nato dal 1949, ovvero dall’anno della fondazione dell’Alleanza. Ma il suo ultimo califfo non tollera più l’atlantismo che promuove la democrazia, per questo mette in discussione la stessa tradizione laica iniziata oltre un secolo fa da Atatürk, ritenuto il padre della moderna Turchia.

All’ultimo sorso di tè, che nelle case turche si beve nel bicchierino così come avrai fatto anche tu nei baretti del bazar o tra i sofà lussuosi del Divan di Istanbul, Kemal e Osman confermano di essere ricercati dall’Interpol. Sono ‘terroristi’. Come me che ho scritto di loro. Come te che hai letto questo articolo. È la radicalizzazione, bellezza.

Fonte e foto: GQ Italia

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Esercito: karate d’oro per l’atleta del Centro Sportivo Esercito Nello Maestri agli Europei di Istanbul

c.le magg. sc. Nello Maestri_Esercito ItalianoAi 50esimi Campionati d’Europa di karate, conclusisi oggi a Istanbul, in Turchia, il caporalmaggiore scelto Nello Maestri è oro nella categoria di peso degli 84 kg.

Il tripudio di applausi per la bellissima vittoria di Nello Maestri, giunti dal folto e caloroso pubblico presente allo Sinan Erdem Dome, coronano una carriera che soltanto otto anni prima, sempre in Turchia, lo aveva visto salire sul gradino più alto del podio dei 70 kg, in occasione della rassegna continentale riservata agli junior.

Da allora, per l’azzurro dell’Esercito era maturato un terzo posto nel 2008 in Estonia tra gli assoluti, un primo posto nella prova di Coppa del mondo di Atene del 2012 e ben tre terzi posti nella Premiere League nel 2014.

“Dedico la vittoria a me stesso, perché dopo tanti sacrifici, a 29 anni, sono riuscito a conquistare il titolo continentale, alla mia famiglia, che è giunta fino a Istanbul per sostenermi, e al Centro Sportivo Esercito, che molto ha fatto in questi anni per sostenermi e portarmi a questi livelli”, ha dichiarato il caporalmaggiore scelto Maestri.

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Fonte: Esercito Italiano

Foto: Espero News

IS, ISIS, ISIL o EI: è lo “Stato Islamico”, nuovo attore global e social che parla inglese

By Filippo Malinverno

La sigla IS, con tutte le sue varianti del caso, è divenuta negli ultimi mesi una delle parole più ricercate del web. Che sia IS, ISIS, ISIL oppure EI una cosa è certa: nella Mezzaluna fertile stiamo assistendo alla nascita di un nuovo Stato. Chi lo sostiene? Chi lo combatte? Com’è strutturato?

Di gruppi terroristici e fronti armati islamici negli ultimi anni ne abbiamo visti di tutti i colori. Al-Qaida, Boko Haram, Al-Nusra, Hamas e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia, ne esiste uno che di recente tormenta i pensieri dell’Occidente in modo particolare, più di tutti gli altri: l’IS (o ex-ISIS o ISIL, come era chiamato prima della creazione del Califfato), lo Stato islamico. Definirlo “gruppo terroristico” però non sarebbe del tutto corretto: questo è solo il modo in cui la maggior parte di noi, influenzata dalle terribili immagini delle decapitazioni, tende a classificare quello che in realtà non è semplicemente un’accozzaglia di terroristi invasati, ma è a tutti gli effetti un vero e proprio Stato.

Proprio così, l’IS (in arabo “al-Dawla al-Islāmiyya”) è uno Stato, non riconosciuto a livello mondiale e proclamatosi tale il 29 giugno scorso, quando il leader del movimento, Abu Bakr al-Baghdadi, ha annunciato urbi et orbi la rinascita del Califfato islamico. Dopo aver stabilito la sua capitale de facto ad Al-Raqqa, città del nord della Siria, lo Stato islamico si è dotato di una vera e propria amministrazione che offre servizi scolastici ai suoi cittadini, ricompensa i suoi soldati, riscuote le tasse, fornisce acqua ed energia elettrica e, da qualche settimana a questa parte, sembra aver installato nei suoi centri abitati delle cabine telefoniche dalle quali è possibile telefonare gratuitamente. Insomma, il Califfo non sembra aver dimenticato i suoi nuovi sudditi e sta costruendo gradualmente un vero e proprio sistema di welfare. Pare che al-Baghdadi stia realizzando il progetto del fondatore del movimento, Abu Musab al-Zarqawi, ex-membro di Al-Qaida ucciso ne 2006 da una bomba in Iraq. Sorprendente per uno Stato che è perennemente in guerra su tre fronti: contro il governo iracheno di Baghdad, contro il regime di Assad in Siria e contro i peshmerga del Kurdistan iracheno.

Del resto le risorse non mancano. Pozzo dopo pozzo, i soldati dello Stato islamico hanno conquistato una quantità di giacimenti petroliferi sufficiente a raccogliere ingenti somme di denaro (l’IS vende il petrolio sul mercato a un prezzo decisamente inferiore rispetto agli altri produttori), che servono per mantenere la sua sempre più numerosa macchina da guerra umana: i miliziani del Califfo sono pagati meglio dei soldati governativi siriani ed iracheni e ciò garantisce all’esercito una maggiore coesione nelle fasi operative. Esiste tuttavia la possibilità che, di fronte alla rapida e continua espansione dell’IS, le fonti di petrolio finora conquistate non siano più sufficienti a sostenere l’ingrandimento dello Stato.

Un aspetto altrettanto importante dell’IS e che evidenzia quanto sia elevato il livello della sua organizzazione è il linguaggio: sfruttando la straordinaria risonanza che offrono i social network come Facebook, YouTube e Twitter (penso che Instagram lo lasceranno perdere…), il Califfato utilizza un linguaggio e una propaganda che gli permette di riscuotere consenso in tutto il mondo, penetrando qualsiasi tipo di cultura o società. Non a caso, i militanti dell’IS comunicano sempre in inglese, la lingua veicolo di informazioni per eccellenza, semplicemente perché non tutti gli islamici parlano arabo. Tramite l’inglese tutti i devoti di Allah, e non solo, possono comprendere facilmente i messaggi che il Califfo vuole diffondere. Lo stile con il quale questi messaggi vengono diffusi appare decisamente efferato e crudele: decapitazioni ed esecuzioni, postate in rete con una facilità irrisoria, sono per l’IS un simbolo di forza. Ovviamente a noi occidentali questi atti sembrano delle barbarie, perché fondamentalmente lo sono. E il Califfo questo lo sa. Così come conosce il tipo di reazione che questi video potrebbero provocare in ognuno di noi: l’obiettivo della sua propaganda è proprio quello di suscitare in noi ribrezzo e paura, tanto da farci desistere da qualsiasi tentativo di intervento diretto contro il suo Stato.

