Iran

NRDC-ITA fa il punto di situazione sul fianco sud della NATO con un workshop a Palazzo Cusani a Milano

20151001_NRDC-ITA_Palazzo Cusani_Milano (1)Si è aperto con l’auspicio di delineare una valutazione delle criticità del fronte sud della NATO l’international workshop intitolato “Assessing the Crisis on Nato’s Southern Flank”, tenutosi il 1° ottobre a Palazzo Cusani, a Milano, presso la sede del corpo di reazione rapida della Nato in Italia (NRDC-ITA, NATO Rapid Deployable Corps-Italy).

Il seminario, organizzato proprio da NRDC-ITA con il patrocinio del ministero della Difesa italiano, si proponeva di stimolare il dibattito per percorrere tutte le possibili opzioni verso una strategia collettiva appropriata alle sfide alla sicurezza e alla stabilità provenienti da Nord Africa e Medio Oriente, con un’apertura a esaminare anche Africa subsahariana, Iran, Israele e Arabia Saudita.

Questo è infatti il “fianco sud” come si è inteso considerare l’arco territoriale da prendere in esame sulla base delle contingenze storiche e di cronaca che interessano la nostra attualità.

20151001_NRDC-ITA_Palazzo Cusani_Milano (2)Una vasta zona geografica che ha trovato nei relatori presenti i più appropriati esperti del settore, a partire dal colonnello dell’Aeronautica Luca Semeraro, dell’Italian Joint Intelligence Centre, che ha presentato una approfondita analisi d’area; attraverso le testimonianze del giornalista Domenico Quirico, colto e appassionato interprete delle sue esperienze anche come prigioniero in Siria di gruppi islamici radicali; le analisi sul contesto storico e politico del fronte sud portate dal professor Vittorio Emanuele Parsi, docente dell’Università Cattolica e tenente colonnello della riserva selezionata della Marina; per finire con la puntuale presentazione della situazione politica sullo scacchiere internazionale dell’Iran fornita dal dottor Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies. Gli interventi sono stati moderati dalla giornalista di Sky TG24 Tonia Cartolano.

Su tutto ha dominato la presentazione inziale del generale Riccardo Marchiò, comandante di NRDC-ITA, che in fase di apertura lavori ha affermato che “il fianco sud è ora oggetto di valutazione sotto i nostri occhi”, invitando a una proficua giornata di lavori che si colloca nella necessità della Nato di far fronte a nuovi stimoli provenienti da nuove direzioni.

“Il fianco sud è stato finora trascurato – ha spiegato subito il col Semeraro – e si è trattato di un errore strategico”, come è poi emerso dall’arco di crisi preso in esame dall’ufficiale dell’Aeronautica nel corso del suo intervento, che ha toccato non solo i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, come anticipato, ma anche il Mali, Israele, l’Eritrea, l’Iran e l’Arabia Saudita.

La lucida testimonianza del giornalista Quirico, che ha riportato fedelmente la dimensione quotidiana dell’estremista islamico “a contatto con la morte inflitta o subita in ogni istante della sua vita”, ha corroborato idealmente le definizioni dei tre grandi fallimenti dell’Occidente fatte dal col Semeraro: mancanza di prevenzione, di intervento efficace e di strategia condivisa.

Elementi a cui ha fatto eco il professor Parsi con la denuncia di una grave mancanza di impegno nell’intervento e di visione strategica. Un difetto di progettazione che lascerebbe un pericoloso vuoto anche ammesso di riuscire a eliminare il problema dell’estremismo, oggi individuato come ISIS, o come ISIL, o Daesh, o nuovo Califfato.

L’Iran entra di prepotenza nella valutazione dell’arco di crisi, per la sua importanza storica e soprattutto per i suoi risvolti strategici nello scacchiere internazionale, ha fatto emergere infine Nicola Pedde.

Tutto ciò di cui si è discusso oggi, tuttavia, non prescinde dall’attività della Russia e dalle sue velleità territoriali, decisamente connesse con il fianco sud. Agli sviluppi delle azioni di Vladimir Putin in territorio siriano, molto recentemente, e in area Mar Nero, appena qualche mese fa, è stato fatto riferimento di continuo nella prospettiva di una visione strategica collettiva.

