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UNIFIL al suo 70esimo compleanno

20151026_UNIFIL_Peacekeeper del contingente ganese schierato per la cerimoniaSi è tenuta ieri mattina, 26 ottobre, nel quartier generale di UNIFIL, la cerimonia che ha celebrato i 70 anni della missione.

“Il 70° anniversario è un grande traguardo per le Nazioni Unite e per tutti noi”, ha dichiarato ieri a Naqoura, nel sud del Libano, il generale Luciano Portolano in apertura della cerimonia per celebrare la Giornata delle Nazioni Unite.

Rivolgendosi ai peacekeeper e alle locali autorità militari, civili e religiose intervenute per l’occasione, il generale Portolano, Head of Mission e Force Commander di UNIFIL, ha richiamato gli ideali contenuti nel preambolo della Carta delle Nazioni Unite: valori che gettarono le basi per un futuro senza guerra, riaffermando la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, la giustizia e il progresso sociale, nel contesto di una più ampia libertà.

20151026_UNIFIL_discorso del Generale Portolano“Il mondo si trova a fronteggiare numerose crisi e i limiti dell’azione internazionale collettiva sono evidenti; nessun Paese o organizzazione può affrontare le sfide odierne da solo”, ha dichiarato il generale Portolano ricordando le parole del Segretario Generale ONU Ban Ki-moon.

“Il successo della missione ONU in Libano – ha poi continuato il comandante – è il risultato di un costante processo che vede UNIFIL, il Governo libanese, le Forze Armate e di Sicurezza del Paese, le autorità religiose e la popolazione locale lavorare insieme per il raggiungimento del medesimo fine: la pace e la stabilità del Libano, per il bene di tutti ma soprattutto a favore delle generazioni future”.

20151026_Generale di Divisone Luciano Portolano, Head of Mission e Force Commander di UNIFILIstituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 168 del 31 ottobre 1947, la Giornata delle Nazioni Unite si celebra in tutto il mondo il 24 ottobre. La data scelta segna l’anniversario dell’entrata in vigore, nel 1945, della Carta delle Nazioni Unite. Nel 1971, con la risoluzione 2782, l’Assemblea Generale ha richiesto che la Giornata venisse osservata dagli Stati membri come festività pubblica.

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Fonte e foto: MPIO UNIFIL

UNIFIL, il COM gen Portolano a NY per 70^ assemblea ONU: “missione stabile nell’instabilità”

Generale di Divisione Luciano Portolano“UNIFIL continuerà a garantire il mantenimento della stabilità nel Sud del Libano attraverso il rispetto della cessazione delle ostilità e il supporto alle Forze Armate Libanesi”, ha dichiarato il generale Luciano Portolano, Capo Missione e Comandante delle Forze ONU nel Libano Meridionale, in apertura dell’incontro del 29 settembre con la delegazione di parlamentari italiana giunta a New York in occasione della 70^ sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Nel corso dell’incontro, la delegazione, composta dagli onorevoli Pierferdinando Casini, Presidente della Commissione Esteri del Senato, Fabrizio Cicchitto, Presidente della III Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei deputati, e Andrea Manciulli, Presidente della Delegazione italiana presso l’Assemblea Parlamentare della NATO, ha ricevuto un aggiornamento sui principali temi connessi alla situazione della regione mediorientale, con particolare riferimento all’evoluzione della crisi siriana, i cui effetti si riflettono fortemente sugli equilibri geopolitici regionali e mondiali.

Il generale Portolano, nel fare poi il punto di situazione sullo stato di avanzamento della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza, che legittima il mandato di UNIFIL, ha ricordato come la “ricerca dell’implementazione di tale risoluzione si basi sul costante impulso e sostegno al dialogo tra le parti che avviene, oltre che con gli incontri bilaterali, mediante lo strumento dell’incontro tripartito”.

“Nonostante la forte instabilità regionale – ha concluso il generale Portolano – l’area di operazione di UNIFIL continua a rimanere stabile e questo grazie alla stretta cooperazione con le Forze Armate Libanesi, al supporto della comunità internazionale e della popolazione locale, e all’approccio olistico e integrato della missione, capace di mettere a sistema le diverse dimensioni militare, politica e civile”.

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Fonte e foto: UNIFIL MPIO

La Marina rimette in mare i Plastic Buster per la tutela dell’ambiente marino: nave Aretusa partecipa al progetto con Università di Siena

nave_aretusaÈ iniziato ieri, 14 luglio, e continuerà fino al prossimo 17 luglio, nell’ambito della Campagna Idrografica 2015, l’impegno di nave Aretusa della Marina Militare al progetto Plastic Busters per la tutela dell’ambiente marino contro gli addensamenti delle plastiche in mare.

Nave Aretusa, già impegnata nello scandagliamento delle acque dell’Isola di Capraia, partecipa insieme all’Università di Siena al progetto Plastic Busters, parte integrante delle attività a favore della sostenibilità lanciate attraverso Med Solutions, con l’obiettivo il fotografare le macro e microplastiche che inquinano il Mediterraneo, illustrare le conseguenze che generano sull’ambiente marino e sulla salute della sua fauna e porre in essere le azioni necessarie per pianificare, a livello internazionale, interventi di mitigazione e riduzione del fenomeno.

Nell’ambito dell’accordo di collaborazione siglato tra la Marina Militare e l’Università di Siena, nelle giornate dal 14 al 17 luglio, l’equipaggio di nave Aretusa, al comando del tenente di vascello Giorgio Marini Bettolo, assieme al gruppo di ricercatori dell’Università di Siena guidato dalla professoressa Cristina Fossi (Dipartimento delle Scienze Fisiche, della Terra e dell’Ambiente), in collaborazione con Corsorzio LaMMa e il CNR Spagnolo, raccoglierà campioni delle particelle plastiche in sospensione nel Mar Tirreno.

La raccolta dei campioni delle plastiche verrà effettuata grazie a uno speciale retino, denominato “manta”, in grado di catturare tutte le particelle in sospensione. Inoltre saranno raccolti campioni di plancton in superficie per misurarne la contaminazione. Nella stessa area verranno studiate le possibili interazioni tra la contaminazione da plastiche e le aree di alimentazione della balenottera comune.

Si rinnova quindi la cooperazione tra nave Aretusa e i “plastic busters”, che già lo scorso anno avevano effettuato con ottimi risultati attività di campionamento del fondale e delle acque alla foce del Tevere (link articoli in calce).

L’Università di Siena, all’interno dell’iniziativa ONU “Sustainable Development Solutions Network”, sotto la direzione del rettore, professor Angelo Riccaboni, è l’ente coordinatore per l’area del Mediterraneo.

La Marina Militare, grazie alla naturale connotazione dual use delle proprie navi, da sempre partecipa a progetti nell’ambito della tutela dell’ambiente marino e, in particolare, alle problematiche connesse alla presenza di addensamenti di plastiche nel mare.

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Fonte e foto: Marina Militare

UNIFIL: il com gen Portolano evidenzia l’instabilità dell’area mediorientale al Palazzo di Vetro di NY

Palazzo di Vetro_ONU_New YorkNell’ambito della XIII edizione della “Heads of Military Components Conference”, che si è tenuta dal 15 al 19 giugno al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York, il generale Luciano Portolano, Capo Missione e Comandante delle Forze di UNIFIL, ha incontrato gli ambasciatori dei 5 paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e quelli dei paesi contributori di peacekeeper alla missione ONU nel Libano Meridionale.

I colloqui, tenutisi ieri, 19 giugno, sono stati dominati dall’attenzione sul clima di forte incertezza dovuto al conflitto siriano. Con l’occasione è stato infatti effettuato un punto di situazione sul contesto geopolitico della regione mediorientale e un aggiornamento delle attività operative e delle iniziative intraprese dalla missione UNIFIL per il conseguimento degli obiettivi contenuti nella Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

20140723 UNIFIL- FC Portolano 06_AIl generale Portolano ha ribadito l’importanza di sostenere il dialogo tra le parti sia attraverso gli incontri bilaterali sia mediante lo strumento del cosiddetto “tavolo tripartito” (tripartite meeting) affinchè UNIFIL possa continuare a essere uno “strumento fondamentale di collegamento e interrelazione per la risoluzione delle controversie e delle incomprensioni capaci di ostacolare il processo di pacificazione e stabilizzazione dell’area”.

“A fronte del generalizzato quadro di instabilità regionale – ha detto il comandante agli ambasciatori – appare evidente la necessità di incrementare gli sforzi politici e diplomatici nel tentativo di raggiungere una pace duratura e consolidare definitivamente il processo di stabilizzazione assicurato sinora dai caschi blu di UNIFIL congiuntamente con le Forze Armate Libanesi”.

