Omar al-Bashir

Oh oh, mi è sembrato di vedere un Raìs

By Sugar Lady


Oggi non c’è altro di cui parlare.

E dove sta Zazà, è in quel bunker qua, è morto e non si sa, se n’è andato trallallà.

E un bel chissenefrega ce lo vogliamo scrivere sotto?

E basta. Basta. Basta. Basta.

Mon Ghed-amour se ne sarà andato in Sudan da Omar al-Bashir, oppure a Moga discio ospite degli al-Shabaab. O a Lampedusa con i migranti. Magari a San Siro per uno spritz con il Silvio o a Ponte di Legno dal Bossi, per rinfrescarsi un po’ le idee.

Forse sarà con le sue cinquecento gheddafine a impartire lezioni di Islam attendato nei dintorni della Cassia.

Che stia un po’ dove vuole. Non cedo alle lusinghe di un finto thriller di fine estate. Mon Ghed-amour non è così ottuso da trascurare il vantaggio del disordine informativo che impera in questa sollevazione di massa dai profili bellici. E ne approfitta per starsene al fresco nella sua jacuzzi.

Bellici, poi. Ma figuriamoci. C’è la Nato che non ha un centesimo in più da metterci in questa storiella, con gli ufficiali della pubblica informazione nazionale che ne hanno due scatole così di mandare comunicati stampa preconfezionati e tutti uguali pur di far sapere che si sta facendo qualcosa. E allora che si fa per davvero, in questa estate arroventata con i lavoratori – quelli, sì – preoccupati per i loro risparmi?

Si ricorre alla fava che intorta due piccioni, così la gente sorvola sui tagli di posti di lavoro e non si accorge delle 200 tonnellate di greggio fuoriuscite da una falla del pozzo Shell in Scozia.

Si butta per aria la nocciolina, il solito stronzetto di quel canarino itterico Titti grida alla nonna “oh oh, mi è sembrato di vedere un Raìs”, e tutti dietro, incuranti dell’impossibilità di avere un quadro perlomeno chiaro della situazione.

Tutti a caccia del dittatore: giornalisti e curiosi, in un valzer finto tanto quanto la voglia di sapere cosa stia davvero succedendo. E vero tanto quanto la voglia di trovare una valvola di sfogo allo scontento di quest’estate.

Mon Ghed-amour, noi ce lo siamo già detto e anche scritto, dittatore delle mie brame.

Ovunque tu sia  (e non mi interessa!), io, la tua Sugar-etta, resterò per sempre tua. Ma per favore, vedi di sbrigarti a passare dalle mie parti e riprenderti i tuoi figlioli: la scusa di tenerteli a bada con un giro di Call of Duty è vecchia, anche perché con me loro sono destinati a perdere, poi si incazzano, ruttano coca-cola ai quattro venti e mi inzaccherano i chester dello yacht di nutella e marmellata.

Oh oh, sì, mi è proprio sembrato di vedere un Gheddafi a babordo … finalmente!

Sugar Lady

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Foto: giornalettismo.com

Il Sud Sudan indipendente avrà aiuti economici da Israele

Israele l’aveva annunciato venerdì e domenica l’ha fatto. Ha riconosciuto il nuovo stato del Sud Sudan, nato ufficialmente sabato 9 luglio con la dichiarazione della propria indipendenza dopo il referendum di gennaio che ne ha decretato la secessione dal nord governato da Omar al-Bashir.

E ha fatto di più. Ha offerto aiuto economico per lo sviluppo e la prosperità di questo “stato che cerca la pace”, nelle parole del premier israeliano Benjamin Netanyahu.

La popolazione del Sud Sudan è prevalentemente cristiana o fedele a riti tradizionali africani, mentre il nord del Sudan è a prevalenza musulmana e non ha relazioni con lo stato di Israele.

Il territorio ebraico accoglie migliaia di rifugiati sudanesi e continua a ricevere migranti che arrivano dal Sinai egiziano dopo averlo attraversato a piedi.

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Fonte: Reuters

Foto: Reuters

Il Sud Sudan viene ufficialmente al mondo domani 9 luglio

Domani, sabato 9 luglio, viene annunciata al mondo in via ufficiale la nascita del nuovo stato africano del Sud Sudan.