Ma finora qual è stato il comportamento dell’Occidente? Nel settembre scorso, durante il vertice di Parigi, il presidente Barack Obama, affermando più volte di voler usare il pugno di ferro contro lo Stato islamico, aveva esortato la comunità internazionale a cooperare con gli Stati Uniti per fermare l’operato del Califfo in Medio Oriente. Diversi paesi, tra cui l’Italia, si sono uniti alla causa, ma la coalizione anti-Is sembra fare acqua: in primo luogo perché gli obiettivi militari sono incerti e diversificati (del resto è difficile colpire un nemico che controlla un territorio non geograficamente compatto): è una guerra contro Assad, contro l’IS o contro entrambi?; in secondo luogo perché i principali nemici dell’Is, su tutti l’Iran sciita, non agiscono direttamente all’interno di essa: Teheran, stando alle rivelazioni della Reuters, sarebbe anche disposta a combattere in prima linea il Califfato, ma in cambio desidererebbe più flessibilità sul programma iraniano di arricchimento dell’uranio, in merito al quale è in corso un negoziato con Washington; infine, una guerra combattuta senza l’utilizzo di forze terrestri non sembrerebbe dare risultati soddisfacenti: i raid aerei limitati potrebbero non bastare per sconfiggere l’esercito di al-Baghdadi, ma nessun paese occidentale è disposto a impiegare le proprie risorse militari sul campo.

In tutto ciò, la posizione della Turchia rimane ambigua. Nonostante i jihadisti siano arrivati a pochi chilometri dal confine turco, Ankara non si è ancora messa a completa disposizione degli Stati occidentali per fornire un appoggio militare contro le milizie del Califfo. Le basi turche vicino al confine con la Siria e L’Iraq sarebbero fondamentali per le operazioni militari anti-Is, ma gli eredi della Sublime Porta indugiano. E’ cosa nota che l’indipendenza del Kurdistan non stia particolarmente a cuore ad Ankara e un indebolimento delle forze curde contro i jihadisti non sarebbe cosa sgradita. Quando agirà la Turchia?

Osservando l’operato dell’Occidente, diviene lecito porsi una domanda: se lo Stato islamico non avesse invaso l’Iraq e si fosse limitato a combattere contro Assad e contro i curdi avremmo lo stesso creato una coalizione contro di lui? Probabilmente no, ma l’Iraq ha la fortuna/sfortuna di possedere immensi giacimenti petroliferi e l’assenza di una situazione stabile nella Mezzaluna fertile non giova certo al mercato dell’oro nero.

Ed è proprio dall’oro nero che deriva l’ultima osservazione da fare sulla guerra contro i jihadisti di Al-Raqqa. A chi giova questo conflitto? Gli unici paesi che potrebbero trarre vantaggio da un conflitto del genere sarebbero dei paesi esportatori di petrolio, che, grazie alla destabilizzazione strategica delle maggiori aree energetiche del mondo, riuscirebbero in questo modo a vendere il loro prodotto a prezzi inferiori a quelli dei produttori rivali. La Libia, con la guerra del 2011, è già stata messa fuori gioco, sfruttando l’ondata rivoluzionaria della “primavera araba”. L’Ucraina, nazione cruciale per il passaggio dei diversi gasdotti, è divisa in due e palesemente destabilizzata. Ora l’Iraq e la Siria, con quest’ultima coinvolta in guerra civile dal 2013. Nel frattempo, nel giugno 2014, l’Ufficio per la Sicurezza e l’Industria del dipartimento al Commercio Americano ha autorizzato, per la prima volta in 40 anni, due piccole compagnie petrolifere americane a vendere petrolio greggio all’estero. Gli Stati Uniti sono diventati a tutti gli effetti esportatori di petrolio, grazie allo sfruttamento delle formazioni geologiche cosiddette “Shale”. Il petrolio americano a basso prezzo sta invadendo il mercato, danneggiando paesi produttori come la Russia, il Venezuela, l’Iran e le monarchie del Golfo. Forse la strategia di Obama non era poi così superficiale come molti l’hanno definita.

Difficilmente l’IS diventerà il nuovo “terrore della Cristianità”, perché per ora i seguaci di al-Baghdadi sono ancora occupati a ritagliarsi il proprio spazio nel mondo islamico, socialmente, politicamente, militarmente ed economicamente. Per tradizione, l’Occidente non perde occasione per far sentire la propria voce e curare i propri interessi intervenendo in aree del mondo che gli stanno davvero a cuore. Contando che uno dei nemici principali dell’IS in Siria è il regime di Bashar al-Assad, regime che nel 2013 le potenze occidentali hanno combattuto sostenendo i ribelli siriani, il problema questa volta è molto serio: qual è il vero obiettivo di Europa e Stati Uniti? Chi è il vero nemico, l’IS oppure Assad? Contro chi bisognerà continuare a combattere?

Filippo Malinverno

Foto: Independent

Le nuove direttive della politica energetica: shale gas e crisi ucraina allontanano la Russia dal mercato europeo? 1.USA, Europa e Russia

By Marco Antollovich

Come sta cambiando lo scacchiere energetico mondiale e quali le conseguenze della rivoluzione dello shale gas e della crisi ucraina per i mercati europei?

Analisi in tre puntate. Oggi, domani e dopodomani, in tre post su Paola Casoli il Blog, l’ultimo lavoro di Marco Antollovich sulle nuove direttive della politica energetica nello scacchiere internazionale.

#shalegas #fracking #gas

Per cercare di fornire un’analisi completa del quadro odierno è necessario analizzare il cambio di rotta nella politica energetica statunitense e cosa implichi la fantomatica indipendenza energetica di Washington.

In secondo luogo, bisogna comprendere quali siano le ripercussioni della crisi ucraina e dell’instabilità dei mercati mediorientali in Europa e, infine, analizzare la nuova politica russa nei confronti dell’Estremo Oriente.

La shale gas revolution negli Stati Uniti

Lo Shale gas, una delle cosiddette “risorse gasiere non convenzionali” (Shale Gas, Tight Gas e Coalbed Methane tre le più importanti),  rappresenta per gli Stati Uniti una risorsa di inestimabile valore. Sebbene gli Stati Uniti si posizionino soltanto al quarto posto per riserve di scisto comprovate (dopo Cina, Argentina e Algeria), essi sono gli unici ad aver tratto, finora, un reale beneficio a livello di mercato dallo sfruttamento di tale gas.

L’estrazione di Shale gas richiede infatti una notevole esperienza tecnica, requisito mancante alle grandi compagnie energetiche cinesi per esempio, oltre che un terreno favorevole da un punto di vista geologico, non eccessivamente duro e in territorio non montagnoso, e con giacimenti non in profondità (i giacimenti statunitensi si trovano tra poche centinaia di metri e i 3.000 metri, mentre quelli cinesi tra i 3.000 e gli 8.000 metri di profondità). Le compagnie statunitensi sembrano essere ora in grado di arginare quasi totalmente i danni derivanti dal fracking (micro-esplosioni settoriali all’interno del giacimento) e dall’immissione di agenti chimici, sabbie e acqua necessarie ad aumentare la pressione all’interno del pozzo e favorire la fuoriuscita del gas, altrimenti non spontanea.

Una volta ammortizzato l’investimento iniziale di capitale impiegato per l’acquisizione del know how necessario e sufficiente a contenere i danni ambientali e aumentare  il tasso di recuperabilità del giacimento, l’estrazione di shale gas risulta complessivamente meno dispendiosa rispetto all’estrazione di gas convenzionale.

