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KTCC, Erbil: 850 curdi concludono il 9° corso di fanteria dei trainer italiani

20160215_KTCC_9° corso fanteria per 850 curdi (5)Il 9° corso di addestramento di fanteria svolto dai trainer italiani, insieme agli altri partner della coalizione del Kurdistan Traning Cordination Center (KTCC), si è appena concluso per due battaglioni curdi composti da circa 850 militari, il numero massimo raggiunto fino a oggi, fa sapere il KTCC tramite il sito della Difesa.

Le Forze di Sicurezza curde, dopo 5 settimane di intenso addestramento, hanno svolto una serie di esercitazioni militari che hanno certificato l’acquisizione della piena capacità operativa del livello plotone e compagnia valutata dagli ufficiali del comando e dello staff del KTCC.

In particolare, si apprende, le compagnie operative dei due battaglioni curdi hanno simulato operazioni di fanteria che fanno riferimento a situazioni reali e che vedono coinvolti peshmerga nella liberazione del territorio iracheno dalla presenza del Daesh.

20160215_KTCC_9° corso fanteria per 850 curdi (8)I comandanti curdi, dopo aver illustrato il piano di azione, hanno guidato i propri uomini in assalti a fuoco sia contro le postazioni nemiche in campo aperto sia in contesti urbani.

Il personale curdo ha operato con grande attenzione curando tutti gli aspetti dell’operazione con particolare riferimento al movimento delle forze in un contesto urbano e in campo aperto, all’individuazione e di bonifica speditiva delle trappole esplosive, al primo soccorso sanitario e alle procedure di sgombero di eventuali feriti.

È previsto che alcuni assetti specialistici italiani, su richiesta del MoP (Ministry of Peshmerga), amplieranno l’offerta addestrativa nazionale in coordinamento con il centro addestrativo della coalizione per incrementare la qualità dell’addestramento di Counter – IED (Improvised Explosive Device), di tiro di precisione in funzione anti cecchinaggio e di fuoco indiretto con l’impiego dei mortai.

20160215_KTCC_9° corso fanteria per 850 curdi (7)Nell’ultimo anno, dall’avvio della missione addestrativa, le forze della coalizione hanno addestrato oltre 6mila militari curdi, dei quali quasi 3mila sono stati formati dai militari italiani.

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KTCC, Erbil: al via nuovo ciclo addestrativo per i Peshmerga su fanteria, artiglieria e intelligence

20151013_KTCC_addestramento al pezzo di artiglieria Gli istruttori militari italiani hanno avviato un nuovo ciclo di attività addestrative, fa sapere la Difesa dal suo sito istituzionale, tra le quali il 7° corso basico di fanteria a favore di 250 Peshmerga.

Il ciclo addestrativo, coordinato e diretto dal Comando multinazionale KTCC (Kurdish Training Coordination Center) a guida italiana, avrà un durata complessiva di cinque settimane e vuole fornire ai militari curdi la preparazione di base del soldato di fanteria.

Le attività che verranno svolte, prevedono l’addestramento individuale al combattimento, la conoscenza delle procedure per fronteggiare la minaccia IED (contro ordigni esplosivi improvvisati), l’impiego del mortaio da 60mm, il primo soccorso sanitario, la pianificazione e la condotta di attività tattiche difensive e offensive in diversi ambienti operativi e in situazioni particolari tra cui quelle condotte nei centri abitati.

20151013_KTCC_addestramento PeshmergaContemporaneamente gli istruttori del team A&A (Advise and Assist) del contingente italiano hanno avviato l’addestramento sull’impiego dell’artiglieria a favore di 20 ufficiali peshmerga.

I rappresentanti del Ministero dei Peshmerga, equivalente del Ministero della Difesa, hanno espresso parole di apprezzamento al Comandante del KTCC (Kurdish Training Coordination Center) per l’attività di formazione svolta che ha contribuito al successo delle operazioni militari condotte contro i combattenti del Daesh, o ISIS.

Il corso addestrativo, dalla durata di 3 settimane, comprende molteplici attività tecniche di specialità quali l’impiego sia del mortaio da 120 mm ad anima liscia, sia del sistema d’arma d’artiglieria D-30 da 122 mm in dotazione alle Kurdish Security Forces, la preparazione topografica per l’orientamento dei pezzi di artiglieria nell’area di schieramento, il calcolo dei dati di tiro, le comunicazioni via radio per l’osservazione del tiro e la disciplina del fuoco.

