Algeria

Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/15 – Interviste conclusive, testimonianze di frustrazione

2012-10-08-mastromatteo_02By Luca Maiotti

Le conclusioni e le ultime interviste della tesi Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, di Luca Maiotti

Conclusioni

L’obiettivo di questo elaborato è esplorare le sfaccettature dell’identità saharawi, cercando di coglierne gli elementi essenziali e i fattori che ne hanno determinato il passaggio da una società classicamente tribale a una società “nuova”, derivata da una tipologia di identità differente da quella di partenza.

Ci si è soffermati sulle cause e sugli effetti di questo passaggio, evidenziando come l’esperienza dell’esilio, della guerra e della vita nei campi dei rifugiati abbiano avuto dei riflessi immediati – e siano stati a loro volta influenzati – sulla società rivoluzionaria che si era creata.

Ciò che resta oggi è una società in sospensione, che attende decisioni che non prende più in prima persona. La colonizzazione nei Territori Occupati e il tergiversare dei colloqui continuano ad affievolire la tensione verso l’obiettivo finale – l’esercizio del diritto di autodeterminazione in uno stato sovrano – che è stato il fattore principale di spinta verso il rinnovamento della società saharawi.

Oggi, 40 anni dopo la nascita del Fronte Polisario, sorgono sempre maggiori dubbi sulla scelta del cessate il fuoco – e c’è da tenere a mente non è una pace – presa nel 1991, nell’indifferenza quasi totale dell’opinione pubblica internazionale e dell’ONU, che continua a limitarsi a sterili dichiarazioni. Nelle testimonianze che ho potuto raccogliere, l’impazienza e la frustrazione sono l’elemento che chiude quasi tutte le interviste.

Questo elaborato rimane comunque incompleto sotto molti punti di vista. Il rimpianto maggiore è quello di non aver potuto raccogliere in modo adeguato la voce di una parte fondamentale della società saharawi – la voce delle donne – per poter gettare uno sguardo completo sull’insieme delle problematiche attraverso un punto di vista che è contemporaneamente uguale e diverso da quello degli uomini.

Allo stesso modo, per un lavoro che si possa definire rigoroso, avrei dovuto cercare di fare un vero lavoro di terreno, ovvero andare nei campi o nel Sahara Occidentale perché, come mi ha detto Ali Salek:

“Tra il vero e il falso ci sono 4 dita, la distanza che c’è tra quello che senti e quello che vedi [mettendosi 4 dita tra l’orecchio destro e l’occhio destro]”

Ci sono moltissimi altri spunti per approfondire o ampliare la base su cui ho lavorato. Per esempio si potrebbe procedere a confrontare il concetto di identità saharawi intervistando persone dei capi dei rifugiati e persone che sono rimaste nel Sahara Occidentale sotto l’occupazione marocchina; o ancora si potrebbe realizzare uno studio sui Saharawi emigrati in altri paesi, come per esempio la Francia: le loro modalità di integrazione, le loro motivazioni e le modalità con cui cercano di conservare la propria identità.

Mi dispiace non aver potuto dare il giusto spazio a questi aspetti – che avrebbero assolutamente meritato di essere esplorati – ma mi auguro che questi ed altri siano al più presto oggetto di studio e trattazione in altre tesi

2012-10-08-mastromatteo_01Appendice

Intervista a Rachid Lehebib, realizzata a Les Mureaux, Yvelines, Ile-de-France del 20-01-13

Potresti presentarti? Se dovessi dire chi sei…

Sono Lehebib Rachid, un giovane saharawi di 24 anni. Ho vissuto 20 anni della mia vita nei campi dei rifugiati e come tutti i Saharawi sono un combattente. Continuo a cercare l’indipendenza del mio paese come tutti nel mondo, come vuole la gioventù in tutto il mondo. La mia vita, tutta la mia vita è per i Saharawi, per la causa del Sahara Occidentale e per il popolo saharawi. Ho studiato in Algeria per otto anni, ho fatto l’università e mi sono laureato in traduzione linguistica: inglese, francese e arabo. Visto che in questo momento non si trova una soluzione per la causa saharawi sono venuto in Europa per lavorare. Ecco, questa è la mia vita.

Puoi dirmi qualcosa della tua famiglia ?

La mia famiglia? Mio padre è stato nell’esercito e nel Fronte Polisario dal 1975 fino al 2005 e mia madre ha lavorato nei campi dei rifugiati come segretaria in una scuola. Poi ho tre sorelle nei campi dei rifugiati. Sì, questa è la mia famiglia.

Puoi dire a quale tribù appartiene la tua famiglia?

Tribù? Alla tribù dei Tekna. Sì, i Tekna.

Sai qualcosa dei Tekna?

No, alla gioventù che è cresciuta lottando nei campi dei rifugiati, non interessa. La tribù non è interessante per noi perché abbiamo combattuto per un paese e per tutte le tribù e per tutti i Saharawi; non c’è interesse per la tribù nella nostra vita. La tribù è come uno delle tante cose tradizionali del paese, non è molto importante e tanta, tanta, tanta gente in Sahara Occidentale, giovane, ma in realtà anche vecchia, non è interessata a queste cose. Ma gli anziani sì, agli anziani interessavano queste cose, gli anziani con le storie delle tribù del Sahara Occidentale.

Perché ad alcune persone (indicando Ali Salek) non interessano le tribù. Quindi ancora più vecchi?

Più vecchie, persone più vecchie, prima di loro, dalla colonizzazione spagnola. Dal 1884 fino al 1975, il 12 ottobre 1975 quando arrivò il Fronte Polisario e riunì tutti i Saharawi delle tribù. Poi, nessuno ne parlò più né si interessò, ma prima sì, gli anziani che venivano dal periodo della colonizzazione spagnola. E’ vero, avevamo delle tribù come gli Rguibat, i Tekna e così via, ma dopo il Polisario dichiarò l’unione di tutti i Saharawi in un’unica lotta comune. Sì, una lotta comune per l’indipendenza del Sahara Occidentale, per tutte le tribù. Abbiamo il diritto di costruire un paese e vivere uniti.

Quanti anni hai? 24?

Sì, 24 anni

Quindi sei nato nell’88?

Nel 1988, solo tre anni prima del cessate il fuoco.

Hai fatto il servizio militare nell’esercito?

No, non avevo tempo di fare il servizio militare perché studiavo in Algeria e no, non c’era il tempo. Tutti quelli che studiavano non facevano il servizio militare. Poi, se vuoi, puoi fare il servizio militare, certo.

Perché non sei andato? Perché sembra che praticamente tutti…

Perché dopo il 1991 per il Fronte Polisario cambiò strategia. Dopo il 1991 c’è un altro sguardo sulla situazione politica. Abbiamo bisogno di dottori, di gente che conosca l’informatica, che studi le costituzioni, le costituzioni per il Sahara Occidentale, è chiaro? Dopo il 1991 cambiò il sistema. E’ un altro mondo da quando eravamo in guerra con il Marocco. Dopo il 1991 cambiò il sistema, cambiò il mondo, cambiarono le parole delle armi e tutto il resto. Ora bisogna conoscere le lingue, saper utilizzare l’informatica e molte altre cose perché ne abbiamo bisogno per costruire la nostra costituzione. Dobbiamo conoscere molte cose perché la gente negli altri paesi in Europa, in Africa, in Asia e in America Latina conosca la causa del Sahara Occidentale. Quindi dopo il 1991 non è più obbligatorio entrare nel servizio militare, cioè è come vuoi tu, se vuoi andare vai, sennò no.

Quanto tempo dura il servizio militare?

Il servizio militare… il primo periodo è di sei mesi, in una scuola. Ci sono tanti Saharawi che vanno per sei mesi, per il primo periodo. Tutti quelli che vengono per la prima volta devono starci sei mesi. Poi c’è ancora un anno.

E’ automatico?

Automaticamente, quando finisci questi sei mesi o un anno, vai in una zona militare, perché abbiamo molte zone militari.

Hai vissuto nei campi dei rifugiati. Per quanto tempo ci hai vissuto?

23 anni.

Quanti anni avevi quando te ne sei andato in Algeria?

In Algeria? 12 anni, sì a 12 anni sono andato in Algeria a studiare, ma si tornava d’estate. Ogni estate.

Quindi hai fatto le elementari nei campi dei rifugiati. Quali materie studiavi nei campi dei rifugiati? Per esempio in storia che cosa studiavi?

In storia studiavamo tutta la storia del Sahara Occidentale, prima della colonizzazione spagnola, come il periodo degli Inglesi e dei Portoghesi, poi la colonizzazione della Spagna. In prima studiavamo il periodo precedente al 1500, come vivevamo in tribù, poi arrivarono i Britannici, poi i Portoghesi, poi gli Spagnoli e poi Marocco e Mauritania. Poi ci insegnavano la storia dei capi del Polisario come il primo fondatore del Fronte Wali Mustafa el Said, di molti leader storici come quella di Mohammed Bassiri e di alcuni martiri, di molti martiri

Quindi nel corso di storia c’era la storia del Polisario?

Ah, la storia del Sahara Occidentale prima del Polisario? Beh in prima non studiavamo soltanto la storia del Polisario perché la popolazione nel Sahara Occidentale prima del Polisario aveva già lottato molto contro i colonizzatori, ma il Polisario arrivò e riunì il Sahara Occidentale in un’unica lotta.

Quale era la tua materia preferita a scuola?

In tutte le materie o nel corso di storia?

Tutte

Mi piacevano moltissimo le lingue, perché nei campi dei rifugiati vengono tanti gruppi e tante delegazioni da paesi diversi, come la Spagna, l’Italia, l’Inghilterra, gli Stati Uniti, la Francia, e quando vengono all’inizio non c’è molta gente che parla una lingua straniera, né inglese, né spagnolo né francese. Così alcune delegazioni vengono nei campi dei rifugiati e se ne vanno senza sapere molto del Sahara Occidentale. E in prima vedevo andare e venire le delegazioni, perciò volevo parlare lingue straniere per poterci parlare.

Sei partito per l’Algeria a 12 anni

Sì, a 12 anni, perché le elementari durano sei anni.

Quindi si comincia a sei?

Quando finisci hai 12 anni.

Come è stato lasciare la tua famiglia?

Molto duro, molto difficile andarsene e lasciare la famiglia per 9 mesi, è molto difficile. Quando sono andato in Algeria a 12 anni ero in grande difficoltà perché era la prima volta che lasciavo la famiglia ed era molto, molto difficile. Perché in Algeria devi cucinare da solo, lavarti i vestiti e fare molte altre cose per te da solo. Quando sei in famiglia tua mamma e tuo papà ti comprano o ti fanno sempre qualcosa, ma quando ti portano in Algeria devi fare le cose da te.

Dove vivevi?

Vivevo in una città chiamata Sidi Bel Abbes. Sidi Bel Abbes, è in Algeria occidentale. Conosci Orano? E lì vicino, Sidi Bel Abbes è a un’ora da Orano

Dove vivevi? Stavi a casa da solo o con altri studenti?

Siamo tutti studenti, ma in gruppo, perché tutti i Saharawi che vanno a studiare in Algeria vengono in gruppi, per esempio in Sidi bel Abbes sono cento, cento saharawi, ad Orano sono 50, a Béchar, nel nord dell’Algeria ce ne sono un altro numero. Si viene in gruppi e si vive nei collegi.

Come in un college?

Si vive in comune, tutti gli studenti vivono uniti, non come all’università. E’ tipo un gruppo, in una stanza ci sono tre o quattro, hai il letto, hai il bagno e ci sono uno, no, due Saharawi grandi che vengono con gli studenti come, diciamo, responsabili. I due Saharawi responsabili grandi per esempio organizzano gli studenti per fargli fare sport. Un vecchio ricordo che ho è del primo anno a Sidi Bel Abbes. La squadra dei Saharawi giocava nel torneo della città e arrivò seconda la squadra dei Saharawi quando partecipò per la prima volta fu la seconda migliore squadra in tutta la regione di Sidi Bel Abbas.

Di che sport?

Calcio, perché ogni scuola aveva la sua squadra. I Saharawi fecero una squadra fatta da soli Saharawi e giocarono contro tutte le squadre algerine della regione di Sidi Bel Abbes, come a Milano quando giocano tutte le scuole di Milano. Si fa questo campionato. Del mio primo anno di scuola mi ricordo che la squadra dei Saharawi era arrivata seconda. E ogni anno, se la squadra di calcio dei Saharawi non gioca la semifinale gioca la finale, perché è molto forte. Siamo lì anche perché i responsabili dicono che noi siamo venuti lì sì per studiare, ma anche come ambasciatori dei Saharawi. Dobbiamo studiare bene perché abbiamo degli amici di là, abbiamo una causa e dobbiamo studiare molto molto molto molto bene e d’altra parte siamo ambasciatori quindi non dobbiamo fare niente di male. Ecco, questo.

Come era la vita da studente?

La mia vita da studente era molto buona, ero molto felice. Era molto buona perché alle elementari ero il primo della classe e in Algeria continuo ad esserlo. Sono bravo in tutte le materie, sono con i migliori. Sono con i migliori perché sono molto interessato allo studio e non ci sono molte difficoltà. E’ una vita particolare quella dello studente. Quando entro in classe mi scordo di tutto, siamo interessati da quello che succede in classe. Perché il sabato e la domenica gli altri studenti tornano alla loro famiglia, giocano e fanno cose, e noi rimaniamo a scuola per lavare e fare altre cose. Sì, va tutto bene e non ci sono stati problemi nella mia vita da studente..ero molto felice.

C’erano anche ragazze nello stesso collegio?

Sì.

Quindi studiavate nelle stesse classi

Sì, nelle stesse classi, tutti. C’era contatto con le ragazze.

Ti sembrava strano?

No, è normale. Qualche volta sono allo stesso tavolo con una ragazza per studiare ed è normale, non è niente.

I professori a Sidi bel Abbes erano algerini?

Sì, algerini. Alle elementari erano saharawi, poi algerini.

Per l’università hai scelto cosa ti piaceva …?

Per l’università si va a livelli, ci sono delle aree: c’è lettere per esempio o materie scientifiche. Poi ci sono i livelli, per esempio per andare a fare interprete e traduttore devi avere più di 12, 13, 14, 15, 16 e così via. Per lettere e traduzione ci vogliono livelli più alti.

Quindi i livelli erano dati dai voti? Se i voti erano sopra il 12 potevi…?

Sì, quando mi sono diplomato sono uscito con 13 su 20. Ho scelto traduzione perché avevo raggiunto il livello per farlo, ma se fossi uscito con 10 non avrei potuto farlo.

Chi decide i livelli?

I livelli sono uguali per tutti in Algeria, come per tutti gli studenti algerini. Abbiamo lo stesso sistema noi Saharawi e gli Algerini, non c’è differenza tra lo studente algerino e lo studente saharawi, è lo stesso. E ci sono alcuni studenti algerini che stanno negli stessi collegi dei Saharawi, nella scuola anche le camere degli algerini, anche se non nella stessa parte. Ci sono algerini che vivono nello stesso collegio, solo che il sabato e la domenica stanno con la loro famiglia, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì restano nella scuola.

E nel tuo collegio?

Sì sì, nello stesso collegio ci sono algerini, non c’è differenza. Gli Algerini dicono sempre che non c’è differenza tra loro e noi, e così i Libici.

Capito, quindi vivevi con Algerini e Saharawi durante la settimana

Sì, mangiavamo anche insieme, nella stessa mensa con gli Algerini. Quando gli studenti se ne vanno a casa noi facciamo un gruppetto che gioca a calcio e giochiamo insieme

Va bene. L’università l’hai fatta nello stesso posto del collegio?

No ho cambiato, sai perché? Perché in Sidi bel Abbes, quando studiavo, non ci sono università, ma ci sono altre università in Algeria. Io avevo scelto di fare traduzione per esempio e traduzione non c’era. Quindi per forza bisogna trovare altre università, a Costantina, ad Annaba. Tu scegli cosa vuoi fare e poi c’è come una.. comunicazione tra il ministro dell’Educazione saharawi e il ministro dell’Educazione algerina.

E dove hai fatto l’università?

A Béchar, è una città del sud dell’Algeria.

Vivevi in un collegio con altri Saharawi o da solo?

No, non è la stessa cosa, come gli studenti algerini, solo che all’università hai molte più libertà. Hai molta più libertà di tornare nei campi dei rifugiati, di andare in altre città in Algeria, per fare molte cose. Quando sei molto piccolo non ti lasciano andare da solo perché è pericoloso, all’università hai i trasporti e tutto. Fino a quando sei nelle scuole inferiori … come si chiamano … le elementari, nel collegio tu torni l’estate. Vai in Algeria a studiare e torni solo per l’estate, ma all’università hai molto più tempo di andare e tornare.

Ma tu vivevi in uno studentato con altri studenti saharawi e algerini?

Sì, ma l’università non è come il collegio. E’ diverso perché qui ci sono due persone per camera, nel collegio qualche volta si arrivava a venti in una grande stanza in letti a castello. All’università in due, con la TV, con internet e altra gente.

Quindi quali sono le differenze? Nella vita studentesca intendo

Puoi viaggiare di più, andare, visitare altre città in Algeria, perché sei maggiorenne quindi puoi fare più cose. Quando sei in collegio no, le fai solo con i responsabili. All’università non ci sono responsabili, ecco la differenza, non ci sono responsabili.