A margine dei colloqui con i diplomatici, il generale Portolano ha incontrato separatamente il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Paolo Gentiloni, con il quale ha affrontato le principali problematiche connesse all’attuazione e all’implementazione della Risoluzione 1701, specie nell’attuale momento di tensione nello scacchiere mediorientale e nella regione euro-atlantica, evidenziando al tempo stesso la forte determinazione di UNIFIL nel continuare a garantire il mantenimento della stabilità attraverso il rispetto della cessazione delle ostilità, il supporto alle Forze Armate Libanesi e l’assistenza alla popolazione civile.

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Fonte e foto: UNIFIL MPIO

Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/15 – Interviste conclusive, testimonianze di frustrazione

2012-10-08-mastromatteo_02By Luca Maiotti

Le conclusioni e le ultime interviste della tesi Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, di Luca Maiotti

Conclusioni

L’obiettivo di questo elaborato è esplorare le sfaccettature dell’identità saharawi, cercando di coglierne gli elementi essenziali e i fattori che ne hanno determinato il passaggio da una società classicamente tribale a una società “nuova”, derivata da una tipologia di identità differente da quella di partenza.

Ci si è soffermati sulle cause e sugli effetti di questo passaggio, evidenziando come l’esperienza dell’esilio, della guerra e della vita nei campi dei rifugiati abbiano avuto dei riflessi immediati – e siano stati a loro volta influenzati – sulla società rivoluzionaria che si era creata.

Ciò che resta oggi è una società in sospensione, che attende decisioni che non prende più in prima persona. La colonizzazione nei Territori Occupati e il tergiversare dei colloqui continuano ad affievolire la tensione verso l’obiettivo finale – l’esercizio del diritto di autodeterminazione in uno stato sovrano – che è stato il fattore principale di spinta verso il rinnovamento della società saharawi.

Oggi, 40 anni dopo la nascita del Fronte Polisario, sorgono sempre maggiori dubbi sulla scelta del cessate il fuoco – e c’è da tenere a mente non è una pace – presa nel 1991, nell’indifferenza quasi totale dell’opinione pubblica internazionale e dell’ONU, che continua a limitarsi a sterili dichiarazioni. Nelle testimonianze che ho potuto raccogliere, l’impazienza e la frustrazione sono l’elemento che chiude quasi tutte le interviste.

Questo elaborato rimane comunque incompleto sotto molti punti di vista. Il rimpianto maggiore è quello di non aver potuto raccogliere in modo adeguato la voce di una parte fondamentale della società saharawi – la voce delle donne – per poter gettare uno sguardo completo sull’insieme delle problematiche attraverso un punto di vista che è contemporaneamente uguale e diverso da quello degli uomini.

Allo stesso modo, per un lavoro che si possa definire rigoroso, avrei dovuto cercare di fare un vero lavoro di terreno, ovvero andare nei campi o nel Sahara Occidentale perché, come mi ha detto Ali Salek:

“Tra il vero e il falso ci sono 4 dita, la distanza che c’è tra quello che senti e quello che vedi [mettendosi 4 dita tra l’orecchio destro e l’occhio destro]”

Ci sono moltissimi altri spunti per approfondire o ampliare la base su cui ho lavorato. Per esempio si potrebbe procedere a confrontare il concetto di identità saharawi intervistando persone dei capi dei rifugiati e persone che sono rimaste nel Sahara Occidentale sotto l’occupazione marocchina; o ancora si potrebbe realizzare uno studio sui Saharawi emigrati in altri paesi, come per esempio la Francia: le loro modalità di integrazione, le loro motivazioni e le modalità con cui cercano di conservare la propria identità.

Mi dispiace non aver potuto dare il giusto spazio a questi aspetti – che avrebbero assolutamente meritato di essere esplorati – ma mi auguro che questi ed altri siano al più presto oggetto di studio e trattazione in altre tesi

2012-10-08-mastromatteo_01Appendice

Intervista a Rachid Lehebib, realizzata a Les Mureaux, Yvelines, Ile-de-France del 20-01-13

Potresti presentarti? Se dovessi dire chi sei…

Sono Lehebib Rachid, un giovane saharawi di 24 anni. Ho vissuto 20 anni della mia vita nei campi dei rifugiati e come tutti i Saharawi sono un combattente. Continuo a cercare l’indipendenza del mio paese come tutti nel mondo, come vuole la gioventù in tutto il mondo. La mia vita, tutta la mia vita è per i Saharawi, per la causa del Sahara Occidentale e per il popolo saharawi. Ho studiato in Algeria per otto anni, ho fatto l’università e mi sono laureato in traduzione linguistica: inglese, francese e arabo. Visto che in questo momento non si trova una soluzione per la causa saharawi sono venuto in Europa per lavorare. Ecco, questa è la mia vita.

Puoi dirmi qualcosa della tua famiglia ?

La mia famiglia? Mio padre è stato nell’esercito e nel Fronte Polisario dal 1975 fino al 2005 e mia madre ha lavorato nei campi dei rifugiati come segretaria in una scuola. Poi ho tre sorelle nei campi dei rifugiati. Sì, questa è la mia famiglia.

Puoi dire a quale tribù appartiene la tua famiglia?

Tribù? Alla tribù dei Tekna. Sì, i Tekna.

Sai qualcosa dei Tekna?

No, alla gioventù che è cresciuta lottando nei campi dei rifugiati, non interessa. La tribù non è interessante per noi perché abbiamo combattuto per un paese e per tutte le tribù e per tutti i Saharawi; non c’è interesse per la tribù nella nostra vita. La tribù è come uno delle tante cose tradizionali del paese, non è molto importante e tanta, tanta, tanta gente in Sahara Occidentale, giovane, ma in realtà anche vecchia, non è interessata a queste cose. Ma gli anziani sì, agli anziani interessavano queste cose, gli anziani con le storie delle tribù del Sahara Occidentale.

Perché ad alcune persone (indicando Ali Salek) non interessano le tribù. Quindi ancora più vecchi?

Più vecchie, persone più vecchie, prima di loro, dalla colonizzazione spagnola. Dal 1884 fino al 1975, il 12 ottobre 1975 quando arrivò il Fronte Polisario e riunì tutti i Saharawi delle tribù. Poi, nessuno ne parlò più né si interessò, ma prima sì, gli anziani che venivano dal periodo della colonizzazione spagnola. E’ vero, avevamo delle tribù come gli Rguibat, i Tekna e così via, ma dopo il Polisario dichiarò l’unione di tutti i Saharawi in un’unica lotta comune. Sì, una lotta comune per l’indipendenza del Sahara Occidentale, per tutte le tribù. Abbiamo il diritto di costruire un paese e vivere uniti.

Quanti anni hai? 24?

Sì, 24 anni

Quindi sei nato nell’88?

Nel 1988, solo tre anni prima del cessate il fuoco.

Hai fatto il servizio militare nell’esercito?

No, non avevo tempo di fare il servizio militare perché studiavo in Algeria e no, non c’era il tempo. Tutti quelli che studiavano non facevano il servizio militare. Poi, se vuoi, puoi fare il servizio militare, certo.

Perché non sei andato? Perché sembra che praticamente tutti…

Perché dopo il 1991 per il Fronte Polisario cambiò strategia. Dopo il 1991 c’è un altro sguardo sulla situazione politica. Abbiamo bisogno di dottori, di gente che conosca l’informatica, che studi le costituzioni, le costituzioni per il Sahara Occidentale, è chiaro? Dopo il 1991 cambiò il sistema. E’ un altro mondo da quando eravamo in guerra con il Marocco. Dopo il 1991 cambiò il sistema, cambiò il mondo, cambiarono le parole delle armi e tutto il resto. Ora bisogna conoscere le lingue, saper utilizzare l’informatica e molte altre cose perché ne abbiamo bisogno per costruire la nostra costituzione. Dobbiamo conoscere molte cose perché la gente negli altri paesi in Europa, in Africa, in Asia e in America Latina conosca la causa del Sahara Occidentale. Quindi dopo il 1991 non è più obbligatorio entrare nel servizio militare, cioè è come vuoi tu, se vuoi andare vai, sennò no.

Quanto tempo dura il servizio militare?

Il servizio militare… il primo periodo è di sei mesi, in una scuola. Ci sono tanti Saharawi che vanno per sei mesi, per il primo periodo. Tutti quelli che vengono per la prima volta devono starci sei mesi. Poi c’è ancora un anno.

E’ automatico?

Automaticamente, quando finisci questi sei mesi o un anno, vai in una zona militare, perché abbiamo molte zone militari.

Hai vissuto nei campi dei rifugiati. Per quanto tempo ci hai vissuto?

23 anni.

Quanti anni avevi quando te ne sei andato in Algeria?

In Algeria? 12 anni, sì a 12 anni sono andato in Algeria a studiare, ma si tornava d’estate. Ogni estate.

Quindi hai fatto le elementari nei campi dei rifugiati. Quali materie studiavi nei campi dei rifugiati? Per esempio in storia che cosa studiavi?