20151013_KTCC_addestramento PeshmergaInoltre personale dello staff del Comando italiano sta addestrando altri 30 ufficiali curdi sull’impiego delle procedure e delle metodologie proprie dell’intelligence militare.

Il contingente italiano, dislocato nel Kurdistan iracheno e composto da circa 200 uomini e donne, dallo scorso gennaio ha addestrato oltre 2.000 Peshmerga su un totale di circa 5.000, formati dai trainers della coalizione internazionale che vede operare a Erbil personale di 7 nazioni europee (Italia, Germania, Gran Bretagna, Norvegia, Finlandia, Olanda e Ungheria).

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Fonte e foto: difesa.it

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KTCC, Prima Parthica: i ministri Difesa ed Esteri della Norvegia aggiornati a Erbil su training Peshmerga

20150824_KTCC Erbil_Min Ine Eriksen Søreide_Min Børge Brende (3)Il Comandante italiano del KTCC (Kurdish Training Coordination Centre) di Erbil, in Iraq, ha accolto i ministri della Difesa e degli Affari Esteri della Norvegia, Ine Eriksen Søreide e Børge Brende, in visita presso la sede del comando, fa sapere la stessa Difesa dal suo sito web in data 24 agosto.

Il Comandante ha illustrato ai due Ministri le attività addestrative a favore dei Peshmerga, su richiesta del Ministry of Peshmerga (MoP), illustrando l’attività condotta e i risultati conseguiti.

In particolare, si apprende, il Comandante ha sottolineato l’importanza della sinergia di intenti tra i partner della coalizione del KTCC e i rappresentanti del MoP, tesa al contrasto della minaccia jhadista attraverso l’addestramento delle Forze di Sicurezza Curde.

20150824_KTCC Erbil_Min Ine Eriksen Søreide_Min Børge Brende (2)Al termine dell’incontro i Ministri norvegesi hanno espresso parole di apprezzamento per la meritoria opera svolta dagli istruttori della coalizione nel quadro del delicato momento storico, evidenziando l’elevato profilo della missione.

Il KTCC è composto al momento da circa 530 uomini e donne appartenenti a 7 nazioni (Italia, Germania, Gran Bretagna, Norvegia, Olanda, Finlandia e Ungheria) e dallo scorso gennaio ha addestrato circa 4.000 Forze di Sicurezza Curde, delle quali circa 1.500 sono state formate da 120 militari italiani nell’addestramento di base di fanteria.

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Il CaSMD, amm Binelli Mantelli, a Erbil nel Kurdistan iracheno: il presidente Barzani chiede più sostegno contro l’ISIS. Addestramento in Italia per i peshmerga

Nel pomeriggio del 10 novembre scorso, fa sapere lo stato maggiore della Difesa, si è svolta la visita lampo a Erbil, in Kurdistan, del Capo di stato maggiore della Difesa (CaSMD), ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, per un confronto con il suo omologo iracheno, generale Babaki Zebari.

Nel corso della visita l’ammiraglio Binelli Mantelli ha incontrato il Presidente della Regione del Kurdistan – Iraq, Masoud Barzani, e le più alte cariche del governo locale.

Il CaSMD, accompagnato dall’Alto rappresentante  del governo regionale del Kurdistan dell’Iraq in Italia, dottoressa Rezan Kader, è stato accolto al suo arrivo dal ministro degli Affari Peshmerga, Mustafa Sayid Qadir, e dall’ambasciatore italiano in Iraq, Massimo Marotti.

Il Presidente Barzani ha ringraziato il CaSMD per il supporto che l’Italia ha fornito e sta fornendo alle autorità curde nella sua guerra contro l’ISIS, ribadendo la necessità di un ulteriore sostegno da parte della comunità internazionale in termini di materiali d’armamento e di addestramento.

L’ammiraglio Binelli ha confermato l’impegno dell’Italia in favore dell’Esercito iracheno e del Kurdistan nel contrasto all’ISIS, sia nell’ambito di una collaborazione bilaterale e della coalizione internazionale.

In particolare, per quanto attiene all’attività bilaterale, è stata valutata la possibilità di svolgere ulteriori attività addestrative in Italia a favore dei peshmerga nel settore del contrasto alla  minaccia IED (ordigni esplosivi improvvisati), che sta causando gravi perdite tra i militari e i civili curdi. Al momento sono in corso colloqui in ambito coalizione per individuare le basi dove opereranno gli addestratori.

