Mar Caspio

L’ascesa cinese in Asia Centrale/8, V.Mentesana – Cenni sui rapporti tra Cina e Asia Centrale

Fig 3 Cap 5_L'ascesa cinese in Asia Centrale - V MentesanaBy Valentina Mentesana
Cap 5 della tesi L’ascesa cinese in Asia Centrale, di Annalisa Boccalon, Valentina Mentesana, Agnese Sollero

Cenni sui rapporti tra Cina e Asia Centrale
Geograficamente parlando, l’Asia Centrale è una macro­regione compresa tra il Mar Caspio e la Cina (Fig. 3).

Fanno parte di quest’area Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan.

Si tratta di una classificazione che, tuttavia, non è universalmente condivisa, in quanto l’UNESCO fa rientrare in questa macro­area anche Afghanistan, Mongolia, Cina Occidentale, Iran nord­orientale, Pakistan occidentale, parte della Russia, India e Pakistan settentrionali.

Le problematiche dell’area
Dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica, il processo di formazione delle nuove repubbliche centro­asiatiche è stato pressoché immediato. Tuttavia, la celerità del processo di indipendenza non può e non deve celare alcune profonde problematiche tutt’ora presenti all’interno di questi Stati di recente formazione.

Proprio a causa di questa rapida trasformazione in Stati autonomi si è resa necessaria la creazione di nuove istituzioni la cui natura, al momento dell’indipendenza, non era ancora ben stata definita. Ecco che, quindi, l’onere dell’amministrazione dei nuovi Stati è stata affidata perlopiù a membri vicini alla vecchia classe dirigente comunista. Le istituzioni odierne sono quindi macchiate dal nepotismo e dalla mancanza di pluralismo politico. Al contempo, nemmeno la situazione economica è fra le più rosee.

Nonostante l’oggettiva ricchezza di risorse energetiche dell’area centro­asiatica, lo sfruttamento delle stesse, come vedremo in seguito, è ad appannaggio di potenze esterne e le repubbliche centro­asiatiche dipendono sempre più dagli investimenti esteri, prima da quelli russi ora da quelli cinesi.

L’azione cinese
In passato la politica di Pechino nei confronti delle frontiere nord­occidentali era caratterizzata da un taglio difensivista dovuto ad una visione scarsamente lungimirante. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica la visione strategica cinese è ovviamente mutata. Per le neonate repubbliche centro­asiatiche la Cina è un partner naturale in quanto, non avendo sbocchi al mare, possono sfruttare la vicinanza con la Repubblica Popolare Cinese per rafforzare i legami commerciali.

Pechino ritiene indispensabile promuovere la realizzazione congiunta di una serie di iniziative ad ampio spettro, dalla lotta ai “tre mali”, alla cooperazione economica e militare, sino all’aperta opposizione alle potenze considerate “nemiche”. Non sono trascurabili, tuttavia, nemmeno gli obiettivi più strettamente economici come quelli legati alla sicurezza energetica.

Si procede, quindi, con la conclusione di accordi di cooperazione amichevole e con la gestione congiunta delle minacce nell’ambito della SCO. La diplomazia cinese, inoltre, è fatta anche di regolari scambi di visite ai massimi livelli gerarchici.

Dal punto di vista pratico, Cina, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan hanno risolto i contenziosi che pendevano da anni. Nel 1996 e nel 1999 Cina e Kirghizistan hanno firmato due protocolli per risolvere le dispute sui confini. Con la ratifica di tali accordi il Kirghizistan ha ceduto complessivamente 125.000 ettari di territorio a Pechino in cambio dell’avvio di relazioni cordiali tra Bishkek e la capitale cinese.

All’interno del territorio kirghizo non sono mancate le proteste. Il 7 maggio 2002 il Tagikistan ha ceduto 1.000 km2 alla Cina in cambio del ritiro delle pretese cinesi su un’area di 28.000 km2 in territorio tagico. Tre giorni più tardi, il 10 maggio 2002, Cina e Kazakistan hanno sottoscritto a Pechino il Protocollo sulla Demarcazione del Confine di Stato che pone fine alle dispute circa il confine di 1.740 km che separa i due Paesi.

Per quanto riguarda le influenze esterne, il ruolo degli Stati Uniti nell’area per promuovere la democrazia è da considerarsi, secondo gli attori già presenti nell’area, come un’interferenza negli affari interni di questi Stati sovrani ed è , quindi, un’azione da limitare fortemente. Al contempo, si ritiene che anche le Rivoluzioni Colorate violino la sovranità di tali Stati minacciandone il legittimo governo e fornendo ai terroristi ed agli estremisti l’opportunità di manipolare la situazione in loro favore.

