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Il distacco tra classe dirigente e popolo è una malattia cronica in Italia

By Vincenzo Ciaraffa


Questo mese di settembre reca in seno la ricorrenza di due eventi che, per come si snodarono, furono laceranti per il popolo italiano: la fine del potere temporale dei papi e quella dello Stato risorgimentale.

Il 20 settembre 1870 i Bersaglieri, irrompendo dalla breccia di Porta Pia, fecero di Roma la capitale d’Italia, in opposizione alla Francia che si era fatta protettrice dell’integrità dello Stato Pontificio. Mentre, però, l’Italia legale occupava la Città Eterna approfittando della debolezza di una Francia invasa dalle armate prussiane, l’Italia reale, quella rappresentata da Garibaldi e dai suoi volontari, correva a soccorrere i cugini francesi, infliggendo una sonora batosta – l’unica di quella guerra – ai prussiani nella battaglia di Digione.

Ma l’Italia reale era rappresentata anche da quei cattolici che, lacerati dalla scelta tra Stato e Chiesa, avevano trovato rifugio nel “non expedit” di Pio IX, estraniandosi dalla vita politica della nazione fino ai primi del ‘900. Risolta in qualche maniera la “questione romana” nel 1929, grazie ai Patti Lateranensi stipulati tra lo Stato e la Chiesa, il nostro Paese si trovò a fare i conti con una lacerazione ancora più grande o, se vogliamo, con una delle pagine più amare della sua storia.

Dopo averne avallate per un ventennio la dittatura, le leggi razziali e la scelta di entrare nel carnaio della II Guerra Mondiale al fianco di quel criminale di Hitler, il 25 luglio 1943 Vittorio Emanuele III fece arrestare il Cavaliere Benito Mussolini (sfiduciato la notte precedente dal Gran Consiglio del fascismo) e successivamente  – l’8 settembre 1943 – rivelò la firma dell’armistizio con gli Alleati, in una girandola di dilettantismo, vigliaccherie e sotterfugi, tesi unicamente a salvare la dinastia e la pelle. Infatti, alle ore 0510 del giorno 9 settembre accadde un fatto che crediamo non abbia precedenti in Europa: il re, la famiglia reale, il capo del governo, Badoglio e 300 dei principali comandanti militari scapparono verso Pescara come dei ladri di polli!

Le Forze Armate – che combattevano in Italia e all’estero – e la nazione furono abbandonati nelle mani dei tedeschi inferociti per il nostro “tradimento”. Purtroppo, una volta volatilizzatasi i supremi poteri dello Stato, agli italiani mancò la guida per organizzare una capillare, efficace lotta ai tedeschi e se alcuni iniziarono a battersi, la maggioranza si acconciò a sopravvivere. Infatti, non appena si diffuse la notizia dell’ignominiosa fuga dei vertici dello Stato e delle Forze Armate, iniziò il  “tutti a casa” del celebre film di Alberto Sordi dei gregari ad ogni livello che – si badi bene – non fu la fuga collettiva dalle responsabilità ma il disgustato distacco di un popolo dalla sua classe dirigente: in quel periodo la monarchia, gli Stati Maggiori e la classe dirigente raggiunsero, in assoluto, il punto più alto nella disistima degli italiani e del mondo civile!

Tra governanti e governati, si venne a creare un’incrinatura che non si è mai completamente saldata e che riprenderà ad allargarsi negli anni successivi, quando         – dopo “Mani pulite” – cadrà anche la foglia di fico dello Stato etico. Ma, con una Costituzione rimaneggiata a metà, una classe dirigente inesistente, i poteri dello Stato gli uni contro gli altri armati e una crisi economica – finanziaria come mai si erano visti, questo mese di settembre è, in assoluto, il peggiore della nostra storia e, per alcuni aspetti, simile a quello del ’43.

Infatti, quando il “Gran Consiglio” della democrazia, il Parlamento, ha fatto sapere all’altro Cavaliere della nostra storia, Berlusconi, che il suo devastante percorso stava per giungere al termine, anche quest’ultimo si è presentato al sacro colle per riferire al re, pardon, al Presidente. Esattamente come sessantanove anni prima, l’inquilino del Quirinale (che aveva già organizzato l’uscita di scena del Cavaliere assieme ai cosiddetti poteri forti) aveva già il Badoglio di turno sottomano con il quale, dopo averlo investito in fretta e furia del laticlavio e della conduzione del governo è “scappato” pure lui assieme alla classe dirigente, non a Pescara stavolta ma dalla Costituzione e dalla realtà.