Proprio l’attenzione alla Russia in contemporanea al focus sul fianco sud ha stimolato la richiesta da parte di Paola Casoli il Blog di un chiarimento di quale possa essere la migliore direzione da prendere da parte della Nato nella sua attività addestrativa.

Questo in particolare alla vigilia della Trident Juncture 2015, vasto evento esercitativo con uno scenario decisamente aperto a sud dopo le precedenti ambientazioni baltiche, e alla luce della dichiarazione del generale Hans-Lothar Domröse, comandante dell’Allied Joint Force Command (JFC) di Brunssum, che alla Reuters ha sottolineato l’impossibilità della Nato di scegliersi la minaccia est o sud e la necessità, invece, di addestrarsi per entrambe.

Per il col Semeraro “il fronte est rappresenta un nemico identificato, mentre il sud quello variegato con interessi non ancora chiari”. Importante dunque “stabilire quale sia il nemico e quale la priorità”. Altrettanto importante per il dottor Pedde un investimento di attenzione alla sicurezza e alle disuguaglianze, motore di instabilità. Mentre il professor Parsi conclude mettendo l’accento sulla necessità che la Nato protegga la propria popolazione e sottolinea la minaccia portata dal fronte sud ai fondamentali culturali non solo della vicina Italia, ma anche di tutto l’Occidente.

“La mia domanda iniziale di un assessment su una delle minacce verso la Nato, quale quella rappresentata dalle sfide lanciate dal fianco sud – ha dichiarato il comandante gen Marchiò – ha generato un vivace scambio di opinioni nel rispetto delle posizioni di ognuno e nell’ottica del ruolo di difesa che la Nato ha nei confronti dei suoi 28 paesi”.

“Considero conseguito l’obiettivo del workshop”, ha poi definitivamente concluso il comandante di NRDC-ITA.

PC

Qui l’articolo Reuters con la dichiarazione del gen Domröse

Foto proprie

Cyber Security: intercapedini d’aria (Air Gapping)

By Federico Bianchini

Hackerare un computer isolato da internet è, intuitivamente, più difficile che farlo con uno connesso.

Per questo, quando un sistema necessita di sicurezza aggiuntiva (sistemi di controllo industriali, banche dati sensibili -militari e non-, o network di elaborazione dei pagamenti delle carte di credito), solitamente si procede con l’Air Gapping, cioè la disconnessione da internet, o da qualsiasi altro sistema collegato ad esso.

Un vero Air Gap pretenderebbe un isolamento fisico da internet e che solo i supporti fisici, come i flash drive, permettano la comunicazione tra il sistema isolato e l’esterno, lasciando un’intercapedine d’aria fra il sistema e il mondo esterno. Nella realtà dei fatti, questo processo risulta spesso molto laborioso e relativamente molto dispendioso in termini di tempo. Di conseguenza, alcuni detentori di sistemi che necessitano isolamento preferiscono utilizzare protezioni firewall ad hoc mantenendo una connessione ad internet. Un firewall può essere una soluzione sufficiente se ben programmato e aggiornato, ma un hacker risoluto (e ben finanziato) potrebbe comunque trovare un modo per bypassarlo (solitamente utilizzando una backdoor dei programmatori con un codice di autenticazione fittizio, o scovando uno 0-day).

Interporre aria a protezione di infrastrutture critiche può sembrare sciocco ad un neofita della cyber security, ma nulla dà tenuta stagna ad un sistema, paradossalmente, più dell’aria stessa.

Questo avviene, però, almeno in teoria, poiché, ragionando fuori dagli schemi e applicando un po’ di ingenuità old style alle abilità di un hacker, l’Air Gap puro è stato a sua volta superato più volte.

Famoso fu il caso di Stuxnet che, nel 2010, riuscì ad inserirsi nei sistemi Siemens che regolavano le centrifughe dell’impianto di arricchimento a Natanz, Iran, sabotandone le operazioni. Per accedere al sistema Stuxnet aveva bisogno di essere inserito nel sistema isolato dell’impianto, tramite un supporto fisico. Per farlo utilizzò la legge dei grandi numeri. Stuxnet infettò milioni di dispositivi in tutto il mondo, propagandosi per internet e networks, annidandosi in stampanti, flash drives e computer, rimanendo latente, riproducendosi esponenzialmente. Era programmato per attivarsi solo nel momento in cui avesse infettato il bersaglio desiderato, il che capitò, probabilmente, quando uno dei tecnici dell’impianto utilizzò una chiavetta USB infetta sul posto di lavoro. Uno dei malware più complessi della storia, quindi, si è affidato alla statistica e al tempo per colpire il proprio bersaglio inespugnabile.