A fronte di tali pericoli, la Repubblica Popolare Cinese ha deciso di aumentare i propri sforzi nell’area per cogliere appieno le occasioni economiche che si presentano, ma anche per affrontare questioni che richiedono un diretto impegno cinese, capacità di iniziativa regionale e vigilanza non necessarie prima. Secondo la Far Eastern Economic Review la Cina starebbe costruendo in Asia un nuovo impero coloniale.

Valentina Mentesana

Seguirà: L’evoluzione del fabbisogno energetico cinese nell’ultimo ventennio, di Annalisa Boccalon

Il post precedente è al link L’ascesa cinese in Asia Centrale/7, V.Mentesana – La Shanghai Cooperation Organisation

Mappa fornita dalle autrici

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/15 – La questione energetica. Il ruolo del Caucaso

By Marco Antollovich

Cap 2: Pedina di un nuovo grande gioco. La questione energetica – Il ruolo del Caucaso

Il ruolo del Caucaso

Come nei secoli passati, il Caucaso continua a rivestire un ruolo geostrategico fondamentale nella nuova corsa all’oro. Sebbene caratterizzata da una perenne e profonda instabilità, le cancellerie europee e statunitensi hanno identificato proprio in quella fascia tra il Mar Caspio e il Mar Nero la testa di ponte verso l’Asia Centrale.

Non bisogna dimenticare che l’embargo che grava sull’Iran lo rende una pedina esterna al nuovo grande gioco energetico; la Russia invece, come già detto precedentemente, controlla già la stragrande maggioranza delle pipeline esistenti in Asia centrale. Si deve inoltre aggiungere che i fermenti indipendentisti di alcune repubbliche russe come la Cecenia costituiscono un problema analogo a quello caucasico.

Il Dagestan e la Cecenia costituivano infatti un passaggio obbligato non solo per i gasdotti e gli oleodotti russi che partono dalle coste del Mar Caspio, ma anche la sola opzione per il trasporto degli idrocarburi azeri, prima che l’Occidente offrisse una via alternativa.

Considerando l’annosa questione del Nagorno Karabakh, un oleodotto che raggiungesse la Turchia via Armenia risultava impossibile da attuare: l’unica soluzione, pertanto, era rappresentata dalla Georgia. Durante la presidenza Shevardnadze il mondo aveva potuto assistere ad un rapido avvicinamento georgiano all’Occidente. Con Saakashvili la Georgia si sarebbe sentita, de facto, parte dell’Occidente, sancendo il definitivo distacco dalla Russia.

Gli investimenti occidentali e il processo di democratizzazione interno avevano reso Tbilisi un partner economico e politico fidato, in grado di attirare capitali esteri sempre maggiori. Le repubbliche secessioniste di Abkhasia e Ossezia del Sud, sebbene ledessero l’integrità territoriale georgiana e creassero notevoli problemi nella politica interna del paese, non costituivano un problema poiché periferiche e complessivamente lontane dal percorso delle future pipeline.

Il primo passo verso la realizzazione di una pipeline al di fuori del territorio russo fu la costruzione di un oleodotto, il Baku – Supsa che, partendo dalla capitale azera, trasportava il petrolio dai giacimenti di Chirag e Guneshi fino al porto georgiano di Supsa sul Mar Nero. La realizzazione di questo progetto fu resa possibile grazie ai fondi del consorzio AIOC. Non bisogna dimenticare la rilevante presenza occidentale nel consorzio che raggiungeva il 60% di quote azionistiche, sommando il 45% delle compagnie americane al 17,12%detenuto dalla BP.

Una quota non trascurabile del 6,75% era stata assegnata inoltre alla TPAO turca, rendendo la partecipazione della Lukoil ( 10%), complessivamente di poco peso.

La partecipazione turca al nuovo grande gioco non si sarebbe limitata alle quote azionistiche dell’AIOC. Grazie ai legami con Georgia e Azerbaigian avrebbe potuto rappresentare un vero e proprio trait-d’union tra il Caucaso e l’Europa.