Considerando che la percentuale di shale gas estratto negli Stati Uniti ammontava soltanto all’1% nel 2000 e ben al 20% nel 2010, l’Energy Information Administration stima che nel 2035 la produzione di gas di scisto possa raggiungere il 48%. Un tale aumento della produzione potrebbe portare Washington all’ autosufficienza energetica già nel 2020 secondo la dichiarazione rilasciata da Edward L. Morse, amministratore delegato e direttore generale dei servizi di Citi e confermata da Michael Levi, alto consigliere per l’Energia e l’Ambiente al Comitato delle Relazioni Internazionali statunitense. Un ulteriore aumento della produzione potrebbe dunque trasformare gli Stati Uniti da un importatore a un esportatore netto di gas, il che implicherebbe l’apertura di nuovi mercati, compreso quello europeo. Considerando che ora il prezzo del gas negli Stati Uniti è di 4$/MMBTU rispetto ai 10$/MMBTU in Europa e ai 15$/MMBTU in Giappone, se nel lungo periodo la domanda rimane costante e il prezzo del gas non subisce variazioni eccessive negli Stati Uniti, diventa ipotizzabile il trasporto via mare tramite cisterne verso l’Europa, come avviene per l’LNG (Liquefied Natural Gas) qatariano, australiano, malese e indonesiano.

L’Europa e la dipendenza dalla Russia

È necessario analizzare ora quali siano le ripercussioni della shale gas revolution per il mercato europeo e quale la reazione da un punto di vista interno.

La possibilità che una seconda rivoluzione del gas di scisto possa avvenire nel Vecchio Continente risulta estremamente remota. Le riserve europee, non solo risultano inferiori a quelle statunitensi, ma anche di più difficile estrazione.

La sensibilità dei governi e le forti critiche da parte di un pubblico spaventato dai possibili danni ambientali ha portato inoltre nel 2013 alla ratifica di moratorie da parte di Francia, Lussemburgo, Olanda, Repubblica Ceca e Bulgaria contro l’esplorazione e la produzione di gas di scisto in territorio nazionale. Numerose critiche sono state sollevate in Inghilterra, Romania e Germania.

Nel 2012 Il Parlamento Europeo ha stabilito che il potere decisionale riguardo la possibilità di permettere o meno attività di esplorazione e produzione di gas di scisto venga demandato al singolo stato membro e non al Parlamento Europeo, autorizzando i paesi dell’ Europa centrale a dare il via alla fase di esplorazione.

Un report della Commissione Europea del 2012 afferma tuttavia che “la produzione di shale gas non renderebbe comunque l’Europa autosufficiente per quanto concerne la produzione di gas naturale. Nel migliore dei casi, la riduzione della produzione di gas convenzionale può essere sostituita mantenendo un livello di dipendenza dalle importazioni al 60%.”

Secondo i dati forniti dall’ IEA (International Energy Agency, 2014), l’Europa importa il 70% del greggio, il 50% di gas naturale e il 44% del carbone necessario al fabbisogno energetico interno e, secondo rilevazioni della stessa agenzia, si prevede un aumento della dipendenza da importazioni di idrocarburi del 20% nei prossimi vent’anni. Tale dipendenza sta spingendo l’Europa a cercare nuovi partner per ridurre la leve che Gazprom, il colosso energetico russo, può esercitare sulla politica di sicurezza energetica dettata da Bruxelles.

Riferendoci ai dati forniti dallo U.S. Congressional Research Service (CRS) per l’Europa, i due maggiori esportatori di gas sui mercati europei sono Oslo (35%) e Mosca (34%), seguiti al terzo posto dall’Algeria.

Considerando ora che si prevede un lento declino della produzione norvegese a partire da 2015, ci si interroga su quali possano essere le vie di approvvigionamento alternative a quella russa. La crisi Ucraina del post – Maidan e il profilarsi di un potenziale conflitto congelato dei territori della Novorossija (Новоро́ссия in russo) minacciano pesanti ripercussioni sulla sicurezza energetica europea.

È necessario analizzare ora quali siano effettivamente le ripercussioni della crisi ucraina sul vecchio continente: i rifornimenti russi infatti raggiungono il territorio europeo esclusivamente via pipeline, così come quelli norvegesi, mentre il restante 25% di gas viene trasportato via nave sottoforma di LGN dai partner algerini, egiziani e qatariani.  Esistono 13 gasdotti che collegano Russia ed Europa escludendo il progetto South Stream: 3 di questi raggiungono la Finlandia, l’Estonia e la Lettonia, 4 passano attraverso Bielorussia, Polonia e Lituania, 5 attraverso l’Ucraina e l’ultimo, il Nord Stream, una sorta di corsia preferenziale volta a coronare l’idillio russo-tedesco, collega direttamente il terminale di Vyborg, non distante da San Pietroburgo, alla città di Greifswald, in Germania.

Pertanto, un inasprimento delle crisi ucraina potrebbe portare alla chiusura dei rubinetti da parte russa (come già avvenuto nel 2009) e questo implicherebbe una mancanza di approvvigionamento per metà Europa, considerando che le due pipeline con maggiore portata, Bratzvo (Fratellanza) e Soyuz (Unione) passano entrambe in territorio ucraino, per poi attraversare la Slovacchia e rifornire l’Europa orientale, mentre una terza pipeline rifornisce i Balcani e la Turchia.

Marco Antollovich

Seguirà domani South Stream o vie alternative?

Mappe: Economist, Geograficamente

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/15 – La questione energetica. Il ruolo del Caucaso

By Marco Antollovich

Cap 2: Pedina di un nuovo grande gioco. La questione energetica – Il ruolo del Caucaso

Il ruolo del Caucaso

Come nei secoli passati, il Caucaso continua a rivestire un ruolo geostrategico fondamentale nella nuova corsa all’oro. Sebbene caratterizzata da una perenne e profonda instabilità, le cancellerie europee e statunitensi hanno identificato proprio in quella fascia tra il Mar Caspio e il Mar Nero la testa di ponte verso l’Asia Centrale.

Non bisogna dimenticare che l’embargo che grava sull’Iran lo rende una pedina esterna al nuovo grande gioco energetico; la Russia invece, come già detto precedentemente, controlla già la stragrande maggioranza delle pipeline esistenti in Asia centrale. Si deve inoltre aggiungere che i fermenti indipendentisti di alcune repubbliche russe come la Cecenia costituiscono un problema analogo a quello caucasico.

Il Dagestan e la Cecenia costituivano infatti un passaggio obbligato non solo per i gasdotti e gli oleodotti russi che partono dalle coste del Mar Caspio, ma anche la sola opzione per il trasporto degli idrocarburi azeri, prima che l’Occidente offrisse una via alternativa.

Considerando l’annosa questione del Nagorno Karabakh, un oleodotto che raggiungesse la Turchia via Armenia risultava impossibile da attuare: l’unica soluzione, pertanto, era rappresentata dalla Georgia. Durante la presidenza Shevardnadze il mondo aveva potuto assistere ad un rapido avvicinamento georgiano all’Occidente. Con Saakashvili la Georgia si sarebbe sentita, de facto, parte dell’Occidente, sancendo il definitivo distacco dalla Russia.

