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Embedded in aree di crisi ma anche in operazioni dual-use con l’Esercito: i nuovi corsi del Centro Studi Roma 3000

Sono aperte le iscrizioni online ai nuovi corsi del Centro Studi Roma 3000, ente no profit – presieduto da Alessandro Conte – impegnato da anni nello studio delle dinamiche di politica internazionale delle aree di crisi con particolare attenzione ai temi della sicurezza, della difesa e dei flussi migratori.

I nuovi corsi di prossimo avvio sono dedicati non solo a giornalisti e operatori civili delle organizzazioni di volontariato e soccorso, ma anche a beneficiari del bando Torno Subito della Regione Lazio.

Nel dettaglio si apprende dal sito web del Centro, i corsi che si concentreranno nel periodo di fine giugno – inizio luglio 2019 sono: “Operare embedded e comunicare in operazioni dual use dell’Esercito; “Culture awareness e leader engagement in aree di crisi”; “Workshop, introduzione all’attività in aree di crisi”; mentre i Progetti di formazione riservati al progetto Torno Subito della Regione Lazio presentano due percorsi formativi specifici per chi vuole affrontare un percorso lavorativo o di volontariato all’estero con organizzazioni internazionali o per supportare attività no-profit in aree di crisi o a rischio: “Operatore civile in aree di crisi per attività di volontariato o lavorativa” ( durata 240 ore , sede L’ Aquila); “Analista di rischio internazionale per le organizzazioni no-profit e per le aziende” (durata 120 ore, sede L’ Aquila).

La Summer School è incentrata sulla formazione di base di carattere teorico pratico per Operatore in aree di crisi.

I corsi sono a numero chiuso, le iscrizioni si chiudono il 1° giugno.

Tutte le informazioni al link http://www.europeansafetyacademy.it/corsi/

Fonte e foto: Centro Studi Roma 3000 European Safety Academy

Trident Jaguar 15: il gen Marchiò porta il suo NRDC-ITA alla validazione Nato

TRJR15_NRDC-ITA in Stavanger (NOR)_NATO JWC (2)“Due erano i traguardi dell’esercitazione”, fa sapere il generale Riccardo Marchiò, comandante del Nato Rapid Deployable Corps-Italy (NRDC-ITA) attualmente impegnato nella Trident Jaguar 15, ormai in fase di conclusione nel Joint Warfare Centre (JWC) di Stavanger.

“Il primo era mettere alla prova la capacità organizzativa e le procedure del comando, mentre il secondo era passare l’esame”, ha affermato senza mezzi termini il comandante, facendo riferimento alla validazione Nato che arriva alla fine della fase di trasformazione di NRDC-ITA in comando operativo joint (JTF HQ).

In più c’è un innegabile aspetto positivo segnalato dal gen Marchiò, ovvero l’opportunità fornita dall’esercitazione di individuare le aree migliorabili al fine di arrivare alla qualità totale: “ci saranno ulteriori momenti di verifica per aggiustare ciò che non è andato proprio perfettamente”, ha assicurato.

20150426_TRJR15_NRDC-ITA COM gen Riccardo Marchiò_NATO JWC Stavanger (NOR) (5)I contenuti di carattere politico, che hanno, indiscutibilmente, caratterizzato questo scenario di livello operativo, si sono rivelati estremamente utili ai fini del realismo dell’esercitazione permettendo di “allargare l’orizzonte con l’introduzione degli elementi di carattere non militare, che hanno arricchito e reso più stimolante l’evento addestrativo”.

Il comprehensive approach, termine con il quale si indica l’integrazione della componente militare con tutti gli attori e i protagonisti del moderno ambiente operativo, rappresenta, infatti, la modalità di lavoro che la Nato promuove e persegue attivamente negli ultimi anni.

NRDC-ITA_Trident Jaguar 15Quanto la realizzazione del comprehensive approach stia diventando sempre più concreta nell’ambito degli eventi addestrativi condotti dalle nazioni dell’Alleanza è testimoniato proprio dall’iniziativa dell’ NRDC–ITA di aver fatto uso per la prima volta di giornalisti embedded, inserendoli nella propria struttura durante una esercitazione importante e complessa come la Trident Jaguar 15.