La creazione di un’asse orizzontale avrebbe reso la Turchia un valido partner economico a livello regionale; il fatto che Istanbul fosse inoltre un membro di non poco peso all’interno dell’Alleanza Atlantica rendeva i risvolti di una cooperazione turco-caucasica maggiormente rilevanti più da un punto di vista politico che economico.

La Turchia si è progressivamente avvicinata molto alla Georgia, corridoio di transito indispensabile per gli idrocarburi del Caspio verso l’Occidente, nell’ottica di evitare Russia e Iran. Istanbul diventerà il primo partner commerciale georgiano nel 2008 e azero nel 2010. La relazione preferenziale con le due Repubbliche Caucasiche ebbe inizio quando, forte dell’appoggio dell’amministrazione Clinton, venne formulato per la prima volta un progetto volto a collegare Baku ad un porto turco, Cheyan, con la finalità di esportare gli idrocarburi del Caspio in Europa.

La realizzazione della pipeline Baku-Tbilisi-Cheyan avrebbe costituito una svolta per le politiche energetiche europee e statunitensi, un successo “per aumentare e diversificare l’offerta energetica mondiale […] la conquista più importante nella politica estera americana del 1999” (J. Zarifian, Les Etats-Unis au Sud Caucase Post-Sovietique, pag. 182).

Il progetto costituiva una vittoria per l’amministrazione Clinton, poiché l’oleodotto avrebbe attraversato soltanto paesi alleati statunitensi, by-passando Armenia, Russia e Iran, ma la realizzazione di questo progetto faraonico risultava tutto fuorché facile da concretizzare: la costruzione della pipeline, terminata nel 2005 e lunga 1.764 km, sarebbe costata gli investitori 3,9 miliardi di dollari. Il pagamento di una cifra tale fu possibile solo grazie ai finanziamenti delle compagnie petrolifere occidentali, de facto padrone dell’oleodotto: più del 30% delle quote apparteneva infatti alla BP, 8,71% alla Staoil norvegese, l’ 8,4% alla Chevron, il 2,5% alla ConocoPhilips e il 2,36% alla Hess, tutte e tre americane.

Le restanti quote spettavano a Italia, Francia, Turchia, Giappone e il 25% alla SOCAR azera (Rispettivamente: Eni 5%, Total 5%, TPAO 6,5%, Impex 2,5%) Sebbene la Georgia non possedesse quote azionistiche e quindi non potesse beneficiare dei dividendi da queste derivanti, si può affermare con certezza che la costruzione del BTC abbia avuto e continui ad avere un impatto positivo sull’economia georgiana, come giustamente analizza l’economista georgiano Vladimir Papava. Lo statista di Tbilisi afferma infatti che si poté assistere a un miglioramento sia a livello micro economico che macro economico. Più precisamente, quattro erano gli obiettivi specifici che la Georgia avrebbe voluto raggiungere grazie al piano di investimenti internazionale:

1. aumento delle entrate e conseguente miglioramento delle capacità economiche del paese;

2. miglioramento del settore agricolo;

3. rilancio della qualità della vita attraverso una modernizzazione delle infrastrutture;

4. aumento dell’ autonomia delle comunità nei programmi di sviluppo sociale.

Per quanto concerne l’aspetto prettamente interno, le tasse di transito derivanti dal passaggio del petrolio azero in territorio georgiano garantivano a Tbilisi un’entrata di 1,86 dollari per tonnellata. La cifra, che potrebbe sembrare irrisoria di primo acchito, ammontava ad un complessivo annuale di 62,5 milioni di dollari all’anno, per un totale di 2,5 miliardi di dollari dilazionato in 40 anni (George Eradze, Mark Hudson, David Jinjolia, et al., “Economic Trends”, Georgian Economic Trends).

L’investimento diretto da parte statunitense, che ebbe inizio a partire dalla prima fase di costruzione dell’oleodotto, ammontò a 514.670 milioni di dollari soltanto in Georgia, creando inoltre 2.750 nuovi posti di lavoro; il tasso di disoccupazione registrò un drastico calo del 33,3%, mentre il Prodotto Interno Lordo aumentò del 6,6%.

Le entrate ottenute grazie al BTC consentirono allo stato georgiano di investire il nuovo patrimonio nella costruzione di infrastrutture, nell’educazione e nel sistema sanitario.

