Nov 9, 2012
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Attacco biochimico? Non mi fai niente, ho la pelle di serpente!

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È ancora la struttura della pelle di serpente che ispira gli scienziati. Dopo le squame del drago, che a fine anno scorso avevano fatto capolino in un innovativo giubbotto antiproiettile Dragon Skin, in grado di garantire aumentata protezione a chi lo indossa, ecco una novità per gli attacchi biologici e chimici, lo Snakeskin.

Si tratta di un tessuto altamente tecnologico pensato per le uniformi militari da un team di scienziati del Lawrence Livermore National Laboratory (LLNL) con l’obiettivo di incrementare e migliorare le politiche di Difesa statunitense.

Il valore di contrasto alla minaccia terroristica di questo ritrovato tecnologico è indubitabilmente elevato.

Lo Snakeskin si avvantaggia della presenza di veri e propri pori altamente reattivi, che si chiudono a una minaccia, ovvero a un contatto con sostanza tossica. Proprio come la pelle di un serpente, poi, questo innovativo tessuto può far staccare la sua parte più esterna in caso di contaminazione. Cambia pelle, insomma, salvaguardando l’organismo che lo indossa.

Allo stesso momento, grazie alla sua porosità, garantisce massima traspirazione alla cute. In più, fornisce resistenza a virus e batteri fino a 10 nanometri di profondità dalla sua superficie esterna.

Francesco Fornasiero, che guida la ricerca del team dell’LLNL, ha parlato a International Armed Forces di una “uniforme che è come una seconda pelle intelligente in grado di rispondere all’ambiente, non ha bisogno di un sistema di controllo esterno e per questo può rapidamente mutarsi da sistema traspirante a sistema chiuso di protezione in risposta a una minaccia”.

Il materiale è ancora in fase di miglioramento, soprattutto per la risposta a quantità massicce di sostanze tossiche.

Tuttavia è già possibile intravederne l’ampiezza di utilizzo, non solo in ambito militare.

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Fonte: Armed Forces International

Foto: LLNL/Armed Forces International

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Forze Armate · Sicurezza