Un altro esempio interessante è quello di Agent.btz che nel 2008 divenne il worm responsabile della più grande effrazione del network militare statunitense. E come riuscì questo malware ad entrare nei server più protetti del mondo? Semplicemente con una chiavetta USB. Questa volta, però, gli hackers si affidarono non solo alla statistica, ma anche alla curiosità e alla ingenuità umana. Agent.btz si avvalse di una tecnica chiamata candy dropping: flash drives infetti vennero sparsi in prossimità di basi americane in Medio Oriente ed uno di questi venne trovato per terra in un parcheggio da un soldato che, incuriosito, collegò al proprio computer di lavoro il supporto per verificarne il contenuto. Agent.btz infettò immediatamente il sistema, cominciando a replicarsi e ad infettare l’intera cyber struttura statunitense, inviando dati, sfruttando le backdoors del sistema, ad un indirizzo esterno sconosciuto. La CIA, impiegò circa 14 mesi per disinfettare il sistema. Disinfezione forse non completa, data la presenza di dozzine di differenti varianti del worm.

Come nella più classica corsa alla supremazia tecnologica militare della storia, quella tra arma ed armatura, una volta rilevata una vulnerabilità in un sistema difensivo questo viene migliorato. Se gli inglesi usano i longbow per penetrare le corazze della cavalleria francese ad Anzicourt, i francesi utilizzeranno armature temprate forgiate dai mastri armaioli italiani per negare questo vantaggio al nemico. Allo stesso modo, se gli hackers utilizzano la vulnerabilità delle porte USB, queste verranno eliminate, se i firewall non si dimostrano sicuri, gli accessi al web chiusi.

La storia insegna però anche che, sul lungo periodo, nessuna corazza è invincibile e che alla fine l’arma prevarrà sempre. Crogiolarsi nell’invulnerabilità delle proprie armature non farà altro che aumentare lo shock di scoprirsi nudi di nuovo di fronte ad una roncola, una balestra, una colubrina, un razzo a carica cava. Così pure costruire fortezze informatiche inaccessibili ed inviolabili non deve condurre ad un sentimento di sicurezza.

Recentemente, infatti, è stato dimostrato che i sistemi a tenuta stagna possono essere attaccati tramite le onde radio. Dei ricercatori Israeliani sono riusciti a generare onde radio dalla scheda video di un computer infettato e ricevere le password di accesso con un ricevitore FM di un telefono cellulare. Non c’è da stupirsi che l’NSA, apparentemente già da tempo, stia usando sistemi simili.

La continua vigilanza e l’inventiva degli armaioli informatici per ora ha concesso a chi ha voluto, o potuto, avvalersene dei mezzi per proteggersi dagli attacchi, ma è innegabile che la velocità dell’evoluzione delle minacce rende impossibile una protezione continua.

Le fortezze Air Gap non sono le uniche che si dovrebbero preoccupare dell’insufficienza della tecnologia ai fini della cyber security. Ogni singolo possessore di una macchina che si interfaccia con il web dovrebbe avere cura di questo aspetto, imparare delle regole basilari di igiene informatica, sia per proteggere se stessi sia per non prestare i propri mezzi a chi intende nuocere ad altri. L’informazione dell’utenza sulla questione cyber security è la migliore strategia per combattere gli attacchi informatici, e, l’esperienza insegna che la strategia è la migliore soluzione per compensare delle carenze tecnologiche.

Federico Bianchini

Foto: Stuxnet è di Cuaderno de informatica

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/15 – La questione energetica. Il ruolo del Caucaso

By Marco Antollovich

Cap 2: Pedina di un nuovo grande gioco. La questione energetica – Il ruolo del Caucaso

Il ruolo del Caucaso

Come nei secoli passati, il Caucaso continua a rivestire un ruolo geostrategico fondamentale nella nuova corsa all’oro. Sebbene caratterizzata da una perenne e profonda instabilità, le cancellerie europee e statunitensi hanno identificato proprio in quella fascia tra il Mar Caspio e il Mar Nero la testa di ponte verso l’Asia Centrale.