Successivamente l’ammiraglio Binelli Mantelli ha ultimato i colloqui con le autorità di vertice locali incontrando il primo ministro Nechirvan Barzani, il ministro dell’Interno Abdulkarim Sultan Sinjari e il capo dipartimento degli Esteri Falah Mustafa Bakir.

La breve visita si è svolta in un clima di grande cordialità e condivisione di vedute a riprova della volontà di contrastare insieme la minaccia terroristica posta da ISIS e della riconoscenza delle autorità e del popolo curdo per il supporto italiano.

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Fonte e foto: stato maggiore Difesa

Turchia-Siria: più violenza se occorre. Con la NATO pronta a difendere militarmente la Turchia

Se continueranno i colpi di mortaio della Siria verso il territorio turco, la Turchia risponderà “con più violenza”, assicurano i vertici dell’Esercito turco. La dichiarazione del Capo di stato maggiore dell’Esercito turco, il generale Necdet Ozel, arriva in seguito a due giorni di perlustrazione della infuocata linea di confine.

Dopo i primi sconfinamenti a fuoco risalenti al 3 ottobre scorso, che hanno portato a una riunione di emergenza della NATO sotto articolo 4 del Trattato atlantico, la Turchia non rassicura più la Siria sulla sua intenzione di evitare una guerra, ma ribadisce la volontà di difendere il proprio territorio.

Di più. A difendere la Turchia, in caso i bombardamenti siriani verso il suolo turco sudorientale continuino, ci penserà la NATO, che avrebbe dei piani militari già pronti. Ad affermarlo sono proprio fonti atlantiche, secondo quanto riportato ieri, martedì 9 ottobre, da Associated Press via Washington Post.

Il supporto della NATO al paese membro era già stato ribadito nel corso della riunione del 3 ottobre a Bruxelles, così come l’intenzione di non esporsi per il momento su un altro fronte di guerra proprio quando la missione a guida NATO in Afghanistan sta affrontando la sua trasformazione.

Eppure rimane la notizia dell’agenzia turca Dogan di lunedì scorso – a cui il segretario generale dell’Alleanza Anders Fogh Rasmussen continua a opporre la speranza in una risoluzione politica della crisi – di ulteriori 25 caccia F-16 pronti a intervenire dall’aeroporto turco di Diyarbakir, città spesso al centro di disordini tra turchi e curdi.

La situazione incandescente è in continua evoluzione e impone di tenere in considerazione anche la questione turca del popolo curdo, che proprio nel sudest della Turchia e nel nord dell’Iraq ha il suo insediamento più massiccio.

Proprio domenica si sono verificati due raid di jet turchi oltre il confine nord-iracheno nonostante gli ammonimenti di Baghdad.

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Turchia: dichiarazione di autonomia per i curdi e ondate di scontri. La NATO condanna l’uccisione di 13 militari turchi (15 luglio 2011)

Fonte: AP/Washington Post, Dogan, Ansa

Foto: la mappa della Turchia è di BBC

Curdi del nord Iraq sotto attacco dell’aviazione turca da due giorni. Il sostegno degli USA alla Turchia

Il primo raid risale al 17 agosto, secondo la notizia riportata da Voice of America che allora riferiva di attacchi dell’aviazione turca contro obiettivi curdi nel nord dell’Iraq da fonti locali non ancora confermate: “Se confermato ufficialmente – diceva l’articolo – si tratta della prima offensiva turca oltre confine dell’anno”.

La Turchia ha poi ufficializzato. Sessanta gli obiettivi del primo raid notturno due giorni fa, tutti nel nord Iraq. Una pesante offensiva sferrata con aerei e artiglieria di cui dà notizia Reuters.

Sempre Reuters riferisce stamattina 19 agosto anche del successivo comunicato ufficiale turco, che rende noto di aver bombardato con l’aviazione 28 obiettivi, e con l’artiglieria 96.

A essere colpiti dai mezzi militari della Turchia sono stati i rifugi dei militanti del PKK (Parti Karkerani Kurdistan, Partito dei lavoratori del Kurdistan) nell’area nord-irachena, dove si ritiene vengano organizzati gli attacchi contro la Turchia sud-orientale.

E proprio il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, secondo quanto riportava mercoledì scorso VoA, aveva avvisato che la Turchia stava “perdendo la pazienza” dopo le pesanti provocazioni dei militanti curdi, che dall’inizio della loro campagna armata per l’autonomia nel 1984 hanno già provocato la morte di 40mila persone.