“Per noi ha rappresentato un elemento innovativo di grande utilità, sia per implementare la comunicazione verso l’esterno, sia per l’apporto specialistico fornito”, ha concluso il comandante di NRDC-ITA, fornendo un resoconto positivo di tutte le attività svolte nel corso della Trident Jaguar 15.

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La Trident Jaguar 15 in Paola Casoli il Blog

Foto: PAO NRDC-ITA

20 Settembre 1792, battaglia di Valmy: Goethe, primo giornalista embedded

By Giovanni Punzo

Accade spesso che un semplice scontro, più che una vasta battaglia vera e propria, attiri su di sé molta più attenzione di quella apparentemente dovuta e la mantenga poi inalterata per secoli.

Questo vale soprattutto quando all’episodio è conferito grande valore simbolico e, nel caso di Valmy, si tratta del momento del passaggio tra le guerre settecentesche (le guerre in merletti, ‘en dentelles’ in francese) e le ‘guerre della nazione’. Non solo da questo momento cambiano combattenti e modo di combattere, ma anche strategie e obiettivi politici.

Curiosamente sotto Napoleone, che pure era considerato l’esportatore della Rivoluzione francese con le baionette, Valmy ha poca risonanza ed è considerata solo una delle tante battaglie, mentre sembra che il mito della battaglia nasca invece dopo, in piena Restaurazione, a partire cioè dalla realizzazione di un grande quadro di Horace Vernet (1825) oggi conservato a Versailles (foto).

Come mai allora la monarchia alimenta un mito nato fisicamente durante la Rivoluzione? Credo che la ragione sia molto semplice: Valmy, pur non essendo una grande vittoria che sbaraglia definitivamente gli eserciti avversari, li arresta quando sono penetrati ormai sul suolo francese e rappresenta comunque un aspetto del legame tra i combattenti e la nazione da difendere: in altre parole, anche se da un punto di vista politico si cerca di contenere l’evoluzione democratica delle strutture istituzionali, il suddito non è più quello del vecchio stato dispotico: concorre in prima persona alla difesa della patria in pericolo che si sta trasformando in monarchia costituzionale. ‘La nazione’ insomma continua a esistere, sebbene avesse cambiato vorticosamente tre o quattro forme di governo in un turbinoso ventennio dal 1795 al 1815, anno di Waterloo.

Definita «Le Termopili della Francia», la battaglia ha un andamento per così dire classico, privo di manovre ardite o stratagemmi geniali: austriaci e prussiani (40.000 uomini, in superiorità numerica, quindi, sui circa 25.000 francesi) tentano di sfondare la linea francese, ma sono respinti dopo una giornata di intenso cannoneggiamento e due attacchi finali alla baionetta.

Più complessa la questione dell’organizzazione delle due armate: austro-prussiani hanno reparti regolari ben armati e addestrati al comando del feldmaresciallo prussiano duca di Brunswick, mentre da parte francese c’è appena stata una crisi di comando con la sostituzione di Rochambeau, Luckner e La Fayette da parte di Kellerman e Dumouriez e la riorganizzazione di tre armate in due.

Il primo è ancora un generale monarchico, nel senso che la sua adesione alla Rivoluzione non è di tipo ideologico, ma di semplice fedeltà al Paese, mentre Dumouriez sembra ancora più disinvolto da un punto di vista etico, avendo ottenuto parecchi favori dalla monarchia.

I fanti francesi, oltre a essere male armati ed equipaggiati, sono di diversa estrazione: accanto ai veterani delle guerre del re sono accorsi ‘volontari’ e guardie nazionali. L’amalgama non pare affatto ben riuscita: i volontari sono circa il doppio dei regolari e pertanto solo un terzo degli effettivi sembra affidabile. Ciò significa che il loro numero è pressappoco di 8 o 9.000 uomini, decisamente pochi per affrontare i 40.000 austro-prussiani. Vistosa eccezione da parte francese è invece l’artiglieria, riformata da poco secondo le indicazioni di Gribeauval.

Il primo significato di Valmy è da ricercare quindi sul piano psicologico: gli ‘straccioni’ arrestano l’avanzata delle migliori e più addestrate fanterie europee, sia pure subendo perdite superiori.

Cadono circa 300 francesi rispetto a meno di duecento prussiani, eppure l’esitazione degli austro-tedeschi ha ripercussioni sulla campagna stessa perché intorno al 20 ottobre (esattamente un mese dopo) comincia la ritirata dal suolo francese.