Non bisogna dimenticare che l’embargo che grava sull’Iran lo rende una pedina esterna al nuovo grande gioco energetico; la Russia invece, come già detto precedentemente, controlla già la stragrande maggioranza delle pipeline esistenti in Asia centrale. Si deve inoltre aggiungere che i fermenti indipendentisti di alcune repubbliche russe come la Cecenia costituiscono un problema analogo a quello caucasico.

Il Dagestan e la Cecenia costituivano infatti un passaggio obbligato non solo per i gasdotti e gli oleodotti russi che partono dalle coste del Mar Caspio, ma anche la sola opzione per il trasporto degli idrocarburi azeri, prima che l’Occidente offrisse una via alternativa.

Considerando l’annosa questione del Nagorno Karabakh, un oleodotto che raggiungesse la Turchia via Armenia risultava impossibile da attuare: l’unica soluzione, pertanto, era rappresentata dalla Georgia. Durante la presidenza Shevardnadze il mondo aveva potuto assistere ad un rapido avvicinamento georgiano all’Occidente. Con Saakashvili la Georgia si sarebbe sentita, de facto, parte dell’Occidente, sancendo il definitivo distacco dalla Russia.

Gli investimenti occidentali e il processo di democratizzazione interno avevano reso Tbilisi un partner economico e politico fidato, in grado di attirare capitali esteri sempre maggiori. Le repubbliche secessioniste di Abkhasia e Ossezia del Sud, sebbene ledessero l’integrità territoriale georgiana e creassero notevoli problemi nella politica interna del paese, non costituivano un problema poiché periferiche e complessivamente lontane dal percorso delle future pipeline.

Il primo passo verso la realizzazione di una pipeline al di fuori del territorio russo fu la costruzione di un oleodotto, il Baku – Supsa che, partendo dalla capitale azera, trasportava il petrolio dai giacimenti di Chirag e Guneshi fino al porto georgiano di Supsa sul Mar Nero. La realizzazione di questo progetto fu resa possibile grazie ai fondi del consorzio AIOC. Non bisogna dimenticare la rilevante presenza occidentale nel consorzio che raggiungeva il 60% di quote azionistiche, sommando il 45% delle compagnie americane al 17,12%detenuto dalla BP.

Una quota non trascurabile del 6,75% era stata assegnata inoltre alla TPAO turca, rendendo la partecipazione della Lukoil ( 10%), complessivamente di poco peso.

La partecipazione turca al nuovo grande gioco non si sarebbe limitata alle quote azionistiche dell’AIOC. Grazie ai legami con Georgia e Azerbaigian avrebbe potuto rappresentare un vero e proprio trait-d’union tra il Caucaso e l’Europa.

La creazione di un’asse orizzontale avrebbe reso la Turchia un valido partner economico a livello regionale; il fatto che Istanbul fosse inoltre un membro di non poco peso all’interno dell’Alleanza Atlantica rendeva i risvolti di una cooperazione turco-caucasica maggiormente rilevanti più da un punto di vista politico che economico.

La Turchia si è progressivamente avvicinata molto alla Georgia, corridoio di transito indispensabile per gli idrocarburi del Caspio verso l’Occidente, nell’ottica di evitare Russia e Iran. Istanbul diventerà il primo partner commerciale georgiano nel 2008 e azero nel 2010. La relazione preferenziale con le due Repubbliche Caucasiche ebbe inizio quando, forte dell’appoggio dell’amministrazione Clinton, venne formulato per la prima volta un progetto volto a collegare Baku ad un porto turco, Cheyan, con la finalità di esportare gli idrocarburi del Caspio in Europa.

La realizzazione della pipeline Baku-Tbilisi-Cheyan avrebbe costituito una svolta per le politiche energetiche europee e statunitensi, un successo “per aumentare e diversificare l’offerta energetica mondiale […] la conquista più importante nella politica estera americana del 1999” (J. Zarifian, Les Etats-Unis au Sud Caucase Post-Sovietique, pag. 182).

