Ossezia

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/10

By Marco Antollovich

Capitolo Secondo: Georgia, pedina di un nuovo grande gioco

La nuova Russia e la politica del “Near Abroad”. L’allontanamento dal Cremlino

Fu proprio questa palese politica neo-imperialista russa che spinse Shevardnadze a svincolarsi il più possibile dal giogo di Mosca. Il 1998 fu l’anno della svolta: il presidente georgiano si dichiarò favorevole alla nascita di un progetto, la “Nuova via della Seta”, che avrebbe modificato gli assetti geostrategici del nuovo secolo.

Già dal 1993 erano state dettate le direttive generali di questo nuovo piano di sviluppo economico, noto anche con il nome di TRACECA, fortemente voluto dall’Unione Europea: i governi di Armenia, Azerbaigian, Georgia, Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Ucraina, Moldavia, Turchia, Bulgaria e Romania manifestavano così la volontà di condividere un progetto di integrazione economica che potesse rilanciarli sul mercato mondiale.

Nel 1998 a Baku venne rettificato il “Basic Multilateral Agreement” e due anni più tardi venne creata a Tbilisi una Commissione Intergovernativa.

Non bisogna inoltre trascurare che nell’ottobre del 1997 era nato un altro progetto, più contenuto negli intenti rispetto alla TRACECA, ma ugualmente importante: tale organizzazione, denominata GUAM (l’organizzazione cambiò il nome in GUUAM dal 1999 al 2005, periodo in cui l’ Uzbekistan aderì come quinto membro), vedeva la partecipazione di Georgia, Ucraina, Azerbaigian e Moldavia in un progetto di cooperazione ristretto volto a sviluppare le relazioni tra i quattro paesi svincolandosi dalle restrizioni della CSI.

Boris Nemstov sottolinea correttamente che la creazione del GUAM non era volta direttamente contro il Cremlino, ma contro “La Russia imperialista e despotica”; una Russia democratica, priva di conflitti con i paesi membri del GUAM, avrebbe una possibilità concreta di far parte dell’organizzazione”.

Bisogna infatti considerare che la Russia continuava a fomentare l’instabilità interna dei quattro paesi membri, sia in modo diretto che indiretto, sostenendo le spinte centrifughe di Abcasia e Ossezia del Sud in Georgia, della Transnistria in Moldavia, del Nagorno Karabakh in Azerbaigian (indiretto) e dei Russi residenti nell’Ucraina orientale e in Crimea.

Un forum di cooperazione regionale, dunque, avrebbe potuto creare maggiori possibilità per i quattro paesi “satelliti” della Federazione Russa che avrebbero costituito una sorta di blocco economico-politico cuscinetto tra la CSI e l’UE.

La presenza dell’Azerbaigian avrebbe inoltre permesso a Georgia e Ucraina di diversificare l’approvvigionamento di idrocarburi, allentando la morsa politica di Gazprom nella regione.

Le ottime relazioni che la Georgia poteva vantare con l’Ucraina, per non parlare del “Tandem Caucasico”azero-georgiano (espressione usata dall’ economista georgiano V.Papava per sottolineare la forte collaborazione economica tra Georgia e Azerbaigian all’ interno del GUAM), resero la Repubblica Georgiana fulcro e mediatore all’interno del GUAM, aumentandone il livello di cooperazione con la Turchia e spingendola sempre più lontana da Mosca.

Questa nuova politica di allontanamento, tuttavia, doveva avere delle basi solide, al fine di evitare un isolamento dannoso e tutto ciò che la Georgia aveva da offrire era la sua posizione strategica.

Durante gli anni della presidenza Shevardnadze, seguita poi da un orientamento ancor più filo-occidentale del suo successore Saakashvili, le tre grandi direttive che costituiranno il fulcro della politica estera georgiana saranno: avvicinamento all’UE, avvicinamento agli Stati Uniti e, come menzionato poco sopra, buon vicinato con Azerbaigian e Turchia.

La costruzione della pipeline Baku-Tiblisi-Cheyan, fortemente voluta da Azerbaigian, Georgia e Turchia, avrebbe sancito un nuovo asse caucasico orizzontale, volto a collegare il Mar Caspio all’Europa.