Gli scontri hanno cominciato a intensificarsi da metà luglio in concomitanza con la dichiarazione di autonomia dei curdi che abitano la Turchia sudorientale. A Diyarbakir in quell’occasione sono morti tredici soldati turchi con conseguente sdegno della Nato, di cui la Turchia fa parte dal 1952.

L’ambasciata americana ad Ankara, fa sapere VoA, mercoledì scorso ha ribadito il pieno sostegno degli Stati Uniti alla Turchia nella sua lotta contro i militanti del PKK, ritenuto un partito terroristico. Il supporto statunitense era già stato dichiarato dal Segretario di Stato Hillary Clinton all’indomani dei disordini di Diyarbakir.

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Fonti: VoA, Reuters

Foto: Turkish Air Force 2006 da Patrick’S Aviation

Il popolo curdo, una sfida non solo per la Turchia

By Giovanni Punzo

Una sfida nel Kurdistan è il titolo di un famoso racconto di J.J. Langendorf pubblicato in Francia nel 1969 (e tradotto in Italia nel 1981). La trama non è complicata come un political thriller di Tom Clancy, ma si impone egualmente per l’immagine che presenta dell’agitatore politico, dell’agente sul campo: nel 1941 un agente nazista è inviato appunto nel Kurdistan per attrarre nell’orbita di influenza tedesca – sottraendole a quella inglese – le popolazioni della regione.

L’agente confonde il suo ruolo con quello del rivoluzionario vero e proprio, ma – nonostante l’eliminazione diretta dell’agente inglese suo avversario faccia presagire il successo – il piano fallisce semplicemente perché l’intera operazione non viene più supportata da Berlino. Animato dalle teorie geopolitiche di Ausserhofer e allievo dello stesso istituto, ammiratore del rivoluzionario ‘totale’ Saint Just, l’agente scopre di aver sacrificato in realtà la propria giovinezza in un «grande gioco» all’interno del quale il suo ruolo è quello di una modesta pedina. Dietro questa narrazione letteraria, affascinante e ben fondata su solide basi, la questione curda resta comunque viva nei protagonisti e per la spinta che ne potrebbe derivare alla relativa instabilità della regione.

I problemi insoluti della questione curda cominciano nel momento stesso in cui si intenda delimitarne l’area o stabilire il numero della popolazione di etnia curda effettivamente coinvolta. Non esistendo confini naturali il Kurdistan diventerebbe l’area geografica all’interno della quale l’etnia è maggioritaria, dove insomma costituisce la parte predominante della popolazione. In sé un concetto quindi abbastanza labile, soprattutto dopo che un decennio di guerre nella ex Jugoslavia hanno dimostrato la scarsa consistenza di questi riferimenti.

Delimitando il Kurdistan tra la catena del monte Ararat e il margine della pianura della Mesopotamia, la prima considerazione è che quest’area coinvolge sette stati diversi.

La parte più estesa del Kurdistan si trova in Turchia (17 province turche su 67), ma la stessa presenza è negata. Resta il fatto che – secondo una statistica turca della metà degli anni Sessanta – l’analfabetismo nella zona superava l’80%, ma restava difficile distinguere se si trattasse di un vero e proprio rifiuto di frequentare le scuole turche e quindi di un gesto politico. Inoltre la stessa area era definita come la «più depressa» dell’Anatolia orientale dal punto di vista economico.

Oltre alla Turchia, altri comprimari storici sono Siria, Iraq e Iran, mentre a nord, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, hanno ereditato briciole tutt’altro che trascurabili di questione curda Azerbajan, la Repubblica d’Armenia e la Georgia.

La Siria, dopo un programma di ‘arabizzazione’ spinta alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso e concluso solo nel 1976, ha fatto delle concessioni formali e pare che fino a oggi, nonostante le notevoli difficoltà del regime di Damasco, l’equilibrio con la minoranza curda resista, o almeno non costituisca fonte di ulteriore preoccupazione. Nella parte siriana, a Qaratchok nella regione di Djezirè, vi sono inoltre apprezzabili giacimenti petroliferi.

Una situazione analoga si riscontra nella parte irachena dove la consistenza dei giacimenti di Mossul e Kirkuk è invece molto nota. Dopo le dure repressioni del regime di Saddam sembra che ora una relativa tranquillità sia originata dalla speranza della tripartizione dell’Iraq che vedrebbe il nascere nella parte settentrionale del paese di uno stato curdo con autonomie federali: soluzione poco gradita alla Turchia, che però ha necessità del petrolio di Mossul.