Il progetto costituiva una vittoria per l’amministrazione Clinton, poiché l’oleodotto avrebbe attraversato soltanto paesi alleati statunitensi, by-passando Armenia, Russia e Iran, ma la realizzazione di questo progetto faraonico risultava tutto fuorché facile da concretizzare: la costruzione della pipeline, terminata nel 2005 e lunga 1.764 km, sarebbe costata gli investitori 3,9 miliardi di dollari. Il pagamento di una cifra tale fu possibile solo grazie ai finanziamenti delle compagnie petrolifere occidentali, de facto padrone dell’oleodotto: più del 30% delle quote apparteneva infatti alla BP, 8,71% alla Staoil norvegese, l’ 8,4% alla Chevron, il 2,5% alla ConocoPhilips e il 2,36% alla Hess, tutte e tre americane.

Le restanti quote spettavano a Italia, Francia, Turchia, Giappone e il 25% alla SOCAR azera (Rispettivamente: Eni 5%, Total 5%, TPAO 6,5%, Impex 2,5%) Sebbene la Georgia non possedesse quote azionistiche e quindi non potesse beneficiare dei dividendi da queste derivanti, si può affermare con certezza che la costruzione del BTC abbia avuto e continui ad avere un impatto positivo sull’economia georgiana, come giustamente analizza l’economista georgiano Vladimir Papava. Lo statista di Tbilisi afferma infatti che si poté assistere a un miglioramento sia a livello micro economico che macro economico. Più precisamente, quattro erano gli obiettivi specifici che la Georgia avrebbe voluto raggiungere grazie al piano di investimenti internazionale:

1. aumento delle entrate e conseguente miglioramento delle capacità economiche del paese;

2. miglioramento del settore agricolo;

3. rilancio della qualità della vita attraverso una modernizzazione delle infrastrutture;

4. aumento dell’ autonomia delle comunità nei programmi di sviluppo sociale.

Per quanto concerne l’aspetto prettamente interno, le tasse di transito derivanti dal passaggio del petrolio azero in territorio georgiano garantivano a Tbilisi un’entrata di 1,86 dollari per tonnellata. La cifra, che potrebbe sembrare irrisoria di primo acchito, ammontava ad un complessivo annuale di 62,5 milioni di dollari all’anno, per un totale di 2,5 miliardi di dollari dilazionato in 40 anni (George Eradze, Mark Hudson, David Jinjolia, et al., “Economic Trends”, Georgian Economic Trends).

L’investimento diretto da parte statunitense, che ebbe inizio a partire dalla prima fase di costruzione dell’oleodotto, ammontò a 514.670 milioni di dollari soltanto in Georgia, creando inoltre 2.750 nuovi posti di lavoro; il tasso di disoccupazione registrò un drastico calo del 33,3%, mentre il Prodotto Interno Lordo aumentò del 6,6%.

Le entrate ottenute grazie al BTC consentirono allo stato georgiano di investire il nuovo patrimonio nella costruzione di infrastrutture, nell’educazione e nel sistema sanitario.

La realizzazione della pipeline ebbe inoltre profonde ripercussioni sul sistema di alleanze che andava formandosi nell’area: Georgia e Azerbaigian si dimostrarono partner fidati e alleati preziosi sia per gli Stati Uniti che per la Turchia. (altro…)

Aerei senza pilota, UAV: l’Iran mette nei programmi scolastici delle superiori la caccia e l’abbattimento dei droni

La caccia e l’abbattimento dei droni entrano a far parte del programma scolastico dei licei dal prossimo anno. Così ha deciso l’Iran secondo quanto annunciato dal generale Ali Fazli, capitano di corvetta delle Basij Forces iraniane (forze di mobilitazione su base volontaria).

I testi dei licei e degli istituti superiori saranno dunque arricchiti di una nuova sezione dedicata alla difesa, dedicata in particolare ai velivoli senza pilota (UAV) conosciuti anche con il nome di droni.

“Quest’anno – ha annunciato il generale Fazli a Mashhad lo scorso 17 agosto – assisteremo a dei cambiamenti nei contenuti, negli insegnanti, nelle ore di insegnamento delle lezioni di prontezza alla difesa […] e la caccia e l’abbattimento dei droni spia è un esempio di questo cambiamento di contenuti”

Le lezioni di difesa nelle scuole superiori iraniane saranno pari a due-tre ore a settimana, a seconda del livello scolastico.