La Russia, tagliata fuori dal “Nuovo Grande Gioco”, avrebbe risposto con un proprio asse caucasico-verticale russo-armeno-iraniano passante, giocoforza, per Tbilisi. Grazie a ingenti contributi europei vennero lanciati nuovi progetti per la costruzione di gasdotti e oleodotti (BTS e BTE), volti ad avvicinare sempre di più il Caucaso all’Unione Europea: tale strategia era perfettamente conforme ai nuovi programmi sulla sicurezza energetica europea e sull’allargamento dell’Unione verso est. Il vero problema per la Russia non stava nel perdere il controllo economico sia sulla Georgia che sull’Azerbaigian, considerando che i paesi della CSI influiscono sul commercio russo con soltanto il 15%. Il problema era perdere il monopolio sul controllo delle pipeline che dalle Repubbliche Centro-Asiatiche e dalla Russia stessa rifornivano i mercati europei.

Un ulteriore passo verso l’occidente fu il ritiro della Georgia dalla CSTO nel 1999, seguito da una dichiarazione in cui “la Georgia sarebbe entrata a far parte della NATO entro cinque anni”.

La guerra in Cecenia, inoltre, contribuì considerevolmente a esacerbare i rapporti già tesi tra Georgia e Russia. Nel 1999 l’esercito russo era infatti intervenuto nella Repubblica Cecena (all’interno della Federazione Russa), con l’intento di sedarne le mire secessioniste e combattere alcune cellule del terrorismo islamico affiliate ad Al-Qaeda impegnate nella liberazione di Grozny.

Durante il conflitto molti combattenti ceceni si rifugiarono in territorio georgiano, nel Pankisi Gorge (la vallata del Pankisi), attraversando facilmente i mal sorvegliati confini.

Dopo l’11 settembre 2001 e l’intervento americano in Iraq, la Russia si appellò anch’essa all’ art. 51 della Carta delle Nazioni Unite (l’ articolo 51 sancisce il diritto di legittima difesa nel diritto internazionale; spesso si ricorre tuttavia al concetto di “legittima difesa preventiva”, non trattato nell’ articolo 51 e non percepita dalla maggior parte dei giuristi come “consuetudine”. Mancando un attacco diretto georgiano contro la Russia, la richiesta di legittima difesa sarebbe stata inopportuna da parte russa)  per potere intervenire militarmente in Georgia e combattere il terrorismo internazionale.

Tali accuse non erano del tutto infondate: Shevardnadze aveva apertamente negato a Mosca l’estradizione di alcuni ribelli ceceni catturati nella zona del Pankisi, poiché la loro appartenenza ad Al – Qaeda non era comprovata da alcuna evidenza.

In realtà il parallelismo tra ciò che era avvenuto in Abcasia e Ossezia e gli avvenimenti in nel Nord Caucaso di inizio 2000 era fin troppo evidente: la Russia aveva ospitato e apertamente appoggiato guerriglieri sud osseti e abcasi e la Georgia stava ora simpatizzando con i Ceceni in un’ottica antirussa.

Tuttavia la nuova Russia di Putin cominciava a covare ambizioni da grande potenza e da grande potenza agì: alle dichiarazioni georgiane seguirono bombardamenti nel Pankisi. Shevardnadze, pienamente sostenuto da Washington, dichiarò tali attacchi una violazione dell’integrità territoriale della Repubblica. Gli Stati Uniti inviarono pertanto un contingente di 500 unità, composto da forze d’élite, in Georgia con l’intento dichiarato di addestrare l’esercito georgiano alla lotta contro il terrorismo.

Sebbene, come affermò il Ministro della Difesa russo Alexander Kosovan, “la presenza di truppe statunitensi in Georgia dovrebbe allarmare ogni soldato russo”, non seguì alla decisione del Pentagono alcun intervento diretto da Mosca; era ancora troppo presto per un conflitto aperto russo-georgiano. Nell’ottobre del 2002 Shevardnadze si impegnò a consegnare tutti i ribelli catturati, evitando un’escalation che avrebbe avuto per la Georgia conseguenze catastrofiche.