Gli investimenti occidentali e il processo di democratizzazione interno avevano reso Tbilisi un partner economico e politico fidato, in grado di attirare capitali esteri sempre maggiori. Le repubbliche secessioniste di Abkhasia e Ossezia del Sud, sebbene ledessero l’integrità territoriale georgiana e creassero notevoli problemi nella politica interna del paese, non costituivano un problema poiché periferiche e complessivamente lontane dal percorso delle future pipeline.

Il primo passo verso la realizzazione di una pipeline al di fuori del territorio russo fu la costruzione di un oleodotto, il Baku – Supsa che, partendo dalla capitale azera, trasportava il petrolio dai giacimenti di Chirag e Guneshi fino al porto georgiano di Supsa sul Mar Nero. La realizzazione di questo progetto fu resa possibile grazie ai fondi del consorzio AIOC. Non bisogna dimenticare la rilevante presenza occidentale nel consorzio che raggiungeva il 60% di quote azionistiche, sommando il 45% delle compagnie americane al 17,12%detenuto dalla BP.

Una quota non trascurabile del 6,75% era stata assegnata inoltre alla TPAO turca, rendendo la partecipazione della Lukoil ( 10%), complessivamente di poco peso.

La partecipazione turca al nuovo grande gioco non si sarebbe limitata alle quote azionistiche dell’AIOC. Grazie ai legami con Georgia e Azerbaigian avrebbe potuto rappresentare un vero e proprio trait-d’union tra il Caucaso e l’Europa.

La creazione di un’asse orizzontale avrebbe reso la Turchia un valido partner economico a livello regionale; il fatto che Istanbul fosse inoltre un membro di non poco peso all’interno dell’Alleanza Atlantica rendeva i risvolti di una cooperazione turco-caucasica maggiormente rilevanti più da un punto di vista politico che economico.

La Turchia si è progressivamente avvicinata molto alla Georgia, corridoio di transito indispensabile per gli idrocarburi del Caspio verso l’Occidente, nell’ottica di evitare Russia e Iran. Istanbul diventerà il primo partner commerciale georgiano nel 2008 e azero nel 2010. La relazione preferenziale con le due Repubbliche Caucasiche ebbe inizio quando, forte dell’appoggio dell’amministrazione Clinton, venne formulato per la prima volta un progetto volto a collegare Baku ad un porto turco, Cheyan, con la finalità di esportare gli idrocarburi del Caspio in Europa.

La realizzazione della pipeline Baku-Tbilisi-Cheyan avrebbe costituito una svolta per le politiche energetiche europee e statunitensi, un successo “per aumentare e diversificare l’offerta energetica mondiale […] la conquista più importante nella politica estera americana del 1999” (J. Zarifian, Les Etats-Unis au Sud Caucase Post-Sovietique, pag. 182).

Il progetto costituiva una vittoria per l’amministrazione Clinton, poiché l’oleodotto avrebbe attraversato soltanto paesi alleati statunitensi, by-passando Armenia, Russia e Iran, ma la realizzazione di questo progetto faraonico risultava tutto fuorché facile da concretizzare: la costruzione della pipeline, terminata nel 2005 e lunga 1.764 km, sarebbe costata gli investitori 3,9 miliardi di dollari. Il pagamento di una cifra tale fu possibile solo grazie ai finanziamenti delle compagnie petrolifere occidentali, de facto padrone dell’oleodotto: più del 30% delle quote apparteneva infatti alla BP, 8,71% alla Staoil norvegese, l’ 8,4% alla Chevron, il 2,5% alla ConocoPhilips e il 2,36% alla Hess, tutte e tre americane.

Le restanti quote spettavano a Italia, Francia, Turchia, Giappone e il 25% alla SOCAR azera (Rispettivamente: Eni 5%, Total 5%, TPAO 6,5%, Impex 2,5%) Sebbene la Georgia non possedesse quote azionistiche e quindi non potesse beneficiare dei dividendi da queste derivanti, si può affermare con certezza che la costruzione del BTC abbia avuto e continui ad avere un impatto positivo sull’economia georgiana, come giustamente analizza l’economista georgiano Vladimir Papava. Lo statista di Tbilisi afferma infatti che si poté assistere a un miglioramento sia a livello micro economico che macro economico. Più precisamente, quattro erano gli obiettivi specifici che la Georgia avrebbe voluto raggiungere grazie al piano di investimenti internazionale:

1. aumento delle entrate e conseguente miglioramento delle capacità economiche del paese;

2. miglioramento del settore agricolo;

3. rilancio della qualità della vita attraverso una modernizzazione delle infrastrutture;

4. aumento dell’ autonomia delle comunità nei programmi di sviluppo sociale.

Per quanto concerne l’aspetto prettamente interno, le tasse di transito derivanti dal passaggio del petrolio azero in territorio georgiano garantivano a Tbilisi un’entrata di 1,86 dollari per tonnellata. La cifra, che potrebbe sembrare irrisoria di primo acchito, ammontava ad un complessivo annuale di 62,5 milioni di dollari all’anno, per un totale di 2,5 miliardi di dollari dilazionato in 40 anni (George Eradze, Mark Hudson, David Jinjolia, et al., “Economic Trends”, Georgian Economic Trends).

L’investimento diretto da parte statunitense, che ebbe inizio a partire dalla prima fase di costruzione dell’oleodotto, ammontò a 514.670 milioni di dollari soltanto in Georgia, creando inoltre 2.750 nuovi posti di lavoro; il tasso di disoccupazione registrò un drastico calo del 33,3%, mentre il Prodotto Interno Lordo aumentò del 6,6%.

Le entrate ottenute grazie al BTC consentirono allo stato georgiano di investire il nuovo patrimonio nella costruzione di infrastrutture, nell’educazione e nel sistema sanitario.

La realizzazione della pipeline ebbe inoltre profonde ripercussioni sul sistema di alleanze che andava formandosi nell’area: Georgia e Azerbaigian si dimostrarono partner fidati e alleati preziosi sia per gli Stati Uniti che per la Turchia. (altro…)

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/14 – La questione energetica

By Marco Antollovich

Cap 2: La questione energetica

L’Azerbaigian: una nuova speranza

L’esistenza di giacimenti petroliferi nel bacino del Mar Caspio è nota ormai da secoli. La fuoriuscita spontanea di gas veniva considerata di natura divina. Alexandre Dumas, durante il suo viaggio nel Caucaso, descriveva l’esistenza di veri e propritempli, gli Atashgah, nei quali il gas fuoriusciva e ardeva per combustione spontanea,divenendo fenomeno di culto per gli zoroastriani.

Fu solo nel 1873 che i fratellisvedesi Alfred e Robert Nobel pensarono di sfruttare i giacimenti naturali di Baku,allora nell’Impero Russo, per dar vita a un commercio fiorente con l’Europa. Da allora, le risorse del Mar Caspio avrebbero suscitato un notevole interesse e avrebbero reso il Caucaso un’area di importanza strategica non trascurabile.

Al crollo dell’Unione Sovietica non esistevano gasdotti né oleodotti che potessero approvvigionare i mercati occidentali senza passare attraverso il territorio russo: le repubbliche di Azerbaigian, Kazakhstan e Turkmenistan erano infatti costrette a servirsi delle pipeline già esistenti per rifornire il mercato europeo.