Lo scorso febbraio, ricorda l’agenzia di stampa iraniana Fars, che riporta la notizia, la Islamic Revolution Guards Corps (IRGC) ha annunciato di aver dato la caccia a un drone dopo che questo si era avvicinato alla zona esercitativa nel sud dell’Iran: “Il primo giorno dell’esercitazione Payambar-e Azam 8 (The Great Prophet VIII) – ha affermato il portavoce dell’esercitazione, generale Hamid Sarkheili – l’electronic warfare system dell’IRGC ha intercettato dei segnali che dimostravano il tentativo da parte di un drone sconosciuto di entrare nello spazio aereo [iraniano]”.

Ma non è il primo tentativo di ingresso nel paese da parte di UAV stranieri, si legge dall’articolo della Fars. L’Iran aveva infatti già annunciato la presenza e l’allontanamento di un drone americano sul Golfo Persico il 4 dicembre 2012. Si trattava allora, secondo quanto riferito da IRGC, di un drone ScanEagle, “del tipo di solito lanciato da grosse navi da guerra”. Prima ancora, nel dicembre 2011, l’Iran aveva annunciato l’abbattimento di un drone americano RQ-170.

Tutto ciò rappresenta una minaccia per l’Iran, al punto che da ora i drone sono diventati materia di studio per i ragazzi iraniani delle scuole superiori.

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L’Iran e i droni in Paola Casoli il Blog

Fonte: Fars

Foto: Islamic Invitation Turkey

Iran annuncia esercitazione militare di fine ottobre: sarà massiccia

Artiglieria e fanteria dell’Iran saranno coinvolte a fine ottobre nella vasta esercitazione annunciata il 18 luglio scorso dal comandante delle forze di terra iraniane, il generale Ahmad Reza Pourdastan.

L’area di esercitazione sarà nel sud-est dell’Iran e i reggimenti di artiglieria e fanteria interessati saranno in addestramento tra il 23 ottobre e il 21 novembre prossimi, nel mese iraniano di Aban.

Lo scorso giugno il generale Pourdastan aveva anticipato tre cicli esercitativi, ma il programma per l’intero periodo marzo 2013/marzo 2014, ha fatto sapere l’alto ufficiale, è comunque caratterizzato da una serie di esercitazioni per brigate meccanizzate e per fanteria con l’utilizzo di carri armati.

“Con queste esercitazioni – ha spiegato il generale iraniano – puntiamo a rinvigorire il training di tutte le nostre forze e allo stesso tempo a rafforzare le capacità operative delle forze di terra per far fronte alle minacce del combattimento asimmetrico”.

Con questo obiettivo lo scorso 20-24 maggio è stata condotta l’esercitazione Beit ol-Moqaddas 25 Wargames, che ha consolidato le capacità delle forze di terra a fronteggiare minacce asimmetriche. Nell’evento sono stati coinvolti, secondo quanto dichiarato all’agenzia iraniana Fars dal generale Hossein Shokouhi, comandante del training per le forze di terra, sia le forze aree, che la fanteria, la cavalleria, la difesa aerea, i drone, le unità addette alla logistica e alle trasmissioni.

Il generale Shokouhi ha reso noto che nel corso di quell’ultima esercitazione l’Esercito Iraniano ha testato le sue armi di recente realizzazione: il fucile sniper Shaher, il veicolo tattico Neinava, i tank Scorpion, lanciatori anti-elicottero, la radio wireless Fadak e la mitragliatrice Akhgar.

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Fonte: Fars

Foto: Fars

Afghanistan, RC-W ISAF: a Farah le forze afgane assumono la leadership di sei distretti, quattro a confine con l’Iran

Prosegue il processo della transition di ISAF, ovvero il passaggio di responsabilità di territorio e operazioni dalle forze alleate alle forze afgane, definito anche transizione o, in lingua locale, inteqal.

Lo scorso 17 marzo, nella base italiana di Farah, la provincia più meridionale dell’area di responsabilità italiana in Afghanistan, il Regional Command-West (RC-W) ISAF su base brigata Taurinense al comando del generale Dario Ranieri, è stato siglato il documento che ha sancito il trasferimento della responsabilità della sicurezza alle forze di sicurezza afgane in sei distretti della provincia più a sud dell’area di responsabilità italiana.