Una politica più ambigua accompagnò gli ultimi mesi della presidenza Shevardnadze. La firma di nuovi accordi con Gazprom, sommati a un parziale allontanamento dagli Stati Uniti, avrebbero dovuto consentire al presidente di riaprire le trattative su Abcasia e Ossezia del sud, grazie a un rinato interesse russo sulla questione. Il fatto che Mosca si dimostrasse disponibile a riaprire le trattative in cambio di accordi commerciali con la Georgia è sintomatico del fatto che la “difesa” russa delle due repubbliche secessioniste fosse solo uno degli strumenti utilizzati dal Cremlino per mettere pressione a Tbilisi.

La forte corruzione e la mancanza di cambiamenti tangibili nella condizione economica del popolo georgiano portarono tuttavia il 23 novembre 2003 alle dimissioni di Shevardnadze a seguito di una rivoluzione pacifica, chiamata “Rivoluzione delle Rose”.

La nuova presidenza Saakhasvili avrebbe portato a un pericoloso avvicinamento alla NATO e all’Occidente e al definitivo scontro con Mosca l’08.08.2008.

Marco Antollovich

Seguirà : L’allargamento oltre il Mar Nero: gli Stati Uniti in Georgia

Il post precedente è al link Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/9

Foto: Mikheil Saakashvili è tratto da Wikipedia

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/7

By Marco Antollovich

Cap.2.3.3 della tesi “Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente” (M.Antollovich)

La Georgia nel Caos: il ruolo di Edward Shevardnadze. L’ epoca di Shevardnadze

La neonata Repubblica Georgiana all’arrivo di Shevardnadze, all’ inizio del 1992, versava in condizioni disastrose: Ossezia del Sud e Abcasia non nascondevano le proprie mire indipendentiste e filo-russe, mentre l’Ajara risultava sempre meno controllabile da Tbilisi. La struttura dell’apparato economico si stava sfaldando in modo apparentemente ancor più veloce rispetto allo sfaldamento a territoriale.

Come poté constatare tangibilmente Per Garthon, rapporteur svedese del Parlamento Europeo in Georgia, l’inflazione aumentava in modo allarmante: il rapido declino della produzione industriale e agricola era seguito da un’inflazione che raggiungeva il 50-60% mensile equivalente al 600-720 % annuo.

La nuova valuta, il “coupon”, rendeva gli stranieri sempre più restii all’idea di investire nel paese: si trattava di una valuta debolissima, in continua svalutazione e priva di potere d’acquisto. In breve tempo i salari divennero così bassi da non consentire alla popolazione di pagare sostanzialmente nulla: un coupon valeva all’incirca un centesimo di centesimo di euro e 1.000 coupon, pertanto, equivalevano a 10 centesimi. 18.000 coupon, il salario mensile, equivaleva a circa 2 euro. Quasi dieci anni dopo, nel 2002 uno stipendio medio andava dai 30 ai 100 lari, equivalente a circa 14-54 dollari statunitensi.

Dal 1990 al 1997 ebbe inizio un vero e proprio esodo di lavoratori georgiani verso la Russia, l’Unione Europea o gli Stati Uniti. Più di un milione di emigrati dal 1990 al 1997 lasciò il paese alla ricerca di ingaggi più remunerativi: circa 134.000 persone all’anno. Sebbene il tasso di disoccupazione rimanesse elevato (quasi il 14% nel 1999), tale ondata migratoria consentì un’entrata di capitale straniero grazie alle rimesse.

Shevardnadze si trovava dunque a ereditare un fardello gravoso e difficilmente gestibile. Eletto il 10 marzo 1992 preferì ottenere il potere attraverso un mandato parlamentare, piuttosto che impossessarsene con la forza. Le riforme che dovevano essere attuate per salvare la Georgia dal baratro nel quale stava precipitando erano tutte indissolubilmente collegate: la gestione dell’economia, della politica estera e di quella interna avrebbero determinato le sorti della Georgia negli anni successivi.

Il presidente neo-eletto (Edward Shevardnadze venne ufficialmente eletto presidente della Repubblica Georgiana il 16 novembre 1995) riconobbe dunque dapprima l’errore politico del suo predecessore in Ossezia del Sud: l’accettazione georgiana del cambio di status da “oblast autonomo” a “repubblica autonoma” avrebbe causato molti meno problemi rispetto a un intervento militare in un territorio impervio e sotto la tutela di Mosca.