Poiché la costruzione di “vie alternative” sarebbe risultata troppo costosa e politicamente pericolosa per i paesi della CSI, nei primi anni ’90, la Federazione Russa poté sfruttare la dipendenza delle neonate repubbliche per renderle sempre più indissolubilmente legate a sé da un punto di vista economico.

Fu questa politica di asservimento forzato che portò il presidente azero Heydar Aliyev a cercare nell’occidente un partner commerciale che potesse spezzare il legame con Mosca. Solo le grandi compagnie petrolifere americane e inglesi avrebbero infatti potuto fornire agli azeri il know-how e il capitale sufficiente per sfruttare i vasti giacimenti di idrocarburi del Caspio; in tal modo l’Azerbaigian sarebbe potuto diventare un fornitore in concorrenza con Mosca e non un suo dipendente.

E’ necessario tuttavia chiarire da subito che le risorse azere sono state sovrastimate per decenni: quella che si credeva fosse una vera e propria miniera d’oro nero, in realtà, non è che un piccolo attore: le risorse di petrolio azere costituiscono soltanto lo 0,4% del totale, mentre quelle di gas raggiungono lo 0,6% (fonte BP Statistical Review of World Energy, giugno 2012, pag 6; pag 20). Mettendo piede per la prima volta in Azerbaigian dopo il 1917, le industrie petrolifere occidentali intravedevano la possibilità di raggiungere, in un futuro, anche i mercati turkmeno e kazaco, di gran lunga più redditizi rispetto a quello azero.

Il 20 settembre del 1994 venne fondato l’AIOC (Azerbaigian International Oil Corporation), un consorzio internazionale dove Inglesi e Americani diventavano i maggiori azionisti, lasciando i Russi quasi completamente esclusi dal nuovo “bolsh’aya igra” azero (Bolsc’aya Igra, большая игра, non è altro che il corrispettivo russo di “Grande Gioco”).

Una via alternativa: l’isolamento russo

La perdita del controllo di una piccola pedina, quale Baku effettivamente era, da parte della Federazione Russa, avrebbe potuto avere per Mosca conseguenze drammatiche.

Non bisogna dimenticare infatti che le pipeline russe rifornivano monopolisticamente Armenia e Georgia e costituivano la più grande fonte di approvvigionamento di gas per Ucraina, Turchia, Est Europa e soprattutto per l’Unione Europea.

Il rapporto preferenziale che l’Azerbaigian aveva instaurato con l’Occidente sanciva la fine dell’egemonia russa nel mercato degli idrocarburi; il fatto per sé era importante, poiché creava un concorrente nel Caucaso, ma poteva avere conseguenze di gran lunga peggiori.

Il tutto dipendeva dalla disponibilità economica degli investitori occidentali i quali avrebbero dovuto, dopo la nascita dell’ AIOC, stabilire come e in quale quantità trasportare gli idrocarburi azeri nel mercato europeo. In base al successo delle future pipeline nel Caucaso, l’Occidente avrebbe potuto cercare di raggiungere anche la sponda est del Mar Caspio, chiudendo la partita con la Russia sulla “Grande scacchiera”.

Un elemento non trascurabile in questa analisi è rappresentato dal fatto che il 68,8% delle esportazioni russe è costituito dalla vendita di idrocarburi. Più l’Europa cerca di diversificare gli approvvigionamenti coinvolgendo un numero sempre maggiore di attori, più la Russia perde peso dal punto di vista internazionale.

Come già detto, le pipeline russe trasportano sì gas e petrolio prettamente russi, ma rappresentano l’unico mezzo attraverso il quale Kazakhstan e Turkmenistan possono raggiungere l’Europa. Queste due repubbliche dispongono di risorse energetiche sufficienti per mettere in discussione l’egemonia russa nell’Asia Centrale.

Secondo una stima pubblicata sulla BP Statistical Review sull’energia, le riserve petrolifere kazache rappresenterebbero ben l’1,8% del totale mondiale, e l’1% per quanto concerne il gas. Le riserve di gas Turkmene rappresenterebbero invece il 12% del totale, rendendo la repubblica il quarto produttore di gas mondiale.

Un dato che sarebbe opportuno tenere in considerazione è che, “anche calcolato con i prezzi degli anni ’90, la stima complessiva delle riserve di petrolio e gas [nel Mar Caspio] è approssimativamente di 5 mila miliardi di dollari”, il che rende il bacino del Caspio il secondo più ricco al mondo (Alice J. Barnes and Nicholas S. Briggs, The Caspian Oil Reserves, Edge, Inverno 2003, pag 13).

Considerando le immense riserve presenti nell’area, il vuoto lasciato dal crollo dell’Unione Sovietica poteva permettere alle nuove Repubbliche Centro-Asiatiche di creare legami più saldi con nuovi partner economici.

Dall’inizio degli anni ’90 ebbe pertanto inizio una vera e propria “politica delle pipeline”, in base alla quale la costruzione di nuovi oleodotti o gasdotti avrebbe plasmato le nuove direttive delle politiche estere delle neonate repubbliche.

E’ opportuno sottolineare che i cinque maggiori consumatori mondiali di idrocarburi sono Stati Uniti, Unione Europea, Cina, Giappone e India. Considerando che i suddetti stati possiedono soltanto il 3,1% delle riserve petrolifere del pianeta e l’8,4%115 di quelle di gas, è chiaro che la politica energetica sia il fulcro delle relazioni internazionali, sia politiche che economiche, di queste potenze mondiali.

La costruzione di pipeline che riforniscano direttamente i mercati cinesi sfruttando le risorse kazache e turkmene potrebbe lenire la dipendenza di Pechino dalle politiche russe. Allo stesso modo la costruzione di gasdotti e oleodotti che rifornissero i mercati europei, passando attraverso il Caucaso indipendente e la Turchia, costituirebbero una grave minaccia per la politica energetica condotta da Mosca.

La sfida per la costruzione di nuove pipeline avrebbe dunque avuto come obiettivo principale far sì che esse passassero al di fuori della Federazione Russa per tutte le cancellerie occidentali e all’interno, ovviamente, per Mosca.

Ragionando in termini economici, basti pensare che la costruzione della MEP (Main Export Pipeline) fortemente voluta dalla Russia, avrebbe potuto garantirle 5,5 miliardi di dollari di dividendi, 18,4 miliardi di tasse annuali e 900$ milioni di introiti derivati dal passaggio territoriale.

Considerando lo spessore dei potenziali introiti, il controllo delle pivotal areas sarebbe risultato fondamentale dopo la caduta del gigante sovietico.

Marco Antollovich

Seguirà Il ruolo del Caucaso

Il post precedente è al link Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/13 – Gli USA e la Georgia, una democrazia di comodo

Foto: IspiOnline

La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria, A.Miykova/8

By Anna Miykova

Cap 2 della tesi La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria (Anna Miykova)

La BSEC e il suo strumento finanziario: la Banca per il commercio e lo sviluppo del Mar Nero

L’Organizzazione per la cooperazione economica del Mar Nero, o Black Sea Economic Cooperation, è un’organizzazione istituita per la cooperazione regionale e viene alternativamente classificata anche come “organizzazione economica regionale”, “Unione economica fra Stati”, “Unione economica dei paesi della regione del Mar Nero” o definita anche “Patto”, “Zona” o “Progetto per la cooperazione economica del Mar Nero”.