In storia studiavamo tutta la storia del Sahara Occidentale, prima della colonizzazione spagnola, come il periodo degli Inglesi e dei Portoghesi, poi la colonizzazione della Spagna. In prima studiavamo il periodo precedente al 1500, come vivevamo in tribù, poi arrivarono i Britannici, poi i Portoghesi, poi gli Spagnoli e poi Marocco e Mauritania. Poi ci insegnavano la storia dei capi del Polisario come il primo fondatore del Fronte Wali Mustafa el Said, di molti leader storici come quella di Mohammed Bassiri e di alcuni martiri, di molti martiri

Quindi nel corso di storia c’era la storia del Polisario?

Ah, la storia del Sahara Occidentale prima del Polisario? Beh in prima non studiavamo soltanto la storia del Polisario perché la popolazione nel Sahara Occidentale prima del Polisario aveva già lottato molto contro i colonizzatori, ma il Polisario arrivò e riunì il Sahara Occidentale in un’unica lotta.

Quale era la tua materia preferita a scuola?

In tutte le materie o nel corso di storia?

Tutte

Mi piacevano moltissimo le lingue, perché nei campi dei rifugiati vengono tanti gruppi e tante delegazioni da paesi diversi, come la Spagna, l’Italia, l’Inghilterra, gli Stati Uniti, la Francia, e quando vengono all’inizio non c’è molta gente che parla una lingua straniera, né inglese, né spagnolo né francese. Così alcune delegazioni vengono nei campi dei rifugiati e se ne vanno senza sapere molto del Sahara Occidentale. E in prima vedevo andare e venire le delegazioni, perciò volevo parlare lingue straniere per poterci parlare.

Sei partito per l’Algeria a 12 anni

Sì, a 12 anni, perché le elementari durano sei anni.

Quindi si comincia a sei?

Quando finisci hai 12 anni.

Come è stato lasciare la tua famiglia?

Molto duro, molto difficile andarsene e lasciare la famiglia per 9 mesi, è molto difficile. Quando sono andato in Algeria a 12 anni ero in grande difficoltà perché era la prima volta che lasciavo la famiglia ed era molto, molto difficile. Perché in Algeria devi cucinare da solo, lavarti i vestiti e fare molte altre cose per te da solo. Quando sei in famiglia tua mamma e tuo papà ti comprano o ti fanno sempre qualcosa, ma quando ti portano in Algeria devi fare le cose da te.

Dove vivevi?

Vivevo in una città chiamata Sidi Bel Abbes. Sidi Bel Abbes, è in Algeria occidentale. Conosci Orano? E lì vicino, Sidi Bel Abbes è a un’ora da Orano

Dove vivevi? Stavi a casa da solo o con altri studenti?

Siamo tutti studenti, ma in gruppo, perché tutti i Saharawi che vanno a studiare in Algeria vengono in gruppi, per esempio in Sidi bel Abbes sono cento, cento saharawi, ad Orano sono 50, a Béchar, nel nord dell’Algeria ce ne sono un altro numero. Si viene in gruppi e si vive nei collegi.

Come in un college?

Si vive in comune, tutti gli studenti vivono uniti, non come all’università. E’ tipo un gruppo, in una stanza ci sono tre o quattro, hai il letto, hai il bagno e ci sono uno, no, due Saharawi grandi che vengono con gli studenti come, diciamo, responsabili. I due Saharawi responsabili grandi per esempio organizzano gli studenti per fargli fare sport. Un vecchio ricordo che ho è del primo anno a Sidi Bel Abbes. La squadra dei Saharawi giocava nel torneo della città e arrivò seconda la squadra dei Saharawi quando partecipò per la prima volta fu la seconda migliore squadra in tutta la regione di Sidi Bel Abbas.

Di che sport?

Calcio, perché ogni scuola aveva la sua squadra. I Saharawi fecero una squadra fatta da soli Saharawi e giocarono contro tutte le squadre algerine della regione di Sidi Bel Abbes, come a Milano quando giocano tutte le scuole di Milano. Si fa questo campionato. Del mio primo anno di scuola mi ricordo che la squadra dei Saharawi era arrivata seconda. E ogni anno, se la squadra di calcio dei Saharawi non gioca la semifinale gioca la finale, perché è molto forte. Siamo lì anche perché i responsabili dicono che noi siamo venuti lì sì per studiare, ma anche come ambasciatori dei Saharawi. Dobbiamo studiare bene perché abbiamo degli amici di là, abbiamo una causa e dobbiamo studiare molto molto molto molto bene e d’altra parte siamo ambasciatori quindi non dobbiamo fare niente di male. Ecco, questo.

Come era la vita da studente?

La mia vita da studente era molto buona, ero molto felice. Era molto buona perché alle elementari ero il primo della classe e in Algeria continuo ad esserlo. Sono bravo in tutte le materie, sono con i migliori. Sono con i migliori perché sono molto interessato allo studio e non ci sono molte difficoltà. E’ una vita particolare quella dello studente. Quando entro in classe mi scordo di tutto, siamo interessati da quello che succede in classe. Perché il sabato e la domenica gli altri studenti tornano alla loro famiglia, giocano e fanno cose, e noi rimaniamo a scuola per lavare e fare altre cose. Sì, va tutto bene e non ci sono stati problemi nella mia vita da studente..ero molto felice.

C’erano anche ragazze nello stesso collegio?

Sì.

Quindi studiavate nelle stesse classi

Sì, nelle stesse classi, tutti. C’era contatto con le ragazze.

Ti sembrava strano?

No, è normale. Qualche volta sono allo stesso tavolo con una ragazza per studiare ed è normale, non è niente.

I professori a Sidi bel Abbes erano algerini?

Sì, algerini. Alle elementari erano saharawi, poi algerini.

Per l’università hai scelto cosa ti piaceva …?

Per l’università si va a livelli, ci sono delle aree: c’è lettere per esempio o materie scientifiche. Poi ci sono i livelli, per esempio per andare a fare interprete e traduttore devi avere più di 12, 13, 14, 15, 16 e così via. Per lettere e traduzione ci vogliono livelli più alti.

Quindi i livelli erano dati dai voti? Se i voti erano sopra il 12 potevi…?

Sì, quando mi sono diplomato sono uscito con 13 su 20. Ho scelto traduzione perché avevo raggiunto il livello per farlo, ma se fossi uscito con 10 non avrei potuto farlo.

Chi decide i livelli?

I livelli sono uguali per tutti in Algeria, come per tutti gli studenti algerini. Abbiamo lo stesso sistema noi Saharawi e gli Algerini, non c’è differenza tra lo studente algerino e lo studente saharawi, è lo stesso. E ci sono alcuni studenti algerini che stanno negli stessi collegi dei Saharawi, nella scuola anche le camere degli algerini, anche se non nella stessa parte. Ci sono algerini che vivono nello stesso collegio, solo che il sabato e la domenica stanno con la loro famiglia, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì restano nella scuola.

E nel tuo collegio?

Sì sì, nello stesso collegio ci sono algerini, non c’è differenza. Gli Algerini dicono sempre che non c’è differenza tra loro e noi, e così i Libici.

Capito, quindi vivevi con Algerini e Saharawi durante la settimana

Sì, mangiavamo anche insieme, nella stessa mensa con gli Algerini. Quando gli studenti se ne vanno a casa noi facciamo un gruppetto che gioca a calcio e giochiamo insieme

Va bene. L’università l’hai fatta nello stesso posto del collegio?

No ho cambiato, sai perché? Perché in Sidi bel Abbes, quando studiavo, non ci sono università, ma ci sono altre università in Algeria. Io avevo scelto di fare traduzione per esempio e traduzione non c’era. Quindi per forza bisogna trovare altre università, a Costantina, ad Annaba. Tu scegli cosa vuoi fare e poi c’è come una.. comunicazione tra il ministro dell’Educazione saharawi e il ministro dell’Educazione algerina.

E dove hai fatto l’università?

A Béchar, è una città del sud dell’Algeria.

Vivevi in un collegio con altri Saharawi o da solo?

No, non è la stessa cosa, come gli studenti algerini, solo che all’università hai molte più libertà. Hai molta più libertà di tornare nei campi dei rifugiati, di andare in altre città in Algeria, per fare molte cose. Quando sei molto piccolo non ti lasciano andare da solo perché è pericoloso, all’università hai i trasporti e tutto. Fino a quando sei nelle scuole inferiori … come si chiamano … le elementari, nel collegio tu torni l’estate. Vai in Algeria a studiare e torni solo per l’estate, ma all’università hai molto più tempo di andare e tornare.

Ma tu vivevi in uno studentato con altri studenti saharawi e algerini?

Sì, ma l’università non è come il collegio. E’ diverso perché qui ci sono due persone per camera, nel collegio qualche volta si arrivava a venti in una grande stanza in letti a castello. All’università in due, con la TV, con internet e altra gente.

Quindi quali sono le differenze? Nella vita studentesca intendo

Puoi viaggiare di più, andare, visitare altre città in Algeria, perché sei maggiorenne quindi puoi fare più cose. Quando sei in collegio no, le fai solo con i responsabili. All’università non ci sono responsabili, ecco la differenza, non ci sono responsabili.