Parigi, che sembrava direttamente minacciata dagli eserciti della coalizione – che puntavano sulla città con l’idea di ristabilirvi l’ordine –, è salva e con essa la Rivoluzione. In realtà Federico Guglielmo II di Prussia, poco sensibile al destino della monarchia in Francia, aveva preferito trattare un accordo segreto con la Russia per la spartizione della Polonia ai danni dell’Austria.

Resta il fatto che, dopo Valmy, riprese la fiducia nell’esercito e comparve un primo ordinamento che prevedeva la coscrizione obbligatoria e l’organizzazione permanente di armate.

Tuttavia, il giudizio più famoso espresso sulla battaglia non è di un militare, né di un politico, ma di un letterato: «… da oggi inizia un’era nuova» scrisse Goethe, fisicamente presente sul campo essendo al seguito del duca di Weimar che, al comando di un prestigioso reggimento di corazzieri prussiani, faceva parte dell’armata.

Sulla frase sono stati versati fiumi di inchiostro e ci si interroga ancora sul suo significato reale: troppo semplice pensare che Goethe, leale suddito del duca, sostenesse i rivoluzionari. Il poeta poteva forse definirsi inquieto, ma non rivoluzionario.

Resta probabilmente una grande intuizione sulla ‘modernità’ e, del resto, il diario della campagna di Francia dello scrittore tedesco è la prima ‘corrispondenza di guerra’ in senso contemporaneo e Goethe il primo giornalista  embedded.

Giorno per giorno, al seguito del duca di Weimar, Goethe annota una infinità di particolari tra i più minuti: dalle strade al cibo dei soldati, dai monumenti ai paesaggi, dalle conversazioni colte a quelle davanti al fuoco dei bivacchi. Riferendosi proprio a Valmy, anche se la stesura fu probabilmente successiva, Goethe intuisce che il nuovo protagonista della Storia sarebbe diventato lo Stato-nazione e che i sudditi, attraverso la coscrizione obbligatoria, avrebbero avuto anche un ruolo diverso.

Giovanni Punzo

La battaglia di Valmy di Vernet è della National Gallery

Kosovo: calma piatta. Intanto arrivano i parà del Tuscania

pubblicato da Embedded il 20 novembre 2007

Il voto del 17 si è svolto nella massima tranquillità. La bassa percentuale di affluenza, pari al 43%, è stata giudicata negativamente dal capo della missione di osservazione elettorale del Consiglio d’Europa Giovanni Di Stasi, che ha ritenuto il dato allarmante e pericoloso per il futuro più prossimo.

Se gli albanesi si sono presentati al voto in così bassa percentuale, circa il 94% della totalità degli affluiti alle urne, allora il voto non è stato scambiato come espressione di una scelta di indipendenza del Kosovo come poteva sembrare fino alla scorsa settimana.

A Pristina, ma anche a Decane, Pec/Peja, Prizren, Bresovica, c’è molta calma e non si sono verificati disordini. Per ogni eventualità nella base dei Carabinieri a Pristina sono arrivati da due giorni anche una decina di paracadutisti del reggimento Tuscania, specializzati nella gestione di situazioni di emergenza.

“La loro presenza eleva il profilo qualitativo della nostra missione in teatro operativo”, spiegano alla Msu. Una missione quella dei Carabinieri della Msu che è impegnata in prima linea nel mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica.

Kosovo: Hashim Thaci sarà il nuovo premier?

pubblicato da Embedded il 15 novembre 2007

Magari non andrà così, ma le imminenti elezioni del 17 novembre in Kosovo sembrano già avere un vincitore: Hashim Thaci. Secondo fonti locali ci sarebbe infatti l’inclinazione a designare Thaci quale successore di Agim Ceku. E senza brogli elettorali ma solo per un accordo comune, sempre citando una voce del Kosmet.

Magari davvero non andrà così, ma un articolo che sottolinea la determinazione del leader del Partito democratico in Kosovo (PDK) – Thaci appunto – a ottenere l’indipendenza per la regione amministrata dalle Nazioni Unite da otto anni fa riflettere.

Thaci ha dichiarato alla Reuters che l’Occidente “ha promesso che riconoscerà l’indipendenza del Kosovo” e ha aggiunto: “Abbiamo ricevuto delle esplicite assicurazioni che l’indipendenza del Kosovo sarà riconosciuta internazionalmente”.