Il colonnello Riccardo Cristoni, comandante della Transition Support Unit South, l’unità su base 9° reggimento alpini che assiste il processo di transizione nella provincia di Farah, ha siglato l’atto formale insieme ai rappresentanti della 2^ brigata dell’Esercito Afgano, al comandante provinciale della Polizia e al vice comandante della Polizia di frontiera.

Dopo il passaggio di responsabilità di sedici distretti della provincia di Herat, avvenuta a Shindand lo scorso mese, anche nella provincia di Farah le forze afgane avranno la leadership in sei importanti distretti, quattro dei quali al confine con l’Iran, cui si aggiungono quelli del capoluogo e di Shewan.

Il traguardo raggiunto domenica scorsa si è basato sul lavoro dei team di advisor italiani che operano quotidianamente a fianco dell’esercito e della polizia locali per accrescere la loro autonomia operativa, oltre che sull’assistenza sul campo da parte delle unità del 9° reggimento alpini e dai vari assetti specialistici presenti a Farah che sostengono le forze afgane nel corso delle operazioni.

Il ruolo italiano di supporto si sta attualmente esplicando negli ambiti in cui le forze di sicurezza afgane stanno progressivamente sviluppando le proprie capacità: evacuazione medica, assetti aerei e di contrasto alla minaccia degli ordigni rudimentali, che colpiscono in modo particolare la popolazione inerme.

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L’RC-W ISAF in Paola Casoli li Blog

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Fonte: RC-W ISAF

Foto: RC-W ISAF

Iran: cominciata ieri la Great Prophet VIII, esercitazione con drone e nuove tecnologie militari

È stata lanciata ieri, 21 febbraio, nella zona sudoccidentale dell’Iran, nelle località di Sirjan e Sirand, l’esercitazione Great Prophet VIII, che l’Iran condurrà fino al prossimo 26 febbraio, entrando in fase operativa il 24.

A riferirlo, riportando le parole del generale iraniano Mohammad Pakpour, comandante delle forze di terra dell’ Islamic Revolution Guards Corps (IRGC), il sito Islamic Invitation Turkey: “L’esercitazione Great Prophet VIII è stata lanciata nel sud ovest del paese (Sirjan e Sirand), dove le unità partecipanti, facenti parte del quartier generale di Madina, hanno cominiciato le loro operazioni di rafforzamento”, ha detto il generale, facendo sapere che nel giro di due giorni “tutte le forze partecipanti alla Great Prophet VIII saranno nelle zone di esercitazione” e che “la fase operativa comincerà il 24 febbraio e finirà la sera del 26”.

Il comandante Pakpour ha affermato che “uno degli obiettivi è esercitare gli schemi difensivi sul terreno” e che “verranno testate nuove capacità delle forze di terra”. Il riferimento è alle capacità nel settore elettronico e delle comunicazioni, oltre che la preparazione combat delle unità.

Secondo Armed Forces International, nella Great Prophet VIII verranno impiegati anche i velivoli senza pilota (UAV), o drone, oltre a un non meglio precisato sistema di difesa di terra. Potrebbe anche essere utilizzato l’elicottero Toufan II, presentato un mese fa.

L’agenzia azera Trend ricorda che le precedenti edizioni della Great Prophet hanno tradizionalmente costituito il palcoscenico operativo delle novità militari dell’Iran: nel 2012, è stata la volta dei missili Shahab II e III, Zelzal, Fateh, Tondar, Khalij fars, Qiyam, mentre l’edizione del 2011 si è caratterizzata per il test del missile Fateh-10.

Teheran ha rassicurato che l’esercitazione viene condotta sotto lo slogan “pace e amizia”, sottolineando che la Great Prophet non costituisce una minaccia ma un messaggio di pace, in quanto serve solo a dimostrare le proprie capacità di difesa. La Repubblica Islamica, sostiene l’Iran, ritiene di non percepire minacce dall’esterno, a parte gli Stati Uniti e Israele; i missili, inoltre, non costituiscono un pericolo per l’Europa, secondo l’Iran.

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Nuovo elicottero da attacco per l’Iran (5 gennaio 2013)

Le esercitazioni militari dell’Iran in Paola Casoli il Blog

Fonti: Armed Forces International, Fars, Islamic Invitation Turkey, Trend

Foto: Trend

Nuovo elicottero da attacco per l’Iran

Ha esordito alla recente esercitazione navale Velayat 91, che si è tenuta dal 28 dicembre 2012 al 2 gennaio 2013, il nuovo elicottero da attacco dell’Iran, il Toophan (o Toofan).