Hai ancora contatti con i tuoi amici algerini?

Sì, ho ancora molti amici in Algeria, tengo i contatti con internet e con il telefono, perché gli Algerini ci hanno aiutato per molte cose. All’inizio, quando arrivammo in Algeria noi non parlavamo francese perché alle elementari si insegnava solo spagnolo, mentre il sistema educativo in Algeria ha il francese come seconda lingua e l’arabo come prima. E’ difficile arrivare in Algeria e non parlare né capire il francese. I miei amici, i miei amici algerini, mi hanno aiutato moltissimo a capire e qualche volta sono andato a trovarli in Algeria. La scuola in Algeria comincia in Settembre e noi arriviamo in ritardo. I nostri compagni algerini ci hanno aiutato per i corsi ed è stato molto importante per noi.

Capisco. E dopo l’università, ora che hai finito?

Dopo nei campi dei rifugiati non c’è lavoro. Ci sono pochi lavori ufficiali, sai, tipo nella televisione, nella radio o nei ministeri, oppure vai a fare il servizio militare, capito? E visto che io sono l’unico uomo della famiglia, perché ho altre tre sorelle e la vita nei campi dei rifugiati è cambiata per via della crisi, mancano le cose. Abbiamo bisogno di denaro per comprare qualcosa, come il resto delle famiglie, la televisione, i vestiti per mia sorella e così via così sono venuto qua per lavorare e aiutare la mia famiglia a resistere nei campi dei rifugiati. Per questo sono venuto qui a lavorare.

Quanto tempo sei stato nei campi dei rifugiati? Dopo l’università?

Solo sei mesi.

E l’esperienza della vita nei campi dei rifugiati? Prima?

La mia esperienza? E’ bella la vita nei campi dei rifugiato, sì sì, sei libero di andare dove vuoi, fare come vuoi, puoi giocare, puoi stare con la tua famiglia, posti differenti.. siamo liberi là. L’unica cosa è che non c’è lavoro, non ce n’è tanto. Sai, è normale, come gli altri rifugiati, è molto difficile, ma la vita in generale è molto tranquilla, è normale. Non ci sono cose strane, non c’è paura come negli altri campi dei rifugiati in altre parti del mondo, come in Sudan, come in Darfur, come in Somalia o da altre parti. La vita, secondo me, la migliore vita di rifugiati la fanno i rifugiati saharawi, siamo molto organizzati, non come il resto del mondo. Lì il rifugiato attacca l’altro e lo uccide per i soldi, tra i rifugiati saharawi no. E’ tutto organizzato, c’è gente che viene da altri paesi, tutto è organizzato e ognuno ha i suoi compiti e in ogni daira c’è un consiglio. La vita è molto facile, non c’è paura. Puoi dormire fuori casa tua di notte e lasciare casa tua aperta e nessuno tocca niente. La vita è molto normale, sì.

In tempo di crisi, nella situazione di rifugiati, come si mangia? Il Fronte Polisario o le Nazioni Unite distribuiscono dei pasti preparati? O viene da fuori?

No, devi sapere che noi stiamo vivendo grazie all’Unione Europea e i contributi dei popoli europei che ci mandano nei campi. Poi il Fronte Polisario divide quanto raccolto secondo un programma amministrativo organizzato in un certo modo. Per esempio, ma è solo un esempio, arrivano 30 chili di zucchero e il Polisario deve decidere delle scorte, perché altrimenti il mese in cui arrivano solo 10 chili cosa facciamo? Bisogna pensare anche al futuro e dividere tutti i rifornimenti. E’ tutto organizzato per evitare una crisi alimentare o qualcosa del genere. Per questo io dico che la vita dei rifugiati saharawi è molto migliore della vita in altri paesi, perché è tutto molto organizzato. L’unica cosa è che non c’è lavoro, manca il lavoro per i giovani saharawi.

In che forma?

Se una famiglia ha cinque membri, tu hai diritto a 5 chili di zucchero, 5 chili di farina e 5 chili di un’altra cosa.

Quindi non è preparato

No, no, per esempio ti danno la farina poi ogni famiglia si cucina a casa. Danno rifornimenti e gas, poi ogni famiglia prepara il suo.

Qual è il pasto tipico?

Abbiamo lenticchie, le conosci? Lenticchie, poi mangiamo riso, riso con carne. Lenticchie, riso, piselli … e anche spaghetti. Sì la pasta, la pasta. E anche questi, dei legumi secchi. Secchi sai perché? Perché si conservino per molto tempo, per conservarli. Il sistema dei rifugiati è questo, bisogna conservarlo per molto tempo. Il formaggio invece dura una o due settimane.

Qual è il tuo poeta preferito?

Poeta? Arabo o straniero? Beh William Shakespeare, perché William Shakespeare ha vita nel teatro e mi piace tantissimo anche la sua poesia. Io non conoscevo benissimo l’inglese e ho imparato moltissimo da William Shakespeare. Ci sono molti poeti che mi piacciono, ma lui è il mio preferito. In lingua araba è Mahmoud Derwish, palestinese, sai perché? E’ un poeta palestinese, molto colto che scrive per la libertà. Poi mi piace molto Abu’l Kassim Chabi, che è tunisino. E’ un tunisino che ha scritto una poesia che si intitola “vuoi vivere”, “mi piacerebbe molto vivere” e mi è stato di grande insegnamento. Mi piace molto perché il popolo saharawi vuole vivere, vuole vivere e qui c’è tutta la speranza che c’è in relazione con la libertà e la giustizia, mi piacerebbe molto.

Mi hai detto che nei campi dei rifugiati ci sono moltissime difficoltà. C’erano mai momenti di felicità?

Non ci sono momenti felici nel Sahara Occidentale in questo momento. Non abbiamo momenti di vera felicità perché potrò essere felice solo quando il Sahara Occidentale sarà indipendente. In questo momento sono contento, ma in altri momenti non sono felice, ci sono cose normali. Ogni tanto ci sono dei momenti, me ne ricordo uno quando alcuni capi di Stato africani vennero, non mi ricordo esattamente quali, c’era il presidente del Ghana di cui non ricordo il nome, che era arrivato nei campi dei rifugiati e aveva detto che il popolo del Sahara Occidentale non era solo e tutti i popoli e i paesi dell’Africa erano con il popolo del Sahara Occidentale. Quando avevo sentito questo discorso ero molto felice. Ma il momento più felice per me è l’indipendenza, il momento dell’indipendenza del Sahara Occidentale, inshallah.

Il futuro della gioventù saharawi?

Alla fine io vedo come la gioventù saharawi vede la causa del Sahara Occidentale. E’ una causa che si passa di generazioni, la gioventù del Sahara Occidentale continuerà la battaglia fino alla fine, fino all’indipendenza del Sahara Occidentale, questo è l’obiettivo finale.

Come è possibile questa lotta? E’ l’esercito l’unica via?

Ci sono altre soluzioni, per esempio qui in Europa cercare di parlare del Sahara Occidentale, ma alla fine, se non ci sono altre soluzione torneremo alle armi. Io non ho mai usato un’arma, ma se il Marocco non se ne va dalla nostra terra e si rompono le negoziazioni e non si vede alcuna soluzione per l’indipendenza del popolo del Sahara Occidentale, riprenderemo le armi. Quando ce ne sono molti come Ali [Salek], molti moltissimi martiri saharawi sono pronti a continuare la lotta.

Per esempio ho sentito che in Marocco c’erano molti giovani che cercavano di dare sostegno al re attraverso mezzi di lotta non “violenti”

Sì, so che ci sono molti modi di lottare, pacifici come le manifestazioni, le canzoni, le lettere, ma quando il Marocco non ascolta una parola? Perché là nei Territori Occupati stanno uccidendo la gente, ci sono manifestazioni, ma il Marocco non sente parole di pace. I saharawi sono così da 40 anni e non rimarranno fermi a guardare quelli colpire le donne e i bambini. E facciamo pressioni e i diritti umani e il resto, ma la situazione non migliora là nei Territori Occupati. Secondo me il Marocco non vuole sentire queste parole pacifiche e noi continuiamo a lottare pacificamente ogni anno, ma la lotta pacifica è solo una delle maniere per arrivare all’indipendenza. E quando la lotta pacifica non porta all’indipendenza del popolo saharawi o il Marocco non dà il diritto ai Saharawi di decidere, per me l’unica soluzione è riprendere la lotta armata.

Quello che dici è molto forte, considerando che sei un uomo di dialogo

Sì, ma quando tutti, tutti, tutti, tutta la gente ha il diritto di difendersi, è durissimo quando molte generazioni vivono senza il proprio paese. E’ durissimo vivere senza il proprio paese. Io non voglio che i miei figli vivano nei campi dei rifugiati, senza un’educazione, senza le cose che hanno tutti i bambini del mondo. Ma è difficile, è molto difficile. In 40 anni le generazioni sono passate e le nuove generazioni si sono trovate davanti alla stessa situazione. Tutto il mondo deve intervenire per aiutare il popolo del Sahara Occidentale a raggiungere l’indipendenza perché 40 anni sono molti.