Considerato che Thaci si ritiene già vincitore con il suo partito, queste affermazioni rappresentano un monito più efficace delle varie foto dei guerriglieri in nero che circolano in questi giorni.

Fonte: Rinascita Balcanica

Kosovo: simulazione di elezioni oggi a Pristina

pubblicato da Embedded il 3 novembre 2007

Alle due di oggi pomeriggio a Pristina, presso il quartier generale della missione di osservazione elettorale del Consiglio d’Europa, si terrà una sessione elettorale simulata per consentire ai 14 osservatori di lungo termine di familiarizzare con le procedure di voto e di conteggio. Le elezioni, quelle vere, si terranno invece in tutto il Kosovo sabato 17 novembre prossimo.

Nel corso della simulazione gli esperti risponderanno alle domande dei giornalisti accreditati con il Consiglio d’Europa.

Fonte: Consiglio d’Europa

Kosovo indipendente: pari o dispari

pubblicato da Embedded il 31 ottobre 2007

Leggo l’articolo su Il Giornale dell’inviato a Washington: Gli Usa: Kosovo indipendente o ritiriamo tutti i nostri soldati pubblicato oggi on line.

Non ci credo. Non ci credo proprio che gli US possano pensare di lasciare una mega base come Camp Bondsteel. Certo a loro non converrebbe mantenere una tale infrastruttura (un vero e proprio paese) in un’area serba. Considerato l’aria fredda che tira da est e le promesse di indipendenza fatte all’etnia albanese, per gli americani un Kosovo serbo sarebbe un mare in tempesta. E Camp Bondsteel una nave da abbandonare.

Ma non sembra sia questo il caso. E poi sa di ricatto: o l’indipendenza o ce ne andiamo. Cos’è, un modo sbrigativo per districarsi dalla faccenda? Mh, un po’ infantile. Forse un affondo sulla pedana della diplomazia internazionale per smuovere un po’ le acque, lasciando però l’amaro in bocca all’etnia albanese che tanto confida sullo zio Sam.

Questa boutade serve tuttavia da campanello d’allarme per l’Europa. Il meccanismo avviato dall’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema, che ha portato al bombardamento della Serbia, non ha fatto altro che accelerare il meccanismo di inversione dei ruoli nel gioco di vittima-carnefice che caratterizza i Balcani. E ora a rischiare è l’etnia serba. Se questo è il risultato, tanto valeva fare pari o dispari.

Commenti:

Ceti, Mercoledì 31 Ottobre 2007 ore 21:20

Purtroppo gli Usa hanno capito che la Russia non cede. E, pur concordando con l’autrice del post, debbo dire che secondo un quotidiano locale kosovaro, gli americani rinuncerebbero all’indipendenza del Kosovo in cambio di cospicui finanziamenti (si parla di decine di miliardi di dollari ogni anno). Sarà vero? Chissà.

Nel frattempo, mi informo meglio leggendo un mensile universitario che sulla questione kosovara (cfr. www.acidopolitico.it) ha parlato con molta più profondità di un “quotidiano nazionale” come il Giornale.

Paola Casoli, Giovedì 1 Novembre 2007 ore 10:43

Ceti, tutto ciò continua a puzzare di ricatto. Sembra allora che si sia voluta tentare la strada dell’usucapione e che, non riuscito l’esperimento, ci si ritiri solo dietro la concessione di un finanziamento. Ma forse è la lectio facilior e dietro c’è tutto un mondo da scoprire.

Chiaro che Putin non cede. In primo luogo per questioni di politica interna, a partire dal fatto che non potendo più essere eletto presidente si deve assicurare la posizione di premier. Un premier di polso, da vero judoka. E poi c’è la politica estera, ma è un discorso lungo che lascio agli analisti.

Segnalo intanto che nel Kosmet la simpatia dei serbi per i russi appare molto forte. Verificherò di persona se la testimonianza raccolta è estesa ai vari livelli e categorie sociali. Non vorrei che fosse un indizio di sfiducia nei confronti del governo centrale da parte di chi si trova su un terreno minato, perché se così fosse si aprirebbero altri scenari che magari andrebbero a coinvolgere anche la Republika Srpska di Bosnia.

Intanto la ringrazio per avermi indicato un sito che non conoscevo e che andrò a leggere in modo più approfondito.

