Yemen

Aqap: dallo Yemen alla Francia? Il “marchio Bin Laden” in Occidente

AQAP3By Luca Maiotti

“Noi ti diciamo solo che siamo i difensori del Profeta e che io, Chérif, sono stato inviato da Al-Qa’ida dello Yemen e che è da là che sono partito e che è lo Sheik Anwar al-Awlaki che mi ha finanziato.”

Contattato al telefono da un giornalista di BFM-TV, primo canale di informazione francese, Chérif Kouachi indicava esplicitamente un mandante per l’attacco alla sede di Charlie Hebdo.

A cosa si riferisce quando cita “Al-Qa’ida dello Yemen”? Quali legami ha questa formazione con l’Isis?

AQAP. L’organizzazione Al-Qa’ida in the Arabian Peninsula (AQAP) è nata nel 2009 dall’unione del ramo saudita e del ramo yemenita di Al-Qa’ida. E’ considerata una delle più pericolose tra le filiali nate del “marchio” di Bin Laden per la sua capacità di mantenere vivo il conflitto nella penisola arabica, senza per questo trascurare gli obiettivi occidentali. Questa scelta, che denota una certa profondità strategica, è singolare per questo tipo di organizzazioni che solitamente si concentrano o sul “nemico vicino” o sul “nemico lontano”.

AQAP può essere considerata a pieno titolo l’ultimo stadio di un percorso jihadista che muove i suoi primi passi dal calderone della guerra in Afghanistan – quella degli anni 1979-1989 – e si afferma dopo il 2009 come una delle più determinate e resistenti organizzazioni della galassia estremista.

Come riporta Jonathan Masters, già alla fine degli anni ‘80 Saleh accolse a braccia aperte i guerriglieri yemeniti d’Afghanistan, servendosene per continuare la lotta contro la Repubblica Popolare dello Yemen di fede marxista e sedare i focolai di ribellione al sud dopo l’unificazione. Questo pericoloso laissez-faire favorì la formazione e la ricomposizione di diversi gruppi jihadisti – Jihad Islamico dello Yemen; Armata Islamica dell’Aden-Abyan; Al-Qa’ida in Yemen. Cresciuto sensibilmente negli anni ‘90, il nucleo di jihadisti era riuscito non solo a condurre attacchi contro l’esercito e le istituzioni yemenite, ma aveva anche raggiunto obiettivi occidentali – il destroyer USS Cole nel 2000 e la petroliera francese Limburg nel 2002.

2003: il tornante. Il passaggio dal 2002 al 2003 segnò una svolta. Da una parte l’amministrazione Bush costrinse il governo Saleh ad attivare una politica anti-terrorismo più aggressiva, mentre dall’altra cominciò a utilizzare attivamente i droni per eliminare i guerriglieri. Queste operazioni privarono momentaneamente il gruppo di leadership – la prima uccisione fu proprio il capo di Al-Qa’ida in Yemen, Abu Ali Al-Harithi – ma non riuscirono a sradicare l’organizzazione dal territorio.

Alcuni analisti accusarono Saleh di aver sottovalutato – o addirittura rinforzato – la presenza jihadista nel paese: stretto tra i secessionisti del sud e i ribelli al nord, il controverso regime di San’a ha lungamente basato la sua legittimità agli occhi dei governi occidentali sul proseguimento della lotta antiterrorismo. In altre parole, un possibile ritorno in forze della minaccia jihadista avrebbe significato un rinnovato appoggio occidentale al governo centrale. Nel novembre 2005, i 20 milioni di dollari di fondi USAID stanziati annualmente per lo Yemen furono sospesi, insieme alla sostanziale riduzione (da 420 milioni a 280 milioni di dollari) dei fondi della Banca Mondiale destinati al paese a causa dell’altissimo tasso di corruzione del governo yemenita. Nel febbraio 2006, 23 membri di Al-Qa’ida – compreso l’attuale capo, Nasser al-Wuhayshi – evasero di prigione attraverso un tunnel, rimettendo rapidamente in moto l’intera macchina jihadista.