La realizzazione della pipeline ebbe inoltre profonde ripercussioni sul sistema di alleanze che andava formandosi nell’area: Georgia e Azerbaigian si dimostrarono partner fidati e alleati preziosi sia per gli Stati Uniti che per la Turchia. (altro…)

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/14 – La questione energetica

By Marco Antollovich

Cap 2: La questione energetica

L’Azerbaigian: una nuova speranza

L’esistenza di giacimenti petroliferi nel bacino del Mar Caspio è nota ormai da secoli. La fuoriuscita spontanea di gas veniva considerata di natura divina. Alexandre Dumas, durante il suo viaggio nel Caucaso, descriveva l’esistenza di veri e propritempli, gli Atashgah, nei quali il gas fuoriusciva e ardeva per combustione spontanea,divenendo fenomeno di culto per gli zoroastriani.

Fu solo nel 1873 che i fratellisvedesi Alfred e Robert Nobel pensarono di sfruttare i giacimenti naturali di Baku,allora nell’Impero Russo, per dar vita a un commercio fiorente con l’Europa. Da allora, le risorse del Mar Caspio avrebbero suscitato un notevole interesse e avrebbero reso il Caucaso un’area di importanza strategica non trascurabile.

Al crollo dell’Unione Sovietica non esistevano gasdotti né oleodotti che potessero approvvigionare i mercati occidentali senza passare attraverso il territorio russo: le repubbliche di Azerbaigian, Kazakhstan e Turkmenistan erano infatti costrette a servirsi delle pipeline già esistenti per rifornire il mercato europeo.

Poiché la costruzione di “vie alternative” sarebbe risultata troppo costosa e politicamente pericolosa per i paesi della CSI, nei primi anni ’90, la Federazione Russa poté sfruttare la dipendenza delle neonate repubbliche per renderle sempre più indissolubilmente legate a sé da un punto di vista economico.

Fu questa politica di asservimento forzato che portò il presidente azero Heydar Aliyev a cercare nell’occidente un partner commerciale che potesse spezzare il legame con Mosca. Solo le grandi compagnie petrolifere americane e inglesi avrebbero infatti potuto fornire agli azeri il know-how e il capitale sufficiente per sfruttare i vasti giacimenti di idrocarburi del Caspio; in tal modo l’Azerbaigian sarebbe potuto diventare un fornitore in concorrenza con Mosca e non un suo dipendente.

E’ necessario tuttavia chiarire da subito che le risorse azere sono state sovrastimate per decenni: quella che si credeva fosse una vera e propria miniera d’oro nero, in realtà, non è che un piccolo attore: le risorse di petrolio azere costituiscono soltanto lo 0,4% del totale, mentre quelle di gas raggiungono lo 0,6% (fonte BP Statistical Review of World Energy, giugno 2012, pag 6; pag 20). Mettendo piede per la prima volta in Azerbaigian dopo il 1917, le industrie petrolifere occidentali intravedevano la possibilità di raggiungere, in un futuro, anche i mercati turkmeno e kazaco, di gran lunga più redditizi rispetto a quello azero.

Il 20 settembre del 1994 venne fondato l’AIOC (Azerbaigian International Oil Corporation), un consorzio internazionale dove Inglesi e Americani diventavano i maggiori azionisti, lasciando i Russi quasi completamente esclusi dal nuovo “bolsh’aya igra” azero (Bolsc’aya Igra, большая игра, non è altro che il corrispettivo russo di “Grande Gioco”).

Una via alternativa: l’isolamento russo

La perdita del controllo di una piccola pedina, quale Baku effettivamente era, da parte della Federazione Russa, avrebbe potuto avere per Mosca conseguenze drammatiche.

Non bisogna dimenticare infatti che le pipeline russe rifornivano monopolisticamente Armenia e Georgia e costituivano la più grande fonte di approvvigionamento di gas per Ucraina, Turchia, Est Europa e soprattutto per l’Unione Europea.

Il rapporto preferenziale che l’Azerbaigian aveva instaurato con l’Occidente sanciva la fine dell’egemonia russa nel mercato degli idrocarburi; il fatto per sé era importante, poiché creava un concorrente nel Caucaso, ma poteva avere conseguenze di gran lunga peggiori.

Il tutto dipendeva dalla disponibilità economica degli investitori occidentali i quali avrebbero dovuto, dopo la nascita dell’ AIOC, stabilire come e in quale quantità trasportare gli idrocarburi azeri nel mercato europeo. In base al successo delle future pipeline nel Caucaso, l’Occidente avrebbe potuto cercare di raggiungere anche la sponda est del Mar Caspio, chiudendo la partita con la Russia sulla “Grande scacchiera”.