Più complessa e difficile da definire la situazione nella parte iraniana. Lo shah, dopo il ritiro delle truppe sovietiche dall’Iran, sconfisse e si annesse la piccola repubblica curda sorta durante la Seconda guerra mondiale come una sorta di protettorato russo. Il trattamento iraniano nella sostanza non fu meno duro di quello turco e, dopo la speranza accesasi alla caduta della monarchia, il regime di Khomeini non fece concessioni, mentre altrettanto rigido sembra oggi quello di Ahmadinejad. D’altra parte i curdi hanno la stessa origine degli iraniani e la lingua curda presenta maggiori affinità con il persiano che non con l’arabo o il turco. Inoltre prima della conversione all’islam essi praticavano una religione assai simile allo zoroastrismo persiano e di questa antica religione resta un gruppo molto ridotto di circa cinquantamila persone nella zona di Mossul che pratica nello stesso tempo circoncisione e digiuno come nell’islam, ma anche il battesimo e la divisione del pane come i cristiani.

Diverse le vicende delle comunità curde al di là dei confini con la ex Unione Sovietica. Nelle tre ex repubbliche sovietiche di Armenia, Azerbaijan e Georgia il numero dei curdi è sempre stato ridotto e questo ha permesso di considerarli senza difficoltà alla stregua di tante altre minoranze dell’Asia centrale sovietica. Nel 1930 sorgevano già scuole dove l’insegnamento era impartito in lingua curda e nelle università di Mosca, Leningrado, Tashkent ed Erivan esistono corsi di lingua e letteratura. Neutrale o ambigua che fosse, la politica estera sovietica non poteva permettersi tensioni con gli stati confinanti, ma assumeva volentieri l’immagine di protettrice delle minoranze, a cominciare dall’accoglienza a Mustafà Berzani nel 1946 ricercato dagli iraniani dopo la sconfitta dell’effimera repubblica curda.

Divisioni territoriali e divisioni tribali interne – ma anche ideologiche – hanno caratterizzato sino a ora la questione curda nel suo complesso e a volte stati assai diversi come regime e collocazione internazionale (ad esempio Turchia e Siria) hanno trovato un punto di contatto solo nella repressione dei movimenti autonomisti. Ovviamente si sono spesso aggiunte strumentalizzazioni o accordi parziali con settori limitati del popolo curdo che secondo una stima di una decina di anni orsono costituisce un insieme di almeno quindici milioni di persone (secondo altre stime sono invece venti). Affrontare oggi una questione curda unificata da un solo interlocutore e rappresentante di questo popolo sarebbe tuttavia un vero e proprio incubo.

Giovanni Punzo

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Mappa del Kurdistan della CIA (1992)/Wikipedia

Foto: manifestanti curdi dal blog di Roberto Spagnoli passaggioasudest

Iraq: 10mila americani restano a tutela dei diplomatici. O per il petrolio del Kurdistan?

Il conto alla rovescia verso la smobilitazione delle truppe americane dall’Iraq entro il 31 dicembre di quest’anno è già iniziato. Ma il ritiro dei militari lascerà comunque 10mila uomini circa ancora sul terreno. A tutela dei diplomatici presenti nel paese, è la motivazione.

Al riguardo, il numero dei diplomatici e degli esperti americani in Iraq arriverà a quota 17mila, dato che è previsto l’invio di altri esperti da parte del Dipartimento di Stato americano nell’anno successivo al ritiro delle truppe, fa sapere un articolo del Kurdish Globe di Erbil del 1° agosto.

Il personale dispiegato, si legge, “darà un’occhio ai giacimenti di petrolio di Kirkuk così che i curdi non potranno nutrirvi più nessuna speranza”.

Ma l’articolo fa di più. Pur se espressione di un punto di vista netto, quello curdo, in realtà fornisce indicazioni di lettura di un disagio nel cuore del Vicino Oriente che vale la pena di prendere in considerazione in quanto strategicamente interessante.

L’articolo lega i giacimenti petroliferi e la presenza delle truppe americane ai continui disordini nell’area transfrontaliera abitata dal popolo curdo. Come? Mettendo nelle mani degli americani la gestione della sicurezza dell’area dove Iran, Iraq e Turchia si incontrano. E dove i curdi stanno tentando di ritagliarsi una nazione.

Una decina di giorni fa, ricorda l’articolo, si sono verificati gravi scontri nel sud-est della Turchia.