Definito “simbolo di creatività” dal ministro della Difesa iraniano, il generale Ahmad Vahidi, l’autarchico elicottero elaborato dall’Iran in epoca di stretto embargo e sanzioni ha fattezze molto occidentali.

Secondo Armed Forces International, che riporta la notizia, il Toofan assomiglierebbe alla famiglia Bell AH-1 Cobra. Equipaggiato di elettronica e sistemi d’arma interamente iraniani, questo elicottero che vanta precisione e capacità avanzate risulterebbe già in servizio con l’Esercito Iraniano.

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L’Iran conclude l’esercitazione navale Velayat 91, vessillo di autodifesa e deterrenza (3 gennaio 2012)

Le forze navali iraniane presto dotate di un nuovo sistema navale missilistico superficie-superficie (25 novembre 2011)

L’Iran si sta dotando di un sistema missilistico avanzato migliore dell’S-300 russo e di un elicottero da combattimento più tecnologico del Lynx della Westland (26 settembre 2011)

Fonte: Armed Forces International

Foto: Armed Forces International

L’Iran conclude l’esercitazione navale Velayat 91, vessillo di autodifesa e deterrenza

La deterrenza, pilastro portante della dottrina militare iraniana, e l’ostentazione della strenua capacità di autodifesa sono stati gli elementi che hanno costituito la ratio dell’esercitazione navale Velayat 91, appena conclusa dall’Iran.

Così ha tenuto a sottolineare il contrammiraglio Habibollah Sayyari della Marina Militare Iraniana, dichiarando che “tra gli obiettivi dell’addestramento c’era la dimostrazione della capacità delle Forze Armate Iraniane e della Marina di difendere le acque territoriali e gli interessi nazionali tramite la creazione di una stabile dimensione di sicurezza nella regione, oltre che veicolare un messaggio di pace e amicizia nei confronti degli stati vicini”.

La Velayat 91, quest’anno durata sei giorni contro i dieci dell’edizione precedente del dicembre 2011, ha avuto luogo tra lo stretto di Ormuz e il golfo di Aden nell’ambito di circa un milione di metri quadrati. Nel corso del training sono stati provati anche equipaggiamenti di produzione iraniana.

Martedì, quinto giorno di esercitazione, il contrammiraglio Amir Rastegari, portavoce della Velayat 91, ha riferito che ben una trentina di intrusioni nell’area esercitativa da parte di drone e aerei spia a caccia di informazioni sull’esercitazione in corso  sono state bloccate dalle Forze Iraniane, in particolare dalle unità di superficie della Marina e dalla base di difesa aerea di Khatam al-Anbiya.

Fonti: PressTV, LeakSource

Foto: PressTV, LeakSource

Hamas pronta a prendere il potere in Cisgiordania

Secondo il Sunday Times, riportato ieri dal Jerusalem Post, Hamas si starebbe preparando alla lotta armata per la presa della Cisgiordania.

Le cellule dormienti presenti nell’area avrebbero già ricevuto il necessario addestramento da Khaled Mashaal, leader di Hamas, sotto il comando dell’Iran. L’informazione, fornita dall’agenzia di sicurezza israeliana Shin Bet e dal direttorato dell’intelligence militare Aman, richiama alla memoria quanto già visto nella guerra civile del 2007 a Gaza, ricorda l’articolo.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intanto, risulta già essere avvisato della probabile azione sovversiva e, secondo testimoni a lui molto vicini, non avrebbe nessuna intenzione di cedere sulla Cisgiordania.

Per il Sunday Times, dietro questa manovra ci sarebbe il progetto iraniano di ricavarsi una posizione da cui gestire da vicino ogni eventuale attacco di Israele contro il programma nucleare di Teheran, così come è stato fatto con Hezbollah in Libano e con Hamas a Gaza, si legge. L’Iran ha tutto interesse a proteggersi qualora Assad capitolasse, si sottolinea.

Del resto, conclude l’articolo, già l’ex responsabile dell’intelligence palestinese e membro di Fatah, generale Tawfik Tirawi, aveva affermato che Hamas avrebbe prima o poi conquistato la Cisgiordania.

Fonte: The Jerusalem Post

Foto: Wikipedia