La repressione operata del governo dell’Arabia Saudita sul proprio territorio nel 2008 portò alla creazione di Al Qa’ida nella Penisola Arabica l’anno successivo, organizzazione nata dall’unificazione della branca yemenita con quella saudita. Complice l’indebolirsi delle basi Al-Qa’ida in Pakistan, AQAP è divenuta oggi uno dei centri più attivi del jihad mondiale, passando da 2-300 elementi nel 2009 a circa 1.000 nel 2014, secondo le stime di Gregory Johnsen.

Anwar al-Awlaki. Citato da Chérif Kouachi nella telefonata, Anwar al-Awlaki è considerato uno dei più importanti esponenti di Al-Qa’ida, in particolare di AQAP. Cittadino americano-yemenita, è stato uno dei fondatori di Inspire, la rivista di propaganda jihadista in lingua inglese. E’ stato ucciso il 30 settembre 2011 da un drone americano in Yemen, ma la portata del suo messaggio rimane ancora intatta tra i militanti.

Quali contatti Stato Islamico-AQAP? Nell’agosto 2014, AQAP aveva espresso solidarietà per le azioni dello Stato Islamico in un messaggio sul sito Al-Manbar, aggiungendo anche dei consigli pratici per limitare i danni dei bombardamenti americani. Nonostante un’evidente somiglianza nei metodi, le due organizzazioni restano però distinte. Nel novembre 2014, Sheikh Harith al-Nadhari – l’attuale guida spirituale dell’AQAP – aveva addirittura definito illegittimo il califfato di Abu Bakr al-Baghdadi, accusato di aver costretto la umma (la nazione islamica) a giurare fedeltà allo Stato Islamico, tracciando così un solco tra i gruppi jihadisti. Secondo il Site Intelligence Group al-Nadhari dichiarava che AQAP era stata “sorpresa” dal fatto che lo Stato Islamico avesse proclamato il califfato su territori su cui non esercitava alcuna autorità, e che li considerasse province di loro appartenenza.

Le due organizzazioni sembrano comunque avere obiettivi diversi, almeno nel breve-medio termine: Emile Hokayem, nel rapporto annuale dell’Institut international d’études stratégiques (IISS) del 2014, definiva l’ISIS meno pericoloso delle filiali di Al-qa’ida perché concentrato su un obiettivo regionale, mentre vedeva queste ultime più determinate a colpire obiettivi distanti dai propri centri operativi.

Nonostante una certa convergenza ideologica, l’irrompere sulla scena jihadista di un attore come lo Stato Islamico ha reso necessaria una presa di posizione delle altre filiali di Al-Qa’ida.

Sebbene ci sia un viavai di miliziani tra i due gruppi, la differenza di obiettivi e la lotta interna per una leadership – quantomeno di prestigio – dei movimenti jihadisti mondiali rendono improbabile una possibile unione allo stato attuale delle cose.

Luca Maiotti

Foto fornita dall’autore

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Camp Lemonnier, la base segreta contro il terrorismo affollata di drone americani

È una vecchia base militare francese, cotta dal sole nel cuore del Terzo mondo. Camp Lemonnier, in Gibuti, era una base della Legione straniera.

Una decina di anni fa ha cominciato a dare appoggio di terra ai marine americani che cominciavano a prender piede nell’area, punto strategico nell’Africa orientale, e in poco tempo, da ricovero temporaneo quale sembrava dovesse essere, Camp Lemonnier è stata trasformata in una base per drone americani impiegati nella lotta al terrorismo in Africa.

Da due anni è la base più affollata di Predator al di fuori dell’Afghanistan. Ci sono circa sedici decolli e atterraggi al giorno sulla pista assolata.

Camp Lemonnier è un hub di cinquecento acri di terreno dove ufficialmente si lavora contro il terrorismo. Ma dove segretamente vengono pianificate le operazioni con i veicoli senza pilota da trecento uomini delle operazioni speciali in incognito.