Intervista ad Hamdi Abderrahmad a Les Mureaux, Yvelines, Ile-de-France del 09-12-12

Se dovesse presentarsi brevemente, che cosa direbbe?

Mi chiamo Hamdi Abderrahmad, sono un Saharawi di nazionalità spagnola, sono nato a El-Ayun nel 1968. Lasciai El-Ayun, capitale del Sahara Occidentale con la mia famiglia e altre migliaia di Saharawi verso il sud.

Potrebbe dirmi a quale tribù o a quale frazione la sua famiglia apparteneva?

Generalmente la struttura sociale del popolo saharawi si compose di tribù, in ogni tribù ci possono essere delle frazioni e una frazione può avere anche delle sub-frazioni. Generalmente le tribù che composero la struttura sociale del popolo saharawi sono i Rguibat, i Tekna, gli Ould Delim, poi in generale le tribù con questi nomi sono composte di frazioni. Capito? Io ho detto le tribù principali, però ci sono altre tribù che non conosco, ma generalmente queste sono le tribù che composero ciò che è il popolo saharawi.

Saprebbe dire a quale lei apparteneva?

Sono dei Rguibat.

Lei ha effettuato il servizio militare?

Sì.

A che età è entrato nel Fronte Polisario?

A 21 anni.

Dove ha fatto l’addestramento? All’estero?

No, al Fronte Polisario. Io, come sai, come tutti i Saharawi, sono stato in una guerra per la liberazione del nostro territorio. Di tutto il popolo saharawi, il 20% sono militari, gli uomini come le donne, come chi studia fin da quando ha 11 anni a Cuba. Alla fine abbiamo una situazione particolare nel nostro paese e una percentuale di giovani saharawi preferisce fare il servizio militare per imparare le basi della guerra. Così possiamo dire che se il popolo saharawi e il Fronte Polisario vedono la guerra, siamo preparati e che i giovani sono ben preparati per essere guerrilleros.

La strategia è cambiata dopo la costruzione del Muro?

Io non sono un guerrillero, ma da quello che mi dicono i miei fratelli maggiori e miei amici, la strategia del Fronte, dei combattenti prima del muro era una guerra di squadriglie, una guerra aperta, che erano i combattenti del Polisario in gruppi ad attaccare i marocchini. Dopo la costruzione del Muro è chiaro che la strategia, la filosofia di guerra cambia: invece di attaccare in diversi gruppi in vari territori si concentrano su un punto.Le operazioni militari che fanno i guerrilleros del Fronte Polisario hanno una differenza che separa le due epoche di guerra. Prima del Muro i guerrilleros del Polisario, i combattenti del popolo saharawi liberano poco a poco dei territori; dopo il Muro invece, se fanno un attacco, se catturano dei carri armati, dei prigionieri marocchini, non restano nelle zone colpite sennò vengono subito attaccati: attaccano, passano, uccidono quelli che devono uccidere, prendono quello che devono prendere e se ne vanno.
Prima del Muro i Saharawi liberavano il territorio poco a poco, dopo il muro attaccavano e fuggivano.

Come era la vita del militare?

Ti dico, la vita del soldato saharawi non è la vita del militare classico, del soldato dell’esercito tipo. Siamo guerriglieri volontari e nel Polisario siamo compagni. Quelli che ci sono non comandano in maniera … come negli eserciti classici. Per esempio nessuno passa a riscuotere, nessuno paga i combattenti. I guerriglieri del Fronte Polisario combattono volontariamente, per loro volontà.

Se dovesse scegliere un momento da raccontare, un momento che vale la pena di essere raccontato, cosa racconterebbe?

Il migliore e il peggior momento della mia vita. Per me, nella mia opinione, non è arrivato il momento, il miglior momento della mia vita perché non abbiamo ancora l’indipendenza, perché non abbiamo fino ad oggi uno Stato indipendente per i Saharawi. Per questo mi manca un momento indimenticabile, per questo mi manca il miglior momento della mia vita.Il momento più triste, il più amaro della mia vita è il momento in cui i soldati marocchini uccisero mia madre davanti ai miei occhi, ad Amgala. E’ il momento più amaro, io avevo solo 6 anni, quando sono scappato da El-Ayun per il sud dell’Algeria. Un battaglione di soldati marocchini, loro stavano uccidendo tutti, e uccisero mia madre di fronte ai miei occhi.

Lei ha anche vissuto nei campi?

Sì.

Come era la vita nei campi?

Molto difficile. E’ molto dura, ma la cosa migliore è che abbiamo scelto, e ci siamo raggruppati volontariamente. Abbiamo preferito così. Ci incoraggiamo tutti, ma viviamo con dignità. E’ molto dura, non c’è nessun modo di vivere, soffriamo molto, rimaniamo isolati dalla nostra famiglia che sta nel Territorio Occupato, però siamo dignitosi, viviamo in questo modo, con grande sofferenza, ma viviamo con dignità, in libertà.

Che ruolo aveva nei campi?

Sono ingegnere, ingegnere civile. Ho lavorato in alcuni progetti di costruzioni nei campi dei rifugiati saharawi finanziati da alcune ONG europee: scuole, ospedali, aule.

I vostri studi universitari sono stati coerenti con quello che ha fatto?

Sì, ho fatto i miei studi ad Algeri.

E’ sposato?

Sì, mia moglie è là e i miei figli sono là.

Intervista a Slama Amarna a Les Mureaux, Yvelines, Ile-de France del 09-12-12

Vorrei chiederle una piccola presentazione, ovvero, se lei si dovesse presentare, se le si domandasse “chi è lei?” cosa risponderebbe?

Chi siamo noi? Singolarmente? Vuole sapere chi siamo singolarmente? Che ci presentiamo per nome e cognome?

Come preferisce lei, non c’è una risposta giusta e una sbagliata

In linea, diciamo, generale, diciamo che siamo tutti Saharawi. Ci sono alcuni per esempio che sono ex militari del Polisario e altri che hanno lavorato nei campi civili. Se vuoi che ci presentiamo per nome e cognome, io mi chiamo Slama, sono del Sahara Occidentale, del Fronte Polisario, sono un ex combattente nella seconda regione di fanteria motorizzata. Ho partecipato alla guerra contro il Marocco fino al 1991, poi sono rimasto là fino al 2001 e sono andato in Spagna. Non so se vuole sapere altro.

Quando è nato?

Nel 1969.

Quando ha iniziato il servizio militare?

A che età? Credo a 17-18 anni.

Era un volontario?

Sì, ma per noi è un dovere, per la liberazione del nostro paese. Per noi è un dovere stare là per la liberazione del nostro paese. Questo è ciò che sente ogni Saharawi.

Quindi è rimasto fino al cessate il fuoco

E lei ha fatto un addestramento? Me ne potrebbe parlare?

Io per esempio studiavo a Cuba. Colsi l’opportunità di intraprendere la carriera militare, mi diplomai come tenente in una specialità militare, poi arrivai nel Sahara e fui assegnato alla regione militare più grande che abbiamo e stetti lì per degli anni durante la guerra contro il Marocco.
Alcuni hanno avuto l’opportunità di studiare e fare tutto questo, mentre altri non hanno avuto questa fortuna e hanno partecipato direttamente. Loro hanno fatto addestramenti in altri luoghi, per esempio in Algeria, in Libia o in altri posti che noi Saharawi abbiamo.

Lei è stato a Cuba poi è tornato nel Sahara. Quale è stato l’impatto del ritorno?

Non c’è un impatto, chiamiamolo … duro perché essere Saharawi significa avere un altro carattere. Noi Saharawi siamo abituati a stare lontani dalla famiglia, a sopportare molte cose, a maggior ragione perché siamo gente che per natura è libera e abituata al deserto, ai cammelli e ad altre cose. E che in una parola è libera. L’impatto per noi è stare chiusi in un luogo, questo per un Saharawi determina un impatto, ma il ritorno non implica nessun impatto.

Lei ha avuto un ruolo molto importante nell’esercito. Da un punto di vista militare, cosa ha rappresentato il Muro?

I Saharawi all’inizio della guerra avevano una tattica, una strategia. L’esercito marocchino supera l’esercito saharawi in quantità di effettivi, armamenti e di molte cose, ma non in volontà, non lo supera, ok? Creare il Muro, rappresenta una cosa, che non sono capaci di resistere alle offensive che fa l’esercito saharawi nel territorio marocchino. Questa fu una strategia in primo luogo israeliana, che furono i loro consiglieri militari, sono loro che arrivarono e diedero le consulenze militari necessarie a costruire il Muro. Questo per proteggere … l’obiettivo per loro è lo sfruttamento del fosfato, delle ricchezze marittime del Sahara, che è considerato uno dei banchi di pesca più grandi del mondo. Hanno costruito i Muri, però i Muri sono poca cosa per noi, perché non sono un ostacolo, perché le azioni militari, fino a che furono fatte, si facevano al di là del muro. Si apre una breccia, si apre per tutti, passa la gente, si fa l’offensiva, uccidono chi deve essere ucciso, catturano quelli che devono essere catturati e si ritirano. Hanno distrutto molto durante la costruzione del muro e durante il mantenimento perché loro, per la lunghezza del muro, per tutto il Sahara Occidentale, hanno qualcosa come 157.000 effettivi. Noi, che non superiamo i 10.000 effettivi, non abbiamo nessun problema: oggi attacchiamo da una parte, domani da un’altra e così andiamo.