L’indipendenza dal nord è il risultato del referendum tenutosi nel gennaio di quest’anno, in cui la quasi totalità dei votanti si è espressa a favore della secessione dal nord del Sudan.

Tutto è pronto. Dalla bandiera all’inno, dalla costituzione – che ha incluso anche l’area petrolifera contesa dell’Abyei, nonostante il referendum previsto nell’ambito della risoluzione Onu n.1590 del 2005 non sia ancora stato indetto – alla parata nella capitale Juba dell’esercito del sud, il Sudan People’s Liberation Army (SPLA).

Per il nuovo nato sono già pronti i riconoscimenti ufficiali, dato che dopo il favore espresso dai  paesi del Commonwealth anche la Russia ha comunicato di voler presto intraprendere relazioni diplomatiche con il Sud Sudan, mentre Israele, secondo Haaretz, sarebbe pronto al riconoscimento; e una dote, visto che la United States Agency for International Development (USAID) ha confermato il proprio impegno nel supporto economico nonostante le restrizioni di bilancio.

Al riguardo, un analista del Sud Sudan, Jon Temin, si è detto convinto che l’interesse degli Stati Uniti verso il nuovo stato africano porterà a nuovi investimenti nel prossimo futuro, in particolare nel settore petrolifero.

Ed è proprio la questione del petrolio il pomo della discordia. Per il momento lo è sul piano regionale, visto che l’area ricca di petrolio, l’Abyei, una regione situata proprio sul confine tra nord e sud, è stata occupata dall’esercito del nord (SAF), con conseguente fuga della popolazione civile e rinforzo della missione di peacekeeping Unmis.

Ma lo sarà certamente anche in futuro, considerato che le spartizioni sul terreno, a partire dalle intese commerciali come quelle sancite dalla visita del presidente del nord Sudan Omar al-Bashir in Cina, sono destinate a ridisegnare l’area dell’Africa sub-sahariana, dividendola tra interessi occidentali e interessi asiatici.

Un interessante scenario per gruppi estremisti come al-Shabab e AQAP.

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Fonti: AFP, BBC, Haaretz, Sudan Tribune

Foto: Xinhua

Sudan, Abyei: pronti i peacekeeper Onu etiopi da inviare sulla frontiera nord-sud

Sono 4.200 i peacekeeper etiopi dell’Onu che andranno a dispiegarsi sulla frontiera tra il nord e il sud del Sudan, dopo i disordini che hanno provocato la fuga di civili dalla regione contestata dell’Abyei e l’occupazione dell’area da parte dell’esercito del nord (SAF).

Ufficiali etiopi fanno sapere che tutto è pronto per il dispiegamento dei peacekeeper, come si apprende dal Sudan Tribune. Si attende solo il via libera dall’Onu.

La forza di pace composta da peakeeper provenienti dall’Etiopia per il controllo dell’area di frontiera è stata designata nel corso di colloqui tra rappresentanti del Sudan del nord e del Sud Sudan la scorsa settimana ad Addis Abeba.

I preparativi sono cominciati subito, come ha sottolineato il responsabile della logistica del ministero della Difesa, il generale Gezahegn Abera: “Le forze etiopi sono ben preparate a dispiegarsi in pochi giorni dall’ordine”, grazie alle precedenti esperienze in Burundi, nella Corea del Sud, in Liberia e in Ruanda.

L’Etiopia ha la ferma intenzione di contribuire al mantenimento della stabilità nella regione anche per evitare di risultare direttamente coinvolta in disordini.

I compiti della forza di pace etiope dell’Onu saranno la protezione dei civili, il mantenimento di una zona cuscinetto e la creazione di un ambiente pacifico per lo svolgimento dell’atteso referendum che deciderà le sorti della regione petrolifera dell’Abyei: se con il nord di Omar al-Bashir o con il nuovo stato del Sud Sudan.

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Fonte: Sudan Tribune

Foto: guardian.co.uk

Nord Sudan: Osama è un mujahid e gli USA sono colpevoli di genocidio contro i musulmani

La divisione territoriale in nord e sud del Sudan rispecchia le differenze del bagaglio di storia e cultura dei sudanesi.