Hai ancora contatti con i tuoi amici algerini?

Sì, ho ancora molti amici in Algeria, tengo i contatti con internet e con il telefono, perché gli Algerini ci hanno aiutato per molte cose. All’inizio, quando arrivammo in Algeria noi non parlavamo francese perché alle elementari si insegnava solo spagnolo, mentre il sistema educativo in Algeria ha il francese come seconda lingua e l’arabo come prima. E’ difficile arrivare in Algeria e non parlare né capire il francese. I miei amici, i miei amici algerini, mi hanno aiutato moltissimo a capire e qualche volta sono andato a trovarli in Algeria. La scuola in Algeria comincia in Settembre e noi arriviamo in ritardo. I nostri compagni algerini ci hanno aiutato per i corsi ed è stato molto importante per noi.

Capisco. E dopo l’università, ora che hai finito?

Dopo nei campi dei rifugiati non c’è lavoro. Ci sono pochi lavori ufficiali, sai, tipo nella televisione, nella radio o nei ministeri, oppure vai a fare il servizio militare, capito? E visto che io sono l’unico uomo della famiglia, perché ho altre tre sorelle e la vita nei campi dei rifugiati è cambiata per via della crisi, mancano le cose. Abbiamo bisogno di denaro per comprare qualcosa, come il resto delle famiglie, la televisione, i vestiti per mia sorella e così via così sono venuto qua per lavorare e aiutare la mia famiglia a resistere nei campi dei rifugiati. Per questo sono venuto qui a lavorare.

Quanto tempo sei stato nei campi dei rifugiati? Dopo l’università?

Solo sei mesi.

E l’esperienza della vita nei campi dei rifugiati? Prima?

La mia esperienza? E’ bella la vita nei campi dei rifugiato, sì sì, sei libero di andare dove vuoi, fare come vuoi, puoi giocare, puoi stare con la tua famiglia, posti differenti.. siamo liberi là. L’unica cosa è che non c’è lavoro, non ce n’è tanto. Sai, è normale, come gli altri rifugiati, è molto difficile, ma la vita in generale è molto tranquilla, è normale. Non ci sono cose strane, non c’è paura come negli altri campi dei rifugiati in altre parti del mondo, come in Sudan, come in Darfur, come in Somalia o da altre parti. La vita, secondo me, la migliore vita di rifugiati la fanno i rifugiati saharawi, siamo molto organizzati, non come il resto del mondo. Lì il rifugiato attacca l’altro e lo uccide per i soldi, tra i rifugiati saharawi no. E’ tutto organizzato, c’è gente che viene da altri paesi, tutto è organizzato e ognuno ha i suoi compiti e in ogni daira c’è un consiglio. La vita è molto facile, non c’è paura. Puoi dormire fuori casa tua di notte e lasciare casa tua aperta e nessuno tocca niente. La vita è molto normale, sì.

In tempo di crisi, nella situazione di rifugiati, come si mangia? Il Fronte Polisario o le Nazioni Unite distribuiscono dei pasti preparati? O viene da fuori?

No, devi sapere che noi stiamo vivendo grazie all’Unione Europea e i contributi dei popoli europei che ci mandano nei campi. Poi il Fronte Polisario divide quanto raccolto secondo un programma amministrativo organizzato in un certo modo. Per esempio, ma è solo un esempio, arrivano 30 chili di zucchero e il Polisario deve decidere delle scorte, perché altrimenti il mese in cui arrivano solo 10 chili cosa facciamo? Bisogna pensare anche al futuro e dividere tutti i rifornimenti. E’ tutto organizzato per evitare una crisi alimentare o qualcosa del genere. Per questo io dico che la vita dei rifugiati saharawi è molto migliore della vita in altri paesi, perché è tutto molto organizzato. L’unica cosa è che non c’è lavoro, manca il lavoro per i giovani saharawi.

In che forma?

Se una famiglia ha cinque membri, tu hai diritto a 5 chili di zucchero, 5 chili di farina e 5 chili di un’altra cosa.

Quindi non è preparato

No, no, per esempio ti danno la farina poi ogni famiglia si cucina a casa. Danno rifornimenti e gas, poi ogni famiglia prepara il suo.

Qual è il pasto tipico?

Abbiamo lenticchie, le conosci? Lenticchie, poi mangiamo riso, riso con carne. Lenticchie, riso, piselli … e anche spaghetti. Sì la pasta, la pasta. E anche questi, dei legumi secchi. Secchi sai perché? Perché si conservino per molto tempo, per conservarli. Il sistema dei rifugiati è questo, bisogna conservarlo per molto tempo. Il formaggio invece dura una o due settimane.

Qual è il tuo poeta preferito?

Poeta? Arabo o straniero? Beh William Shakespeare, perché William Shakespeare ha vita nel teatro e mi piace tantissimo anche la sua poesia. Io non conoscevo benissimo l’inglese e ho imparato moltissimo da William Shakespeare. Ci sono molti poeti che mi piacciono, ma lui è il mio preferito. In lingua araba è Mahmoud Derwish, palestinese, sai perché? E’ un poeta palestinese, molto colto che scrive per la libertà. Poi mi piace molto Abu’l Kassim Chabi, che è tunisino. E’ un tunisino che ha scritto una poesia che si intitola “vuoi vivere”, “mi piacerebbe molto vivere” e mi è stato di grande insegnamento. Mi piace molto perché il popolo saharawi vuole vivere, vuole vivere e qui c’è tutta la speranza che c’è in relazione con la libertà e la giustizia, mi piacerebbe molto.

Mi hai detto che nei campi dei rifugiati ci sono moltissime difficoltà. C’erano mai momenti di felicità?

Non ci sono momenti felici nel Sahara Occidentale in questo momento. Non abbiamo momenti di vera felicità perché potrò essere felice solo quando il Sahara Occidentale sarà indipendente. In questo momento sono contento, ma in altri momenti non sono felice, ci sono cose normali. Ogni tanto ci sono dei momenti, me ne ricordo uno quando alcuni capi di Stato africani vennero, non mi ricordo esattamente quali, c’era il presidente del Ghana di cui non ricordo il nome, che era arrivato nei campi dei rifugiati e aveva detto che il popolo del Sahara Occidentale non era solo e tutti i popoli e i paesi dell’Africa erano con il popolo del Sahara Occidentale. Quando avevo sentito questo discorso ero molto felice. Ma il momento più felice per me è l’indipendenza, il momento dell’indipendenza del Sahara Occidentale, inshallah.

Il futuro della gioventù saharawi?

Alla fine io vedo come la gioventù saharawi vede la causa del Sahara Occidentale. E’ una causa che si passa di generazioni, la gioventù del Sahara Occidentale continuerà la battaglia fino alla fine, fino all’indipendenza del Sahara Occidentale, questo è l’obiettivo finale.

Come è possibile questa lotta? E’ l’esercito l’unica via?

Ci sono altre soluzioni, per esempio qui in Europa cercare di parlare del Sahara Occidentale, ma alla fine, se non ci sono altre soluzione torneremo alle armi. Io non ho mai usato un’arma, ma se il Marocco non se ne va dalla nostra terra e si rompono le negoziazioni e non si vede alcuna soluzione per l’indipendenza del popolo del Sahara Occidentale, riprenderemo le armi. Quando ce ne sono molti come Ali [Salek], molti moltissimi martiri saharawi sono pronti a continuare la lotta.

Per esempio ho sentito che in Marocco c’erano molti giovani che cercavano di dare sostegno al re attraverso mezzi di lotta non “violenti”

Sì, so che ci sono molti modi di lottare, pacifici come le manifestazioni, le canzoni, le lettere, ma quando il Marocco non ascolta una parola? Perché là nei Territori Occupati stanno uccidendo la gente, ci sono manifestazioni, ma il Marocco non sente parole di pace. I saharawi sono così da 40 anni e non rimarranno fermi a guardare quelli colpire le donne e i bambini. E facciamo pressioni e i diritti umani e il resto, ma la situazione non migliora là nei Territori Occupati. Secondo me il Marocco non vuole sentire queste parole pacifiche e noi continuiamo a lottare pacificamente ogni anno, ma la lotta pacifica è solo una delle maniere per arrivare all’indipendenza. E quando la lotta pacifica non porta all’indipendenza del popolo saharawi o il Marocco non dà il diritto ai Saharawi di decidere, per me l’unica soluzione è riprendere la lotta armata.

Quello che dici è molto forte, considerando che sei un uomo di dialogo

Sì, ma quando tutti, tutti, tutti, tutta la gente ha il diritto di difendersi, è durissimo quando molte generazioni vivono senza il proprio paese. E’ durissimo vivere senza il proprio paese. Io non voglio che i miei figli vivano nei campi dei rifugiati, senza un’educazione, senza le cose che hanno tutti i bambini del mondo. Ma è difficile, è molto difficile. In 40 anni le generazioni sono passate e le nuove generazioni si sono trovate davanti alla stessa situazione. Tutto il mondo deve intervenire per aiutare il popolo del Sahara Occidentale a raggiungere l’indipendenza perché 40 anni sono molti.

Intervista ad Hamdi Abderrahmad a Les Mureaux, Yvelines, Ile-de-France del 09-12-12

Se dovesse presentarsi brevemente, che cosa direbbe?

Mi chiamo Hamdi Abderrahmad, sono un Saharawi di nazionalità spagnola, sono nato a El-Ayun nel 1968. Lasciai El-Ayun, capitale del Sahara Occidentale con la mia famiglia e altre migliaia di Saharawi verso il sud.

Potrebbe dirmi a quale tribù o a quale frazione la sua famiglia apparteneva?

Generalmente la struttura sociale del popolo saharawi si compose di tribù, in ogni tribù ci possono essere delle frazioni e una frazione può avere anche delle sub-frazioni. Generalmente le tribù che composero la struttura sociale del popolo saharawi sono i Rguibat, i Tekna, gli Ould Delim, poi in generale le tribù con questi nomi sono composte di frazioni. Capito? Io ho detto le tribù principali, però ci sono altre tribù che non conosco, ma generalmente queste sono le tribù che composero ciò che è il popolo saharawi.

Saprebbe dire a quale lei apparteneva?

Sono dei Rguibat.

Lei ha effettuato il servizio militare?

Sì.

A che età è entrato nel Fronte Polisario?

A 21 anni.

Dove ha fatto l’addestramento? All’estero?

No, al Fronte Polisario. Io, come sai, come tutti i Saharawi, sono stato in una guerra per la liberazione del nostro territorio. Di tutto il popolo saharawi, il 20% sono militari, gli uomini come le donne, come chi studia fin da quando ha 11 anni a Cuba. Alla fine abbiamo una situazione particolare nel nostro paese e una percentuale di giovani saharawi preferisce fare il servizio militare per imparare le basi della guerra. Così possiamo dire che se il popolo saharawi e il Fronte Polisario vedono la guerra, siamo preparati e che i giovani sono ben preparati per essere guerrilleros.

La strategia è cambiata dopo la costruzione del Muro?

Io non sono un guerrillero, ma da quello che mi dicono i miei fratelli maggiori e miei amici, la strategia del Fronte, dei combattenti prima del muro era una guerra di squadriglie, una guerra aperta, che erano i combattenti del Polisario in gruppi ad attaccare i marocchini. Dopo la costruzione del Muro è chiaro che la strategia, la filosofia di guerra cambia: invece di attaccare in diversi gruppi in vari territori si concentrano su un punto.Le operazioni militari che fanno i guerrilleros del Fronte Polisario hanno una differenza che separa le due epoche di guerra. Prima del Muro i guerrilleros del Polisario, i combattenti del popolo saharawi liberano poco a poco dei territori; dopo il Muro invece, se fanno un attacco, se catturano dei carri armati, dei prigionieri marocchini, non restano nelle zone colpite sennò vengono subito attaccati: attaccano, passano, uccidono quelli che devono uccidere, prendono quello che devono prendere e se ne vanno.
Prima del Muro i Saharawi liberavano il territorio poco a poco, dopo il muro attaccavano e fuggivano.

Come era la vita del militare?

Ti dico, la vita del soldato saharawi non è la vita del militare classico, del soldato dell’esercito tipo. Siamo guerriglieri volontari e nel Polisario siamo compagni. Quelli che ci sono non comandano in maniera … come negli eserciti classici. Per esempio nessuno passa a riscuotere, nessuno paga i combattenti. I guerriglieri del Fronte Polisario combattono volontariamente, per loro volontà.

Se dovesse scegliere un momento da raccontare, un momento che vale la pena di essere raccontato, cosa racconterebbe?

Il migliore e il peggior momento della mia vita. Per me, nella mia opinione, non è arrivato il momento, il miglior momento della mia vita perché non abbiamo ancora l’indipendenza, perché non abbiamo fino ad oggi uno Stato indipendente per i Saharawi. Per questo mi manca un momento indimenticabile, per questo mi manca il miglior momento della mia vita.Il momento più triste, il più amaro della mia vita è il momento in cui i soldati marocchini uccisero mia madre davanti ai miei occhi, ad Amgala. E’ il momento più amaro, io avevo solo 6 anni, quando sono scappato da El-Ayun per il sud dell’Algeria. Un battaglione di soldati marocchini, loro stavano uccidendo tutti, e uccisero mia madre di fronte ai miei occhi.

Lei ha anche vissuto nei campi?

Sì.

Come era la vita nei campi?

Molto difficile. E’ molto dura, ma la cosa migliore è che abbiamo scelto, e ci siamo raggruppati volontariamente. Abbiamo preferito così. Ci incoraggiamo tutti, ma viviamo con dignità. E’ molto dura, non c’è nessun modo di vivere, soffriamo molto, rimaniamo isolati dalla nostra famiglia che sta nel Territorio Occupato, però siamo dignitosi, viviamo in questo modo, con grande sofferenza, ma viviamo con dignità, in libertà.

Che ruolo aveva nei campi?

Sono ingegnere, ingegnere civile. Ho lavorato in alcuni progetti di costruzioni nei campi dei rifugiati saharawi finanziati da alcune ONG europee: scuole, ospedali, aule.

I vostri studi universitari sono stati coerenti con quello che ha fatto?

Sì, ho fatto i miei studi ad Algeri.

E’ sposato?

Sì, mia moglie è là e i miei figli sono là.

Intervista a Slama Amarna a Les Mureaux, Yvelines, Ile-de France del 09-12-12

Vorrei chiederle una piccola presentazione, ovvero, se lei si dovesse presentare, se le si domandasse “chi è lei?” cosa risponderebbe?

Chi siamo noi? Singolarmente? Vuole sapere chi siamo singolarmente? Che ci presentiamo per nome e cognome?

Come preferisce lei, non c’è una risposta giusta e una sbagliata

In linea, diciamo, generale, diciamo che siamo tutti Saharawi. Ci sono alcuni per esempio che sono ex militari del Polisario e altri che hanno lavorato nei campi civili. Se vuoi che ci presentiamo per nome e cognome, io mi chiamo Slama, sono del Sahara Occidentale, del Fronte Polisario, sono un ex combattente nella seconda regione di fanteria motorizzata. Ho partecipato alla guerra contro il Marocco fino al 1991, poi sono rimasto là fino al 2001 e sono andato in Spagna. Non so se vuole sapere altro.

Quando è nato?

Nel 1969.

Quando ha iniziato il servizio militare?

A che età? Credo a 17-18 anni.

Era un volontario?

Sì, ma per noi è un dovere, per la liberazione del nostro paese. Per noi è un dovere stare là per la liberazione del nostro paese. Questo è ciò che sente ogni Saharawi.

Quindi è rimasto fino al cessate il fuoco

E lei ha fatto un addestramento? Me ne potrebbe parlare?

Io per esempio studiavo a Cuba. Colsi l’opportunità di intraprendere la carriera militare, mi diplomai come tenente in una specialità militare, poi arrivai nel Sahara e fui assegnato alla regione militare più grande che abbiamo e stetti lì per degli anni durante la guerra contro il Marocco.
Alcuni hanno avuto l’opportunità di studiare e fare tutto questo, mentre altri non hanno avuto questa fortuna e hanno partecipato direttamente. Loro hanno fatto addestramenti in altri luoghi, per esempio in Algeria, in Libia o in altri posti che noi Saharawi abbiamo.

Lei è stato a Cuba poi è tornato nel Sahara. Quale è stato l’impatto del ritorno?

Non c’è un impatto, chiamiamolo … duro perché essere Saharawi significa avere un altro carattere. Noi Saharawi siamo abituati a stare lontani dalla famiglia, a sopportare molte cose, a maggior ragione perché siamo gente che per natura è libera e abituata al deserto, ai cammelli e ad altre cose. E che in una parola è libera. L’impatto per noi è stare chiusi in un luogo, questo per un Saharawi determina un impatto, ma il ritorno non implica nessun impatto.

Lei ha avuto un ruolo molto importante nell’esercito. Da un punto di vista militare, cosa ha rappresentato il Muro?