La strategia non è cambiata dalla costruzione del Muro?

Sì, la strategia è implicito che cambi, non è lo stesso attaccare una forza in un luogo senza ostacoli che attaccarne una dove ci sono ostacoli. Questo cosa ti implica? Ti implica una maggiore anticipazione, più esplorazione e diciamo ti prende un po’ più di tempo, non è lo stesso attaccare senza ostacoli che incontrare degli ostacoli, ma cosa devi sapere o cosa devi fare. Devi sapere la tattica che userai per attaccare. Io credo che implichi solo una diminuzione del tempo, niente più e niente meno. Le offensive che si facevano prima continuarono fino a che terminò la guerra.

Questa strategia saharawi era un’eredita della strategia tribale?

No, la strategia, come ti dicevo prima, quando si comincia a parlare della quantità di effettivi dei Saharawi, la strategia impiegata è una guerra di guerriglia. Tu stai combattendo contro un esercito che ha più di 200.000 effettivi e noi non oltrepassiamo i 10.000. Che tipo di strategia impieghi? Una guerra di guerriglia. Il Muro è così, è pieno di basi e sottobasi e ovviamente di intervalli tra le basi (mi mostra con la mano una linea con due torri), compagnie, truppe di intervento e altro. Per esempio oggi noi colpiamo questo luogo (mi indica lo spazio tra due torri), attacchiamo, uccidiamo chi dobbiamo uccidere, catturiamo chi dobbiamo catturare e ci ritiriamo. Un altro giorno un altro luogo e può essere che l’intervallo sia di 200 o 300 chilometri, dipende. Però per noi non è un problema, mentre per loro che sono sulla difensiva è un gran problema mantenere tutto questo perché implica un grosso danno economico.

Quando si combatte insieme si crea una coesione. C’era della “propaganda” dalla parte del Polisario? Qualcuno insegnava i valori del popolo saharawi? Ho letto che il popolo saharawi ha avuto un passato tribale, quindi come è stato possibile passare a combattere insieme? Ci sono stati dei ribelli in Ciad per esempio che non riuscivano a combattere insieme, ma divisi per tribù. Questo passaggio da tribù a popolo è stato immediato nell’esercito? C’erano delle difficoltà a combattere insieme?

Nel caso dei Saharawi per esempio noi siamo tutti uniti, tutti insieme contro l’invasore, il Marocco. Sì, si suppone che ogni società, non solamente quella saharawi, ogni società araba è composta da tribù, frazioni, subfrazioni fino ad arrivare alla famiglia. L’unità nazionale non vuol dire unità di tribù, vuol dire unione di idee e unione di tutti. La tribù la mettiamo da parte. Tutti noi non abbiamo lottato per tribù, tutti lottiamo insieme, questa è l’idea dei Saharawi. La questione delle tribù è una cosa creata nei secoli, sono passati tantissimi anni. Ma nel Fronte Polisario e nel Sahara dopo la Marcia Verde e l’invasione del Marocco, i Saharawi sono scappati in Algeria, nei campi dei rifugiati, si sono installati là, la gente si è unita per mettere in piedi i campi e hanno costruito le scuole, le donne hanno costruito dei comitati per lavorare, tutti lavorano e abbiamo messo da parte le tribù da tutto questo. Tutti siamo uniti per lottare per raggiungere il nostro obiet-ivo finale che è l’indipendenza nazionale. Non c’è altro.

C’è una cosa che mi ha colpito. Se potesse scegliere un momento emblematico da raccontare durante gli anni di guerra, che momento sceglierebbe?

Un momento emblematico? Beh ce ne sono tanti… uno non so, beh noi abbiamo avuto molti, moltissimi momenti durante la guerra, a maggior ragione perché il Saharawi che non è in guerra non si considera Saharawi. Capito? Tutti quanti partono volontariamente, secondo la propria volontà. Nel Sahara c’è questo, che nessuno può obbligarti a fare niente. E’ qualcosa che non trovi nel resto del mondo, prendi il tuo bicchiere (mi porge il bicchiere), cioè che nessuno ti può obbligare. D’altronde nel nostro esercito per esempio, tutti si rispettano tra loro. Tutti noi ci caratterizziamo per alcune cose che non si trovano in tutto il resto del mondo, noi rispettiamo gli anziani. Per noi i nostri padri, le nostre madri, sono qualcosa di sacro, bisogna rispettarlo al massimo. Là sono passati molti momenti… c’è un momento in cui per esempio perdi un amico, va bene? Un vecchio amico, che è stato con te tutto il tempo… Queste cose sono indimenticabili. Sono molte, e ognuno ha la sua.

Ha vissuto nei campi dei rifugiati?

Sì. Io ho combattuto nella seconda regione militare, sono ingegnere militare nella seconda regione militare del Fronte Polisario, sono stato lì in guerra e poi sono stato nei campi dei rifugiati. Ho vissuto lì. Nel mio caso per esempio, io sono arrivato negli anni ’70 che ero piccolo, ho studiato nelle nostre scuole che abbiamo lì, poi come ti dicevo ho avuto la fortuna di andare a Cuba a dodici anni. Lì ho studiato al collegio poi sono passato all’accademia militare dove mi diplomai come tenente e al mio ritorno fui assegnato alla seconda regione militare in guerra. Ho avuto la famiglia nei campi dei rifugiato, passavo sei mesi nella regione militare o tre mesi, poi avevo un permesso di quindici giorni, così andava.

Come era la vita quotidiana del militare?

La vita durante la guerra è un tipo di vita, diciamo, che la vita di ciascuno dipende dalla sua specialità, per esempio un esploratore non vive come un carrista o un artigliere, capisci? Oggi per esempio siamo qui, domani siamo in un altro luogo, è una vita mobile. Oggi fai un’azione militare qui, domani la fai in un altro luogo e così via.

Questo movimento ha aiutato a mescolarsi, a conoscersi tra tutti i Saharawi?

Quasi tutti ci conosciamo tra noi e questo perché? Perché non siamo tanti. Quasi tutti ci conosciamo, questo movimento ti aiuta a conoscere più gente e inoltre è una strategia di movimento.

Alle elementari o al collegio, quali erano le materie che lei si ricorda?

Beh quello che si impara alle elementari, era uguale a quello che si impara in tutti i posti

Perché in Italia io studio la geografia italiana o europea

Sì diciamo che in prima c’erano le classi di lettura, di geografia, di storia, matematica e educazione fisica, se ben mi ricordo.

Studiavate la geografia dell’Africa, del Nord Africa?

Geografia di tutto.

Come ha vissuto il fatto di partire per Cuba?

Di solito noi studiavamo in scuole che avevamo laggiù. Cuba ci stava aiutando per la medicina, per l’insegnamento e per molte altre cose e hanno aperto due scuole che ospi-ìtavano diciamo 600 persone ognuna e studiavamo quello che ci dicevano, quello di cui c’era bisogno. Quindi nel 1982 si cercava gente che parlasse castigliano. Noi eravamo circa 600 che abbiamo iniziato il sesto o settimo anno delle elementari o inizio del collegio. Beh siamo stati tutti a scuola, se qualcuno ha per esempio dei problemi familiari o qualcosa del genere o un altro problema è libero di lasciare. Nessuno ti può obbligare a fare niente. Questo è quello che ci differenzia dal resto dei popoli. Per noi tutti sono uguali, il rapporto deve essere basato sul rispetto, il rispetto reciproco, soprattutto verso i più anziani e le donne. E niente, vai, è un’opportunità, che puoi studiare là, eravamo un gruppo di bambini di dodici, tredici o quattordici anni che hanno avuto questa opportunità che altri non hanno avuto. Abbiamo studiato e siamo tornati ciascuno con la sua specialità, quindi qualcuno si è laureato all’accademia militare, qualcuno è diventato medico o professore.

C’era tra i Cubani un legame speciale? Ha poi rincontrato nell’esercito alcuni di Cuba?

Per prima cosa tutti i Saharawi che sono andati a Cuba studiavano nelle stesse scuole, vivendo nella stessa scuola. Sono scuole-collegi diciamo, dove studi, vivi e mangi. Finisci il collegio e poi vai oltre, per esempio ai precorsi per l’università e lì incontri Cubani o persone di altre nazionalità. In quel momento Cuba appoggiava quasi tutti i movimenti per la libertà che c’erano, per l’Angola, per il Mozambico e per la nostra causa, che è una causa giusta per la liberazione del nostro paese. Ci aiutavano in molte cose, ma soprattutto per l’insegnamento ai bambini.