La richiesta di scuse che ne seguì e l’apertura a un nuovo dialogo tra Sud-Osseti e Georgiani sembravano pertanto volte a ricostruire i rapporti tra i due popoli, non irreparabilmente compromesse.

La guerra in Abcasia aveva invece dato vita a uno scenario del tutto diverso: le strade di Tbilisi erano affollate da esuli senza casa dei territori conquistati e la partita per l’Abcasia sembrava lungi dall’esser conclusa; gli osservatori dell’OSCE avevano apertamente definito gli avvenimenti di Sukhumi “pulizia etnica”, ponendo la Georgia in una posizione di forza sul piano internazionale.

La terza regione autonoma, l’Ajara, la cui posizione sarebbe risultata di fondamentale importanza per la Georgia (l’ Ajara, regione georgiana al confine con la Turchia, acquisterà una grande importanza strategica per la Georgia, poichè vi sarebbe passata la pipeline Baku-Tbilisi-Supsa), continuava a essere governata da un signore della guerra locale, Abashidze, più vicino a Mosca che a Tbilisi.

In Ajara era infatti presente una delle ultime basi sovietiche in territorio georgiano e le più alte cariche dell’esercito russo vedevano in Abashidze un altro alleato nella lotta contro Shevardnadze. La repubblica di Ajara dunque, sebbene facesse parte de iure dello stato georgiano, non intratteneva con quest’ultimo nessuna forma di rapporto, né di dialogo. I contributi riscossi in Ajara restavano nella regione ed erano costituiti quasi esclusivamente dalle mazzette guadagnate per concedere il transito di mezzi e merci dalla Turchia alla capitale Tbilisi.

L’accordo tacito tra Abashidze e Shevardnadze, consisteva proprio nella ricerca di un modus vivendi attraverso un principio do ut des: l’amministrazione centrale non avrebbe interferito in alcun modo nella politica interna della regione autonoma, a patto che questa continuasse a esser parte della Repubblica Georgiana.

La dichiarata lotta alla corruzione, accompagnata da una relativa stabilità interna e dal prestigio esercitato dalla figura stessa di Shevardnadze, che si era guadagnato la simpatia e il rispetto dell’ Occidente – soprattutto in Germania e negli Stati Uniti – poichè, in qualità di Ministro degli Esteri dell’ Unione Sovietica, era stato promotore della politica di Glasnost e Perestrojka durante la presidenza Gorbaciov, consentirono una parziale ripresa dell’economia georgiana dovuta a un aumento degli investitori stranieri.

Pacificate le relazioni con la Russia grazie ai dialoghi tra il presidente georgiano ed Eltsin, Shevardnadze non fece mistero di voler avvicinare il proprio paese all’Occidente: al riconoscimento dell’indipendenza georgiana da parte dell’Unione Europea (23 marzo 1992) seguirono una visita del ministro degli affari esteri tedesco Genscher e l’apertura dell’Ambasciata statunitense il mese seguente.

Shevardnadze d’ora in poi avrebbe fatto appello all’Occidente e non alla Russia per risollevare le sorti del paese.

Sebbene il presidente esprimesse un sincero desiderio di entrare in Unione Europea, lui stesso si rendeva conto che raggiungere i parametri standard per l’accesso sarebbe stato impossibile in breve tempo: nel 2000 le entrate fiscali ammontavano a 25 milioni di lari, solo il 65 % del previsto, la disoccupazione si attestava attorno al 12% e l’economia sommersa influiva su quasi il 40% del totale.

