Ago 7, 2012
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Italia: non è più pappa e ciccia. E ora Equitalia vuole anche l’osso

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By Vincenzo Ciaraffa

Da quando è iniziata la crisi economica e finanziaria che sta rovinando l’esistenza a milioni d’italiani, sempre più spesso il cittadino comune, il cosiddetto uomo della strada, si domanda perché mai siamo arrivati a questo punto e com’è che il Paese si ritrova il terzo debito pubblico più alto al mondo.

In effetti, aldilà del posto che occupa nella graduatoria dei disastri economici mondiali, quello nostro è un debito davvero colossale che  – da come si stanno mettendo le cose in zona euro –  lo Stato italiano potrà estinguere soltanto se confischerà stipendio e risparmi ai cittadini, lasciando loro giusto di che nutrirsi e, forse, vestirsi. Sempre che Padre Pio non si produca nel miracolo di far rinsavire la classe politica e dirigente, ma l’impresa la vediamo dura anche per un taumaturgo del suo calibro.

Comunque,  nonostante che al loro posto altri popoli avrebbero già impugnato forche e forconi, nella testa degli incazzatissimi italiani al momento si agita soltanto una pacifica domanda: “Perché siamo arrivati a questo punto?”.

Rispondere a tale interrogativo sarebbe difficile anche per un esperto di vicende italiane perché le cause dello sfascio economico sono tantissime e, perciò, bisognerebbe vivisezionare quasi settant’anni di storia repubblicana per capire dove siano andati a finire i 2mila miliardi di euro che mancano all’appello.

Nel nostro piccolo, tuttavia, al lettore almeno un’idea di come sia stata dilapidata quella montagna di miliardi la possiamo dare grazie a qualche esempio, o anche soltanto invitandoli a guardarsi intorno quando vanno a passeggio per le nostre città, ma su quest’ultimo punto ritorneremo dopo.

Fino all’inizio della stagione di Tangentopoli, a Gissi, un paesello di tremila abitanti abbarbicato sulle colline intorno a Chieti, fu costruito un ospedale da 200 posti letto, una piscina olimpionica, il Palazzetto dello Sport, il bocciodromo, lo stadio, il mercato coperto, la caserma della Guardia Forestale e le scuole di ogni ordine e grado, dalla materna a quella superiore, roba che neppure l’avanzatissima Svezia del tempo poteva permettersi.

Sapete perché un borgo come Gissi ebbe un posto letto in ospedale per ogni 15 abitanti mentre oggi gli ospedali siamo costretti a chiuderli nei grossi centri urbani per mancanza di soldi?

Perché era il centro del feudo politico di Remo Gaspari, un capataz di spicco dell’allora Democrazia Cristiana che fu per ben sedici volte Ministro della Repubblica con effetti sull’erario che furono all’altezza di Gissi. Infatti, quando Gaspari divenne titolare dello specifico dicastero, le Poste Italiane  – che già erano messe male – subirono la più sfacciata, anti meritocratica  infornata di raccomandati, specialmente abruzzesi,  che la storia della nostra sfortunata Repubblica ricordi!

Quel tipo di dissennata “generosità”, oltre alle dazioni tangentizie e politiche, produsse il risultato di drogare l’economia e, purtroppo, il nostro stesso sistema di vita senza che ce ne rendessimo conto.

La droga si chiamò, di volta in volta, assunzioni clientelari, pensioni d’invalidità elargite a persone che scoppiavano di salute, e perfino pensioni di anzianità concesse a chi aveva meno di quarant’anni d’età grazie ad astrusi computi, resi possibili da leggi varate per fini di bottega, senza parlare dell’apertura di cantieri che non costruivano niente. A tale proposito chi scrive ricorda un cantiere della costruenda Metropolitana aperto nella piazza Plebiscito di Napoli all’inizio degli anni ’90, sotto la Prefettura, in cui non si vide mai lavorare un operaio, mai scavare un buco, né entrare, o uscire, un camion e che, come per incanto, sparì non appena ebbe inizio Tangentopoli.

Lungi dall’indurci a riflettere su di un benessere che si fondava sull’indebitamento dello Stato, tutto ciò dava a noi italiani  – piuttosto accomodanti in fatto di gestione della cosa pubblica –  un senso d’inesauribile benessere.

In realtà sguazzavamo, gaudenti, nei proventi derivanti dalla compravendita della nostra acquiescenza verso il potere politico e che era da questo spacciata per consenso. D’altronde, se osservato con occhio critico, anche l’ambiente che ci circonda è capace di rappresentarci un altro esempio dell’insensato dispendio di quel denaro. Avete mai fatto caso, ad esempio, che nelle nostre città molte strade recano la denominazione doppiata?

Sì, doppiata perché al nome della strada già riportato su di una piccola lastra marmorea affissa sui muri degli edifici cittadini da tempi immemori, negli anni si è aggiunta un’altra tabella riportante la medesima intestazione, sicché il nome di molte strade è due volte indicato. Dato che ai Comuni non deve essere costato poco ri-tabellare le proprie strade, viene da domandarsi perché è stato speso del pubblico denaro per una cosa così stupida. Sicuramente vi sarà il funzionario di qualche Ufficio Tecnico Comunale pronto a fornire una spiegazione giustificativa in proposito ma, quant’anche esistesse un milione di giustificazioni, questo non farebbe diventare intelligente un fatto stupido o, quantomeno, sospetto.

Sebbene sintetizzato in soli due esempi, crediamo che il criterio con cui è stato “amministrato” il nostro Paese per quasi settant’anni appaia abbastanza chiaro al lettore ma, ove non lo fosse ancora, suggeriamo di guardare la pubblicità emergente.

Fino a pochissimi anni fa  – quando sembrava che di pappa e ciccia ve ne fosse in abbondanza –  le banche (uniche ad aver tratto benefici della catastrofe in atto) e le finanziarie facevano generoso ricorso a delle pubblicità che reclamizzavano la concessione di prestiti a impiegati, operai, precari, pensionati e perfino ai protestati. Sopravvenuta, com’era prevedibile ma da nessun esperto previsto, la catastrofe finanziaria  –  e, quindi, sparita la ciccia –  un ottuso sistema fiscale con le sembianze di Equitalia ora vuole anche l’osso. E non è un modo di dire. Infatti, nelle nostre città è, ormai, tutto un proliferare d’insegne e tabelloni pubblicitari di negozi (i Monti di Pietà dell’impero dell’euro) che invitano a vendere i vecchi monili d’oro che quasi ogni famiglia possiede in casa, come le collanine regalate al battesimo dei figli o gli anellini ricordo della loro prima Comunione. Perfino su alcune emittenti ha preso a fare capolino una pubblicità che in televisione non si era mai vista prima d’oggi: “Compro oro vecchio in contanti”.

Non possiamo, non dobbiamo e non vogliamo fare previsioni catastrofiche per il futuro e, tuttavia, diviene davvero difficile resistere alla tentazione di affermare che la fila al Monte di Pietà era l’inevitabile epilogo di una Repubblica che non è mai riuscita a diventare Res publica.

Vincenzo Ciaraffa

Foto: la vignetta di Staino è presa da PaperBlog

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