È un articolo di Stars & Stripes a riportare i tentativi di giornalisti americani di entrare nella base anche solo per una veloce intervista. Concessa senza problema dal comandante della base, il generale americano Ralph O. Baker, ma in un hotel di lusso in città lontano dalla concertina della base.

Nella migliore tradizione dei public affairs americani, il generale comandante non ha rifiutato l’incontro neppure con un giornalista che si è presentato senza preavviso, ma non ha risposto alle domande sulle operazioni con drone su Somalia e Yemen, e per il resto si è mantenuto piuttosto sul vago.

Anche l’Africa Command ha acconsentito a dare informazioni sulla base, ma ha parlato solo di aerei da guerra – a Camp Lemonnier c’è uno squadrone di F-15E Strike Eagle da un anno, si apprende dall’articolo – e non delle loro missioni. Sembrerebbe, secondo fonti anonime della Difesa americana riferite da Stripes, che questi F-15 vengano impiegati in Yemen nella crescente lotta ad al-Qaeda in area.

Proprio in quest’ottica, i 300 uomini delle operazioni speciali stanno per diventare 1.100 in un programma di allargamento della base e delle operazioni secondo una strategia di incremento delle operazioni con veicoli senza pilota.

Fonte: Stars & Stripes

Foto dal blog Djohn’s Djibouti Journal

Una base della CIA in Yemen. La guerra degli USA contro l’AQAP, la filiale yemenita di al-Qaeda

Se ne era già parlato nel novembre scorso senza troppi indugi. Gli Stati Uniti hanno la ferma intenzione di colpire l’al-Qaeda dello Yemen, AQAP (al-Qaeda in the Arabian Peninsula), e il primo passo è quello di creare una base della Central Intelligence Agency (CIA) nell’area.

Il progetto non rappresenta una novità, nemmeno dal punto di vista mediatico. Ma l’argomento è stato ripreso nuovamente dalla stampa internazionale. Stavolta è stata l’Associated Presse (qui via Stars and Stripes) a riportarlo in auge e il Los Angeles Times a riprenderlo. Di veramente nuovo, giornalisticamente parlando, c’è che gli States sarebbero sul punto di organizzare un attacco con i loro drone sullo Yemen.

E’ il momento giusto per parlarne, ora che i veicoli senza pilota hanno dimostrato la loro utilità in Pakistan, esattamente com’era il momento giusto allora parlare di una base della CIA in Yemen, quando una serie di pacchi bomba spediti via aerea terrorizzava voli cargo e aeroporti del globo.

E sarebbe anche il momento giusto per agire. Al momento lo Yemen è in preda al caos per le recenti manifestazioni di piazza contro il governo. Lo stesso presidente Ali Abdullah Saleh, ufficialmente allineato con gli Stati Uniti nell’attività antiterroristica, è fuori paese per un periodo di convalescenza dopo essere stato ferito durante un attacco armato contro il palazzo presidenziale lo scorso 3 giugno.

Secondo una fonte di intelligence, cita l’LA Times, sarebbe stato lo stesso presidente Barack Obama ad autorizzare apertamente l’espansione dell’attività antiterroristica nello Yemen, vista la minaccia costante che l’AQAP continua a rappresentare nei confronti degli USA.

Un’azione in questo senso mentre il paese è in preda al caos senza il leader contestato potrebbe essere letta come un intervento tempestivo con le maggiori garanzie di successo. Sia nell’immediato, sia per il futuro, nel caso in cui un nuovo eventuale governo non presentasse la stessa disponibilità nei confronti degli USA nella lotta al terrorismo.

Ma un attacco di drone sullo Yemen, dove sono in corso non solo proteste a favore della democrazia, ma anche dispute tribali e spostamenti di militanti con legami qaedisti, potrebbe rappresentare la mano dal cielo in aiuto al presidente amico degli States.

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Dopo Iraq e Afghanistan, gli USA pensano allo Yemen (17 novembre 2010)

Fonte: Los Angeles Times, Associated Press via Stars and Stripes

Foto: mappa BBC

Dopo Iraq e Afghanistan, gli USA pensano allo Yemen

La smobilitazione dall’Iraq potrebbe andare a tutto vantaggio della costituzione di nuove basi statunitensi in Yemen per combattere al-Qaeda.