I Saharawi all’inizio della guerra avevano una tattica, una strategia. L’esercito marocchino supera l’esercito saharawi in quantità di effettivi, armamenti e di molte cose, ma non in volontà, non lo supera, ok? Creare il Muro, rappresenta una cosa, che non sono capaci di resistere alle offensive che fa l’esercito saharawi nel territorio marocchino. Questa fu una strategia in primo luogo israeliana, che furono i loro consiglieri militari, sono loro che arrivarono e diedero le consulenze militari necessarie a costruire il Muro. Questo per proteggere … l’obiettivo per loro è lo sfruttamento del fosfato, delle ricchezze marittime del Sahara, che è considerato uno dei banchi di pesca più grandi del mondo. Hanno costruito i Muri, però i Muri sono poca cosa per noi, perché non sono un ostacolo, perché le azioni militari, fino a che furono fatte, si facevano al di là del muro. Si apre una breccia, si apre per tutti, passa la gente, si fa l’offensiva, uccidono chi deve essere ucciso, catturano quelli che devono essere catturati e si ritirano. Hanno distrutto molto durante la costruzione del muro e durante il mantenimento perché loro, per la lunghezza del muro, per tutto il Sahara Occidentale, hanno qualcosa come 157.000 effettivi. Noi, che non superiamo i 10.000 effettivi, non abbiamo nessun problema: oggi attacchiamo da una parte, domani da un’altra e così andiamo.

La strategia non è cambiata dalla costruzione del Muro?

Sì, la strategia è implicito che cambi, non è lo stesso attaccare una forza in un luogo senza ostacoli che attaccarne una dove ci sono ostacoli. Questo cosa ti implica? Ti implica una maggiore anticipazione, più esplorazione e diciamo ti prende un po’ più di tempo, non è lo stesso attaccare senza ostacoli che incontrare degli ostacoli, ma cosa devi sapere o cosa devi fare. Devi sapere la tattica che userai per attaccare. Io credo che implichi solo una diminuzione del tempo, niente più e niente meno. Le offensive che si facevano prima continuarono fino a che terminò la guerra.

Questa strategia saharawi era un’eredita della strategia tribale?

No, la strategia, come ti dicevo prima, quando si comincia a parlare della quantità di effettivi dei Saharawi, la strategia impiegata è una guerra di guerriglia. Tu stai combattendo contro un esercito che ha più di 200.000 effettivi e noi non oltrepassiamo i 10.000. Che tipo di strategia impieghi? Una guerra di guerriglia. Il Muro è così, è pieno di basi e sottobasi e ovviamente di intervalli tra le basi (mi mostra con la mano una linea con due torri), compagnie, truppe di intervento e altro. Per esempio oggi noi colpiamo questo luogo (mi indica lo spazio tra due torri), attacchiamo, uccidiamo chi dobbiamo uccidere, catturiamo chi dobbiamo catturare e ci ritiriamo. Un altro giorno un altro luogo e può essere che l’intervallo sia di 200 o 300 chilometri, dipende. Però per noi non è un problema, mentre per loro che sono sulla difensiva è un gran problema mantenere tutto questo perché implica un grosso danno economico.

Quando si combatte insieme si crea una coesione. C’era della “propaganda” dalla parte del Polisario? Qualcuno insegnava i valori del popolo saharawi? Ho letto che il popolo saharawi ha avuto un passato tribale, quindi come è stato possibile passare a combattere insieme? Ci sono stati dei ribelli in Ciad per esempio che non riuscivano a combattere insieme, ma divisi per tribù. Questo passaggio da tribù a popolo è stato immediato nell’esercito? C’erano delle difficoltà a combattere insieme?

Nel caso dei Saharawi per esempio noi siamo tutti uniti, tutti insieme contro l’invasore, il Marocco. Sì, si suppone che ogni società, non solamente quella saharawi, ogni società araba è composta da tribù, frazioni, subfrazioni fino ad arrivare alla famiglia. L’unità nazionale non vuol dire unità di tribù, vuol dire unione di idee e unione di tutti. La tribù la mettiamo da parte. Tutti noi non abbiamo lottato per tribù, tutti lottiamo insieme, questa è l’idea dei Saharawi. La questione delle tribù è una cosa creata nei secoli, sono passati tantissimi anni. Ma nel Fronte Polisario e nel Sahara dopo la Marcia Verde e l’invasione del Marocco, i Saharawi sono scappati in Algeria, nei campi dei rifugiati, si sono installati là, la gente si è unita per mettere in piedi i campi e hanno costruito le scuole, le donne hanno costruito dei comitati per lavorare, tutti lavorano e abbiamo messo da parte le tribù da tutto questo. Tutti siamo uniti per lottare per raggiungere il nostro obiet-ivo finale che è l’indipendenza nazionale. Non c’è altro.

C’è una cosa che mi ha colpito. Se potesse scegliere un momento emblematico da raccontare durante gli anni di guerra, che momento sceglierebbe?

Un momento emblematico? Beh ce ne sono tanti… uno non so, beh noi abbiamo avuto molti, moltissimi momenti durante la guerra, a maggior ragione perché il Saharawi che non è in guerra non si considera Saharawi. Capito? Tutti quanti partono volontariamente, secondo la propria volontà. Nel Sahara c’è questo, che nessuno può obbligarti a fare niente. E’ qualcosa che non trovi nel resto del mondo, prendi il tuo bicchiere (mi porge il bicchiere), cioè che nessuno ti può obbligare. D’altronde nel nostro esercito per esempio, tutti si rispettano tra loro. Tutti noi ci caratterizziamo per alcune cose che non si trovano in tutto il resto del mondo, noi rispettiamo gli anziani. Per noi i nostri padri, le nostre madri, sono qualcosa di sacro, bisogna rispettarlo al massimo. Là sono passati molti momenti… c’è un momento in cui per esempio perdi un amico, va bene? Un vecchio amico, che è stato con te tutto il tempo… Queste cose sono indimenticabili. Sono molte, e ognuno ha la sua.

Ha vissuto nei campi dei rifugiati?

Sì. Io ho combattuto nella seconda regione militare, sono ingegnere militare nella seconda regione militare del Fronte Polisario, sono stato lì in guerra e poi sono stato nei campi dei rifugiati. Ho vissuto lì. Nel mio caso per esempio, io sono arrivato negli anni ’70 che ero piccolo, ho studiato nelle nostre scuole che abbiamo lì, poi come ti dicevo ho avuto la fortuna di andare a Cuba a dodici anni. Lì ho studiato al collegio poi sono passato all’accademia militare dove mi diplomai come tenente e al mio ritorno fui assegnato alla seconda regione militare in guerra. Ho avuto la famiglia nei campi dei rifugiato, passavo sei mesi nella regione militare o tre mesi, poi avevo un permesso di quindici giorni, così andava.

Come era la vita quotidiana del militare?

La vita durante la guerra è un tipo di vita, diciamo, che la vita di ciascuno dipende dalla sua specialità, per esempio un esploratore non vive come un carrista o un artigliere, capisci? Oggi per esempio siamo qui, domani siamo in un altro luogo, è una vita mobile. Oggi fai un’azione militare qui, domani la fai in un altro luogo e così via.

Questo movimento ha aiutato a mescolarsi, a conoscersi tra tutti i Saharawi?

Quasi tutti ci conosciamo tra noi e questo perché? Perché non siamo tanti. Quasi tutti ci conosciamo, questo movimento ti aiuta a conoscere più gente e inoltre è una strategia di movimento.

Alle elementari o al collegio, quali erano le materie che lei si ricorda?

Beh quello che si impara alle elementari, era uguale a quello che si impara in tutti i posti

Perché in Italia io studio la geografia italiana o europea

Sì diciamo che in prima c’erano le classi di lettura, di geografia, di storia, matematica e educazione fisica, se ben mi ricordo.

Studiavate la geografia dell’Africa, del Nord Africa?

Geografia di tutto.

Come ha vissuto il fatto di partire per Cuba?

Di solito noi studiavamo in scuole che avevamo laggiù. Cuba ci stava aiutando per la medicina, per l’insegnamento e per molte altre cose e hanno aperto due scuole che ospi-ìtavano diciamo 600 persone ognuna e studiavamo quello che ci dicevano, quello di cui c’era bisogno. Quindi nel 1982 si cercava gente che parlasse castigliano. Noi eravamo circa 600 che abbiamo iniziato il sesto o settimo anno delle elementari o inizio del collegio. Beh siamo stati tutti a scuola, se qualcuno ha per esempio dei problemi familiari o qualcosa del genere o un altro problema è libero di lasciare. Nessuno ti può obbligare a fare niente. Questo è quello che ci differenzia dal resto dei popoli. Per noi tutti sono uguali, il rapporto deve essere basato sul rispetto, il rispetto reciproco, soprattutto verso i più anziani e le donne. E niente, vai, è un’opportunità, che puoi studiare là, eravamo un gruppo di bambini di dodici, tredici o quattordici anni che hanno avuto questa opportunità che altri non hanno avuto. Abbiamo studiato e siamo tornati ciascuno con la sua specialità, quindi qualcuno si è laureato all’accademia militare, qualcuno è diventato medico o professore.

C’era tra i Cubani un legame speciale? Ha poi rincontrato nell’esercito alcuni di Cuba?

Per prima cosa tutti i Saharawi che sono andati a Cuba studiavano nelle stesse scuole, vivendo nella stessa scuola. Sono scuole-collegi diciamo, dove studi, vivi e mangi. Finisci il collegio e poi vai oltre, per esempio ai precorsi per l’università e lì incontri Cubani o persone di altre nazionalità. In quel momento Cuba appoggiava quasi tutti i movimenti per la libertà che c’erano, per l’Angola, per il Mozambico e per la nostra causa, che è una causa giusta per la liberazione del nostro paese. Ci aiutavano in molte cose, ma soprattutto per l’insegnamento ai bambini.

Questo lo faceva Cuba, l’Algeria, la Libia e in minore quantità la Spagna, la Francia, l’Italia. Io per esempio ti posso dire una cosa che chissà.. nel 1981 sono stato in Italia in un piano di vacanze quando ero piccolo, quando ero un bambino, mi ricordo di questa parola, sono stato in un comune di Milano, in Andorras. Nel 1981 ho passato tre mesi là, mi ricordo il comune di Milano, Andorras, si chiamava così ed era nel piano di vacanze. Ed era il primo paese europeo che vedevo. Poi dopo l’Italia partii a Cuba e ancora mi ricordo il nome di alcune donne, Barbara, Antonella, che stavano là, mi ricordo di cose così. Gente che ti aiutava, associazione che appoggiavano o inviavano materiale scolastico, medico, ONG, Organizzazioni non Governative che portavano i bambini in vacanza.

Anche se lei era piccolo è partito. Mi ha detto di aver avuto fortuna, mi ha detto che il Saharawi è libero, ma lasciare il proprio paese non è traumatico?

Quello che voglio dire è che i Saharawi sono liberi per natura, per natura. Che il nostro paese non sia libero non è un trauma per noi? E’ questa la tua domanda? Beh, i Saharawi hanno lottato duramente tutti questi trenta e passa anni per raggiungere l’indipendenza. Bene. Questo perché i Saharawi non sono gente che bacia la mano dei re. Sono liberi per natura, te lo dico dall’inizio. Siamo abituati al deserto, ti svegli al mattino per fare i chilometri e badare ai cammelli. Liberi per natura. Chiaro che per noi, che ci invade il Marocco, beh vuol dire che nessun Saharawi, al neonato, quando uno ha tre o quattro anni, quando comincia a parlare gli si racconta questo, che sta aspettando il giorno che prenderà il suo fucile per andare a combattere contro l’invasore. Il fatto è che tutti abbiamo questo sentimento dentro, che non siamo come il resto dei paesi arabi, che siano repubbliche o monarchie, è la stessa cosa. E’ la stessa cosa. Noi, per lo meno, non ci azzardiamo a dire niente a una donna, perché è una donna e deve essere rispettata. Nessuno la può battere. Nessuno può dire niente ad uno più anziano. Che tu sia capo o non so chi, è uguale, ti devi comportare nello stesso modo. Non ci sono privilegiati. Tutti siamo uguali. Questo è il sentimento dei Saharawi, che ci rende diversi dal resto, capito? Non siamo mai stati schiavi di nessuno, non vogliamo esserlo né lo saremo e tra le due cose, si preferisce la morte piuttosto che essere schiavo di Mohammed VI. Preferisco essere libero e morto che vivo e chino.

Quando era sposato, abitava presso sua suocera o sua madre?

Se ho capito, se stavamo vivendo con padre e madre o con la moglie. Di solito le relazioni familiari dei Saharawi sono relazioni forti. Noi la chiamiamo la famiglia piccola, in cui sta uno con sua moglie e i figli. Beh devi badare ai tuoi, devi vivere con la tua famiglia, moglie e figli. Però questo non vuol dire che ti leva dalla responsabilità verso i tuoi, no, sei sempre responsabile della condizione dei tuoi genitori. Devi andare a fargli visita frequentemente, a vedere se gli manca qualcosa, devi stargli sempre dietro e se qualcuno si fa male devi accompagnarlo. Devi rispettarlo, è quello che ti dicevo all’inizio, che per noi i nostri padri sono qualcosa di sacro. Non è come qui che si buttano fuori di casa, bisogna prendersene cura fino alla fine ed è una responsabilità che sta prima di tutto il resto.

Luca Maiotti

Tutte le interviste sono esclusive di Luca Maiotti

Il post precedente è al link Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/14 – L’educazione saharawi: il ruolo di Cuba, Libia e Siria

La tesi è stata pubblicata nella categoria di Paola Casoli il Blog “Nuove Leve – Luca Maiotti”

Foto: Gilberto Mastromatteo (Gdeim Izik, Laayoune, Sahara Occidentale, 2010, vedute del “campo della dignità”, l’accampameento eretto dai saharawi il 10 ottobre 2010 e smantellato dalle forze speciali dell’esercito marocchino il 9 novembre seguente)/huffingtonpost.it

Bibliografia e sitografia indicate dall’autore:

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Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/14 – L’educazione saharawi: il ruolo di Cuba, Libia e Siria

foto_scuolaBy Luca Maiotti

Capitolo 3 della tesi Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, di Luca Maiotti

3.3 Il percorso educativo saharawi: l’insegnamento

La colonizzazione spagnola

L’educazione ricopre uno spazio fondamentale nel discorso pubblico saharawi – proprio perché inteso come uno dei mezzi di lotta politica e sociale che distinguessero l’era passata della colonizzazione dalla nuova età della coscienza nazionale.

saharawi_school_childrenEffettivamente la Spagna si occupò dell’educazione nella provincia del Sahara Occidentale senza particolare solerzia. Nonostante ciò dal 1948 al 1974 il sistema scolastico crebbe da 91 a 6059 studenti di scuola elementare – di cui 909 studentesse. La scuola superiore arrivò a contare 111 allievi (tra cui 3 femmine) e nel 1972 260 Saharawi entrarono in un istituto professionale. Il tasso di alfabetizzazione dell’intera popolazione saharawi era circa al 5% quando cominciò l’esilio nel 1975. Solo nel 1968 – solo sette anni prima del ritiro – le università spagnole aprirono a studenti saharawi, e questo spiega l’esiguità del numero di laureati (2) e diplomati – diploma di tipo tecnico – (12). La stessa apertura dell’università era condizionata: se era possibile per loro studiare nelle facoltà di ingegneria, diritto, economia, medicina, infermieristica e farmacia, l’accesso era vietato per le facoltà di scienze politiche, sociologia e giornalismo.

La consapevolezza delle ristrette possibilità di educazione è stato uno degli argomenti su cui il Polisario ha battuto, identificando il periodo della colonizzazione – e, parallelamente, della divisione tribale – come il periodo di buio intellettivo e ignoranza. Bucharaya Salek a questo proposito dice:

“Siamo stati colonia spagnola e lo stiamo stati dall’anno 1884 fino al 1975. Certo, siamo stati un popolo ignorante, che viaggiava per il deserto, e i coloni si sono comportati da coloni, ci hanno obbligato a non studiare, a non avere idee, a non avere persone colte perché la popolazione non li invii per far qualcosa. Questo per quasi un secolo con la Spagna”

Non era nell’interesse del governo spagnolo far crescere una classe media istruita e quindi consapevole che potesse chiedere rivendicazioni maggiori di quelle che già agitavano il Sahara Occidentale.

L’importanza dell’educazione e i primi ostacoli

Non è un caso che i dirigenti del Polisario fossero alcuni tra i Saharawi più istruiti – universitari in Marocco nel periodo delle contestazione studentesche in particolare – che si trovarono durante gli anni di guerra a dover mediare tra le istanze di rinnovamento politico-sociale e l’ordine tradizionale anche nel campo dell’istruzione. L’educazione doveva essere uno dei capisaldi per il nuovo stato – temporaneamente in esilio – perché fosse autosufficiente anche sotto questo aspetto.

I campi dei rifugiati furono un ottimo terreno per un cambio di mentalità che passasse per i banchi – che materialmente arrivarono solo molto più tardi – di scuola. Allo stesso tempo la posta in gioco – una volta raggiunta l’indipendenza nazionale – sarebbe stata quella di ricreare una generazione nuova, un obiettivo che avrebbe avuto bisogno di molto tempo per poter essere raggiunto.

Le prime campagne furono quelle più semplici: per esempio una campagna di igiene e di salute pubblica, per evitare le malattie che flagellarono il primo inverno dei rifugiati; poi – ancora più importante – quella per incoraggiare i genitori a mandare i propri figli a scuola, consenso che erano più riluttanti a concedere.