Mentre il sud a prevalenza cristiana, che ha scelto l’indipendenza dal nord musulmano con il referendum dello scorso gennaio, saluta l’operazione contro Osama nella prospettiva della sicurezza globale, il nord del Sudan rimpiange la morte di un combattente del jihad, fa sapere il Sudan Tribune.

E’ lo speaker del parlamento del nord, Ahmed Ibrahim Al-Tahir, a riferire alla stampa che per il National Congress Party (NCP, partito di maggioranza al nord, il cui leader è lo stesso presidente Omar al-Bashir) Osama è un mujahid, un combattente.

Durante la sessione in Parlamento sarebbe addirittura stato acclamato a gran voce come martire, mentre la guerra al terrorismo condotta dagli Stati Uniti sarebbe stata definita “genocidio contro i musulmani”.

Khartoum, capitale del nord del Sudan, ha ospitato Osama Bin Laden dal 1991 al 1996, ricorda l’articolo, immediatamente prima che il leader di al-Qaeda si trasferisse in Afghanistan da dove poi pianificò gli attacchi alle Torri Gemelle di New York e al Pentagono di Washington.

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Foto: manifesti del National Congress Party/Phil Moore

Fonte: Sudan Tribune

Sudan. Satellite rivela truppe che prendono posizione in Abyei

Posizionamenti di uomini armati nella regione dell’Abyei, in Sudan, sono stati rilevati dai satelliti negli ultimi giorni. Sembra si tratti di attività militare, intensificatasi a seguito della recente distruzione di alcuni villaggi (foto) nell’area petrolifera che è al centro di una contesa territoriale tra il nord e il sud del Sudan.

E’ stata Reuters, poi ripresa dall’Independent, a darne notizia venerdì 11 marzo, riportando quanto rilevato dal Satellite Sentinel Project che monitora la situazione in Sudan tramite l’incrocio di analisi di immagini provenienti dal satellite e rilievi territoriali di Google Map. Il progetto, che è stato concepito dall’attore e attivista per i diritti umani George Clooney, mira a evitare lo scoppio di una nuova guerra civile.

Quello attuale appare come un movimento di truppe vero e proprio che desta preoccupazione dopo le crescenti violenze delle ultime settimane, per cui interi villaggi sono stati dati alle fiamme. Secondo quanto riferisce il Satellite Project, truppe vicine al governo del nord sembrano aver costuito nelle ultime due settimane una base avanzata a Bongo (a 15 chilometri di distanza dal villaggio di Maker Abior, raso al suolo recentemente).

Questa base, rileva il gruppo di osservazione, si trova a una ventina di chilometri a nord dei villaggi distrutti di Todach e Tajalei, dove sembra si siano acquartierati soldati allineati all’SPLA (Sudan People Liberation Army), vicini al governo del sud del Sudan.

Sabato 12 marzo, intanto, la BBC ha riportato i pubblici sospetti del sud del Sudan riguardo a un complotto di destabilizzazione ai danni del sud tramato dal nord e gestito direttamente dal presidente Omar al-Bashir.

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Fonte: Reuters, Independent, BBC, Satellite Sentinel Project

Foto: DigitalGlobe/Satellite Sentinel Project (immagine satellite ripresa da Digital Globe per Satellite Sentinel Project il 6 marzo 2011, mostra almeno 300 strutture bruciate nel villaggio Tajalei: per due terzi appaiono nettamente come strutture civili).

Sudan in piazza contro il governo di al-Bashir. Dimostrazione in programma oggi a Khartoum

Hanno dichiarato la propria intenzione di scendere in piazza in segno di solidarietà e di continuità con quanto si è verificato negli ultimi mesi nei paesi del nord Africa, fa sapere il Sudan Tribune.

Sono i gruppi di opposizione del Sudan che hanno deciso di sfidare la polizia manifestando senza permesso, esercitando quello che ritengono essere un loro diritto nell’ambito della costituzione.

Il capo della polizia, generale Mohammad Hafiz Hassan Attiya, ha invece sottolineato in una conferenza stampa lunedì scorso che la polizia non autorizza una tale manifestazione, per cui si rende invece necessario un vero e proprio permesso.