Per il Wall Street Journal, che ieri ha fatto sapere dell’interesse americano a un ruolo di maggior rilievo in Yemen, gli Stati Uniti starebbero pigiando sull’acceleratore già da un po’ per consegnare urgentemente equipaggiamenti allo Yemen e costituire le basi per una campagna antiterrorismo senza esclusione di colpi.

La questione è come intervenire contro il nucleo qaedista yemenita AQAP (Al-Qaeda in the Arabian Peninsula), responsabile della recente spedizione di pacchi bomba tramite aerei cargo; ovvero se inserire nel territorio forze scelte statunitensi per l’addestramento dei militari delle forze armate yemenite o se implementare le risorse di intelligence, con gli 007 della CIA (Central Intelligence Agency).

Finora l’intelligence americana sul territorio non ha dato i risultati sperati. Si è appoggiata ai servizi sauditi, che pure hanno informatori nelle aree tribali, ma non ha raggiunto il livello auspicato di efficacia. Nell’impasse, la CIA e altre agenzie stanno trasferendo equipaggiamenti e materiali da altre aree, fa sapere l’articolo, espandendo anche i team di esperti nell’analisi del fenomeno AQAP. Il punto è come espandersi nell’area in questione.

Il governo dello Yemen appare riluttante nel ricevere addestratori statunitensi per le proprie truppe da posizionare nelle basi sul territorio. “Perché creare problemi inutili?”, chiede un ufficiale. Si metterebbero le basi per il pregiudizio secondo cui gli americani sarebbero invasori sul suolo yemenita.

Piuttosto meglio una fornitura di elicotteri e di visori notturni a sostegno delle missioni nelle aree più remote.

Lo Yemen possiede delle unità antiterrorismo addestrate dalle forze speciali statunitensi. La lotta al male, tuttavia, non si è rivelata soddisfacente. Nel corso dell’anno gli yemeniti si sono fatti scappare un paio di volte un bersaglio importante e hanno perso molti uomini.

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Caccia ai “nemici del Pakistan”: iniziato il conto alla rovescia per la battaglia finale (15 giugno 2009)

Al-Qaeda starebbe traslocando dal Pakistan in Somalia e Yemen (13 giugno 2009)

Fonte: Wall Street Journal

Foto: Obama and CIA/100spiare.it; Map locating routes of planes carrying bombs from Yemen; commercial flights were involved in addition to cargo flights/www.dailyme.com; Yemen’s female Counter Terrorism Unit at a base in Sanaa/The Christian Science Monitor.

Caccia ai “nemici del Pakistan”: iniziato il conto alla rovescia per la battaglia finale

pak_taleb_all_466mapSarà la battaglia più dura, perché sarà l’ultima. Mentre il ministro dell’Interno pakistano Rehman Malik rivela alla polizia a Islamabad che la lotta ai nemici del Pakistan non si ferma (“Continueremo a combattere finché l’ultimo talebano, militante, nemico del Pakistan se ne sarà andato”), un ex ufficiale appartenente all’Inter-Services Intelligence (Isi), Asad Munir, ora in pensione, va oltre e afferma che la battaglia conclusiva, ormai alle porte, sarà violenta in quanto tutte le forze ostili – dai jihadisti ai qaedisti, passando attraverso i vari gruppi – si riuniranno insieme: si tratta della loro lotta per la sopravvivenza. Perdere il Waziristan significa non avere più nascondigli da offrire ai capi.

La notizia secondo cui l’operazione finale sarebbe in fase di realizzazione anche se non ancora scattata, “benché sia iniziato il conto alla rovescia”, avrebbe già ricevuto una conferma dal governatore della provincia della North West Frontier Awais Ahmed Ghani.