Un elemento non trascurabile in questa analisi è rappresentato dal fatto che il 68,8% delle esportazioni russe è costituito dalla vendita di idrocarburi. Più l’Europa cerca di diversificare gli approvvigionamenti coinvolgendo un numero sempre maggiore di attori, più la Russia perde peso dal punto di vista internazionale.

Come già detto, le pipeline russe trasportano sì gas e petrolio prettamente russi, ma rappresentano l’unico mezzo attraverso il quale Kazakhstan e Turkmenistan possono raggiungere l’Europa. Queste due repubbliche dispongono di risorse energetiche sufficienti per mettere in discussione l’egemonia russa nell’Asia Centrale.

Secondo una stima pubblicata sulla BP Statistical Review sull’energia, le riserve petrolifere kazache rappresenterebbero ben l’1,8% del totale mondiale, e l’1% per quanto concerne il gas. Le riserve di gas Turkmene rappresenterebbero invece il 12% del totale, rendendo la repubblica il quarto produttore di gas mondiale.

Un dato che sarebbe opportuno tenere in considerazione è che, “anche calcolato con i prezzi degli anni ’90, la stima complessiva delle riserve di petrolio e gas [nel Mar Caspio] è approssimativamente di 5 mila miliardi di dollari”, il che rende il bacino del Caspio il secondo più ricco al mondo (Alice J. Barnes and Nicholas S. Briggs, The Caspian Oil Reserves, Edge, Inverno 2003, pag 13).

Considerando le immense riserve presenti nell’area, il vuoto lasciato dal crollo dell’Unione Sovietica poteva permettere alle nuove Repubbliche Centro-Asiatiche di creare legami più saldi con nuovi partner economici.

Dall’inizio degli anni ’90 ebbe pertanto inizio una vera e propria “politica delle pipeline”, in base alla quale la costruzione di nuovi oleodotti o gasdotti avrebbe plasmato le nuove direttive delle politiche estere delle neonate repubbliche.

E’ opportuno sottolineare che i cinque maggiori consumatori mondiali di idrocarburi sono Stati Uniti, Unione Europea, Cina, Giappone e India. Considerando che i suddetti stati possiedono soltanto il 3,1% delle riserve petrolifere del pianeta e l’8,4%115 di quelle di gas, è chiaro che la politica energetica sia il fulcro delle relazioni internazionali, sia politiche che economiche, di queste potenze mondiali.

La costruzione di pipeline che riforniscano direttamente i mercati cinesi sfruttando le risorse kazache e turkmene potrebbe lenire la dipendenza di Pechino dalle politiche russe. Allo stesso modo la costruzione di gasdotti e oleodotti che rifornissero i mercati europei, passando attraverso il Caucaso indipendente e la Turchia, costituirebbero una grave minaccia per la politica energetica condotta da Mosca.

La sfida per la costruzione di nuove pipeline avrebbe dunque avuto come obiettivo principale far sì che esse passassero al di fuori della Federazione Russa per tutte le cancellerie occidentali e all’interno, ovviamente, per Mosca.

Ragionando in termini economici, basti pensare che la costruzione della MEP (Main Export Pipeline) fortemente voluta dalla Russia, avrebbe potuto garantirle 5,5 miliardi di dollari di dividendi, 18,4 miliardi di tasse annuali e 900$ milioni di introiti derivati dal passaggio territoriale.

Considerando lo spessore dei potenziali introiti, il controllo delle pivotal areas sarebbe risultato fondamentale dopo la caduta del gigante sovietico.

Marco Antollovich

Seguirà Il ruolo del Caucaso

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Foto: IspiOnline

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/9

By Marco Antollovich

Capitolo Secondo: Georgia, Pedina Di Un Nuovo Grande Gioco

La nuova Russia e la politica del “Near Abroad”. La Russia nel Caucaso: il caso Georgiano

Come analizzato in precedenza, la nuova Federazione Russa aveva cercato di imporsi quale potenza egemone nelle Repubbliche Centroasiatiche e Caucasiche attraverso un alto livello di cooperazione, mediante accordi economici e militari. Il controllo del Caucaso rappresentava la conditio sine qua non della politica espansionistica russa non solo verso il Medio Oriente, ma anche verso la Turchia e verso l’Iran.