La protesta, a quanto pare, non si fermerà. Anzi, è stato programmato anche un orario di inizio: l’una  (le 10.00 italiane) di oggi mercoledì 9 marzo nella piazza Abu-Janzeer a Khartoum. E un leader: il capo dell’Umma Party Al-Sadiq Al-Mahdi, che già lo scorso gennaio chiedeva la deposizione di al-Bashir.

La polizia considererà sicuramente illegale la manifestazione e agirà di conseguenza, probabilmente come già fatto lo scorso 30 gennaio, quando un primo tentativo di dimostrazione era stato messo in atto nelle strade della capitale del Sudan del nord con la conseguente reazione della polizia e la durissima repressione, poi condannata da Human Rights Watch.

Due giorni fa, intanto, centinaia di oppositori si sono dati appuntamento davanti alla sede del Sudan People Liberation Movement (SPLM) scandendo slogan contro il governo di Omar al-Bashir, in carica dal 1989 e da poco testimone del ridimensionamento del suo paese dopo la richiesta unanime di indipendenza del sud Sudan risultata dal referendum di gennaio.

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Fonte: Sudan Tribune

Foto: polizia pattuglia strade di Khartoum di Reuters/occhiaperti.net

La secessione del sud del Sudan apre nuovi scenari di autodeterminazione ed estremismo islamico

Mentre ormai è chiaro al 98,83% che il sud del Sudan – a maggioranza cristiana – ha scelto la secessione dal nord – a maggioranza musulmana – nel referendum dello scorso gennaio,  ora l’attenzione si sposta su una nuova richiesta di espressione popolare. Molto più critica della precedente.

Come già sottolineato in precedenti articoli, la scelta di indipendenza del Sud Sudan implica la chiamata al voto della regione petrolifera dell’Abyei, una zona incastonata tra il nord e il sud del paese che dovrà scegliere a questo punto se annettersi al governo di Khartoum o a quello di Juba.

Luka Biong Deng, ministro del governo nazionale del Sudan e membro dell’SPLM (Sudanese People's Liberation Movement), delinea la regione dell’Abyei come un mondo a sé in un articolo pubblicato dal Guardian on line lunedì 31 gennaio.

Popolato da gente del sud, fatta trasferire nell’area nel 1905 al fine di proteggere i pastori Ngok Dinka dai continui attacchi dei nomadi arabi Misseriya, la regione non sarebbe mai stata delineata per l’opposizione del National Congress Party (NCP), il partito islamico nazionalista al potere, in quanto ricchissima di petrolio e quindi strategicamente rilevante.

In più, spiega Biong Deng nel suo articolo, l’NCP, il cui leader è il presidente sudanese Omar al-Bashir, avrebbe utilizzato gli arabi Misseriya per contrastare la guerriglia nel sud, creando così l’aspettativa della tribù nomade di veder ripagata la rinuncia a unirsi alla guerriglia del Darfur con il possesso dell’intera regione dell’Abyei.

“La tensione in Abyei è alta”, scrive Biong Deng, “e se le cose non si risolvono prima della scadenza degli accordi di pace in luglio, allora c’è il rischio di un nuovo conflitto tra nord e sud”.

Non è tutto qui, però.

L’altro scenario destabilizzante che si apre dopo la dichiarazione di indipendenza del sud del Sudan è la volontà di autodeterminazione delle regioni africane limitrofe.

Biong Deng ci ricorda che anche il Darfur, le Nuba Mountains, l’est del Sudan e la regione del Blue Nile potrebbero decidere di intraprendere una battaglia per affermare le proprie velleità secessioniste.

E dietro tutto questo “ci sono voci sempre più consistenti da parte islamica estremista che ciò che resta del Sudan venga ridefinito in un’ottica arabo-islamica”, fa sapere Biong Deng.

Una prospettiva che richiede di essere letta in un’ottica strategica non prima di essere stata messa in sistema con gli sviluppi della situazione in Egitto, la nazione in subbuglio che confina con il nord del Sudan.

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Foto: enoughproject.org

Sud Sudan al voto. Indipendenza data per scontata

La virata dei titoli dei media internazionali, dal dubbio sulla eventuale divisione del Sudan alla definizione di “voto per l’indipendenza”, sta dando già una connotazione netta del risultato più probabile del referendum che ha preso avvio oggi 9 gennaio.