Lo scorso 14 luglio, infatti, a Diyarbakir i curdi hanno proclamato l’autonomia della regione con il supporto del PKK, il partito curdo internazionalmente considerato alla stregua di un’organizzazione militante di stampo terroristico. I disordini che ne sono seguiti hanno lasciato sul terreno tredici militari turchi, con il disappunto della Nato, di cui la Turchia fa parte dal 1952, e sette militanti, o secessionisti, nell’accezione turca.

Si tratta in realtà solo dei disordini più gravi tra gli ultimi registrati. Il disagio del popolo curdo, in realtà, si esprime anche in Iran e in Iraq.

E’ notizia di ieri, sempre dal Kurdish Globe, che l’Iraq abbia chiesto l’espulsione dell’ambasciatore iraniano Hassan Danaie-Far a causa dei continui disordini alla frontiera dei due paesi tra militari dell’Iran’s Revolutionary Guards e membri del Party of Free Life of Kurdistan (PEJAK), che opera in Iraq sotto l’ombrello del PKK curdo.

Sembra che il bilancio di questi scontri sia pari a oltre il doppio in termini di morti e feriti di quelli verificatisi in Turchia a metà luglio.

Secondo l’esperto di Oriente del Moscow Carnegie Centre, Alexei Malashenko, citato dal Kurdish Globe ieri, “molti esperti ritengono che il 21esimo secolo sia destinato a diventare il secolo della lotta dei curdi per l’indipendenza”. E questi scontri rappresenterebbero dunque un intensificarsi della questione, stante il disappunto che Turchia, Iraq e Iran continuano a nutrire per l’etnia curda che rivendica le aree più ricche di petrolio della regione.

Ricorda l’articolo, infatti, che la provincia irachena di Kirkuk popolata da curdi iracheni possiede “il doppio del petrolio che ha la Libia”. Una forza strategica nelle mani dei curdi, che hanno supportato la caduta di Saddam Hussein aiutando gli americani.

Le motivazioni, ufficialmente legate alla sicurezza, per giustificare ancora una presenza americana nella regione ci sono tutte.

E a questo si collega la difficoltà del SIGIR, l’ex CPA in Iraq, nell’organizzare la gestione dei contractors americani che resteranno sul terreno dopo il 31 dicembre, data ultima per l’uscita delle truppe statunitensi dall’area.

Intanto la Nato procede nel suo addestramento della polizia irachena, in particolare dell’Iraqi Oil Police, presso Camp Dublin grazie al training specialistico fornito dai Carabinieri italiani. L’obiettivo è consentire agli iracheni di gestire la sicurezza delle proprie risorse, aumentando la consapevolezza della propria responsabilità.

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The Private Security Firms and their current role – By Jethro S. (1° luglio 2011)

Fonti: Kurdish Globe, Nato

Foto: MSNBC/Danger Room, EPA/Kurdish Globe, It Carabinieri NATO

Turchia: dichiarazione di autonomia per i curdi e ondate di scontri. La Nato condanna l’uccisione di 13 militari turchi

E’ arrivata nella giornata di oggi 15 luglio da parte del Segretario Generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, la dura condanna all’”attacco terroristico” condotto ieri nella provincia di Diyarbakir, nella Turchia sudorientale, che ha provocato la morte di 13 soldati turchi.

Gli scontri, che hanno causato la morte anche di sette ribelli curdi, sono avvenuti con maggior gravità nella giornata di ieri giovedì 14 luglio, e sono stati seguiti dalla dichiarazione di autonomia per il popolo curdo ad opera di un gruppo di partiti curdi.

La tensione è aumentata immediatamente in tutta la regione: da Ankara, dove nella notte gli uffici del partito curdo sono stati bersagliati di bombe incendiarie, fino all’area sudorientale, dove sono stati inviati centinaia di militari dei corpi d’élite e dove è stata lanciata un’offensiva aerea contro i nascondigli dei ribelli.

La procura di Diyarbakir ha avviato un’inchiesta e sta esaminando la dichiarazione di autonomia che ha avuto come conseguenza la dura condanna non solo da parte del governo turco, ma anche da parte dei partiti dell’opposizione.

C’è il rischio che “questo sia un atto condotto da chi vuole dare il via a una guerra civile”, ha dichiarato alla Associated Press (qui via Stars and Stripes) Akif Hamzacelebi, esponente del principale partito di opposizione turco People’s Republican Party.

I ribelli curdi del PKK – il partito Parti Karkerani Kurdistan, che si ritiene abbia basi addestrative in Siria – rivendicano l’autonomia dal 1984, anno in cui hanno preso le armi contro il governo turco.

Fonte: AP/Stars and Stripes, NATO

Foto: Zinda Magazine