Questo lo faceva Cuba, l’Algeria, la Libia e in minore quantità la Spagna, la Francia, l’Italia. Io per esempio ti posso dire una cosa che chissà.. nel 1981 sono stato in Italia in un piano di vacanze quando ero piccolo, quando ero un bambino, mi ricordo di questa parola, sono stato in un comune di Milano, in Andorras. Nel 1981 ho passato tre mesi là, mi ricordo il comune di Milano, Andorras, si chiamava così ed era nel piano di vacanze. Ed era il primo paese europeo che vedevo. Poi dopo l’Italia partii a Cuba e ancora mi ricordo il nome di alcune donne, Barbara, Antonella, che stavano là, mi ricordo di cose così. Gente che ti aiutava, associazione che appoggiavano o inviavano materiale scolastico, medico, ONG, Organizzazioni non Governative che portavano i bambini in vacanza.

Anche se lei era piccolo è partito. Mi ha detto di aver avuto fortuna, mi ha detto che il Saharawi è libero, ma lasciare il proprio paese non è traumatico?

Quello che voglio dire è che i Saharawi sono liberi per natura, per natura. Che il nostro paese non sia libero non è un trauma per noi? E’ questa la tua domanda? Beh, i Saharawi hanno lottato duramente tutti questi trenta e passa anni per raggiungere l’indipendenza. Bene. Questo perché i Saharawi non sono gente che bacia la mano dei re. Sono liberi per natura, te lo dico dall’inizio. Siamo abituati al deserto, ti svegli al mattino per fare i chilometri e badare ai cammelli. Liberi per natura. Chiaro che per noi, che ci invade il Marocco, beh vuol dire che nessun Saharawi, al neonato, quando uno ha tre o quattro anni, quando comincia a parlare gli si racconta questo, che sta aspettando il giorno che prenderà il suo fucile per andare a combattere contro l’invasore. Il fatto è che tutti abbiamo questo sentimento dentro, che non siamo come il resto dei paesi arabi, che siano repubbliche o monarchie, è la stessa cosa. E’ la stessa cosa. Noi, per lo meno, non ci azzardiamo a dire niente a una donna, perché è una donna e deve essere rispettata. Nessuno la può battere. Nessuno può dire niente ad uno più anziano. Che tu sia capo o non so chi, è uguale, ti devi comportare nello stesso modo. Non ci sono privilegiati. Tutti siamo uguali. Questo è il sentimento dei Saharawi, che ci rende diversi dal resto, capito? Non siamo mai stati schiavi di nessuno, non vogliamo esserlo né lo saremo e tra le due cose, si preferisce la morte piuttosto che essere schiavo di Mohammed VI. Preferisco essere libero e morto che vivo e chino.

Quando era sposato, abitava presso sua suocera o sua madre?

Se ho capito, se stavamo vivendo con padre e madre o con la moglie. Di solito le relazioni familiari dei Saharawi sono relazioni forti. Noi la chiamiamo la famiglia piccola, in cui sta uno con sua moglie e i figli. Beh devi badare ai tuoi, devi vivere con la tua famiglia, moglie e figli. Però questo non vuol dire che ti leva dalla responsabilità verso i tuoi, no, sei sempre responsabile della condizione dei tuoi genitori. Devi andare a fargli visita frequentemente, a vedere se gli manca qualcosa, devi stargli sempre dietro e se qualcuno si fa male devi accompagnarlo. Devi rispettarlo, è quello che ti dicevo all’inizio, che per noi i nostri padri sono qualcosa di sacro. Non è come qui che si buttano fuori di casa, bisogna prendersene cura fino alla fine ed è una responsabilità che sta prima di tutto il resto.

Luca Maiotti

Tutte le interviste sono esclusive di Luca Maiotti

Il post precedente è al link Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/14 – L’educazione saharawi: il ruolo di Cuba, Libia e Siria

La tesi è stata pubblicata nella categoria di Paola Casoli il Blog “Nuove Leve – Luca Maiotti”

Foto: Gilberto Mastromatteo (Gdeim Izik, Laayoune, Sahara Occidentale, 2010, vedute del “campo della dignità”, l’accampameento eretto dai saharawi il 10 ottobre 2010 e smantellato dalle forze speciali dell’esercito marocchino il 9 novembre seguente)/huffingtonpost.it

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UNIFIL, il comandante gen Portolano convoca i paesi contributori: importante la costanza nel supporto

20150528_UNIFIL_Il generale Portolano incontra  gli ambasciatori dei Paesi contributori di peacekeepers della missione  UNIFILÈ molto importante che i paesi che contribuiscono con i loro peacekeeper alla missione UNIFIL in Libano mantengano la costanza nel sostegno all’attività in un momento particolarmente delicato dal punto di vista geopolitico e della sicurezza.

Al fine di ribadire questa necessità e di fare un punto di situazione sul fragile equilibrio in Medioriente, il generale Luciano Portolano, Capo Missione e Comandante delle Forze di UNIFIL, ha convocato a Beirut il 27 maggio scorso, nel quadro delle attività tese a favorire il conseguimento degli obiettivi contenuti nella Risoluzione 1701, gli ambasciatori dei 5 paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, quelli dei paesi contributori di peacekeeper alla missione ONU nel Libano meridionale, unitamente al Coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il Libano (UNSCOL) e all’ambasciatore dell’Unione Europea a Beirut.

Foto di gruppo, il Generale  Portolano con i P5 e gli ambasciatori dei Paesi contributori di UNIFILL’occasione è stata particolarmente importante e proficua oltre che per fare un punto di situazione sul contesto geopolitico dello scacchiere mediorientale, con riguardo soprattutto alla questione siriana e ai suoi riflessi sul Libano meridionale, anche per tracciare un quadro dello stato dell’arte della Missione UNIFIL, che si muove nel delicato alveo del peacekeeping in forza alla precisa e ben tracciata risoluzione 1701 basata sul capitolo VI della carta delle Nazioni Unite.

Nell’incontro è stata sottolineata l’indispensabilità del costante impulso e sostegno del dialogo tra le parti che avviene, oltre che con gli incontri bilaterali, mediante il peculiare strumento del tavolo tripartito e attraverso gli sforzi congiunti dei caschi blu e delle Forze Armate Libanesi (LAF) nell’area di operazione terrestre e marittima, associati allo stato di avanzamento dello Strategic Dialogue, veicolo di aiuto e assistenza coerente al più ampio meccanismo dell’International Support Group (ISG).

In particolare, il generale Portolano ha evidenziato le attività svolte negli ultimi 10 mesi sotto il suo comando dagli oltre 11.000 peacekeeper nell’ambito di un contesto operativo in continua evoluzione che richiede “flessibilità e capacità di adattamento”. In tale guisa opera UNIFIL la cui area di operazioni, nonostante la forte instabilità regionale, continua a rimanere “stabile”, ha sottolineato il comandante rilevando come tale risultato non sia frutto del caso ma di un approccio olistico e integrato da parte della Missione, capace di sistematizzare le diverse realtà e dimensioni tra le quali spiccano quella militare, civile e diplomatica. Una dedizione congiunta tra vari attori, in primis gli stessi paesi contributori con il concorso a vario titolo, le LAF, le autorità locali e religiose, senza il supporto dei quali tutto sarebbe difficilmente realizzabile.

Il generale Portolano ha concluso l’evento ringraziando gli ambasciatori convenuti per il loro forte continuo supporto e soprattutto quelli delle nazioni contributrici, poiché convinto di poter confidare sui loro rispettivi contingenti quali reali e credibili messaggeri di pace.

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1. UNIFIL- ClownTherapy presso la scuola di  JAMIR JABEL 08A Tiro, Marjayoun, Bent Jbeyl e Hasbaya, nel Libano Meridionale, è stato condotto con successo un progetto di clown therapy a favore dei bambini delle fasce più vulnerabili.

Organizzata dalla UNIFIL CIMIC UNIT (United Nations Interim Forces in Lebanon – Civil Military Coordination), presso la quale opera personale del Multinaltional CIMIC Group di Motta di Livenza, in provincia di Treviso, e sostenuta dal generale Luciano Portolano, Head of Mission e Force Commander UNIFIL, l’iniziativa ha coinvolto circa 3.000 bambini – tra cui rifugiati siriani e bambini con speciali bisogni educativi – che hanno avuto la possibilità di sperimentare la clown therapy e beneficiare quindi dell’effetto terapeutico del sorriso.

4. UNFIL - Clonw Therapy _ foto di gruppo presso l'orfanotrofio femmenile di TebninL’attività si è svolta con 18 eventi programmati presso le scuole, gli ospedali, gli orfanotrofi e le organizzazioni non governative presenti nell’area di operazioni di UNIFIL, in stretta collaborazione con un team di cinque clown (quattro di nazionalità italiana e uno libanese) appartenente ad “All 4 Children”, organizzazione non governativa italiana che opera in tutto il mondo a favore delle persone più deboli e sofferenti.