Nel 1994 la Russia respinse la richiesta di Shevardnadze di essere integrata nella “zona-rublo”, nella speranza di limitare l’inflazione legandosi a una valuta forte. La Georgia dovette quindi volgere lo sguardo a Ovest alla ricerca di stabilità: cominciò a stringere dunque solidi legami con l’Occidente e, soprattutto, con gli Stati Uniti. (altro…)

Transnistria: un conflitto congelato da vent’anni nell’interesse delle grandi potenze e delle élite russe e ucraine

By Marco Antollovich

Transnistria: un nome poco conosciuto ai più, di cui poco si sa e poco si parla. Si tratta di un cosiddetto territorio (o stato) non riconosciuto, un’entità secessionista autoproclamatasi indipendente durante la dissoluzione del colosso sovietico agli albori degli anni ’90, ma che nessun altro stato riconosce. I conflitti congelati scaturiti dalla frammentazione dell’allora Unione delle Repubbliche Socialistiche Sovietiche sono quattro: il Nagorno Karabakh, conteso tra Armenia e Azerbaigian, le due repubbliche di Abcasia e Ossezia del Sud, dichiaratesi indipendenti dalla Georgia, e la Transnistria.

La questione transnistra non si può definire, a oggi, ancora risolta: i negoziati, intrapresi già a partire dal 1993, avrebbero visto due “blocchi” contrapposti dove l’OSCE, prima, e l’Unione Europea, poi, si sarebbero erti a difensori della causa moldava, mentre la Federazione Russa avrebbe difeso il separatismo transnistro. Ancora una volta, come in altre occasioni, gli interessi della popolazione sarebbero stati trascurati in favore delle élites locali, russe e ucraine, e degli interessi di grandi potenze. Come negli altri conflitti dell’area, la Russia sembra essere intenzionata a mantenere il controllo politico ed economico sulle ex-repubbliche sovietiche sfruttando l’autonomia degli Oblast’autonomi come leva, mentre l’espansionismo dell’Unione Europea a Oriente si pone in diretto contrasto con le mire egemoniche del Cremlino. Uno scontro tra Est e Ovest che investe anche la Repubblica Moldava, una nazione piccola, ma fortemente divisa tra il mondo rumeno-latino e quello russo-slavo.

Introduzione storica

Facente parte della RSS di Ucraina fino al patto Ribbentropp – Molotov del 13 agosto del 1939, la Transnistria (in russo: Приднестрóвская Молдáвская Респýблика) venne annessa alla Bessarabia, territorio storicamente rumeno, formando ufficialmente la RSS Moldava il 2 agosto 1940. Riconquistata dai Rumeni durante la Seconda Guerra Mondiale, la RSS di Moldavia venne rioccupata dall’Armata Rossa durante gli ultimi mesi del 1944. Nella Repubblica Sovietica riuscirono a convivere, per quasi cinquant’anni, una maggioranza rumena e minoranze russe, ucraine, turcofone (i Gagauzi) e bulgare. Le differenze all’interno della repubblica risultavano tuttavia marcate e potenzialmente foriere di conflitti: la maggioranza della popolazione moldava era infatti storicamente romena e soltanto la Transnistria, una fascia di terra tra il fiume Nistru/Dniestr e l’Ucraina (equivalente ad un decimo del territorio moldavo) risultava a maggioranza russo-ucraina (39% Moldavo/Rumeni, 28.3% Ucraini, 25.4% Russi e 1.9% Bulgari). La Transnistria godeva inoltre dell’appoggio di Mosca, il che le aveva permesso di perseguire con successo una politica di industrializzazione di gran lunga maggiore rispetto al resto della Moldavia: nel 1990, più del 30% delle industrie moldave ed il 90% della produzione energetica facevano capo a Tiraspol (capoluogo della Transnistria) e l’economia transnistra rappresentava il 40% del PIL nazionale.

La Perestrojka, come in altre Repubbliche Sovietiche, contribuì a far sì che il nazionalismo dilagasse anche nella RSS di Moldavia; i Moldavi, uniti sotto il Frontul Popular, richiedevano il riconoscimento del moldavo/rumeno (e l’ utilizzo dei caratteri latini e non del cirillico) come lingua ufficiale, un’autonomia sempre maggiore, e una possibile riannessione alla Romania. Ancor prima che la Repubblica Moldava dichiarasse la propria indipendenza, i due territori a minoranza moldava, Transistria (2 settembre 1990) e Gaguzia, dichiararono la loro, cercando il riconoscimento come repubbliche sovietiche indipendenti, ma sempre all’interno dell’ URSS. La causa principale di tale scelta era la paura di una possibile riunificazione romeno-moldava, nella quale le minoranze russe ed ucraine avrebbero avuto un ruolo defilato e marginale, sia politicamente, che in senso prettamente geografico.