La BSEC è stata creata su iniziativa della Turchia. Nasce come modello unico e promettente di iniziativa economica e politica multilaterale con lo scopo fondamentale sia di implementare la cooperazione tra gli Stati membri, sia di garantire la pace, la stabilità e i rapporti di buon vicinato con le altre nazioni della regione del Mar Nero.

Gli Stati membri sono attualmente 12 – Azerbaigian, Albania, Armenia, Bulgaria, Romania, Georgia, Grecia, Moldavia, Romania, Russia, Turchia, Ucraina e Serbia – ma l’organizzazione resta aperta all’ingresso di altri paesi che siano mossi dai medesimi intenti e ne condividano i principi. Come ci è dato osservare, la partecipazione non è ristretta ai paesi che hanno accesso al Mar Nero, infatti Albania, Armenia, Azerbaigian, Grecia, Moldavia e Serbia non sono stati litoranei; la Grecia, invece, ha posto il veto sulla candidatura del Montenegro dopo che la Turchia si era opposta alla candidatura di Cipro. Per lo stesso motivo la Grecia si oppone a qualunque nuova candidatura.

Tra la Grecia e la Turchia a tutt’oggi la questione cipriota rimane uno dei grandi nodi gordiani. Geograficamente situata in Asia, l’isola di Cipro dista circa 70 km dalle coste dell’Anatolia, 100 km da quelle del Vicino Oriente e quasi 400 da quelle africane. Nel corso dei secoli, numerosi popoli ed imperi si sono succeduti nel controllo dell’isola: nell’antichità i Micenei, l’Egitto dei Faraoni, l’Impero Persiano Achemenide, l’Impero di Alessandro Magno, l’Egitto della dinastia ellenistica dei Lagidi (Tolomei) e Roma; nel Medioevo: l’Impero Bizantino, gli Arabi, l’Ordine dei Cavalieri di Malta e la dinastia francese dei Lusignano; in epoca moderna la Repubblica di Venezia, l’Impero Ottomano ed infine in epoca contemporanea l’Impero Britannico.

La particolare collocazione geografica ha fatto sì che fin dall’antichità l’isola risultasse determinante per il controllo del Mediterraneo orientale. L’importanza geostrategica di Cipro aumentò con l’apertura del Canale di Suez (1869) che consentiva la navigazione dall’Europa all’Asia senza dovere più circumnavigare l’Africa; ciò destò l’interesse britannico che nel 1878 ottenne dalla Sublime Porta il permesso di occupare ed amministrare l’isola.

Durante la dominazione britannica, le tensioni, si disse alimentate ad arte da Londra, tra le due comunità, quella di lingua greca maggioritaria che puntava all’unione (énosis) con la Grecia e quella di lingua turca minoritaria che invece optava per la separazione (taksim), spinse sia Atene che Ankara ad intromettersi negli affari interni dell’isola.

L’adesione della Grecia e della Turchia alla NATO (1952) e l’indipendenza di Cipro (1960) non stemperarono le tensioni tra i due paesi e tra le due comunità isolane che anzi aumentarono fino a sfociare in violenti scontri interetnici che richiesero nel 1964 l’invio di una missione ONU; la UNFICYP (United Nations Peacekeeping Force in Cyprus). Nel luglio del 1974, per contrastare un colpo di Stato dei radicali greco-ciprioti sostenuti dalla giunta militare dei colonnelli di Atene che aveva come obiettivo l’annessione di Cipro alla Grecia, l’esercito turco invase la parte nord dell’isola (Operazione Attila) occupando circa un terzo dell’intero territorio, cacciando oltre centomila residenti greco-ciprioti verso sud e poi favorendo una significativa emigrazione turca nell’isola.

Posta davanti alle coste mediterranee dell’Anatolia, quasi a formare una naturale barriera difensiva da eventuali attacchi provenienti da sud, l’importanza geostrategica di Cipro non poteva certo sfuggire ad Ankara che in questo modo si assicurava il controllo del lato nord dell’isola prospiciente le coste anatoliche. L’intervento militare turco ricevette l’implicito avallo degli USA e dalla Gran Bretagna (la quale manteneva sull’isola le due basi militari di Akrotiri e Dhekelia) che mal tolleravano l’adesione di Cipro al Movimento dei Paesi non-Allineati per opera del primo presidente l’Arcivescovo Makarios III.

Nel 1983 la parte nord dell’isola si autoproclamò indipendente col nome di Repubblica Turca di Cipro Nord (TRNC). La dichiarazione di indipendenza, riconosciuta solo da Ankara, fu dichiarata “non valida dal punto di vista giuridico” dalle Risoluzioni 541 (1983) e 550 (1984) del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Soprattutto negli ultimi sette anni, con l’adesione della Repubblica di Cipro all’Unione Europea, il fallimento del piano Annan e la ripresa delle trattative tra le due comunità nel 2008, che la questione cipriota ha riacquistato nuova visibilità ed interesse a livello internazionale.

Dall’anno della sua nascita ad oggi, la struttura della BSEC è mutata una sola volta con l’ingresso della Serbia nel 2004, ma non sono pochi gli Stati ad aver goduto del diritto di ricevere lo status di osservatore. Tra questi si annoverano membri dell’Unione Europea come Austria, Germania, Italia, Polonia, Slovacchia, Francia e Repubblica Ceca; sono osservatori anche paesi non – comunitari o extra – europei come Bielorussia, Croazia, Egitto, Israele, Tunisia e gli Stati Uniti.

Inoltre un interesse particolare per l’organizzazione nutrono Bosnia e Erzegovina, Macedonia, Kazakistan e Turkmenistan.

La BSEC incentiva le relazioni sia con le organizzazioni internazionali che con le istituzioni; e la cooperazione può svilupparsi sotto diverse forme, tra cui il partenariato attraverso il dialogo in determinati settori. Tra i partner possono annoverarsi varie ONG ovvero associazioni e collettività regionali: la BERS, la BEI, l’Iniziativa Centro Europea (InCE), l’Unione economica baltica, l’OSCE, il Patto di stabilità per l’Europa sud-orientale, Mercosur et alii. Inoltre, la BSEC intrattiene una relazione speciale con le Nazioni Unite e soprattutto con la sua Commissione economica per l’Europa.

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La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria, A.Miykova/6

By Anna Miykova

Cap 1.4 della tesi La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria (Anna Miykova)

La Bulgaria dopo il secondo conflitto mondiale

Le vicende politiche della Bulgaria dal 1945 al 1989 non si sono discostate da quelle degli altri Paesi assegnati, dopo Yalta, alla sfera di influenza sovietica. A partire dal 1945, ebbe inizio una storia comune, e condivisa da tutta l’Europa Orientale, con l’affermazione dei Partiti Comunisti filo-sovietici, l’eliminazione – anche fisica – degli oppositori e la progressiva satellizzazione rispetto a Mosca, attraverso l’ingresso “spontaneo” nel COMECON33 e, nel 1955, nel Patto di Varsavia.