Nel condividere appieno le finalità del progetto, il generale Portolano ha evidenziato l’utilità sociale di tali iniziative tese a supportare gli enti istituzionali libanesi nel sostegno alle fasce più vulnerabili della popolazione, nella giusta direzione quindi della piena attuazione della risoluzione 1701.

3. UNIFIL- ClownTherapy presso la Scuola per bambini con speciali bisogni educativi di AITASHAAB 16UNIFIL opera in un contesto molto delicato che dal 1978 a oggi è in continuo mutamento. Gli obiettivi della missione si sviluppano lungo tre direttrici: monitoraggio della cessazione delle ostilità tra Libano e Israele, supporto alle Forze Armate Libanesi (LAF) dispiegate nel Libano del sud (teso a favorire lo sviluppo di un graduale miglioramento delle loro capacità di controllo della medesima area) e assistenza alla popolazione civile attraverso la realizzazione di progetti CIMIC.

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2. UNIFIL- ClownTherapy presso la Scuola per bambini con speciali bisogni educativi di AITASHAAB 01

Libano: il Min Dif dell’Armenia, Ohanyan, visita UNIFIL; probabile incremento truppe

20150413_UNIFIL_MoD Armenia rassegna la guardia d'onoreIl ministro della Difesa armeno, Seyran Ohanyan, ha fatto visita ieri, 13 aprile, al quartier generale dell’UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon), accolto dall’Head of Mission e Force Commander generale Luciano Portolano.

Le attività svolte dai caschi blu che operano nel rispetto della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e la possibilità di incrementare il contingente armeno nel Libano meridionale sono stati i principali temi trattati dal generale Portolano nel corso del colloquio con il ministro Ohanyan.

A margine dell’incontro, il comandante ha espresso parole di apprezzamento per il servizio reso dai caschi blu armeni nell’ambito della missione UNIFIL.

20150413_UNIFIL_MoD armeno firma l'albo d'onoreIl ministro Ohanyan si è poi recato in visita a Shama, dove ha salutato il personale armeno impiegato nell’area di operazione a guida italiana con compiti di force protection.

L’Armenia è presente in Libano con 33 caschi blu dal 26 novembre dello scorso anno.

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Fonte e foto: UNIFIL

20150413_UNIFIL_MoD Armenia incontra il gen Portolano

Libano: il re di Spagna Filippo VI in visita a UNIFIL rinnova il pieno supporto alla missione

20150408_UNIFIL_il Gen Portolano saluta il Re di Spagna Filippo VIIl re di Spagna Filippo VI ha fatto visita alla missione dell’Onu in Libano, UNIFIL, mercoledì scorso, 8 aprile, e ha rinnovato il sostegno del suo paese all’importante sforzo per la sicurezza in atto nella Terra dei Cedri.

Filippo VI è stato accolto nella base spagnola Miguel de Cervantes di Marjayoun dal generale Luciano Portolano, Capo della Missione e Comandante della Forza ONU nel Libano del sud, dal generale spagnolo Antonio Ruiz Olmos, comandante del settore est di UNIFIL, e da Samir Moqbel, vice primo ministro e ministro della Difesa libanese.

Nel corso dell’incontro, il generale Portolano ha illustrato le attività in atto connesse con il mandato della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, fornendo un aggiornamento generale del complesso quadro operativo.

20150408_UNIFIL_il re di  Spagna Filippo VI in visita al contingente spagnoloIn particolare, il Comandante di UNIFIL ha enfatizzato l’importanza e la valenza strategica del tavolo Tripartito”, unico strumento di dialogo tra Israele e Libano, capace di risolvere criticità e problematiche legate all’implementazione della risoluzione 1701.

Proprio su quest’ultimo tema, il reale di Spagna ha rinnovato il pieno supporto della sua nazione nella incessante opera di pacificazione di UNIFIL.

Prima della sua partenza il Re ha reso omaggio ai caduti della missione con la deposizione di una corona. La Spagna attualmente contribuisce con 558 caschi blu alla missione UNIFIL, che è composta da oltre 10.000 uomini e donne, provenienti da 38 paesi, e da circa 1.000 dipendenti civili.

20150408_UNIFIL_il Gen. Portolano, il Re di Spagna, il Ministro della Difesa libanese Moqbel e il Ministro della Difesa spagnolo Pedro MorenesArticoli correlati:

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Fonte e foto: UNIFIL; Casa de Su Maestad el Rey

rey_viaje_libano_20150408_gen Antonio Ruiz Olmos_re Filippo VI_min Dif spagnolo Pedro Morenes_Ph Casa Real

20150408_UNIFIL_il re di Spagna Filippo VI rende omaggio ai caduti

rey_viaje_libano_20150408_il re Filippo VI con gli artificieri spagnoli_UNIFIL_Ph Casa Real

rey_viaje_libano_20150408_il re Filippo VI e il gen Portolano UNIFIL_Ph Casa Real

rey_viaje_libano_20150408_il re Filippo VI e il min libanese Moqbel_Ph Casa Real

rey_viaje_libano_20150408_il re Filippo VI in visita a UNIFIL_Ph Casa Real

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rey_viaje_libano_20150408_Ph Credits Casa de SM el Rey

rey_viaje_libano_20150408_re Filippo VI con la Guardia Civil_UNIFIL_Ph Casa Real

UNIFIL_rey_viaje_libano_20150408_gen Antonio Ruiz Olmoz_il re di Spagna Filippo VI_Ph Cr Casa Real

UNIFIL: il com gen Portolano presiede incontro tripartito in clima di preoccupazione per la sicurezza

UNIFIL_gen Luciano Portolano, Head of Mission and Force Commander (2)Il ritorno alla calma e alla stabilità nell’area di operazioni dopo la grave violazione della risoluzione 1701, segnata dall’uccisione di un casco blu lo scorso 28 gennaio (link articolo in calce), è stato l’argomento principale delle discussioni del tripartite meeting, o incontro tripartito, presieduto ieri, 4 febbraio, dal comandante di UNIFIL, generale Luciano Portolano, Head of Mission e Force Commander della missione Onu in Libano.

L’incontro tra gli alti rappresentanti delle Forze Armate Libanesi (LAF) e delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) si è tenuto nella postazione dell’Onu presidiata dai caschi blu italiani del reggimento Cavalleggeri Guide (19°) situata a Ras Naqoura lungo la Blue Line.

UNIFIL_gen Luciano Portolano, Head of Mission and Force Commander (1)Oltre all’argomento dominante relativo alla stabilità dell’area, i partecipanti hanno discusso di temi di particolare rilevanza per l’implementazione della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tra cui lo stato dell’arte del processo di visualizzazione sul terreno della Blue Line attraverso il concordato posizionamento dei pilastri Blue Barrels, le violazioni, aeree e terrestri, e il ritiro delle Forze Armate israeliane dal nord di Ghajar.

Il generale Portolano ha aperto la discussione riportando il messaggio del Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, di profonda preoccupazione per il forte deterioramento delle condizioni di sicurezza nel sud del Libano, invitando le parti ad astenersi da ogni tipo di azione che possa destabilizzare l’area e a operare responsabilmente per impedire qualsiasi escalation in un regione già tesa.

UNIFIL_gen Luciano Portolano, Head of Mission and Force Commander (3)A margine dell’incontro, il Comandante di UNIFIL ha affermato che “le parti hanno assicurato il loro impegno nell’utilizzare tutte le forme, ai vari livelli, di collegamento e coordinamento con UNIFIL, incluso l’incontro tripartito, per preservare la stabilità e impedire ogni ulteriore peggioramento delle condizioni nell’area di responsabilità”.

Il generale Portolano ha comunque sottolineato che la situazione, attualmente, è stabile e sotto controllo. UNIFIL ha intensificato il controllo dell’area di operazioni, orientando il proprio sforzo lungo la Blue Line, soprattutto nel settore est e nell’area di Shab’a e a sud dell’area di operazioni marittima.

Sono state incrementate le pattuglie appiedate nei centri urbani e le counter rocket launching operations, attività condotte, in stretto coordinamento con le LAF, a scopo preventivo e di deterrenza, per il controllo di aree potenzialmente idonee o già utilizzate per il lancio di razzi.

L’incontro cosiddetto “tripartito’’ rappresenta l’unico mezzo – riconosciuto da Libano e Israele, paesi che non hanno nessun tipo di relazioni diplomatiche – per la discussione di temi di vitale importanza per il mantenimento della cessazione delle ostilità e per trovare soluzioni di comune accordo su contenziosi aperti lungo la Blue Line.

Nell’attuale turbolento contesto regionale, questo meccanismo rappresenta un valido strumento di confidence building volto a calmare e a contenere qualsiasi incidente o violazione che potrebbe degenerare in crisi più gravi.

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Fonte e foto: UNIFIL MPIO