La stessa Costituzione della RASD recita all’articolo 35 che “il diritto all’educazione è garantito. L’insegnamento è obbligatorio e gratuito. Lo Stato organizza l’istituzione dell’educazione in conformità alla legislazione scolastica.”

Le scuole furono tra i primi edifici ad essere costruiti nei campi e bambini ed adulti beneficiarono di lezioni impartite dai pochi che avevano ricevuto un’istruzione superiore. Non è un caso che solo tre date siano servite a dare il nome a dei luoghi nei campi dei rifugiati – e in tutti e tre i casi si trattasse di scuole: 12 Ottobre, dichiarazione dell’unità nazionale; 9 giugno, morte di El Ouali; 27 febbraio, proclamazione della nascita della Repubblica Araba Saharawi Democratica. Era infatti la scuola il luogo deputato alla crescita e all’insegnamento di una generazione vergine di ogni educazione tradizionale. Le necessità della guerra obbligarono il Polisario a vagliare tutti gli uomini, facendo rimanere nei campi soltanto quelli che fossero veramente indispensabili: gli infermieri e i pochi insegnanti. Tra questi c’era Najim Shia:

“No, io non ho fatto la guerra, io ero un insegnante. Quando cominciò l’esodo e si iniziò ad organizzare l’azione nei campi, il Fronte Polisario, la direzione del Fronte Polisario, vide che c’era bisogno di insegnanti, di infermieri e così via per i bambini. E hanno deciso tra tutti gli uomini quelli, io ero tra questi, che si occupassero dell’insegnamento dei bambini saharawi in esilio, negli campi dei rifugiati.”

La scelta fu dettata dalla necessità di assicurare un futuro più “normale” possibile – per quanto le condizioni lo permettessero – ai bambini saharawi. Le limitazioni furono però fin da subito moltissime, prima tra tutti il numero degli insegnanti:

“Se vuole, io ho insegnato praticamente di tutto. Perché a quel tempo, visto che non avevamo abbastanza insegnanti ho insegnato arabo, ho insegnato matematica, ho insegnato scienze, ho insegnato quella che chiamiamo la nostra materia delle vite dei padri, ho insegnato chimica, ho insegnato storia e geografia, ho insegnato quasi tutto. […]. No no, durante la guerra, sono stato insegnante nella scuola di formazione dei quadri, ero professore là. Là ho insegnato altre materie, ho insegnato la sociologia e la psico-sociologia nella scuola dei quadri”

La scuola di formazione dei quadri fu costruita solo in un secondo momento, per poter dare una preparazione organica agli insegnanti – che all’inizio dovettero arrangiarsi con le proprie conoscenze. La guerra esigeva che tutti gli uomini validi fossero a combattere, ma si cercò di garantire una gamma di insegnamenti che fosse completa – nonostante le difficoltà riscontrate in primo luogo nella ricerca di persone istruite:

“Visto che c’è bisogno di questo, si trova qualcuno che per esempio ha un certo livello o delle capacità. Il mio livello non era così … ho raggiunto il diploma e poi ho fatto altri due anni e basta. Ma soltanto il bisogno mi ha obbligato a spingere più in là il livello, ho letto moltissimo e così via. Io conosco alcuni miei colleghi che non avevano raggiunto nemmeno il diploma, ma si sono talmente applicati che con la formazione sono diventati dei professori, anche al liceo, o dei farmacisti o altro. La nostra volontà a superare l’ostacolo ci ha spinto a essere così.”

Le condizioni materiali furono la difficoltà più grande che dovette affrontare il neonato saharawi nel campo dell’educazione. Si dovette creare dal nulla un corpo insegnanti, delle scuole, dei programmi e dei libri. Il processo fu graduale, ma riuscì.

“I primi anni, tipo nel 76 si comincia con una mancanza, una grande mancanza di tutto. Ciò significa che a quel tempo si avevano solo le conoscenze personali degli insegnanti. Per esempio domani si insegna storia? Si fa una piccola riunione per decidere chi farà lezione ai bambini e in ogni caso si parlerà della lezione, così la lezione che domani si farà ai bambini è là. Poi, dopo la Proclamazione della RASD è stato creato un Ministero dell’Educazione e dell’Insegnamento.
Il Ministero ha cominciato a provare a preparare dei libri per gli insegnanti. Così ha raggruppato gli insegnanti per ogni materia, per esempio il gruppo degli insegnanti che parlerà della lingua araba preparerà le lezioni di arabo, un altro gruppo preparerà storia e geografia, un altro ancora la matematica. Hanno preparato le lezioni e ne hanno fatto dei libri. I libri all’epoca non erano dattiloscritti, ma ciclostilati ed erano i primi libri che utilizzarono gli insegnanti a quel tempo. Adesso con l’aiuto delle organizzazioni spagnole, italiane, francesi e algerine, si è arrivati ad avere dei libri con un livello un po’ più alto.”

I primi tempi furono quindi caratterizzati dall’autosufficienza e da un certo grado di autogestione, demandando alla creazione di un Ministero statale la sistematizzazione dell’apparato educativo. Tale Ministero si occupò poi di sopperire alle mancanze fondamentali – i libri innanzitutto – e di coordinare gli insegnanti, evitando che le conoscenze si sparpagliassero e non si raggiungesse un livello di istruzione omogeneo. Il Ministero dell’Educazione e dell’Insegnamento si occupò anche della logistica degli ambienti in cui poter far lezione e successivamente della creazione di un organigramma scolastico che accompagnasse l’allievo dalle elementari fino alla maggiore età, garantendo un percorso completo fino alle soglie dell’università.

In più, è necessario porre l’attenzione sulla totale autonomia di questo Ministero: memori dell’esperienza di molti paesi africani decolonizzati che avevano assunto in blocco il sistema educativo dell’ex madrepatria, i Saharawi decisero di sviluppare un cammino indipendente: ciò non significò negare in blocco alcuni parametri della società occidentale, ma tener conto del vissuto anteriore, tenendo conto dei nuovi bisogni e delle nuove aspettative – da qui l’idea di ridiscutere il programma ogni anno.

“Alla fine del ‘75, inizio ‘76 si faceva lezione nelle tende. Ad un certo momento avevamo fatto lezione anche all’aria aperta, io sto qui, un altro è più in là, un altro più in là ancora. Così, all’aria aperta. Nel ‘75-‘76 c’erano bambini, ma gli allievi non erano così tanti come lo sono ora. Poi ci diedero delle tende, delle classi dentro le tende e dopo la proclamazione della RASD, il 27 febbraio 1976, lo Stato ha cominciato a pensare di costruire delle scuole.
Ha costruito delle scuole con mattoni e sabbia, così abbiamo cominciato ad avere delle scuole “moderne”, almeno rispetto ai corsi all’aria aperta.
Poi lo Stato ha costruito due collegi. Il primo è chiamato 9 giugno ed è un po’ lontano dai campi, l’altro è la scuola del 12 ottobre. Ecco nei due collegi gli studenti vivono per tutto il periodo scolastico, mangiano e dormono là dentro.”

Dunque la struttura scolastica saharawi si compone di più livelli. Dopo la scuola primaria o elementare – dalla durata di 6 anni – gli studenti lasciano le proprie famiglie all’età di 12 anni per entrare in collegio.

Il numero delle scuole elementari è cresciuto arrivando a una media di sette per ogni wilaya, mentre nei primi tempi dell’esilio se ne poteva contare al massimo una. I collegi sono in numero molto minore rispetto alle scuole primarie e ospitano giovani maschi e femmine saharawi che fanno ritorno alle proprie case per dieci giorni ogni tre mesi. Se è vero che i dormitori sono separati, la promiscuità maschi-femmine del collegio pose – e pone – dei problemi alle famiglie – restie ad oltrepassare la barriera di pudore eretta dalla tradizione islamica e saharawi. Dovette trascorrere del tempo prima che dei genitori fossero convinti a mandare le proprie figlie nel collegio e sulle famiglie concentrarono una serie di politiche di sensibilizzazione avviate dal Polisario.

Una vita da studente

Una delle interviste che ho realizzato è stata a Rachid Lehebib, un giovane saharawi di 24 anni, che ha completato l’intero percorso scolastico fino all’università prima di emigrare in Francia in cerca di lavoro. Il collegio lo ha fatto in Algeria, uno degli Stati che offre borse di studio agli studenti saharawi in base ad accordi che ha stipulato con la RASD.

“E’ molto duro, molto difficile andarsene e lasciare la famiglia per 9 mesi, è molto difficile. Quando sono andato in Algeria a 12 anni ero in grande difficoltà perché era la prima volta che lasciavo la famiglia ed era molto, molto difficile. Perché in Algeria devi cucinare da solo, lavarti i vestiti e fare molte altre cose per te da solo. Quando sei in famiglia tua mamma e tuo papà ti comprano o ti fanno sempre qualcosa, ma quando ti portano in Algeria devi fare le cose da te.”

La partenza per il collegio rappresenta, come detto, una prima separazione dal nucleo familiare, la cellula base della società, particolarmente importante in quella saharawi. I bambini si trovano catapultati in un ambiente tendenzialmente isolato dove – per mancanza di mezzi – gli si chiede di essere già molto autonomi.

“Siamo tutti studenti, ma in gruppo, perché tutti i Saharawi che vanno a studiare in Algeria vengono in gruppi, per esempio in Sidi bel Abbes sono cento, cento saharawi, ad Orano sono 50, a Béchar, nel nord dell’Algeria ce ne sono un altro numero. Si viene in gruppi e si vive nei collegi. Si vive in comune, tutti gli studenti vivono uniti, non come all’università. E’ tipo un gruppo, in una stanza ci sono tre o quattro, hai il letto, hai il bagno e ci sono uno, no, due Saharawi grandi che vengono con gli studenti come, diciamo, responsabili. I due Saharawi responsabili grandi per esempio organizzano gli studenti per fargli fare sport.”

Il trauma della separazione è di solito superato velocemente grazie alla presenza di altri bambini saharawi. Lo spostamento avviene in gruppo al fine di formare un’isola di “saharawità”, essenzialmente per due ragioni: migliorare l’ambientamento dei nuovi arrivati e ribadire un certo grado di diversità evitando un’integrazione completa – con il rischio di vederli partire saharawi e farli tornare algerini. Proprio per queste esigenze i bambini sono accompagnati da due adulti “responsabili”, che sono la guida del gruppo e organizzano attività e fungono da punti di riferimento per i giovani – che sono autonomi, ma non completamente autogestiti. Emblematico – a questo proposito – un episodio come quello che ricorda Rachid:

“Un vecchio ricordo che ho è del primo anno a Sidi Bel Abbes. La squadra dei Saharawi giocava nel torneo della città e arrivò seconda: la squadra dei Saharawi quando partecipò per la prima volta fu la seconda migliore squadra in tutta la regione di Sidi Bel Abbas. A calcio, perché ogni scuola aveva la sua squadra. I Saharawi fecero una squadra fatta da soli Saharawi e giocarono contro tutte le squadre algerine della regione di Sidi Bel Abbes, come a Milano quando giocano tutte le scuole di Milano”

E’ indicativo che anche in un torneo di calcio delle scuole della regione si sia scelto di creare una squadra di soli Saharawi. A rigor di logica, visto che la scuola era frequentata da Algerini oltre che da Saharawi, si sarebbe dovuta creare una squadra mista che rappresentasse la scuola e non la componente di provenienza. Anche nelle cose meno importanti, la volontà rimane quella di esasperare la differenza. Si è visto come il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione sia riservato ai “popoli” intesi nel senso occidentale del termine, dove il percorso storico ha fatto sì che le società avessero bisogno di evidenziare solo le differenze per poter parlare di identità. Così, i Saharawi decisero di curare – anche nei minimi aspetti – l’esigenza di marcare la separazione piuttosto che l’integrazione – come sarebbe stato logico aspettarsi in un torneo di calcio scolastico – senza che comunque questo andasse ad inficiare le relazioni con gli altri. In più – come in molti sport – fare squadra o tifare per la stessa squadra rinsalda i vincoli affettivi tra i partecipanti. E’ interessante riportare anche un altro brano:

“Siamo lì anche perché i responsabili dicono che noi siamo venuti lì sì per studiare, ma anche come ambasciatori dei Saharawi. Dobbiamo studiare bene perché abbiamo degli amici di là, abbiamo una causa e dobbiamo studiare molto molto molto molto bene e d’altra parte siamo ambasciatori quindi non dobbiamo fare niente di male.”

Il Polisario cercò di andare oltre alla semplice difficoltà economica per motivare le partenze. In altre parole colse l’occasione per far entrare a pieno titolo il futuro cittadino nel progetto di costruzione nazionale saharawi. Ogni bambino che parte diventa ambasciatore della Repubblica Araba Saharawi Democratica ed è quindi tenuto ad impegnarsi per dare una buona immagine di sé all’estero. Così facendo perfino un dodicenne viene coinvolto in prima persona nel discorso pubblico dei “grandi”. La presenza dei responsabili serve a non permettere mai che il legame con i campi rischi di sfilacciarsi o addirittura di perdersi, garantendo con il proprio ruolo non tanto un controllo diretto – tanto è vero che nelle attività di tutti i giorni gli studenti sono autonomi – quanto il riferimento continuo e sempre attuale alla patria – nonché alle aspettative di cui sono investiti.

L’ambiente del collegio sembra essere comunque tranquillo, nonostante si svuoti perché i compagni algerini se ne tornano a casa il fine settimana:

“Sono bravo in tutte le materie, sono con i migliori. Sono con i migliori perché sono molto interessato allo studio e non ci sono molte difficoltà. E’ una vita particolare quella dello studente. Quando entro in classe mi scordo di tutto, siamo interessati da quello che succede in classe. Perché il sabato e la domenica gli altri studenti tornano alla loro famiglia, giocano e fanno cose, e noi rimaniamo a scuola per lavare e fare altre cose. Sì, va tutto bene e non ci sono stati problemi nella mia vita da studente…ero molto felice.”

Il collegio rappresenta anche l’ambiente in cui maschi e femmine condividono tutto, a parte i dormitori.
La cosa non sembra turbare Rachid, quando gli chiedo se l’avesse trovato strano:

“No, è normale. Qualche volta sono allo stesso tavolo con una ragazza per studiare ed è normale, non è niente”

Considerato che il rapporto tra i sessi è più rigido durante l’adolescenza, è comprensibile la ritrosia dei genitori a lasciare partire le figlie.

L’università

La situazione dello studente cambia radicalmente durante il periodo universitario. In questo caso la decisione del Ministero dell’Educazione e dell’Istruzione fu quella di adattarsi al sistema di valutazione algerino, che assegna la possibilità di accedere alle varie facoltà in base al punteggio di uscita dal collegio. Rachid aveva scelto traduzione e – visto che a Sidi Bel Abbes non c’era l’università – si era spostato a Béchar, nella regione nord occidentale dell’Algeria. La condizione di studente universitario è completamente diversa da quella di studente del collegio:

“Hai molta più libertà di tornare nei campi dei rifugiati, di andare in altre città in Algeria, per fare molte cose. Quando sei molto piccolo non ti lasciano andare da solo perché è pericoloso, all’università hai i trasporti e tutto.
[…] All’università hai molto tempo di andare e tornare.
[…] L’università non è come il collegio. E’ diverso perché qui ci sono due persone per camera, nel collegio qualche volta si arrivava a venti in una grande stanza con letti a castello. All’università in due, con la TV, con internet e altra gente.
Puoi viaggiare di più, andare, visitare altre città in Algeria, perché sei maggiorenne quindi puoi fare più cose. Quando sei in collegio no, le fai solo con i responsabili. All’università non ci sono responsabili, ecco la differenza, non ci sono responsabili.”

La prima differenza che Rachid nota è la maggiore possibilità di tornare nei campi dei rifugiati; la seconda sono le condizioni materiali: i Saharawi non vivono più in gruppo e la quotidianità non è più comunitaria. Tv e internet sono dei lussi nei campi e Rachid – più avanti nell’intervista – ne sentirà la mancanza al ritorno a casa. La differenza più importante è l’assenza dei responsabili. Oltre che per ragioni logistiche – sarebbe impossibile assegnare due funzionari per ogni città universitaria in cui abitano degli studenti Saharawi – si ritiene maturo un percorso di studi che nei campi non può trovare il giusto spazio. Vista l’assenza di posti di lavoro infatti, gli studenti si devono abituare alla possibilità di dover vivere all’estero autonomamente, sperimentando quel “doppio esilio” imposto dalle condizioni storiche ed economiche. Ognuno di questi sarà veramente un “ambasciatore” saharawi nel mondo, formando network e cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale in merito alle vicende del Sahara Occidentale. Alla domanda “perché non hai fatto il servizio militare?” Rachid mi risponde in maniera estremamente pertinente:

“Perché dopo il 1991 per il Fronte Polisario cambiò strategia. Dopo il 1991 c’è un altro sguardo sulla situazione politica. Abbiamo bisogno di dottori, di gente che conosca l’informatica, che studi le costituzioni, le costituzioni per il Sahara Occidentale, è chiaro? Dopo il 1991 cambiò il sistema. E’ un altro mondo da quando eravamo in guerra con il Marocco. Dopo il 1991 cambiò il sistema, cambiò il mondo, cambiarono le parole delle armi e tutto il resto. Ora bisogna conoscere le lingue, saper utilizzare l’informatica e molte altre cose perché ne abbiamo bisogno per costruire la nostra costituzione. Dobbiamo conoscere molte cose perché la gente negli altri paesi in Europa, in Africa, in Asia e in America Latina conosca la causa del Sahara Occidentale. Quindi dopo il 1991 non è più obbligatorio entrare nel servizio militare, cioè è come vuoi tu, se vuoi andare vai, altrimenti no.”