Il sud Sudan si considera già indipendente dal nord musulmano. Inno e bandiera sono stati scelti, ora manca solo il nome per quello che il prossimo 9 luglio potrebbe davvero diventare  il nuovo nato degli stati del continente africano.

Il notevole afflusso di gente ai seggi, sin dall’alba del primo giorno di voto, e i festeggiamenti organizzati per l’occasione denotano disinteresse per l’allarme lanciato dal presidente Omar al-Bashir riguardo al rischio di instabilità in caso di vittoria degli indipendentisti. Poco ascoltate le sue parole, che esprimono sfiducia nel sud Sudan: un paese povero e arretrato, difficilmente in grado di gestirsi da solo.

Al-Bashir ha anche messo in guardia il sud in caso avanzi pretese di annessione della regione di Abyei, dal sottosuolo ricco di petrolio e dai confini contesi: se così fosse sarebbe di sicuro guerra, avverte il presidente. L’area di Abyei sarà chiamata al voto separatamente per decidere, nel caso di indipendenza del sud, con quale delle due nazioni annettersi.

L’indipendenza del sud Sudan, inoltre, potrebbe sollevare alla medesima aspirazione anche il Darfur, la regione occidentale tormentata da continui disordini. Questa in fondo appare come la minaccia più destabilizzante. E non solo per il continente africano.

La consultazione referendaria, condizione del trattato di pace del 2005, si protrarrà fino al 15 gennaio; gli elettori sono quasi quattro milioni.

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Fonte: BBC

Foto: Drilling Info International/BBC

Sudan, al-Bashir si conferma presidente. Scagionato dai crimini di guerra o premiato da una farsa democratica?

La riconferma di Omar al-Bashir alla presidenza del Sudan – un esito già dato per scontato dagli  analisti – è stata sancita ieri con la comunicazione della percentuale di voti ottenuti al nord, un 68% che assicura allo stesso tempo anche il piazzamento del National Congress Party.

Le due estreme chiavi di lettura del risultato del voto, ragionando in valore assoluto senza considerare boicottaggi e accuse di brogli, sono rappresentative del diverso significato dato alla consultazione elettorale.

Secondo una dichiarazione del National Congress Party del neoeletto presidente al-Bashir, già accusato di crimini di guerra dalla Corte penale internazionale, si tratta di una conferma di innocenza. Di più: chi ora accusa il presidente riconosciuto dal popolo, in realtà muove l’accusa contro il popolo stesso che lo ha legittimato.

Ma qual è il popolo del presidente al-Bashir? Il Sudan è lo stato africano più esteso del continente: etnicamente suddiviso con una maggioranza arabo-musulmana a nord e cristiano-animista nella regione semiautonoma del sud; percorso da continui conflitti che inaspriscono non solo i confini tra settentrione  e meridione, ma anche la regione occidentale del Darfur. Un paese che forse si dividerà in due, se il referendum di gennaio 2011 darà parere positivo all’indipendenza del sud Sudan dal governo di Khartoum.

Dalla parte opposta un parere occidentale, invece, legge tutto il processo elettorale come una farsa democratica: una retorica del cambiamento democratico priva di significato, è la definizione di Louise Roland-Gosselin, esperta negoziatrice e direttrice di Waging Peace, ong britannica che si batte contro il genocidio e l’abuso dei diritti umani con particolare riferimento agli stati centroafricani.

Tutto questo processo elettorale, spiega Louise in un articolo pubblicato da The Guardian, non ha fatto altro che legittimare un presidente già sotto accusa presso la Corte penale internazionale. La vittima alla fine è ancora il popolo sudanese a cui è stata lasciata una scelta democratica: il diritto di eleggere ”un uomo che ha sistematicamente assassinato le loro famiglie, gli amici e ha distrutto le loro vite”. Il tragico risultato di una farsa, secondo Louise, che accontenta e appaga solo l’opinione pubblica internazionale, tutta concentrata sul prossimo referendum di gennaio.

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Fonti: BBC, The Guardian

Foto: Getty Images/Telegraph, Waging Peace (da una serie di disegni di bambini vittime di attacchi armati in Darfur)