La nascita delle tre repubbliche aveva creato una serie di complicazioni non trascurabili per Mosca:

1) in base alle direttive che le tre Repubbliche Caucasiche avrebbero assunto in politica estera, la Russia poteva trovarsi o nella stessa posizione geostrategica del pre-dissoluzione dell’Urss, oppure si sarebbe vista bloccare la direttiva espansionistica verso Sud, con conseguenze economiche e strategiche devastanti;

2) la Russia si rendeva conto del fatto che sarebbe stato difficile riuscire a controllare tutte e tre le Repubbliche del Caucaso, a causa degli odi difficilmente sanabili tra Armenia e Azerbaigian. La situazione in Georgia risultava ancor più complessa e rappresentava un vero e proprio nodo di Gordio per Mosca: il nuovo leader Gamsakhurdia aveva ridestato il nazionalismo georgiano, fomentando l’odio verso l’invasore russo (Il popolo russo veniva considerato “invasore” poichè la Georgia era stata costretta a entrare nell’Urss forzatamente, dopo la disfatta delle forze mensceviche contro l’Armata Rossa) e si era reso promotore di una politica di repressione delle minoranze. Le regioni di Abcasia e Ossezia del Sud avevano più volte richiesto l’indipendenza e l’annessione alla RSFSR. Queste due pedine potevano diventare la testa di ponte per collegare il Caucaso del Sud alla Russia. Tuttavia bisognava agire in modo calcolato e prudente poiché una politica poco lungimirante nei confronti dell’ Ossezia del Sud e dell’Abcasia avrebbe potuto compromettere i rapporti con le repubbliche musulmane del Nord Caucaso, quindi in territorio russo stricto sensu, e favorirne le mire indipendentiste.

In un Caucaso difficile da pacificare, la soluzione migliore sembrava portare a fomentare il caos nella regione: la carta dell’ “instabilità” avrebbe costituito più volte l’asso nella manica della politica di Eltsin prima e di Putin poi: poiché i legami che vincolavano il Caucaso indipendente e la Federazione Russa erano ancora molto forti, non sarebbe stato difficile per Mosca ottenere il placet internazionale per l’invio di “contingenti di pace” nelle zone di guerra.

Il dispiegamento di peacekeepers russi (formalmente sotto mandato della CSI) in Abcasia e Ossezia del Sud non sarà altro che uno strumento “politically correct” per esercitare un controllo militare nell’area.

A cosa sarebbe servito, tuttavia, fomentare il caos e l’odio trai popoli in una zona già vessata da crisi economiche e guerre civili?

Per rispondere a questa domanda bisogna introdurre, in breve, le nuove dottrine dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, sia per sè sia attraverso la NATO: l’ultima teoria sostenuta da molti stati europei prevede appunto un allargamento dell’area Schengen, ponendo come fulcro il Mar Nero.

I primi paesi che hanno beneficiato di questa nuova politica di integrazione sono stati pertanto Romania e Bulgaria, sulla costa occidentale del Mar Nero; la Turchia invece, a causa di problemi interni che non andremo a trattare in questo saggio, pare essere ancora lungi dall’ ingresso in Europa.

Notevoli complicazioni sono sorte inoltre quando Georgia e Ucraina hanno manifestato il desiderio di diventare sia membri dell’Unione che membri NATO. Sebbene Putin avesse accolto con indifferenza tali possibilità, in seguito alle “Rivoluzioni Colorate”, il presidente russo non parve propenso ad assecondare le velleità europeistiche e filo atlantiche delle sue due ex-repubbliche. Con l’instaurarsi di governi dichiaratamente filo-occidentali sia in Georgia che in Ucraina, la Russia si sarebbe potuta trovare con due paesi membri della NATO nel “giardino di casa” .

Uno dei punti fermi dell’Organizzazione Nord-Atlantica nei confronti dei nuovi candidati prevedeva però l’impossibilità di diventare membro effettivo se fossero stati in corso, al momento della richiesta, conflitti all’interno dei propri confini nazionali. Ecco spiegato uno dei due principali motivi per cui un Caucaso pacificato non rientra nei piani russi.

Il secondo motivo per cui un Caucaso instabile gioverebbe più alla Russia che alle cancellerie occidentali riguarda l’annosa questione delle risorse energetiche.