La stessa scelta dell’università invece della leva militare – in un paese che è riuscito a sopravvivere soprattutto grazie alle proprie peculiari capacità belliche – significa un vero cambio di mentalità.

Studiare all’estero

L’Algeria è il paese dove studia la maggior parte degli studenti saharawi tra collegi e università. Lo Stato offre borse di studio complete e la vicinanza ai campi dei rifugiati permette di tornare con maggiore frequenza rispetto ad altre destinazioni. La vicinanza culturale incoraggia soprattutto i genitori di femmine a mandare le proprie figlie a studiare lì. La difficoltà principale – incontrata anche da Rachid – è la conoscenza del francese, lingua che fa parte del sistema educativo algerino, oltre che l’adattamento ad uno standard scolastico leggermente più alto.

“All’inizio, quando arrivammo in Algeria noi non parlavamo francese perché alle elementari si insegnava solo spagnolo, mentre il sistema educativo in Algeria ha il francese come seconda lingua e l’arabo come prima. E’ difficile arrivare in Algeria e non parlare né capire il francese. I miei amici, i miei amici algerini, mi hanno aiutato moltissimo. […] La scuola in Algeria comincia in settembre e noi arriviamo in ritardo. I nostri compagni algerini ci hanno aiutato per i corsi ed è stato molto importante per noi.”

I legami che intercorrono tra la RASD e l’Algeria sono stati storicamente fortissimi, ma il paese maghrebino non fu l’unico a fornire supporto logistico nel percorso educativo dei giovani saharawi.
Soprattutto per ragioni ideologiche Cuba fu una delle prime a permettere che studenti saharawi potessero formarsi sull’isola. Il primo gruppo arrivò nel 1977 dando avvio ad un programma di borse di studio che negli anni avrebbe formato più di 4000 Saharawi secondo le istituzioni cubane. 300 tra questi furono destinati a studi medici, in modo che potessero ritornare in patria con un bagaglio di sapere spendibile immediatamente: la prospettiva del programma per i bambini coinvolti era quella del ritorno nei campi dei rifugiati, per mettere al servizio della comunità quanto appreso all’estero. Slama Amarna era stato selezionato per andare a studiare nell’isola di Cuba:

“Io quindi sono stato lì per la tutta la scuola, che aveva circa 600 persone, ed eravamo 600 che parlavamo bene castigliano per esempio. E niente, vai, è un’opportunità, che puoi studiare là, eravamo un gruppo di bambini di dodici, tredici o quattordici anni che hanno avuto questa opportunità che altri non hanno avuto. Abbiamo studiato e siamo tornati ciascuno con la sua specialità, quindi qualcuno si è laureato all’accademia militare, qualcuno è diventato medico o professore.”

Il soggiorno a Cuba è un’esperienza a lungo termine: i bambini passano più di dieci anni – a seconda del percorso di studi – nell’Isla de la Juventud, in condizioni diverse dai loro coetanei in Algeria.

“Per prima cosa tutti i Saharawi che sono andati a Cuba studiavano nelle stesse scuole, vivendo nella stessa scuola. Sono scuole-collegi diciamo, dove studi, vivi e mangi. Finisci il collegio e poi vai oltre, per esempio ai precorsi per l’università e lì incontri Cubani o persone di altre nazionalità. In quel momento Cuba appoggiava quasi tutti i movimenti per la libertà che c’erano, per l’Angola, per il Mozambico e per la nostra causa, che è una causa giusta per la liberazione del nostro paese. Ci aiutavano in molte cose, ma soprattutto per l’insegnamento ai bambini.”

Sull’Isla de la Juventud lo Stato cubano riservò ai Saharawi un totale di tre scuole, due medie inferiori e una media superiore da 400 alunni l’una, fornendo anche vitto, alloggio ed insegnanti ai bambini. Il rischio di queste partenze era ovviamente quello di perdere il legame con la madrepatria – molto più acuito rispetto alla situazione dei bambini che studiavano in Algeria, che avevano la possibilità di tornare ogni tre mesi. Il sistema utilizzato fu quindi lo stesso: nelle scuole gli insegnanti erano cubani, ma la vita comune era con dei responsabili che venivano dal Sahara Occidentale.

E’ indubbio però che l’università – per la libertà di autogestione che essa implicava – rappresentava un momento di incontro con persone provenienti da realtà estremamente differenti. L’impronta del collegio e dell’università impresse un’impronta sulla mentalità e sulla considerazione di coloro che avevano fatto gli studi a Cuba. Al ritorno si dovettero confrontare con dei costumi piuttosto differenti da quelli incontrati per la durata della propria adolescenza – in particolare il rapporto uomo-donna – tanto che fu coniato per loro il neologismo “Cubarauis” dall’incontro tra “Cubanos” e “Sahrauis”.

Gli altri paesi coinvolti nel sistema di educazione saharawi furono la Libia e la Siria.

In particolare la prima ha sempre offerto supporto ai giovani saharawi per la propria vocazione al panarabismo – nonostante il cambio di diplomazia avvenuto tra il colonnello Gheddafi e il Polisario. Se per la Libia nel 2001 700 studenti erano coinvolti – secondo le stime del Sahara Press Service – il volume era molo minore per la Siria, dove lo stato pagava agli studenti solo le borse scolastiche, mentre il Fronte garantiva un minimo per i bisogni di tutti i giorni, ma i dati a disposizione sono più scarni per la Siria.

In realtà gli alunni non furono gli unici ad essere coinvolti in progetti all’estero. Gli stessi insegnanti seguirono dei cicli di corsi di formazione in paesi partner perché potessero aggiornarsi – e, di riflesso – aggiornare il programma da proporre agli studenti:

“Il Ministero dell’Insegnamento e dell’Educazione organizza durante l’estate la formazione degli insegnanti. Gli insegnanti che hanno un livello più alto sono quelli che fanno lezione agli altri insegnanti. Così c’è uno scambio. Intanto altri insegnanti si occupano di correggere i programmi per migliorarne l’utilizzo e per aggiungere eventuali cose importanti. Poi c’è l’occasione di inviare gli insegnanti in altri paesi come l’Algeria, la Spagna e Cuba.
All’inizio degli anni 80 seguono una formazione là e tornano con un livello più alto, metodi pedagogici e così via. […] Quando torna per esempio un gruppo che era in formazione il ministero ne invia un altro. Così quasi tutti i gruppi e tutti gli insegnanti, o fanno formazione all’estero o la fanno nei campi nella scuola di formazione degli insegnanti.”

La mobilità diventò quindi una dimensione costante per studenti e insegnanti: alla provvisorietà dell’esilio nei campi si aggiunse una condizione di ulteriore sradicamento dal nucleo familiare o dalla società originaria. La condizione di impossibilità materiale di garantire un insegnamento che vada oltre l’alfabetizzazione o un livello base nelle materie più importanti costrinse il Fronte ad organizzare dei partenariati con i paesi ideologicamente vicini, ovvero a contare ancora una volta sull’aiuto internazionale. Seppur contenesse in sé i pericoli di uno sfilacciamento identitario, la partenza divenne anche un’opportunità per rinnovarsi e per sensibilizzare l’opinione pubblica estera: gli studenti ritornarono con conoscenze e tecniche maggiori e crearono dei network di solidarietà e informazione nei paesi ospitanti.

Il grande spazio saharawi

Per la generazione che visse il trauma dell’abbandono della patria e per quella immediatamente successiva fu semplice conservare il ricordo del Sahara Occidentale. Difficoltoso, invece, rinsaldare il legame per coloro che la patria non l’avevano mai vista.

Le due generazioni successive conobbero il Sahara Occidentale solo attraverso i racconti, rendendo necessaria una “sistematizzazione” degli eventi storici del discorso sulla storia degli eventi. Il Fronte Polisario non si lasciò sfuggire l’occasione di riscrivere la propria storia alla luce degli avvenimenti più recenti e di far crescere la propria popolazione nella consapevolezza di un passato comune che li distinguesse dal Marocco e dalla Mauritania. Ciò non significò necessariamente manipolare la realtà, mistificandola attraverso l’eliminazione dalla narrazione di qualunque elemento non in linea con l’immagine che si volesse dare di sé, ma segnò un passaggio necessario nella costruzione di una coscienza nazionale. Come in ogni altro Stato infatti, si sceglie una sola versione “ufficiale” della Storia alla quale eventualmente si potranno affiancare altre interpretazioni o racconti paralleli.

La scuola giocò un ruolo di primo piano nella costruzione identitaria nazionale nella condivisione di un nucleo di sapere ufficiale – il cui successo è confermato dalle interviste. Molte interviste, nelle prime domande, contengono una serie di rimandi storici tutti uguali e tutti puntuali (la data d’inizio della colonizzazione spagnola, l’azione del Polisario) che illustrano sinteticamente il percorso del popolo saharawi. Prevedibile che tale spiegazione – peraltro non richiesta specificatamente – fosse addotta da professori o responsabili di associazioni, non scontato udirla da ex militari, ingegneri e così via. La ragione è che a scuola – in tutti i gradi – esiste una materia specifica:

“[…] il grande spazio. E’ la [materia] più grande. Abbiamo lavorato così tanto per conservare la nostra identità che è diversa dall’identità degli altri, dei marocchini”

Quando chiedo di spiegare cosa sia questo “grande spazio saharawi” Najim Shia mi risponde:

“Significa che ci sono alcune materie diciamo di educazione nazionale. In questa educazione nazionale si insegna agli studenti le origini, l’identità, perché fanno un tipo di vita, che bisogna fare per conservarla, si parla dei nostri costumi. E per esempio alle elementari non è come in collegio, in collegio ce n’è di più rispetto alle elementari. Per esempio alle elementari si dice all’allievo che è un Saharawi, per i suoi genitori, è là perché c’è stato un esodo, perché c’è stata l’invasione marocchina-mauritana. Al collegio si approfondisce, si studia più cultura saharawi, il modo di vivere prima, anche prima dell’arrivo della Spagna sul territorio, come hanno fatto i Saharawi per combattere gli spagnoli e anche il Fronte e come fa ora per lottare senza combattere, per raggiungere l’indipendenza. E anche cosa dobbiamo fare noi e voi, i giovani, per conservare l’identità e continuare a combattere per raggiungere la nostra indipendenza.”

L’educazione nazionale accompagna lo studente per tutto il ciclo di studi inferiori per stratificare una consapevolezza di differenza culturale su cui poi si può impiantare il discorso all’autodeterminazione secondo il diritto ONU.

“[…] nell’educazione nazionale ci sono storia e geografia. La storia comprende anche l’ora di storia di origine del popolo saharawi, il suo arrivo nel Sahara Occidentale, come era organizzato prima dell’arrivo della Spagna, l’arrivo della Spagna, la loro lotta durante la colonizzazione. Poi i movimenti nazionalisti saharawi, la nascita di un movimento nazionale saharawi, la nascita del Fronte Polisario e tutto quello che ha fatto il Polisario.
La geografia comprende anche il Sahara Occidentale da un punto di vista geografico, le ricchezze, le frontiere, le risorse marittime e comprende i villaggi, le montagne e ci sono anche le risorse agricole. Questo per la geografia.”

Nella pratica il grande spazio saharawi è una materia trasversale alle altre, un filo rosso che le lega tutte. Tutti gli studenti acquisiscono così una rete di conoscenze comuni che fanno da riferimento identitario anche in condizioni di lontananza dalla patria. In altre parole, si crea nel tempo un nocciolo duro di saperi e di immagini che si stratificano fino a formare una vera e propria autocoscienza nazionale saharawi. Autocoscienza qui riprende in realtà due accezioni: la prima è la coscienza personale – che si crea appunto in conseguenza di un lungo processo dettato dalle sollecitazioni materiali e psicologiche – mentre la seconda è intesa ad un livello più generale – in quanto sono gli stessi rappresentanti del popolo saharawi, benché élite, a proporre una differenziazione culturale che possa giustificare l’obiettivo di autodeterminazione nazionale.

Luca Maiotti

Il post precedente è al link Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/13 – La donna saharawi (22 aprile 2015)

Seguiranno le Conclusioni

Foto: WFP; Saharawi

Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/12 – I campi e la detribalizzazione: una logistica ragionata

campo TindoufBy Luca Maiotti

Capitolo 3 della tesi Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi di Luca Maiotti

I campi e la detribalizzazione: una logistica ragionata

I campi dei rifugiati

Gli accordi di Madrid e la successiva invasione marocchina ebbero come conseguenza immediata la fuga di una consistente parte della popolazione saharawi verso il deserto al di là del confine algerino, nei pressi della città di Tindouf. Se l’esodo può esser descritto come la partenza volontaria di un insieme di persone dal proprio paese per motivi politici, religiosi o etici, questa definizione non sembra adattarsi perfettamente all’esperienza saharawi. Sembra infatti più giusto richiamare la definizione di esilio, inteso sì come sradicamento e obbligo di partire altrove, ma a cui si aggiunge l’importante sfumatura della prospettiva del ritorno qualora venga a cadere il motivo che ha originato la partenza.

L’esilio – che richiama la precarietà dell’asilo e la temporaneità del rifugio – si configura come conseguenza dell’esodo – che è più simile alla fuga.

Secondo le stime degli anni 2002-2004 dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) i Saharawi che beneficiano dell’assistenza di una delle organizzazioni delle Nazioni Unite nella zona di Tindouf sono circa 165.000, divisi in quattro campi che ospitano ognuno circa 40.000 persone.

tindouf-blocusQueste stime non sono però da considerarsi completamente attendibili: in primo luogo non è stato possibile effettuare un censimento affidabile: mancano infatti i dati di una parte dei rifugiati che vivono nel campo del 27 Febbraio e le stime si riferiscono alla situazione di dieci anni fa, non tenendo conto del tasso di crescita della popolazione.

Ci sono poi altri rifugiati Saharawi che sono monitorati dall’UNHCR – ma non rientrano direttamente nel programma di aiuti – che vivono in vari paesi del mondo – per esempio solo in Mauritania ce ne sono 27.000, ma è anche il caso di molti degli ex guerrilleros che ho intervistato in Francia.

Si calcola comunque che i rifugiati saharawi in totale siano circa 200.000, tenendo conto sia della popolazione nei campi, sia nei paesi europei ed extraeuropei.

Come visto, fu l’Algeria a mettere a disposizione uno spazio per i campi, nei dintorni della regione di Tindouf. Questo luogo rappresentò un ambiente talmente inospitale che i Saharawi vissero de facto in isolamento, conservando larga autonomia di organizzazione fin dall’inizio dell’esilio.
L’insieme dei campi fu – ed è tuttora – diviso in 4 wilayat (al singolare wilaya) o provincie, ognuna delle quali prende il nome di una città importante del Sahara Occidentale: El Ayun, Smara, Ausserd, Smara e Dakhla.

A questi si sono aggiunti il piccolo campo satellite del 27 febbraio (chiamato anche campo delle donne) e il campo amministrativo di Rabouni. Ogni wilaya è divisa in sei dawa’ir (al singolare daira), l’equivalente di un distretto.

Le esigenze fondamentali a cui dovette sottostare il progetto saharawi furono quelle della difesa e dell’accesso all’acqua. Rabouni non a caso è il principale punto idrico dell’intero dispositivo e i primi due campi, El-Ayun e Smara, si trovano nell’arco di 20 chilometri da lì, così come la prima scuola militare.

The_Sahrawi_refugees_–_a_forgotten_crisis_in_the_Algerian_desert_(7)Successivamente si scelse di creare un altro campo – quello di Ausserd – per decongestionare i primi due, mentre l’ultimo – quello di Dakhla – si trova a 170 chilometri a sud est di Tindouf, separato degli altri tre. I servizi centrali si trovano in un punto equidistante dai primi tre campi e ospitano la farmacia centrale, l’ospedale militare, la prima scuola elementare – ora diventato collegio (l’equivalente della scuola media e superiore) – un laboratorio artigianale e il principale orto coltivato, situato in un minuscolo spazio irrigato vicino ad una piccola sorgente. Tutti questi punti sono situati a pochi chilometri l’uno dall’altro.

Il piccolo campo del 27 febbraio nasce più recentemente intorno all’omonima scuola professionalizzante con l’intento di creare delle abitazioni per le famiglie del personale e di coloro che la frequentano. E’ anche chiamato campo delle donne perché è sede dell’Unione Nazionale delle Donne Saharawi, accanto ai centri di formazione e di artigianato.