Liquidata l’opposizione, il Paese venne trasformato in una democrazia popolare: il governo realizzò la riforma agraria – attraverso la collettivizzazione – e nazionalizzò l’industria, fissando la produzione attraverso i piani quinquennali. Per mezzo secolo, la storia bulgara si cristallizza attorno alla figura di Todor Hristov Zhivkov (anche conosciuto in Bulgaria come “Tato”) rimasto ininterrottamente al potere fino alla “rivoluzione” del 1989.

Hristov Zhivkov fu il leader comunista indiscusso della Bulgaria dal 4 marzo 1954 al 10 novembre 1989. Nella seconda guerra mondiale, partecipò al movimento di resistenza contro la Germania nazista. Dopo la guerra, fu inviato in Unione Sovietica come comandante della Milizia del Popolo. In queste veci, fece arrestare migliaia di persone come prigionieri politici.

Nel 1951 divenne membro del Politburo e nel 1954 fu Primo Segretario del Comitato Centrale. Ricoprì inoltre la carica di Capo di Stato (Presidente del Consiglio di Stato) della Bulgaria dal 7 luglio 1971 al 17 novembre 1989. Nonostante un tentativo di colpo di Stato attuato da dissidenti militari e membri del partito nel 1965, fu il leader che rimase il più a lungo al potere in uno stato del blocco sovietico.

Durante il suo governo, tutte le voci dissidenti in Bulgaria furono aspramente soppresse, con migliaia di arresti in tutta la nazione. Con l’aiuto dell’URSS, Zhivkov rafforzò la collettivizzazione delle fattorie e tentò di modernizzare l’industria. Zhivkov era un protetto di Nikita Chruščёv, e un amico stretto di Leonid Brežnev, e pertanto era conosciuto per essere un servitore degli interessi dell’Unione Sovietica. Propose due volte l’unione della Bulgaria all’Unione Sovietica, portando come giustificazione il comune alfabeto cirillico e la condivisa eredità slava. Inviò le forze militari della Bulgaria a partecipare all’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 da parte dei Paesi del Patto di Varsavia. Il dissidente Georgi Markov, che poi fu assassinato a Londra nel 1978 con un ombrello bulgaro avvelenato, disse: “Zhivkov ha servito l’Unione Sovietica più ardentemente di quanto abbiano fatto i leader sovietici stessi”. Il leader stalinista Enver Hoxha etichettò Zhivkov come una piccola cellula che avrebbe fatto qualunque cosa Chruščëv o il KGB avessero detto. Nonostante Zhivkov non divenne mai un despota come Stalin, dal 1981, passato ai 70 anni, il suo regime divenne sempre più corrotto e autocratico. Verso la fine del suo governo, cercò di effettuare timidi cambiamenti per modernizzare la Bulgaria, introducendo versioni più attenuate della glasnost’ e della perestrojka di Michail Gorbačëv. Questi tentativi non riuscirono a impedire la caduta del comunismo e la sua personale sconfitta. La campagna per “bulgarizzare” i nomi dei Turchi residenti nel Paese (che portò tra l’altro a un esodo dalla Bulgaria alla Turchia nel 1985), contribuì alla sua caduta.

Alla fine del 1989, Zhivkov fu espulso dalla Presidenza e dal Partito Comunista Bulgaro. Il partito rinunciò subito dopo al suo monopolio sul potere e nel giugno 1990 si tennero le prime elezioni libere in Bulgaria dal 1931.

Il leader comunista bulgaro fu arrestato nel gennaio 1990. Due anni dopo, fu condannato per malversazione e condannato a sette anni di carcere. Fu comunque autorizzato, a causa della sua salute, a scontare la pena con gli arresti domiciliari. Fu poi assolto dalla Corte Suprema Bulgara nel 1996.

Todor Zhivkov morì di polmonite nel 1998, e gli fu negato un funerale di Stato.

[Con Zhivkov] la Bulgaria divenne, se possibile, l’alleato perfetto per Mosca e il docile esecutore dei dettami moscoviti. Non vi fu mai un cenno di protesta né uno screzio mentre, in tutto il resto del blocco comunista, emergevano a fasi successive, moti di ribellione e insofferenza verso l’URSS (basti pensare alle crisi in Germania Est, Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria, senza dimenticare la stessa Jugoslavia, espulsa dal COMINFORM).

Per anni, l’URSS è stata considerata “la seconda patria dei Bulgari” e, in base ad una legge del 1950, ai cittadini sovietici era attribuita parità di diritti e di doveri con quelli bulgari.

Agli inizi degli anni Ottanta, la Bulgaria assorbiva senza scosse – e anzi, approvava convinta – i due eventi più dirompenti per le democrazie popolari: la “normalizzazione” in Polonia imposta dal generale Jaruzelski e l’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Questa fedeltà “assoluta” era ricompensata da Mosca mediante la cessione di greggio a prezzi speciali che, tuttavia, non avrebbe salvato il Paese dal disastro materializzatosi nel 1989. Allora, dopo decenni di totale immobilismo, per la Bulgaria iniziava una fase assai convulsa sia sotto il profilo politico sia economico, con poche luci e tante ombre, una forte instabilità e frequenti rimpasti di governo. La Costituzione democratica approvata il 12 luglio 1991 sanciva l’avvio di una repubblica unitaria parlamentare sul modello occidentale, nonostante il ruolo, tuttora forte, del Partito Socialista, erede di quello Comunista.

La transizione verso un sistema effettivamente libero e democratico non si rivelò né facile, né indolore. La politica di apertura del nuovo premier, Zhan Videnov, si dovette confrontare con due opposte fazioni: da un lato, l’ala conservatrice del partito e, dall’altra, quella del Presidente della Repubblica Zhelyu Zhelev, fautore di una progressiva integrazione nel sistema politico ed economico euro-atlantico. Il passaggio dal sistema statalista e centralizzato a quello liberale determinava un notevole peggioramento nelle condizioni di vita della popolazione e il malcontento, nel 1996, culminava in violente manifestazioni di piazza, con l’assalto – di manzoniana memoria – alla sede del Parlamento.

In quella fase convulsa erano molti, in Occidente, a temere per la Bulgaria una situazione simile a quella dell’Albania: collasso del sistema finanziario e creditizio, elevato rischio di una rivoluzione civile, evitata solo dalla decisione del governo di indire nuove elezioni nel 1997 – una data decisiva nella storia della Bulgaria e della sua progressiva integrazione nel sistema euro-atlantico.

Alla richiesta di adesione alla Partnership for Peace (PfP) della NATO, faceva seguito una serie di scelte coraggiose in ambito politico, nel quadro di un processo di democratizzazione: abolizione della pena capitale, ratifica della Convenzione Europea sui Diritti delle Minoranze (in base al censimento del 2001, la popolazione della Bulgaria è composta principalmente da Bulgari etnici, 83,9%, con due importanti minoranze: turchi, 9,4%, e Rom, 4,7%, il restante 2% consiste di diverse minoranze più piccole, comprendenti armeni, macedoni, russi, rumeni, ucraini, greci, tatari ed ebrei), che in Bulgaria rappresentano il 16% dell’intera popolazione, miglioramento dei rapporti bilaterali.