Contro il capo talebano maggior alleato di al Qaeda, Baitullah Mehsud, l’esercito del Pakistan si starebbe dunque rafforzando a dimostrazione di un impeto finora dimenticato, tanto da far leggere questo atto come una Waterloo per al Qaeda come fa notare l’articolo di Reuters Canada riportando il parere di esperti militari.

Si avvalora dunque l’informazione data da ufficiali americani secondo cui al Qaeda starebbe lasciando il Pakistan per raggiungere Somalia e Yemen, aree più propizie alla condotta di operazioni ribelli.

Uno degli aspetti che rendono più difficile la caccia ai “nemici del Pakistan” è il fatto che i qaedisti si nascondono tra la popolazione civile. Non solo. Le continue incursioni di esercito governativo e di drone americani nello Swat e nel Waziristan spingono i civili a lasciare l’area, ponendo i presupposti per una emergenza umanitaria di proporzioni ragguardevoli. Chi ci rimette come sempre in queste situazioni limite è dunque la popolazione inerme stretta tra due fuochi.

Intanto il direttore della Cia Leon Panetta si dice convinto che Osama Bin Laden si trovi in Pakistan. Un’icona che tuttavia oggi è meno importante di quanto lo sia stata in passato, con un Pakistan nucleare che si riscopre altamente operativo a ridosso dei disordini post-elettorali in Iran e delle intemperanze muscolari della Corea del Nord. In questo quadro, poi, non va trascurata neppure la conferma del sentiment anti-occidentale nello Yemen.

Fonte: Reuters Canada

Foto: Bbc

Al-Qaeda starebbe traslocando dal Pakistan in Somalia e Yemen

somalia_yemenAl Qaeda starebbe lasciando le aree tribali del Pakistan per insediarsi in Somalia e nello Yemen, secondo quanto riportato oggi 13 giugno dal quotidiano pakistano di Lahore Daily Times.

La notizia fa seguito alle dichiarazioni di ufficiali statunitensi convinti che dozzine di combattenti qaedisti e un manipolo di loro capi si stia trasferendo in zone più propizie alla causa, quali appunto la Somalia e lo Yemen.

Per la loro situazione politica entrambi questi paesi rappresentano al momento aree di sviluppo per la campagna jihadista: la Somalia si trova in un caos tale da “avere una forte somiglianza con l’Afghanistan immediatamente prima dell’11 settembre”, e il continuo afflusso di combattenti potrebbe peggiorare la situazione ai danni del governo di Mogadiscio, mentre lo Yemen ha un governo debole, e la presenza di qaedisti farebbe aumentare il livello di minaccia.

Non è neppure escluso, tuttavia, che a dare impulso a questo trasloco siano proprio le intensificazioni degli attacchi di drone.

Leon Panetta, direttore della Cia dallo scorso febbraio, si era già espresso giovedì esortando a impedire la creazione di un nuovo santuario di Al Qaeda.

Fonte: Daily Times

Foto: Bbc

Libano: la Uss Cole presto davanti a Beirut

 

La notizia dell’attraversamento del canale di Suez da parte del cacciatorpediniere lanciamissili americano Uss Cole crea disagio tra le forze politiche libanesi.

Già a fine febbraio la decisione statunitense di inviare un gruppo navale, tra cui anche il caccia lanciamissili Uss Cole ricostruito dopo l’attacco terroristico subito nel 2000 nello Yemen, aveva provocato la reazione degli Hezbollah convinti che si trattasse di una intimidazione.

Oggi il quotidiano libanese As-Safir riporta la dichiarazione di una fonte riferita all’opposizione secondo cui la minaccia dell’uso della forza da parte degli Stati Uniti implicherà l’abbandono del rispetto delle “poche linee rosse” osservate in campagna elettorale.

Mentre una fonte filo-governativa riferisce ad As-Safir di non scommettere sugli Stati Uniti o altri, ma di condannare comunque ogni interferenza straniera. Ribadendo così la disponibilità al dialogo.

Da oltre un anno il Libano vive un blocco politico in attesa del nuovo governo.

L’arrivo della forza navale americana potrebbe riaccendere la tensione con la Siria.