L’organizzazione dei campi dovette però rispondere anche ad aspetti funzionali: ogni campo si strutturò secondo l’intrecciarsi del piano circolare e quello quadrato. Il piano circolare evoca l’idea di una comunità che si stringe intorno a se stessa per difendersi, dove le posizioni sulla circonferenza hanno tutte stesso valore ed in cui solo il centro si configura come gerarchicamente differenziato. Il quadrato invece è per definizione la formazione tesa all’attacco in tutti gli eserciti del mondo – a maggior ragione nella tradizione beduina impostata sui rapporti di forza tra tribù. Questo schema permette di distinguere non solo il centro dai lati, ma anche la prima linea dalla retroguardia e dalle ali – assegnando ad ogni posizione sul campo un posto corrispondente nella scala sociale. Il campo saharawi si presenta quindi come l’intersecarsi della dualità quadrato-cerchio, mostrando la contraddizione di una comunità gerarchizzata: al suo centro si trovano gli edifici amministrativi e funzionali (educazione, potere, salute), mentre la circonferenza è occupata da una serie di sei unità, cioè una serie di quadrati simmetricamente disposti intorno al nucleo.

Una logistica ragionata: l’obiettivo della detribalizzazione

Al momento dell’arrivo nei campi rifugiati – prima improvviso poi sempre più graduale – la dirigenza del Polisario si trovò suo malgrado davanti ad un’occasione imperdibile, quella di dare realizzazione ad una società che fino a quel momento esisteva solo sul piano ideale. Come visto, il diritto all’autodeterminazione si applicava soltanto ai popoli e l’ordine tribale era considerato causa strutturale di debolezza nella fallita resistenza alla colonizzazione. Così il 12 ottobre 1975 si celebrò il passaggio dalle tribù – al plurale – al popolo – singolare.

L’esilio si trasformò in strumento pratico in mano ai dirigenti del Polisario capace di produrre mutamenti sociali ispirati ad un’ideologia rivoluzionaria dalle dinamiche socialiste. La popolazione – contemporaneamente oggetto e soggetto coinvolto nel processo – fu coinvolta nel percorso che conduceva ad un tipo di società “nuova” – quasi totalmente diversa – rispetto a quella del passato.

Le condizioni materiali furono d’altronde un elemento importante nel preparare un terreno in cui potesse radicarsi il discorso ideologico del Polisario.

I campi erano infatti un’entità geograficamente separata dal resto dell’Algeria – che si incaricò del sostentamento dei rifugiati, chiusi da ingerenze esterne e dipendenti per qualsiasi forma di comunicazione dalla dirigenza del Polisario. Il territorio intorno a Tindouf gode addirittura di uno statuto speciale nel quadro dell’amministrazione pubblica algerina, che rende i campi de facto autonomi.

In più, i campi si popolarono di persone che non solo si riconoscevano in un’origine comune, ma che soprattutto avevano condiviso l’esperienza traumatica e caratterizzante della fuga – fattore diventato un marqueur dirimente rispetto al resto della popolazione rimasta nel Sahara Occidentale.

Poi, il servizio di camion organizzato dal Fronte Polisario per trasportare i profughi aveva condotto già ad un primo rimescolamento delle tribù: la fuga, per forza di cose disordinata, aveva riunito nello stesso spazio individui di città diverse e di diversa estrazione sociale.

Tutti si trovarono improvvisamente con lo stesso tipo di abitazione – le tende standard dell’UNHCR – lo stesso tipo di alimentazione – le razioni preparate – gli stessi vestiti da indossare – anche questi distribuiti dal Polisario – e le stesse ricchezze possedute – nessuna, perché la partenza era stata così precipitosa da non permettere a nessuno di portare alcunché.

Questo riportare ogni componente della società ad un livello “base” per quanto riguarda le condizioni materiali significò una traduzione pratica dell’egualitarismo sociale proclamato nei discorsi e negli slogan. Tutti diventarono improvvisamente uguali perché nessuno possedeva più niente e proprio su questo fondo si inserì l’azione del Polisario.

Il Fronte dispose le famiglie secondo la provenienza sociale, separando quelle simili e accostando strati sociali differenti, confidando nel fatto che con il passare del tempo i legami di convivenza si sarebbero stretti fino a superare le differenze originali – processo che si portò a compimento attraverso la condivisione di condizioni di vita eccessivamente dure. All’arrivo nei campi i rifugiati non poterono scegliere liberamente in quale wilaya sistemarsi, ma dovettero obbedire alle direttive che provenivano dal governo centrale.

Inoltre bisogna considerare che i compiti nei campi erano completamente differenti dalle attività del tempo nomadico. E, se come in ogni società al ruolo svolto veniva associato un grado nella gerarchia sociale, la scomparsa quasi totale di questi ruoli fece rapidamente perdere di significato l’ordine corrispondente, con l’eliminazione delle distinzioni tra tribù guerriere, di marabuti, pastori, artigiani e artisti.

Furono quindi le condizioni materiali che permisero al Polisario di sviluppare un discorso ideologico che associava le diseguaglianze sociali all’ordine tribale, in una situazione di guerra che esigeva un’unione sacra di tutte le componenti sociali in vista della realizzazione del ritorno in patria.

Il quotidiano nei campi

La vita nei campi fu caratterizzata fin dall’inizio dalla mancanza. Alla domanda “come è la vita nei campi” mi è stato risposto da Hamdi Abderrahmad:

“Molto difficile. E’ molto dura, ma la cosa migliore è che abbiamo scelto, e ci siamo raggruppati volontariamente. Abbiamo preferito così. Ci incoraggiamo tutti, ma viviamo con dignità. […]. Non c’è nessun modo di vivere, soffriamo molto, rimaniamo isolati dalla nostra famiglia che sta nel Territorio Occupato, però siamo dignitosi, viviamo in questo modo, con grande sofferenza, ma viviamo con dignità, in libertà.”

E’ percepibile da un lato il modo in cui è stato impostato il discorso intorno all’esilio e dall’altro la realtà dei campi che non lascia molto spazio alla retorica. In qualche modo infatti fu necessario “giustificare” la permanenza della popolazione nei campi, quindi si considerò la durezza della vita come il prezzo da pagare per poter vivere uno spazio di libertà e di dignità – in totale contrapposizione all’ingiustizia dell’invasione marocchina.

La libertà e la dignità – come traspare anche dalle altre interviste – vanno ad assumere un ruolo preponderante nell’universo di valori positivi che i Saharawi tendono a creare nella rappresentazione di sé. Questa scelta di valori non è ovviamente scevra da influenze precedenti, in riferimento alla figura del nomade che non poneva limiti fisici né costrizioni nei suoi spostamenti nel deserto.

Dall’altra parte è innegabile la condizione di difficoltà. Se sul piano ideale l’esilio è stato giustificato in funzione della scelta volontaria di una vita in libertà, sul piano materiale i limiti sono evidenti. Nonostante la condizione di condivisione (“ci incoraggiamo tutti”) non c’è nessuna fonte di sostentamento autonoma (“non c’è nessun modo di vivere”) – nel senso che ancora oggi la sopravvivenza di una larghissima parte della popolazione saharawi è garantita solo dagli aiuti internazionali e delle Organizzazioni Non Governative che operano nei campi.

L’altro elemento da notare è la percezione di separazione dalle famiglie che sono rimaste nel Sahara Occidentale – irraggiungibili perché strettamente controllate e addirittura allontanate con la successiva costruzione del Muro.

La durezza delle condizioni di vita è evidente anche dalle parole di Najim Shia, il quale restò nei campi senza essere arruolato perché insegnante:

“La vita nei campi alla fine del ’75 e se vogliamo anche all’inizio del ’76 è talmente, talmente, talmente difficile perché ci sono circa 120.000 Saharawi che hanno intrapreso l’esodo, sono arrivati nel territorio algerino senza niente, senza avere proprio niente. E ci sono le migliori famiglie, a quel tempo le migliori famiglie che sono arrivate e hanno preso le melhfas, la melhfa è l’abito delle donne saharawi, e l’hanno utilizzata per fare una tenda, e cercano per metterla, cercano di costruire, di fare una tenda per proteggersi da quel tempo con i bambini e con tutti gli altri. E, vedete, cioè, era talmente, talmente difficile. Ci sono anche uomini che non riescono ad avere delle melhfas per fare delle tende, ma c’è una volontà negli uomini saharawi, e nei bambini, per continuare a combattere l’invasione marocchina e mauritana.”

Najim Shia – a differenza degli altri guerrilleros che ho intervistato – arrivò nei campi già ventenne e quindi può ricordare il primissimo periodo, quello dell’accoglienza e dell’organizzazione spontanea. Tutti coloro che avevano attraversato il deserto non avevano potuto portare – o avevano abbandonato nel percorso – quanto necessario per una permanenza nel deserto: la khaima in primis, la tenda tradizionale, ma anche animali da pascolo – come capre o cammelli – utili per la sopravvivenza. Si dovettero quindi adattare e improvvisarono delle tende con l’unica cosa che avevano, ovvero il vestito tipico delle donne saharawi, per proteggersi dalle rigidità delle notti desertiche. Sopravvivere ad un’esperienza del genere diventa un marqueur, un segno distintivo.

E’ conseguente quindi che superare insieme una tale difficoltà crei un legame solidissimo in coloro che l’hanno sperimentata. La motivazione a resistere – in questo brano di intervista non a caso è assegnata in particolare agli uomini – è la volontà di rispondere all’evento traumatico che ha causato l’esodo: l’invasione marocchina. L’obiettivo immediatamente successivo – soddisfatta l’esigenza di organizzare dei campi – è infatti la resistenza armata, organizzata dal Polisario già nei due anni precedenti.

Per tornare alle condizioni materiali, lo stesso Najim Shia individua due difficoltà principali:

“La vita lì veramente era talmente difficile e dura per due cose. C’è la mancanza di mezzi e il clima. Il clima nei dintorni di Tindouf, là si chiama la hammāda, la temperatura arriva fino a zero e anche meno e durante l’estate sorpassa i quarantacinque-quarantasei gradi. C’è mancanza di mezzi e c’è il clima. E’ talmente, talmente, talmente difficile la vita a quel tempo.”

Una tale escursione termica fu il maggior ostacolo da superare – almeno all’inizio – e soltanto grazie all’aiuto finanziario e logistico dell’Algeria – che ancora oggi resta il più importante – si poté assicurare un riparo temporaneo ai rifugiati.

Passata questa prima fase, con l’intensificarsi degli aiuti internazionali e successivamente con la fine della guerra, la vita nei campi – e la percezione della stessa – cambiò migliorando sensibilmente, ma l’inizio fu terribile: secondo l’UNHCR solo nella primavera del 1976 morirono per un’epidemia di morbillo un migliaio di bambini saharawi – categoria più sensibile alla durezza clima e al cambio di dieta.

Tre sguardi sui campi dei rifugiati

Sembra utile ai fini della trattazione riportare qui tre brani di tre interviste diverse, che rispondono alla domanda “com’era la vita nei campi?”.

La prima è di Bucharaya Salek, un guerrillero che racconta le sue visite ai campi durante la guerra. Ogni militare aveva un periodo di congedo – di solito di due settimane – in cui tornava dal fronte ai campi dei rifugiati.

“Io vivevo con l’esercito nella zona liberata. Ora, mi sposai nei campi dei rifugiati e ci andavo in congedo di tanto in tanto, come il resto della gente. Quando era il mio turno, ogni tre o quattro mesi, dipende dalle cose da fare. Se non c’è niente si va in congedo, se ci sono si va poi, no? […] La vita militare, ti ho detto prima che è diversa dalla vita civile. Questo in qualunque posto, dipende se sei in guerra o no. Nel nostro caso è differente perché quasi tutti gli uomini erano in guerra e quindi quasi nessuno voleva stare indietro. Benché ti assegnino per lavorare con le donne là come maestro, come infermiere, come trasportatore o non so che, alla gente non piace, uno si arrabbia, però quando finì la guerra eravamo tornati a camminare ognuno con l’altro e così insieme ci conoscevamo e ci riunivamo e parlavamo e parlavamo di tutto.”

La prima indicazione che si può trarre da questa parte di intervista è la grossa differenza evidenziata dallo lo stesso Bucharaya: la presenza delle donne. I campi diventarono immediatamente dominio femminile perché gli uomini erano per la quasi totalità al fronte. L’etica maschile saharawi mutuò dalla tradizione l’immagine dell’uomo guerriero.

Chi fu scelto per insegnare, curare o lavorare da autista nei campi lo fece malvolentieri perché restare nei campi durante la guerra significava essere considerato alla stregua delle donne, dei bambini e dei feriti.

Considerato lo stato di guerra e l’esiguità del numero di combattenti saharawi, si scelse di impiegare qualunque braccio valido nello sforzo bellico.

Il ritorno nei campi degli uomini alla fine della guerra significò dover reintegrare nella vita dei campi una parte della popolazione che aveva condotto un tipo di vita differente da quella civile. Le frizioni sono nascoste nel “tornare a camminare ognuno con l’altro”, in quanto soprattutto la questione delle donne rappresentò uno dei motivi di maggiore attrito nella società dei campi dopo il cessate il fuoco.

Tuttavia lo status delle donne non solo non perse praticamente nulla dell’autonomia guadagnata durante gli anni della guerra, ma diventò anche uno dei maggiori vanti della società saharawi, uno degli aspetti che la distinguessero da altre società – come si può notare dai brani di interviste riportati successivamente in questo capitolo.

Un altro dei problemi del ritorno dei combattenti alla vita civile fu l’assegnazione dei ruoli e dei compiti all’interno dei campi, vista la quasi totale assenza di opportunità lavorative.

La dirigenza del Polisario aveva cercato di indirizzare la generazione della maggior parte degli intervistati, nata prima dell’invasione marocchina e che aveva vissuto in parte nei campi e in parti sul fronte di guerra – quella di Bucharaya e della maggior parte degli intervistati – verso studi che potessero avere un immediato risvolto pratico (ingegneri, infermieri, medici, insegnanti, militari).

Si cercò di trovare per ognuno un’attività adeguata alla propria specializzazione, assumendoli nell’amministrazione centrale o nelle ONG che operano nei campi, ma – per esempio – la maggior parte dei ruoli nell’amministrazione centrale era già occupata dai leader storici o da donne e il ricambio – generazionale e non solo – rappresenta ancora oggi una grande sfida per la politica interna saharawi.

Si può passare ora ad un’altra intervista, quella di Rachid Lehebib, che appartiene alla generazione successiva a quella che combatté la guerra, nato pochi anni prima del cessate il fuoco.

“La mia esperienza? E’ bella la vita nei campi dei rifugiato, sì, sei libero di andare dove vuoi, fare come vuoi, puoi giocare, puoi stare con la tua famiglia, posti differenti .. siamo liberi là. L’unica cosa è che non c’è lavoro, non ce n’è tanto. Sai, è normale, come gli altri rifugiati, è molto difficile, ma la vita in generale è molto tranquilla, è normale. Non ci sono cose strane, non c’è paura come negli altri campi dei rifugiati in altre parti del mondo, come in Sudan, come in Darfur, come in Somalia o da altre parti. La vita, secondo me, la migliore vita di rifugiati la fanno i rifugiati saharawi, siamo molto organizzati, non come il resto del mondo. Lì il rifugiato attacca l’altro e lo uccide per i soldi, tra i rifugiati saharawi no. E’ tutto organizzato, c’è gente che viene da altri paesi, tutto è organizzato e ognuno ha i suoi compiti e in ogni daira c’è un consiglio. La vita è molto facile, non c’è paura. Puoi dormire fuori casa tua di notte e lasciare casa tua aperta e nessuno tocca niente. La vita è molto normale, sì.”

Riacquisisce qui centralità il concetto di libertà, una delle parole-chiave più utilizzate nell’ambito dello spazio pubblico saharawi – come visto precedentemente.

La libertà qui si declina ancora come un poter fare ciò che si vuole – nelle memorie di un giovane di 24 anni – nel “poter giocare”, ma in realtà questa considerazione nasce anche dal confronto con gli altri campi dei rifugiati. In effetti un elemento ben presente è la volontà da parte dei Saharawi di sottolineare i tratti distintivi rispetto ad altre popolazioni.

Questa logica – che, alla luce di brani riportati in precedenza, interessa più casi – trova la sua ragion d’essere come risposta al discorso del re del Marocco che considera i Saharawi come “cugini” dei marocchini e pone ovviamente l’accento sulle omogeneità in vista dell’assimilazione culturale e territoriale del Sahara occidentale.

Per poter essere popolo – e soprattutto popolo riconosciuto, con conseguente diritto all’autodeterminazione – i Saharawi hanno scelto di marcare le differenze dal “resto del mondo”: dalla condizione della donna all’organizzazione dei campi dei rifugiati, dalla vita nell’esercito alla concezione attiva dell’esilio.

In questo brano di intervista emerge anche quella che sembra per lui essere l’unica nota negativa dei campi dei rifugiati: la mancanza di lavoro. Rachid era arrivato in Francia pochi mesi prima dell’intervista in cerca di un impiego, proprio perché nei campi le prospettive lavorative sono abbastanza scarse – fatta forse eccezione per l’amministrazione centrale e in particolare l’esercito.

In teoria nella regione di Tindouf un’attività economica basata sull’allevamento sarebbe potuta durare, viste le condizioni climatiche non troppo diverse da quelle del Sahara Occidentale. Nella pratica però risultò impossibile perché, oltre al fatto che i rifugiati erano partiti senza portar via né animali né averi, l’allevamento di tipo nomadico richiede un certo grado di libertà di movimento – e l’esilio limita fortemente questa possibilità.