Italia, Grecia e Turchia hanno sostenuto la candidatura bulgara, al fine di creare un continuum con il resto dell’Alleanza Atlantica, consapevoli dell’elevata instabilità della regione. Peraltro, nei rapporti tra Atene e Sofia non sono mancati momenti di tensione, come nel 1999, per la questione di uno dei reattori nucleari di Kozloduy che hanno permesso alla Bulgaria di essere il principale esportatore di energia della regione e di cui l’UE ha chiesto, per ragioni di sicurezza, la chiusura – peraltro avvenuta qualche mese dopo.

Dal punto di vista geopolitico, la Bulgaria è, del resto, al centro di grandi progetti infrastrutturali che riguardano l’Europa Sud-Orientale: l’oleodotto dal Mar Nero all’Adriatico, attraverso il porto bulgaro di Burgas e quello albanese di Vlore e, dall’altro, l’autostrada da Trieste a Salonicco, da estendere eventualmente fino a Varna.

Grecia e Bulgaria, per ragioni storiche e strategiche, guardano con attenzione alla Macedonia: a partire dal 2001, hanno offerto supporto militare all’esercito di Skopje, nonostante vi fossero già presenti forze della NATO.

Gli interessi strategici bulgari, come quelli greci, in Macedonia sono storicamente molto forti: nonostante l’affinità tra Bulgari e Macedoni e il moderato ma vivo senso di koinè slava, Sofia ha sempre negato il carattere autonomo della lingua e dell’etnia macedone (visti, rispettivamente, come un dialetto bulgaro ed un gruppo particolare di Bulgari); secondo il Jane’s Sentinel, sembra, inoltre che essa sia coinvolta nel tentato assassinio, nel 1995, del Presidente macedone, Gligorov; dopo una fase di gelo, tuttavia, i rapporti bilaterali hanno conosciuto un netto miglioramento dopo la visita del Primo Ministro macedone, Georgievski, nel 1999.

Ma il governo bulgaro, contrario a un possibile – ma probabilmente poco realistico – ingresso nella NATO di Skopje, teme una possibile influenza serba e islamica in quell’area e un’estensione, entro i propri confini, delle tensioni etniche che caratterizzano la Macedonia: qui continua, infatti, l’attiva guerriglia dei separatisti albanesi sostenuti anche dall’UCK ed è sempre possibile un massiccio esodo di profughi.

L’Ushtria Çlirimtare e Kosovës (UÇK o UCK), nome albanese dell’Esercito di Liberazione del Kosovo, è stata l’organizzazione paramilitare guerrigliera e terroristica kosovaro-albanese che ha operato nei territori serbi del Kosovo e nella vicina vallata di Presevo. La sua azione inizia nel 1996 e acquista rapidamente consensi e forza, riuscendo, in certe fasi, a controllare circa la metà del Kosovo. Ha creato anche un governo per l’indipendenza. Nel giugno 1999 l’UCK fu ufficialmente dissolto ed i suoi membri – a dispetto degli accordi internazionali, firmati dal comandante inglese della Kfor, Mike Jackson e il capo dell’UCK, Hashim Thaci, che prevedevano il loro completo disarmo – andarono a costituire il neonato gruppo armato denominato in inglese Kosovo Protection Corps (KPC) A dispetto degli accordi, continuano a verificarsi scontri a fuoco anche contro le truppe della Kfor (ultima consultazione fonte <http://www.italia-liberazione.it/novecento/uck.html> Data ultima consultazione: 01.05.2012).

Dopo decenni di assoluta e provata “fedeltà”, sono mutati i rapporti con Mosca, nonostante gli accordi di cooperazione militare siglati nel 1992 con la Federazione Russa e l’Ucraina e, nel 1995, con la Bielorussia e la Moldova.

La Russia resta tuttora un attore importante nel Sud Est Europa: le Forze Armate bulgare, infatti, sono in gran parte ancora equipaggiate con mezzi di produzione russa e Mosca, che ha forti interessi in Bulgaria, non intende restare esclusa dai lucrosi appalti nel settore industriale, bellico (fornitura di armamenti) ed energetico.

Mosca non ha gradito la partecipazione di Bulgaria e Romania alla Forza di Pace del Sud Est Europa (MPFSEE), il cui Quartier Generale è proprio in Bulgaria, a Plovdiv e cui partecipano anche Albania, Grecia, Italia, Macedonia, Turchia. Un’idea interessante, lanciata nel 1997, prevedeva anche di creare una Forza Multinazionale del Mar Nero, formata da Bulgaria, Romania, Ucraina, Russia, Georgia e Turchia con compiti di assistenza umanitaria in caso di emergenza.

Rispolverando vecchi e mai sopiti timori di accerchiamento, Mosca ritiene la MPFSEE un ulteriore tentativo di limitare la sua influenza regionale; a più riprese, inoltre, ha espresso irritazione per il progressivo avvicinamento dei suoi ex alleati alle istituzioni euro-atlantiche, ritenuto inutile nel nuovo contesto post bipolare (nel 2001, alcune decisioni delle autorità bulgare hanno determinato nuove tensioni con Mosca: prima l’espulsione di alcuni diplomatici russi – definiti personae non gratae – poi l’introduzione di un visto obbligatorio per i cittadini russi che si fossero recati in Bulgaria).

Di notevole rilevanza strategica è l’accordo firmato nel 1999 con il Kazakistan: imprese bulgare parteciperanno alla realizzazione di una rete di gasdotti e oleodotti per convogliare gli idrocarburi kazaki verso i porti bulgari.

A trarre vantaggio dall’inasprimento nei rapporti russo-bulgari sono stati sia gli USA sia la Turchia – quest’ultima, per anni accusata da Sofia di volersi servire della minoranza turca in Bulgaria per destabilizzarla ed approfittare degli squilibri creati dal Trattato CFE44 nel Sud-Est Europa.

A differenza di altri Paesi dell’area carpato-balcanica, la Bulgaria non ha, all’interno, problemi di conflittualità etnico-religiosa: nel Paese, a stragrande maggioranza ortodossa, vive una minoranza turca – oltre il 9% della popolazione – di religione islamica, che non manifesta pulsioni fondamentaliste e ha, al contrario, una vocazione secolare e laica. (altro…)

NRDC-ITA: visita del comandante delle forze terrestri alleate di Izmir, gen Hodges, per aggiornamento sulla riorganizzazione di NRDC-ITA in JTF HQ

Domani, martedí 29 aprile, alle 9, il generale Frederich B.Hodges, comandante dell’Allied Land Command (Comando delle Forze Terrestri Alleate – LANDCOM) di Izmir, in Turchia, visiterà il Corpo d’armata di reazione rapida della NATO in Italia (NRDC-ITA), nella caserma Ugo Mara di Solbiate Olona.

Il generale Hodges verrà accolto dal generale Giorgio Battisti, comandante di NRDC-ITA. Durante la visita verranno presentate le caratteristiche peculiari del comando di Solbiate Olona e lo stato di avanzamento del progetto di riorganizzazione in Joint Task Force Headquarters (JTFHQ), un ruolo che si aggiungerà a quelli di Land Component Command e di Corpo d’armata multinazionale.

Questa trasformazione, con cui l’Italia consolida la propria presenza nell’Alleanza, consentirà di trarre dalle capacità già esistenti una ulteriore opzione di comando e controllo per le operazioni, nel senso della flessibilità e della versatilità interforze.

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Fonte e foto: NRDC-ITA PAO