Paola Casoli

Kosovo: osservatori dal Consiglio d’Europa per le elezioni del 17 novembre

pubblicato da Embedded il 16 ottobre 2007

Stanno diventando pienamente operativi in questi giorni gli osservatori che il Consiglio d’Europa (CoE) ha formato e inviato in Kosovo in vista delle elezioni del 17 novembre prossimo.

I quattordici esperti provenienti da Austria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Moldavia, Paesi Bassi, Svezia e Regno Unito hanno seguito una formazione di due giorni il 9 e 10 ottobre a Pristina. La finalità di tale intervento, per cui l’Unmik ha fatto ricorso al Consiglio d’Europa per la quinta volta consecutiva, è il controllo sul processo elettorale affinché siano rispettate le condizioni di democrazia e trasparenza.

Il comunicato stampa del Consiglio d’Europa fa sapere che le aree di insediamento degli osservatori sono per ora Gjiliane, Mitrovica Nord e Sud, Pec/Peja, Pristina, Prizren e Serbia. Ma, riferisce il capo della missione di osservazione del CoE Giovanni Di Stasi, “Il nostro piano di schieramento non è inciso su marmo. Si adatterà alle conclusioni dei nostri esperti o al sorgere di nuovi elementi. In generale, gli osservatori sono inviati laddove il loro lavoro si rivela più utile per la nostra missione.”

Fonte: Consiglio d’Europa

Incendi: i militari italiani li spengono anche in Kosovo

pubblicato da Embedded il 29 agosto 2007

benna_VegaI militari del 7° reggimento Vega dispiegati in Kosovo con la task force Ercole comandata dal maggiore pilota Mauro Bloise stanno lottando contro gli incendi che devastano il sud-ovest della provincia amministrata dalle Nazioni Unite.

Nella sola giornata di lunedì gli elicotteri italiani hanno svolto sei missioni per un totale di una decina di ore di attività sul fuoco. In tutto 92 trasporti con la benna – un contenitore trasportato al gancio baricentrico dell’elicottero (foto task force Ercole) – per un totale di oltre 52mila litri di acqua lanciati sulle fiamme.

L’attività si concentra soprattutto su incendi nell’area municipale di Pec nel sud-ovest del Kosovo.

Accanto agli italiani è attivo con due equipaggi anche un elicottero sloveno Bell-412, che lascerà il Kosovo a fine missione il prossimo 31 agosto.

Fonte: 7° Vega Rimini

Foto: task force Ercole

Commenti:

giacomo, Domenica 2 Settembre 2007 ore 20:59

sono passato per i Balcani i primi giorni di luglio. bosnia, più che altro, e croazia: già bruciavano i monti, già i campi di sterpaglie. e già allora non c’era nessuno che spegneva i roghi…

Kosovo: il ritrovamento di oltre 90 chili di esplosivo vicino a Pec

pubblicato da Embedded il 27 agosto 2007

Lo scorso 23 agosto un pattugliamento congiunto tra la Multinational task force West a comando italiano di Kfor e la polizia del Kosovo ha consentito il ritrovamento vicino a Pec di 480 panetti di esplosivo, per un totale di oltre 90 chili (92,6 chili per la polizia kosovara,  96 chili per lo stato maggiore della Difesa ).

La polizia del Kosovo – che ritiene che l’esplosivo sia tnt che “sicuramente non serviva a pescare” – ha riferito del conseguente arresto di padre e figlio albanesi presenti nell’abitazione dove ha avuto luogo il ritrovamento. Lo stato maggiore della Difesa italiano aggiunge in una nota stampa che oltre ai 96 chili è stato rinvenuto anche materiale per la manutenzione di armi da guerra.

Cosa si potrebbe confezionare con 96 chili di tnt? “Una bella autobomba”, riferisce il generale di brigata, attualmente in riserva, Fernando Termentini esperto in bonifica mine e ordigni esplosivi e difesa Nbc. “Tutto dipende – continua – se con l’esplosivo sono stati trovati gli inneschi: in quel caso si potrebbe davvero ipotizzare un eventuale attentato. Se così non fosse si potrebbe pensare invece a un immagazzinamento di materiale esplosivo, magari recuperato da mine”.

Lo stato maggiore della Difesa ha confermato stamane che con l’esplosivo non sono stati rinvenuti inneschi.

Fonte: Southeast European Times, stato maggiore Difesa