Quindi anche la “tranquillità” dei campi assume una sfumatura negativa, perché è il riflesso di un’inazione dovuta alle condizioni materiali. Per esempio è solo dopo il cessate il fuoco che la moneta ha cominciato a circolare nei campi e si è potuto mettere in piedi qualche piccola attività in collaborazione – per la maggior parte dei casi – con i parenti fuggiti in Mauritania.

Per i giovani neo-laureati saharawi – in modo addirittura più accentuato rispetto ai loro coetanei in Nord Africa – l’unica prospettiva è quella di una partenza verso l’estero, andando ad ingrossare le fila dei componenti della “diaspora” saharawi e sperimentando una situazione di doppio esilio: quello dal Sahara Occidentale – patria geografica – e quello dalle famiglie nei campi – riferimento affettivo e ideale.

Il terzo brano di intervista appartiene a Brahim Ballagh, un attivista non violento arrestato nel Sahara Occidentale nel 1975 senza capi d’accusa e tenuto in prigione per motivi politici per più di 11 anni. Brahim Ballagh dà un’immagine dei campi dei rifugiati alla luce dell’esperienza della prigionia.

“Per quanto mi riguarda, quando sono partito per i campi dei rifugiati mi ricordo che ho sentito che nonostante gli anni, i trascorsi di sofferenza che sono restati sempre nella memoria, mi dicevo che quella era un’altra vita, che cominciava ad andare meglio. Sentivo di essere libero, nonostante non fossero i Territori [Occupati], ma dei campi di rifugiati, ma sentivo di essere libero, non sentivo che i campi fossero un esilio, perché di là [nei Territori Occupati] ero sotto una pressione fortissima, e mi son sentito quasi libero. Sì, con il tempo ho cominciato a dirmi, a farmi le domande, è l’esilio, non sono i Territori Occupati, c’è la mancanza, la sofferenza e ho cominciato a sentire il peso dell’esilio. E’ ancora abbastanza difficile, ma i primi giorni veramente ho sentito di essere nel mio paese liberato. Sì era l’emozione, l’emozione di uscire, si smetterla di sentirsi minacciato, quando la tua vita sta per essere liquidata perché ti hanno minacciato di farlo, io ero nei campi ed ero libero, e cominciavo a respirare. Poi con il tempo comincio a dirmi che non è facile e mi chiedo cosa succede alle persone che sono qui da più di trent’anni, mi comincio a fare delle domande, veramente tu non sei a casa tua, in un territorio che non è il tuo, sei separato dalla tua famiglia, cerchi di cominciarne un’altra. C’è un monologo interiore che comincia a imporsi e a prendere forma, nonostante me. Veramente è l’esilio, la parola esilio, si può sentire quanto pesi la parola esilio. E’ molto dura per una popolazione che è ancora separata da un muro.. vedi è.. come posso spiegarti quella mancanza di calore familiare che prima ricevevi. All’epoca mi ricordo che c’erano solo donne nei campi, non c’era niente. […] Ogni famiglia, se non uno, ha tre o quattro membri dall’altra parte, e tutti sono controllati. Ciò significa, e ritorno a quello che volevo dire, che siamo usciti da una piccola prigione in cui eravamo 311 e siamo entrati nella grande prigione in cui c’è tutta la popolazione saharawi”

Il primo impatto dei campi dei rifugiati è chiaramente positivo. Dopo la scarcerazione Brahim Ballagh aveva passato un breve periodo nel Sahara Occidentale, ma in seguito alle pressioni della polizia marocchina aveva deciso di passare nei campi dei rifugiati. La memoria dei giorni passati in prigione è fresca, ma nei campi – almeno all’inizio – sperimenta quell’occasione di espressione che gli era stata negata dal momento della sua incarcerazione. E’ infatti solo in un secondo momento che la pesantezza dell’esilio comincia a farsi sentire. E’ da notare che nel raccontare la propria esperienza nei campi dedichi una sola frase ad una descrizione più concreta: la presenza preponderante delle donne e la doppia mancanza – di mezzi e di affetti.

Nel brano di intervista non riportato cita infatti un episodio significativo. Per telefonare alla famiglia restata nel Sahara Occidentale era stato necessario arrivare fino alla prima città algerina e – una volta chiamato – aveva scoperto che le linee erano sotto controllo dei servizi di polizia interna marocchina.

Quando chiedo – sempre a Brahim Ballagh – la differenza tra la vita nel Sahara Occidentale prima dell’incarcerazione e i campi dei rifugiati, mi risponde:

“Non si può fare il confronto. Nei Territori Occupati c’è una società che vive – non dico normalmente – ma non male, anche se c’è la presenza coloniale e tutto il resto ci sono persone che lavorano, che hanno la loro famiglia, la loro casa, il loro quotidiano. Ci sono dei militanti che hanno cercato di fare una vita normale, ma una vita da militanti. Nei campi dei rifugiati c’è una società in esilio che ha guardato in viso e guarda ancora il pericolo della guerra, perché, vedi, ci sono famiglie che hanno dato cinque o sei martiri tra i loro figli. Vedi, c’è il quotidiano dell’esilio che unisce tutti, si lavora, ci si organizza, non c’è salario per niente e tutti sono volontari. Sono volontari sia nell’esercito, sia nella società civile. La società civile durante la guerra – anche se io sono arrivato dopo il cessate il fuoco quando non c’era più guerra, ma in quegli anni ho chiesto a tutti quelli che avevano vissuto – ci sono solo le donne che mandano avanti i campi. La sanità, le decisioni scolastiche, il quotidiano, l’amministrazione, solo le donne. Gli uomini sono in prima linea in guerra. E’ raro trovare i vecchi, gli handicappati, gli uomini che aiutano i vecchi o qualcuno che resta negli accampamenti.”

Dalle parole dei tre intervistati – il militare Bucharaya Salek, il giovane cresciuto nei campi Rachid Lehebib e il più vecchio Brahim Ballagh passato per la prigionia – si possono trarre alcune considerazioni comuni.

Nella prima e nella terza intervista emerge la presenza preponderante delle donne nella vita pubblica – elemento distintivo rispetto alla società saharawi prima dell’occupazione marocchina. Ciò non significa che la donna saharawi fosse poco indipendente o oppressa, ma vista la assenza degli uomini impegnati in guerra le attività dei campi furono coordinate dalla componente femminile – che raggiunse prerogative che oggi costituiscono un elemento di fierezza e originalità all’interno della società saharawi.

Ovviamente nella seconda intervista la differenza non risalta perché Rachid è nato e cresciuto nei campi, quindi non ha termini di paragone con la situazione precedente.

La mancanza di mezzi di sostentamento e di comodità è un elemento presente in ogni intervista, ma meno marcato nella prima e la seconda. Entrambi hanno infatti conosciuto la realtà dei campi da giovani – nel secondo caso fin dalla nascita – quindi è come se fosse una condizione data per assodata e non modificabile.

In generale dal racconto dei campi traspare un’impressione positiva. Essi sono la condizione di realizzazione per una vita in libertà – questo si evidenzia soprattutto nel terzo intervistato, Brahim Ballagh – nonostante tutte le difficoltà materiali che ciò implica: la mancanza di mezzi, la mancanza di lavoro, la lontananza dagli affetti.

I cambiamenti delle condizioni di vita nei campi

Nell’arco degli anni di esilio, le condizioni dei rifugiati migliorarono sensibilmente. I Saharawi al loro arrivo non avevano avuto la possibilità di scegliere dove e come vivere.

Dopo le prime notti – passate sotto ripari di fortuna, utilizzando le melhfas delle donne – giunsero gli aiuti internazionali (Unione Europea soprattutto) e algerini. Le tende dell’UNHCR – seppur non adatte al tipo di clima di Tindouf – diventarono per oltre trent’anni il luogo di attesa del ritorno.

La stessa scelta di costruire in “duro” – ovvero con mattoni e sabbia – solo gli edifici amministrativi ebbe un significato ben preciso, che attiene al concetto di esilio: lo spostamento della popolazione saharawi è solo temporaneo, perché la prospettiva del rientro in patria è rimasto – e rimane – l’obiettivo finale.

Creare una “casa” in un territorio che non fosse il Sahara Occidentale avrebbe implicitamente significato prendere in considerazione la possibilità di non ritornare. In altre parole, se l’esilio si caratterizza per la provvisorietà non avrebbe avuto senso creare degli edifici che poi si sarebbe dovuto abbandonare.

Nel 1991 in particolare, quando il referendum – come concordato – sembrava essere alle porte, i campi erano pronti ad essere lasciati in pochissimo tempo, perché considerati da tutti come una base temporanea utile ad un obiettivo contingente, la guerra e la sopravvivenza.

Nei tempi più recenti però – soprattutto con l’impantanarsi delle trattative e i vari tipi di ostruzionismo – le prime tende con supporti in duro hanno cominciato ad apparire. La maggiore facilità di movimento e la maggiore apertura nei campi – conseguenza della sospensione della lotta armata – ha fatto sì che ci fosse una liberalizzazione generale e cominciassero a circolare i primi semplici manufatti con cui rendere più accoglienti e vivibili le tende (tappeti, oggettistica varia).

Ci sono stati anche casi in cui i funzionari hanno cercato di assicurare migliori provvigioni di cibo per le loro famiglie, Land Rover o qualche cammello – trasgredendo alla rigida economia di guerra. In più circa 4.000 giovani hanno lasciato i campi – come Rachid Lehebib – in cerca di lavoro in Europa (Spagna soprattutto) andando ad ingrossare le fila della diaspora saharawi: le rimesse di questi emigrati e le pensioni degli ex-soldati spagnoli hanno permesso la circolazione di denaro e l’acquisto di qualche bene.

Questo fenomeno in particolare ha avuto per conseguenza che le tende fossero sempre più somiglianti a delle vere case (per esempio che l’elettricità fosse garantita attraverso pannelli solari) e si evidenziassero i primi segni di una differenza di status tra i rifugiati – fenomeno che, per le condizioni materiali, all’inizio non si era potuto verificare. La stessa Costituzione è stata aggiornata a metà degli anni 90 proprio per cercare di adattarsi alla nuova situazione dei campi, aprendo – una volta raggiunta l’indipendenza – al riconoscimento dell’economia di mercato e della libertà di iniziativa privata una volta raggiunta l’indipendenza.

Associare l’indipendenza ad un sistema di apertura economica è anche una mossa per cercare di tenere aperto il dossier del Sahara Occidentale: come visto nel primo capitolo, le risorse del sottosuolo e ittiche hanno già suscitato l’interesse alcune multinazionali – in modo che queste possano formare un gruppo di pressione favorevole all’autodeterminazione.

Tutto ciò potrebbe causare il venir meno di uno dei punti-cardine dell’estetica saharawi – l’uguaglianza in una comunità organica in opposizione alle divisioni della società tribale – creando di riflesso spaccature nell’unità di intenti della popolazione. In altre parole, la permanenza nei campi comincia a perdere la caratteristica di temporaneità.

Luca Maiotti

Il post precedente è al link Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/11 – I martiri saharawi e l’epica nazionale

Seguirà: 3.2 Lo spazio della donna saharawi: responsabilità, bride price, matrilocalità

Foto: Unhcr; Wikipedia; Polisario Think Twice

Marina Militare: esercitazione nelle acque di Rota per il 30° gruppo navale con la portaerei spagnola Juan Carlos I prima dell’approdo ad Algeri

Incontro in mare il 28 marzo a sud di Rota, in Spagna, per il 30° gruppo navale della Marina Militare Italiana in navigazione verso Algeri e la portaerei Juan Carlos I della Armada Española.

L’incontro rientra nell’ambito di un progetto che vede alcune marine operanti nel Mediterraneo come Spagna, UK, Usa e Francia, condurre attività di addestramento congiunto nelle operazioni di decollo e appontaggio verticale in spazi ridotti, con velivoli AV8B STOVL (Short Take Off and Vertical Landing).

Si sono svolte attività con gli elicotteri di bordo e operazioni di fast rope (fune di discesa rapida) con personale della brigata marina San Marco e la corrispettiva Infanteria de Marina.

Il 30° gruppo navale è approdato lunedì in Algeria: si tratta dell’ultima tappa di un viaggio intorno al continente africano iniziato lo scorso 13 novembre 2013 da Civitavecchia (link articolo in calce).

Il rientro del gruppo navale è previsto martedì prossimo, 8 aprile, a Civitavecchia.

Per condividere, hashtag #Cavour4Italy

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Il 30° gruppo navale della Marina Militare in Paola Casoli il Blog

Il gruppo navale Cavour della Marina Militare salpa da Civitavecchia alla volta del Continente africano (12 novembre 2013)

Fonte e foto: Marina Militare

Marina Militare: il 30° gruppo navale Cavour domani in Algeria prima del rientro a Civitavecchia

Dopo la sosta a Casablanca, in Marocco, tra il 22 e il 27 marzo scorsi, ora il 30° gruppo navale della Marina Militare dirige verso l’Algeria prima del rientro in Italia, nel porto di Civitavecchia, previsto per l’8 aprile prossimo.

Alla partenza da Casablanca, l’Ambasciatore d’Italia in Marocco, Roberto Natali, accolto dal Comandante del 30° Gruppo Navale, ammiraglio Paolo Treu, ha così salutato gli equipaggi della Marina Militare: “Vi assicuro che, anche dopo la vostra partenza, l’Ambasciata d’Italia a Rabat, il Consolato Generale a Casablanca e tutte le istituzioni italiane presenti in Marocco, continueranno a lavorare per tenere alta l’immagine che è stata data dell’Italia”.

Diplomazia navale, capacity building, mutuo addestramento e promozione delle eccellenze imprenditoriali italiane: queste le attività che hanno visto impegnati i quasi 1.200 uomini e donne appartenenti agli equipaggi della portaerei Cavour, della rifornitrice di squadra Etna e della fregata Bergamini, in un fitto e corposo programma. Un’iniziativa, definita dallo stesso Ambasciatore, “dall’alto valore storico, culturale e nazionale” e che lo stesso ministro della Difesa del Marocco, onorevole Abdellatif Loudiyi, giunto in visita a bordo della portaerei Cavour, ha avuto modo di apprezzare.

La Campagna del 30° gruppo navale, Il Sistema paese in movimento, giungerà a conclusione a Civitavecchia il prossimo 8 aprile, dopo aver attraversato le acque del Golfo Arabico e dell’Oceano Indiano, e circumnavigato il continente africano. La prossima e ultima tappa sarà Algeri dove le unità del gruppo navale faranno ingresso domani, 31 marzo.

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Fonte e foto: Marina Militare

Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/1

By Luca Maiotti

Introduzione della tesi “Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi”, di Luca Maiotti

L’obiettivo di questo elaborato è approfondire la categoria dell’identità saharawi, utilizzando quando necessario brani di interviste a guerrilleros che ho realizzato durante un periodo di Mobilità Internazionale a Parigi. L’esistenza di un’identità saharawi è in effetti il punto focale attorno al quale si è sviluppato il conflitto – prima armato, poi diminuito in intensità bellica – tra Marocco e Mauritania da una parte e Sahara Occidentale dall’altra: mi sembra quindi di capitale importanza riuscire a definire con esattezza que-sta categoria. Una volta raggiunta una definizione operazionale di identità – in riferimento alla situazione socio-politica dei Saharawi – il passo successivo è individuare i fattori e gli elementi di questa identità.

In effetti il concetto di identità saharawi – e da qui identità nazionale saharawi – è particolarmente interessante perché esso ha subito un radicale e improvviso mutamento, passando nell’arco di pochi anni da un modello identitario tribale nomadico ad un modello identitario di stampo europeo – con contaminazioni arabo-islamiche.

L’argomento centrale di questa tesi è la ricerca delle condizioni materiali e ideologiche che hanno potuto realizzare il passaggio da un piano ideale – le dichiarazioni, le proposte per una società nuova – a uno effettuale storico.

La questione dell’identità saharawi rimane il punto più dibattuto perché il capitolo Sahara Occidentale è forse l’ostacolo maggiore al percorso di integrazione a livello regionale nel Maghreb, avviato, ma mai proseguito, anche e soprattutto per l’affaire sahariano.

L’Algeria – sponsor in primis diplomatico del Polisario e paese da cui dipende la sopravvivenza dei rifugiati – ha interessi egemonici in conflitto con il vicino Marocco, potenza che si propone come Stato musulmano “stabile”, in linea con le aspettative di Unione Europea e Stati Uniti. L’esistenza di un potenziale stato saharawi significherebbe avere un altro attore – economicamente molto più rilevante del suo territorio o della sua demografia – seduto al tavolo delle decisioni e quasi certamente in appoggio dell’Algeria. La posta in gioco è molteplice: partenariato NATO, peso politico-diplomatico sulla scena mondiale, accordi economici, negoziazioni commerciali con l’Unione Europea, tutto sacrificato alla volontà di non risolvere una situazione che rimane sospesa da oltre vent’anni.