Il bacino del Mar Caspio rappresenta il nuovo “El Dorado” per tutte le maggiori compagnie petrolifere, con riserve di idrocarburi di notevole interesse per tutti i paesi importatori di gas e petrolio. Sebbene esista già una forma di cooperazione tra tutti gli stati costieri del Mar Caspio, la CECO (Caspian economic cooperation organization; composta da Russia, Kazakhstan, Azerbaigian, Turkmenistan e Iran. L’ organizzazione risulta complessivamente inefficiente a causa delle dispute tra gli stati membri riguardo lo status giuridico del Mar Caspio: a seconda del fatto che il bacino venga considerato un lago o un mare chiuso, la suddivisione delle acque territoriali varierebbe sensibilmente e, con esso, anche il controllo di notevoli giacimenti offshore),  il fatto che nuovi stati indipendenti ricchi di giacimenti (Kazakhstan, Turkmenistan, Azerbaigian) possano intraprendere politiche energetiche diverse rispetto alla volontà di Mosca suscita l’interesse di grandi attori internazionali tra i quali Cina, India, ma soprattutto Stati Uniti e Unione Europea. Nella speranza di diversificare l’origine delle importazioni di idrocarburi e di allentare la morsa congiunta di Russia e Medio Oriente, Stati Uniti ed Europa avrebbero attuato, dalla metà degli anni ’90, una politica di avvicinamento al Caucaso. Perché il Caucaso? (altro…)

Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO, L.Susic/5

By Luca Susic

Capitolo 1.2.2 della tesi “Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO” (L.Susic)

1.2.2 Petrolio e Gas

Reputo necessario dedicare uno spazio ampio a queste due importanti riserve, che accomunano le tre repubbliche più ricche e che ne influenzano maggiormente non solo lo sviluppo, ma anche l’importanza a livello internazionale. E’ attorno agli idrocarburi che si sta sviluppando un confronto fra grandi Potenze che ricorda da vicino il cosiddetto Grande Gioco, ma da cui differisce per la presenza di tre contendenti che non si affrontano per un dominio territoriale ma per quello puramente energetico.

Di conseguenza, i singoli Stati dell’Asia Centrale si trovano a dover agire in un contesto politico sempre più orientato a controllare le loro risorse e ad impedire che queste finiscano nelle mani di potenze straniere impegnate nella stessa attività.

Dal punto di vista economico, il Kazakistan si pone al vertice della produzione locale di petrolio, con oltre 1.6 milioni di barili al giorno, classificandosi al diciottesimo posto nella graduatoria mondiale, mentre è in continua espansione nel settore del gas naturale, le cui riserve stimate dal governo locale sarebbero l’1,7% del totale disponibile al mondo. Mentre l’oro nero è destinato in buona percentuale all’esportazione, il gas rappresenta il tallone d’Achille del grande Stato centroasiatico, che si è posto come obiettivo di medio periodo quello di poter raggiungere l’autosufficienza energetica in questo campo.

Fino al 2008, infatti, il consumo interno superava la produzione, ma il problema dei rifornimenti persiste poiché le infrastrutture necessarie al trasporto del gas non sono sufficienti a collegare in maniera adeguata i centri di produzione con quelli di consumo. Inoltre il 75% della produzione viene re-iniettata nel suolo per favorire l’estrazione di petrolio.

Al secondo posto di questa classifica, troviamo il Turkmenistan che, nonostante la fame di idrocarburi, riesce ad avere un export in crescita per entrambe le materie di cui sopra, ma che deve risolvere una importante disputa con l’Azerbaijan per il controllo di importanti giacimenti nel Mar Caspio, senza i quali vedrebbe notevolmente ridursi le proprie scorte.

Il paese con le riserve minori è l’Uzbekistan, che non riesce ogni anno ad essere autosufficiente per quanto riguarda il petrolio, ma che è nelle prime venti posizioni al mondo per produzione e vendita di gas naturale. I diversi tassi di crescita ottenuti grazie alla ricchezza del sottosuolo sono anche imputabili alle diverse politiche intraprese dai Presidenti dei vari Stati, che hanno sempre esercitato il monopolio sul settore energetico.

Da un lato Niyazov, che si faceva chiamare Turkmenbashi (padre di tutti i Turkmeni), stabilì un rigido controllo sulle risorse, poiché riteneva di essere il “comandante e capo dei giacimenti di gas del [suo] paese”: egli, diffidando di tutte le compagnie straniere e cercando di ostacolare in qualsiasi modo la loro penetrazione autonoma nel paese, ha autorizzato solo joint ventures fra il Ministero del Petrolio e del Gas e società personalmente selezionate. Nonostante i prestiti concessi da vari enti, come la Japan Export-Import Bank, questa linea non è cambiata sino alla morte del leader, che ha lasciato il Paese con il minor tasso regionale di PIL derivante da attività private.

