kibbutz

Dal kibbutz al trullo-butz

By Cybergeppetto

“Le nostre masserie sono la cellula intorno alla quale vogliamo creare i kibbutz pugliesi. Il futuro è la terra”. Meno male che quando ho letto questa frase ero seduto, altrimenti avrei anche potuto stramazzare a terra.

Nichi Vendola è un mito, in un momento in cui si è perso il ricordo della collettivizzazione in Unione Sovietica e dell’autogestione socialista nella ex Jugoslavia, incurante della crisi economica che chiede l’efficienza produttiva, arriva lui e ti scopre l’uovo di colombo, una nuova forma di aggregazione che ponga le masse rurali pugliesi in grado di disporre dei mezzi di produzione senza dover dipendere dai “Padroni”.

Ora chi glielo dice a tutti quei pirla che dopo la guerra sono emigrati al nord per fare le auto che la ricreazione è finita?

Chi glielo spiega ai giovinastri anti-Gelmini che possono pure occupare i terreni della masseria di famiglia, basta che abbiano una zappa in mano?

Chi glielo spiega agli agricoltori che hanno abbandonato le fattorie dell’Opera Nazionale Combattenti, che aveva fatto fare quel bastardo del Duce, che sarà bene che facciano quattro nodi agli angoli del fazzoletto per coprire la testa e tornare a lavorare?

Gli operai pugliesi che a Mirafiori si lamentano perché hanno meno tempo per fare pipì saranno sicuramente contenti: all’aria aperta possono produrre liberamente qualsiasi tipo di deiezione senza curarsi del cronometro del “tempista”, quel bastardo servo dei padroni.

Se il lavoro in catena di montaggio è duro, disumanizzante e sottopagato, come sarà quello del trullo-butz?

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