Gen 15, 2015
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Aqap: dallo Yemen alla Francia? Il “marchio Bin Laden” in Occidente

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AQAP3By Luca Maiotti

“Noi ti diciamo solo che siamo i difensori del Profeta e che io, Chérif, sono stato inviato da Al-Qa’ida dello Yemen e che è da là che sono partito e che è lo Sheik Anwar al-Awlaki che mi ha finanziato.”

Contattato al telefono da un giornalista di BFM-TV, primo canale di informazione francese, Chérif Kouachi indicava esplicitamente un mandante per l’attacco alla sede di Charlie Hebdo.

A cosa si riferisce quando cita “Al-Qa’ida dello Yemen”? Quali legami ha questa formazione con l’Isis?

AQAP. L’organizzazione Al-Qa’ida in the Arabian Peninsula (AQAP) è nata nel 2009 dall’unione del ramo saudita e del ramo yemenita di Al-Qa’ida. E’ considerata una delle più pericolose tra le filiali nate del “marchio” di Bin Laden per la sua capacità di mantenere vivo il conflitto nella penisola arabica, senza per questo trascurare gli obiettivi occidentali. Questa scelta, che denota una certa profondità strategica, è singolare per questo tipo di organizzazioni che solitamente si concentrano o sul “nemico vicino” o sul “nemico lontano”.

AQAP può essere considerata a pieno titolo l’ultimo stadio di un percorso jihadista che muove i suoi primi passi dal calderone della guerra in Afghanistan – quella degli anni 1979-1989 – e si afferma dopo il 2009 come una delle più determinate e resistenti organizzazioni della galassia estremista.

Come riporta Jonathan Masters, già alla fine degli anni ‘80 Saleh accolse a braccia aperte i guerriglieri yemeniti d’Afghanistan, servendosene per continuare la lotta contro la Repubblica Popolare dello Yemen di fede marxista e sedare i focolai di ribellione al sud dopo l’unificazione. Questo pericoloso laissez-faire favorì la formazione e la ricomposizione di diversi gruppi jihadisti – Jihad Islamico dello Yemen; Armata Islamica dell’Aden-Abyan; Al-Qa’ida in Yemen. Cresciuto sensibilmente negli anni ‘90, il nucleo di jihadisti era riuscito non solo a condurre attacchi contro l’esercito e le istituzioni yemenite, ma aveva anche raggiunto obiettivi occidentali – il destroyer USS Cole nel 2000 e la petroliera francese Limburg nel 2002.

2003: il tornante. Il passaggio dal 2002 al 2003 segnò una svolta. Da una parte l’amministrazione Bush costrinse il governo Saleh ad attivare una politica anti-terrorismo più aggressiva, mentre dall’altra cominciò a utilizzare attivamente i droni per eliminare i guerriglieri. Queste operazioni privarono momentaneamente il gruppo di leadership – la prima uccisione fu proprio il capo di Al-Qa’ida in Yemen, Abu Ali Al-Harithi – ma non riuscirono a sradicare l’organizzazione dal territorio.

Alcuni analisti accusarono Saleh di aver sottovalutato – o addirittura rinforzato – la presenza jihadista nel paese: stretto tra i secessionisti del sud e i ribelli al nord, il controverso regime di San’a ha lungamente basato la sua legittimità agli occhi dei governi occidentali sul proseguimento della lotta antiterrorismo. In altre parole, un possibile ritorno in forze della minaccia jihadista avrebbe significato un rinnovato appoggio occidentale al governo centrale. Nel novembre 2005, i 20 milioni di dollari di fondi USAID stanziati annualmente per lo Yemen furono sospesi, insieme alla sostanziale riduzione (da 420 milioni a 280 milioni di dollari) dei fondi della Banca Mondiale destinati al paese a causa dell’altissimo tasso di corruzione del governo yemenita. Nel febbraio 2006, 23 membri di Al-Qa’ida – compreso l’attuale capo, Nasser al-Wuhayshi – evasero di prigione attraverso un tunnel, rimettendo rapidamente in moto l’intera macchina jihadista.

La repressione operata del governo dell’Arabia Saudita sul proprio territorio nel 2008 portò alla creazione di Al Qa’ida nella Penisola Arabica l’anno successivo, organizzazione nata dall’unificazione della branca yemenita con quella saudita. Complice l’indebolirsi delle basi Al-Qa’ida in Pakistan, AQAP è divenuta oggi uno dei centri più attivi del jihad mondiale, passando da 2-300 elementi nel 2009 a circa 1.000 nel 2014, secondo le stime di Gregory Johnsen.

Anwar al-Awlaki. Citato da Chérif Kouachi nella telefonata, Anwar al-Awlaki è considerato uno dei più importanti esponenti di Al-Qa’ida, in particolare di AQAP. Cittadino americano-yemenita, è stato uno dei fondatori di Inspire, la rivista di propaganda jihadista in lingua inglese. E’ stato ucciso il 30 settembre 2011 da un drone americano in Yemen, ma la portata del suo messaggio rimane ancora intatta tra i militanti.

Quali contatti Stato Islamico-AQAP? Nell’agosto 2014, AQAP aveva espresso solidarietà per le azioni dello Stato Islamico in un messaggio sul sito Al-Manbar, aggiungendo anche dei consigli pratici per limitare i danni dei bombardamenti americani. Nonostante un’evidente somiglianza nei metodi, le due organizzazioni restano però distinte. Nel novembre 2014, Sheikh Harith al-Nadhari – l’attuale guida spirituale dell’AQAP – aveva addirittura definito illegittimo il califfato di Abu Bakr al-Baghdadi, accusato di aver costretto la umma (la nazione islamica) a giurare fedeltà allo Stato Islamico, tracciando così un solco tra i gruppi jihadisti. Secondo il Site Intelligence Group al-Nadhari dichiarava che AQAP era stata “sorpresa” dal fatto che lo Stato Islamico avesse proclamato il califfato su territori su cui non esercitava alcuna autorità, e che li considerasse province di loro appartenenza.

Le due organizzazioni sembrano comunque avere obiettivi diversi, almeno nel breve-medio termine: Emile Hokayem, nel rapporto annuale dell’Institut international d’études stratégiques (IISS) del 2014, definiva l’ISIS meno pericoloso delle filiali di Al-qa’ida perché concentrato su un obiettivo regionale, mentre vedeva queste ultime più determinate a colpire obiettivi distanti dai propri centri operativi.

Nonostante una certa convergenza ideologica, l’irrompere sulla scena jihadista di un attore come lo Stato Islamico ha reso necessaria una presa di posizione delle altre filiali di Al-Qa’ida.

Sebbene ci sia un viavai di miliziani tra i due gruppi, la differenza di obiettivi e la lotta interna per una leadership – quantomeno di prestigio – dei movimenti jihadisti mondiali rendono improbabile una possibile unione allo stato attuale delle cose.

Luca Maiotti

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