La situazione è leggermente cambiata a partire dal 2008 quando sono state prese delle misure atte a garantire maggiore trasparenza all’interno del settore estrattivo, apprezzate anche dai mercati esteri che hanno iniziato timidamente ad investire in Turkmenistan, seppur ostacolati dal potere centrale.

Simile è la storia dell’Uzbekistan, anch’esso saldamente in mano ad un leader che non ha mai voluto delegare la gestione degli idrocarburi, nonostante una legislazione teoricamente molto aperta al libero mercato. Islam Karimov ha sempre deciso in maniera discrezionale le sorti delle multinazionali che bussavano alla sue porte: “He made deals at will” ebbe modo di dichiarare un rappresentante della Agip intervistato da Luong e Weinthal.

Il suo comportamento, comunque, ha iniziato a cambiare agli inizi degli anni 2000, con una serie di iniziative volte a rendere meno arbitrario l’accesso alle collaborazioni e permettere un maggiore afflusso di capitali stranieri, essenziali per poter procedere a nuove esplorazioni e a modernizzare strutture altrimenti obsolete. Mentre ciò ha funzionato nel settore del gas che, escludendo il 2009-2010, è in costante crescita per produzione, export e attrazione di investimenti, le cose sono andate diversamente con il petrolio per il quale, a fronte di una richiesta interna costante, la produzione è a livelli inferiori a quelli del 1992.

Migliore è la situazione in Kazakistan, paese che ha saputo attrarre capitale straniero a partire dall’indipendenza, senza però rinunciare al proprio peso negoziale, difeso dalla compagnia di stato KazMunayGaz (KMG), colosso creato nel 2002 che possiede una serie di società controllate impegnate in tutte le fasi dello sfruttamento del sottosuolo, dalla ricerca di nuove riserve alla raffinazione. L’apertura verso l’esterno ha permesso di iniziare l’uso di bacini di recente scoperta, come quello di Tengiz, attualmente gestito dalla TengizChevrOil , che produce da solo 550.000 barili di petrolio al giorno (quasi due volte e mezzo l’output giornaliero del Turkmenistan). La realtà energetica di questo paese è particolarmente rilevante per l’Italia, che risulta essere il primo importatore di oro nero kazako, e rappresenta da sola il 25% del suo mercato estero.

L’elemento comune a tutte queste realtà è la difficoltà che esse incontrano ad esportare i propri idrocarburi, motivo per cui sono costrette a sfruttare pipelines straniere, di solito russe, come è evidente nelle due cartine realizzate dall’EIA (tabella gasdotti, tabella oleodotti; le cartine in questione possono essere facilmente trovate all’indirizzo web: http://www.eia.gov/countries/cab.cfm?fips=TX).

Dalla cartina degli oleodotti è facile notare come tutti i paesi sfruttino prevalentemente oleodotti russi, indispensabili per far arrivare il greggio in Europa. L’alternativa principale è rappresentata dal porto di Baku, utilizzabile come hub energetico da cui far arrivare i prodotti in Turchia. E’ al vaglio anche un sistema di trasporto diretto sotto le acque del Mar Caspio (linea rossa tratteggiata) per collegare direttamente Kazakistan e Azerbaijan.

Maggiormente in difficoltà resta comunque l’Uzbekistan, che può contare solamente su un tratto che collega il Turkmenistan con le linee controllate dal governo di Astana.

Per quanto riguarda il gas (figura gasdotti), invece, il percorso principale è quello del CAC (Central Asia Center Pipeline), che dall’Uzbekistan si dirige a nord verso Orsk, in Russia, e appartiene a Gazprom (compagnia di Stato del Cremlino), che sfrutta tale sistema per trasportare anche gran parte della produzione Kazaka.

Diversa è la situazione del Turkmenistan, che può vantare collegamenti diretti con Iran e Cina, che permettono allo Stato di diversificare maggiormente la propria esportazione. Al fine di aumentare la capacità di vendita, il governo di Ashgabat ha iniziato a progettare una condotta che dovrebbe arrivare sino in India seguendo due possibili varianti, entrambe passanti per Afghanistan e Pakistan. L’irrealizzabilità del piano è dovuta alla scarsa stabilità politica che i due paesi hanno al momento.

Luca Susic

Seguirà 1.2.3 L’Uranio

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