E la realtà era, ed è, sotto gli occhi di tutti. Il governo al quale Monti è subentrato era forse caduto in Parlamento? Può un Parlamento, già di per sé delegato dal popolo, delegare a sua volta altri a surrogarlo? In tutto ciò che è avvenuto in Italia negli ultimi dieci mesi, ha avuto qualche parte la volontà popolare? I tempi sono oggettivamente difficili, Monti non è il peggio che poteva capitarci e, probabilmente, la storia aveva fretta di presentare il conto delle malefatte alla mia inutile generazione che, per fortuna, è in esaurimento, ma a preoccuparmi non sono tanto le similitudini di questo settembre con quello del 1943, ma le possibili, future similitudini.

Fino a marzo del 1943, Mussolini fu l’osannato mattatore del balcone di Palazzo Venezia, all’incirca due anni dopo era appeso a testa in giù a Piazzale Loreto.

Data la loro mediocrità, probabilmente nessuna delle parti in causa si è resa conto che con il tradimento del proprio ruolo istituzionale e del mandato degli elettori ha decretato  la fine del regime  parlamentare, così come la fuga del re e del governo, l’8 settembre del  1943, decretò la fine della monarchia e l’inizio della guerra civile. Napolitano non è Vittorio Emanuele III e Monti non è Badoglio, ma gli uomini sono fatti anche dalle circostanze e circostanze ancora più gravi di quelle attuali possono ancora avvenire.

Non dimentichiamo che fino a marzo 1943 Mussolini fu l’osannato mattatore dal balcone di Palazzo Venezia, all’incirca due anni dopo pendeva a testa in giù a Piazzale Loreto.

Vincenzo Ciaraffa

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Da Cassibile a Cernobbio. Badoglio cercasi disperatamente

By Cybergeppetto

L’8 settembre – il giorno in cui si festeggia, in silenzio e con vergogna, la morte della Patria – i giornali danno notizia del discorso che, in videoconferenza, Re Giorgio ha indirizzato dal Quirinale ai partecipanti, a porte chiuse, del Forum Villa D’Este. Un workshop organizzato da The European House – Ambrosetti: una simpatica rimpatriata di banchieri, imprenditori politicizzati, politici spompati e frattaglie di casta d’ogni tipo.

Sarebbe anche troppo facile fare dell’ironia sulle parole del Presidente della Repubblica: quando uno dichiara solennemente che l’8 settembre che “è stato realizzato un programma densissimo d’interventi” vuol dire che non si rende conto che stiamo continuando a indebitarci per mantenere uno stato inefficiente.

Si potrebbe ricordare, per amor di polemica, che i decreti che non si firmavano con il governo precedente sono stati firmati dopo, ma ormai la gente lo sa che il “potere neutro” del presidente è una battuta da Zelig.

Il commissario politico del Colle ricorda che “molto resta da fare”, e infatti abbiamo pagato la prima rata dell’IMU, ma dobbiamo pagare ancora il più e il peggio entro la fine d’anno.

La lettura del discorso, come sempre in questi casi, è un esercizio penoso per la retorica che lo riempie, soprattutto per il richiamo all’importanza delle consultazioni elettorali, quelle che lui stesso ha reso inutili con il primo e vero “governo del presidente”.

E comunque una cosa chiara nel messaggio c’è, anche se non è scritta.

Il presidente/Re della casta, attraverso il suo plenipotenziario Monti/Badoglio, fa come il suo precedessore a Cassibile: si arrende allo strapotere dell’avversario allorché dichiara che gli impegni europei saranno rispettati. Per chi non avesse capito, Re Giorgio dice cripticamente  agli strozzini di tutto il mondo: “Continuate a prestarci i soldi che ci servono per tenere in piedi la casta e i carrozzoni di stato, noi vi pagheremo lauti interessi”.

C’era bisogno che il Presidente intervenisse direttamente? Poteva lasciare uno scarno comunicato da leggere al suo consigliere militare, un generale che, ad oltre settant’anni,  invece di stare a casa coi nipoti,  sgambetta in divisa e cordone da aiutante di campo. Un foglio dattiloscritto potrebbe anche leggerlo, oltretutto l’8 settembre.

Cybergeppetto

p.s. “Papà, con quante b si scrive obiettivo?”. “Si può scrivere sia con una che con due. I militari amano distinguere l’obiettivo, con una b sola, cioè il fine a cui tendere, dall’obbiettivo, con due b, che si utilizza in fotografia e in videoripresa. Evidentemente al Quirinale non ci sono militari”.

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La foto di Mussolini e Badoglio è tratta dal blog DiciottoBrumaio