La particolarità e l’originalità di questo scritto può risiedere nella scelta di portare sul testo la voce di alcuni dei protagonisti. Questa scelta nasce nel desiderio di approfondire un lavoro bibliografico precedente che è apparso ai miei occhi in qualche modo “arido” – non perché quanto da me consultato fosse poco esaustivo o impreciso, ma in quanto ho avvertito che limitarsi a materiale bibliografico non disponesse di quell’ “umanità” necessaria quando si tratta di antropologia.

La scelta del titolo è stata fatta in funzione delle caratteristiche della tesi. Come detto prima, l’obiettivo di questo elaborato è vagliare la particolarissima esperienza storica e antropologica della popolazione saharawi attraverso la lente delle categorie di conflitto ed identità. Il lavoro si è arricchito grazie alle voci in prima persona dei soggetti di questa storia, che ho avuto la fortuna di poter incontrare.

Il termine guerrilleros si riferisce in primis a una definizione che loro stessi si sono dati – dal punto di vista linguistico la colonizzazione spagnola ha lasciato tracce evidenti – ma fa riferimento latu sensu anche a coloro che non hanno partecipato alla guerra ma si sono impegnati attivamente per la causa dell’autodeterminazione del Sahara Occidentale: donne, bambini e tutti coloro che sono nati dopo la sospensione delle ostilità. Se la categoria di conflitto non racchiude soltanto la tipologia di conflitto armato, il termine guerrillero qui indica proprio coloro che hanno partecipato al conflitto marocchino-saharawi, prima e dopo la guerra, prima e dopo il cessate il fuoco.

Contesto e metodo di ricerca sul campo

Per procedere alla stesura di questo elaborato si è proceduto alla raccolta di materiale attraverso due procedimenti principali: la ricerca bibliografica e la ricerca sul campo.

Nella scelta delle fonti bibliografiche si è preferito utilizzare quelle che non riducessero l’intera questione a un ennesimo capitolo della rivalità tra Marocco e Algeria per il ruolo di potenza trainante nello scacchiere maghrebino; analogamente, sono state scartate quelle che accantonavano semplicemente la questione negando qualsiasi legame tra Algeria, Fronte Polisario e Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD), dando prova di ristrette, o peggio, erronee vedute. Le valutazioni strategiche di ogni Stato – in riferimento a Marocco, Algeria, RASD e Mauritania – devono essere analizzate senza parzialità o filtri ideologici, anche se non sono il punto centrale di questa tesi.

Poiché l’approccio utilizzato per questo scritto è di tipo storico-antropologico, da un esame dell’identità saharawi si muoverà a un’analisi degli effetti – diretti e indiretti – che il conflitto ha prodotto sul consolidamento e sulla realizzazione dell’identità saharawi. Eliminare la questione omettendo qualsiasi riferimento all’identità cancellerebbe la ragione di essere di questo scritto, così come non esplorarne le sfaccettature e le radici potrebbe essere scorretto.

Per quanto riguarda la ricerca sul campo, questo studio è il frutto di un lavoro fatto soprattutto tra i membri dell’Association des Sahraouis de France, nata nei primi Anni ‘70 nella periferia parigina dell’Yvelines (Les Mureaux, Mantes la Jolie) dove era emigrata la maggior parte dei Saharawi di Francia – soprattutto per la presenza delle fabbriche di automobili di Poissy.

Una volta presi i contatti, si è proceduto a un’enquête de terrain di tipo antropologico, utilizzando la tecnica dell’osservazione partecipante. Il metodo da me seguito è stato quello di cercare di tener conto principalmente di due fattori:

“L’insieme dei dati esterni e delle determinazioni socio-politiche globali che agiscono su un gruppo dato, a meno che non si voglia rischiare una percezione residuale e folklorica dell’oggetto; il rapporto fra l’antropologo e la popolazione presso cui lavora, e il suo ruolo nell’informazione e nella conoscenza a cui può avere accesso.” Così, le osservazioni e le analisi del ricercatore scaturiscono anche dalla dinamica del dialogo che si instaura con i suoi informatori.

Dopo un lavoro bibliografico preliminare ho elaborato un questionario che si componesse di domande aperte, perché l’intervistato potesse spaziare liberamente; solo in un secondo momento avrei interpretato attraverso un confronto trasversale le risposte e gli atteggiamenti. Una volta contattate alcune associazioni di rifugiati saharawi in Francia, ho cercato di cogliere ogni occasione per realizzare delle interviste.

Come si vedrà dalle note, ho partecipato a momenti comuni della vita di alcuni Saharawi emigrati e rifugiati in Francia – si trovassero essi in casa propria, sul luogo di lavoro o ad una manifestazione per i diritti dell’uomo. Sono stato accolto come un ospite gradito, ho mangiato e passato del tempo con loro, in modo da poter approfondire un rapporto che non si riducesse a un mero interrogatorio – cercando di scrivere di storie di vita e non soltanto di storia. Questo aspetto – che forse non sempre risulterà dalle interviste – mi pare di capitale importanza: lasciare la parola all’oggetto di studio perché ne diventi soggetto.

Le difficoltà materiali sono state svariate, di cui forse la più importante è stata la lingua. I Saharawi che sono emigrati in Francia da me intervistati si sono stabiliti nell’area periferica di Parigi – a circa 50 minuti di treno dal centro – secondo una lenta emorragia che ha finito per riunirli in un unico punto. In questo contesto hanno potuto ricreare una comunità – anche attorno a iniziative di un’associazione di rifugiati saharawi – che era integrata con il resto del tessuto sociale solo quando necessario e principalmente attra-verso persone che se ne occupassero – tessuto sociale che peraltro era formato quasi esclusivamente da altre minoranze nordafricane. Questo spiega perché la maggior parte delle interviste mi siano state rese in spagnolo – lingua studiata alle elementari e nel collegio – piuttosto che in francese – lingua del luogo in cui risiedevano in molti casi da più di dieci anni. La mia conoscenza dell’arabo ancora non mi ha permesso di sostenere un’intervista, ma la comunicazione è stata abbastanza chiara e – nonostante i rumori di fondo, le ripetizioni e i ronzii – a tutti gli effetti riuscita.

Ciò che ho raccolto in totale è risultato essere una dozzina di interviste dirette e semidirette in spagnolo, francese, inglese e – in qualche caso – un misto delle tre. Il materiale è stato interamente trascritto e successivamente tradotto in italiano.

Il numero non è alto, ma il lavoro che mi sono proposto di portare a termine non è di tipo statistico. Come specificato nel titolo, qui ho preferito la tecnica delle storie di vita, per arricchire quanto riportato e facilitare una comprensione più generale della cultura.

Le persone da me intervistate sono state quasi esclusivamente maschi saharawi che avevano trascorso una parte della loro vita in Sahara Occidentale, nei Territori Liberati o nei campi durante la guerra o dopo il cessate il fuoco. Ho intervistato solo una donna, ma per la brevità e per la rilevanza non ho ritenuto opportuno inserire dei brani da quella intervista. In più, non ho avuto altre occasioni di intervistare altre donne saharawi. E’ evidente che è per me un grande dispiacere mancare di completezza trascurando le voci di una parte fondamentale – nel senso di fondante – della società saharawi quale è l’universo femminile, ma ho cercato di sopperire a questa mancanza attraverso un’attenta lettura di alcuni testi molto esaustivi sull’argomento, quali quelli di Sophie Caratini e Christiane Perregaux. Resta comunque il rimpianto di non aver potuto raccogliere più materiale, ma ciò è stato dettato dal fatto che nelle interviste domestiche le donne erano sempre piuttosto defilate – non che questo getti ombra sull’autonomia o sul ruolo importantissimo della figura della donna – perché appartenenti a uno spazio più “privato”, interno, familiare. Spazio che non ho voluto invadere – forse eccedendo nella cautela. Nonostante queste difficoltà, ho cercato di esplorare l’argomento nel modo più esaustivo possibile nel terzo capitolo.

Il primo capitolo è un’introduzione necessaria per una facilitare la comprensione delle argomentazioni del secondo e del terzo capitolo. Dopo una definizione delle categorie di conflitto e identità, si passa alla presentazione geografica del territorio – in modo da poter individuare in modo chiaro l’importanza economica del territorio, mettendo in luce le ricchezze del sottosuolo e del mare del Sahara Occidentale. Successivamente si entra nella parte storica, iniziando con un excursus sugli “anni di piombo marocchini” e le condizioni politico-sociali del Regno del Marocco. Si prosegue con la storia del Sahara Occidentale, soffermandosi in particolare sugli Anni ’70, sulla nascita del Polisario e sulle concitate fasi di politica internazionale che si sono risolte con l’esilio nei campi di Tindouf. Il capitolo si conclude con il cessate il fuoco bilaterale dopo la guerra e una breve panoramica della colonizzazione marocchina del territorio.

Il secondo capitolo si concentra sul passaggio identitario compiuto dalla popolazione saharawi, illustrando le tappe del movimento che ha portato un insieme omogeneo di tribù a diventare popolo – analizzandole attraverso il confronto incrociato di cinque interviste. Successivamente si passa alla fase della guerra, il momento storico in cui la nuova identità fu messa alla prova nello sforzo bellico, distinguendo per tutta la durata dello scontro le tattiche e i cambiamenti di strategia dalla parte saharawi e dalla parte marocchina fino alla costruzione del Muro e al cessate il fuoco. Il paragrafo finale di questo capitolo si sofferma sulla sostituzione dei miti tribali con i nuovi riferimenti: quelli istituzionalizzati – come la figura di El Wali – e quelli “spontanei” – ovvero i racconti in prima persona dei guerrilleros.

Il terzo capitolo mira ad approfondire anch’esso il fenomeno della detribalizzazione, ponendo l’accento sulla vita “civile” nei campi dei rifugiati e sui cambiamenti intercorsi nel tempo. Il secondo paragrafo si concentra sul ruolo della donna saharawi, indagandone la figura attraverso le figura del matrimonio, del divorzio, della matrilocalità e concentrandosi sul processo di responsabilizzazione avvenuto a partire degli Anni Settanta. Il terzo capitolo si conclude con la pars construens dell’identità saharawi: il percorso educativo all’interno e al di fuori del Sahara Occidentale.

Nella panoramica storica si è dato molto più spazio al Marocco piuttosto che alla Mauritania o all’Algeria. Questo perché, se è vero che da un lato le somiglianze culturali su cui è stato impostato il discorso sono molto più evidenti, dall’altro la Mauritania è uscita dalla questione molto presto, preda delle sue fragilità strutturali, mentre il Marocco perdura nell’occupazione e nelle rivendicazioni.

Una notazione semantica è qui necessaria: per Territori Occupati qui si intende il territorio del Sahara Occidentale vero e proprio, sotto controllo del Marocco. Per Territori Liberati si intende la striscia desertica che il Polisario di fatto controlla e su cui esercita la sovranità la Repubblica Araba Saharawi Democratica. I campi – luogo di accoglienza dell’esilio saharawi – si trovano invece in territorio algerino, nei pressi di Tindouf.

Luca Maiotti

Seguirà Gli strumenti teorici per l’analisi: le definizioni di conflitto e di identità

Mappa fornita dall’autore

Crisi Mali, attacco al sito algerino di In Amenas era pronto da due mesi

È un portavoce dei Moulathamines, l’unità combattente ritenuta legata ad al-Qaeda e parte attiva nella presa di ostaggi nel sito petrolifero della BP in Algeria, a In Amenas, finita ieri nel sangue, ad affermare che il commando era pronto per l’operazione già da circa due mesi, “in quanto si sapeva da principio che il regime sarebbe stato l’alleato della Francia nella guerra contro Azawad”.

La questione della provincia dell’Azawad, stato non riconosciuto staccatosi dal Mali meno di un anno fa e abitato prevalentemente da tuareg, è stata richiamata anche in un recente comunicato del partito di opposizione islamico della Mauritania, Tawassoul, che ha collegato i disordini nell’area per levare l’indice contro la “Francia, antica potenza coloniale”.

A quanto riportato dall’Agence Nouakchott d’Information (ANI), i rapitori sarebbero giunti da Algeria, Canada, Mali, Egitto, Niger e Mauritania per prendere parte all’operazione destinata a fermare l’intervento militare della Francia in Mali, colpendo l’Algeria per aver consentito agli aerei militari francesi il sorvolo.

Il portavoce dei Moulathamines ha avvertito gli algerini di “tenersi lontani dagli insediamenti delle compagnie straniere”, in quanto i terroristi compariranno “dove nessuno se lo aspetta”.

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Crisi Mali, un comunicato del partito islamico mauritano Tawassoul accusa la Francia di colonialismo (17 gennaio 2013)

Fonti: ANI, Atlas, Mondo Informazione, Wikipedia.

Foto: la mappa è di Mondo Informazione

Crisi Mali, comunicato del partito islamico mauritano Tawassoul accusa Francia di colonialismo

Un comunicato del partito islamista d’opposizione della Mauritania, il partito Tawassoul, inviato all’agenzia Ani (Agence Nouakchott d’Information), riaccende gli animi contro l’aspetto colonialistico dell’intervento militare della Francia in Mali.

Questo il testo del comunicato dal sito dell’Ani:

La crisi in Mali non data ai giorni nostri e non è neppure un avvenimento sorto all’improvviso senza segnali premonitori. Quel paese ha conosciuto parecchie crisi, tra cui quella eterna del nord, quella della provincia dell’Azawad, i cui abitanti hanno sofferto l’emarginazione e l’ingiustizia sotto tutti i regimi che si sono succeduti in Mali.

Questa situazione ha dato luogo alla nascita di un movimento di protesta con, talvolta, un carattere armato che ha raggiunto il suo culmine con la richiesta di indipendenza della provincia.

La crisi si è complicata ancora di più con l’ingresso di gruppi estremisti violenti che hanno approfittato dell’assenza dell’Autorità del Nord per unirsi agli altri partiti della crisi (Rivoltosi e Trafficanti), dando luogo a una situazione incontrollabile.

La Francia, antica potenza coloniale, non è stata assente dalla scena perché, oltre alle sue mire politiche ed economiche, ci tiene anche a marcare questa zona con la sua impronta e creare in essa  una presenza coloniale visibile. Per trovare il pretesto, ha colto l’opportunità della presenza dei gruppi armati per terrorizzare i regimi della sottoregione e spingerli ad accettare il ritorno di una dominazione che mira agli interessi, ai valori e alle libertà dei popoli della zona.

Non sfugge a nessuno il ruolo ambiguo che la Francia ha giocato nel collasso del regime democratico del Mali, aiutata in questo dai regimi della sottoregione, di cui il regime della Mauritania, lasciando così campo aperto all’anarchia e all’avanzata dei gruppi estremisti, per creare le condizioni di un intervento sotto il pretesto di proteggere quei paesi dal terrorismo.

Coloro che conoscono quanto sono numerose le relazioni tra la Mauritania e il Mali, con cui essa condivide una linea di confine lunga più di 2.200 chilometri dove sono situati sei dei nostri wilayas [province amminsitrative, ndr] che hanno con questo paese fratello degli stretti legami di fratellanza, misurano bene l’impatto che subiamo e avremo a subire riguardo a ciò che succede in questo paese.

Ciò spiega l’attenzione accordata dal Rassemblement National per la riforma e lo sviluppo in Mali, come ha espresso in molte occasioni. E, dato che gli eventi hanno preso una piega pericolosa e che è scoppiata la guerra, è divenuto per noi d’obbligo chiarire la nostra posizione affermando che gli interessi del nostro paese e dell’intero nostro popolo, dei nostri vicini e la stabilità nella nostra area, sono gli unici motivi politici che ci animano.

Fonte: ANI

Foto: ANI

Una linea sottile tra Russia e Nord Africa, gli esperti al lavoro sul terrore islamico

Potrebbe passare attraverso la Cecenia il filo sottile che lega i disordini nordafricani di Algeria, Tunisia ed Egitto e l’ultimo attentato in ordine di tempo a Mosca, nell’aeroporto di Domodedovo.

Gli esperti del settore sono in allerta. Se non si trattasse di una forzatura dettata dalla paura dell’imprevedibile estremismo islamico, quanto piuttosto di un vero e proprio disegno che unisce in un’unica linea le zone calde di due continenti, allora si confermerebbe il progetto di destabilizzazione globale delle cellule del terrore.

Di più. Se il legame tra l’attentato di ieri a Mosca, provocato da un’esplosione suicida come appare da una prima ricostruzione, trova collegamento con la questione cecena, allora l’analisi acquista maggiore fondamento, come ha accennato stamane al Tg1 Rai delle 8 il corrispondente Sergio Canciani da Mosca.

Se invece questo legame fosse inesistente, allora il segnale per la dirigenza russa sarebbe forse ancora più inquietante, perché indicherebbe un forte disagio interno e una infelice gestione della cosa pubblica.

Intanto il presidente russo Dmitrij Medvedev ha dato il via a un’inchiesta destinata a far luce sulla ventilata negligenza dei servizi di sicurezza, che sembra avessero ricevuto informazione del probabile attentato in uno degli aeroporti moscoviti senza peraltro adottare le procedure del caso con un rafforzamento dei controlli.

Chiunque sia stato, deve aver fatto un grande sforzo per portare con sé nell’area ritiro bagagli dell’aeroporto una così grande quantità di esplosivo, ha commentato il presidente russo.

Fonte: BBC

Foto: BBC