A seguito della dichiarazione d’indipendenza della Repubblica Moldava, il 24 agosto 1991, Chisinau riaffermava la piena autorità sulla Transnistria. Il giorno seguente, il Soviet di Tiraspol annunciava l’indipendenza assoluta della regione, la Repubblica Moldava di Pridnestrovia.

Grazie ad aiuti economici e tecnici rumeni, la Moldavia organizzò un proprio esercito e, dopo aver dichiarato lo stato di emergenza, marciò su Tiraspol il 1° marzo 1992. I secessionisti transnistri, grazie all’ aiuto di “volontari” russi ed ucraini e della XIV Armata dell’ ex Armata Rossa del generale Lebed’, respinsero l’esercito moldavo e conquistarono Bender/ Tighina, città etnicamente mista, ma geograficamente ad ovest del Dnestr. Si stima che le truppe regolari dell’ esercito moldavo fossero circa 30.000, contro 14.000 soldati russi della XIV Armata, 9.000 miliziani transnistri addestrati dalla Russia e circa 5.000 volontari provenienti dall’Ucraina e dalla regione del Don. Il 21 luglio 1992, il presidente russo Eltsin e quello moldavo Snegur stabilirono il cessate il fuoco.

Le nazioni coinvolte

Sin dalla tregua del luglio 1992 si sono susseguite una serie di trattative ed accordi volti a normalizzare la situazione in Transnistria. La complessità della questione transnistra è dovuta a svariate ragioni di tipo culturale, linguistico, geopolitico, geostrategico ed economico e sono molti gli attori ad avere forti interessi nell’area. In primis, ovviamente, Moldavia e Transnistria e, a seguire, la Federazione Russa, la quale manifesta la sua presenza all’interno della repubblica secessionista controllandone l’apparato militare, i rifornimenti energetici, le industrie e la politica. L’Unione Europea, dal canto suo, riconosce l’incontrovertibile necessità di una pacificazione tra le due parti volta intensificare il processo di allargamento ad Est, in particolare della Moldavia e, in secondo luogo, dell’Ucraina. Kiev pare essere il giocatore con la posizione forse meno chiara e più sfumata, incerta sulla posizione da prendere, restia ad assecondare appieno sia le velleità russe, sia un’inferenza forse indebita dell’Unione Europea, combattuta tra la linea ufficiale di Kiev e le volontà dei potentati di Odessa e del Sud del Pese.

Gli interessi russi

Terminato il conflitto e pacificata la zona di Bender, la Russia si è posta in principio come unico mediatore tra le due parti ( coadiuvata sin dal 1993 da Ucraina e CSCE/OSCE) ed unica forza di peacekeeping internazionale, più per far valere i propri interessi in Transnistria, che per trovare effettivamente una soluzione al problema. La Federazione Russa risulta infatti fortemente vincolata a Tiraspol per diverse ragioni:

1) Nel suo ruolo di peacekeeper ha attivamente aiutato i secessionisti transnistri nell’attacco alla città di Bender, fornendo armi, munizioni ed equipaggiamento a quasi 10.000 miliziani transnistri, servendosi dei depositi sovietici presenti in loco, giocando un ruolo fondamentale nel piegare e far retrocedere il neonato esercito moldavo. Ciò che resta dell’ex XIV armata è tuttora di stanza in Transnistria con circa 1.200 uomini, ed un totale di 42.000 tonnellate di munizioni nei depositi di Colbasna. Secondo la missione OSCE in Transnistria, solo il 39% delle munizioni era stato riportato in Russia alla vigilia del 2003; in seguito, vi è stato un progressivo rallentamento nel processo di trasporto e smaltimento delle munizioni da parte della Russia. Pertanto, si stima che circa 22.000 tonnellate di munizioni siano ancora presenti in loco.

2) La Transnistria può essere considerata una “leva” grazie alla quale Mosca esercita pressione su Chisinau. Una delle maggiori paure del Cremlino risulta infatti essere un avvicinamento sempre più marcato della Moldavia all’ Occidente. Non a caso, il processo di allargamento ad Est dell’Unione Europea (Eastern Partnership) mira a stringere legami sempre più forti con l’ex repubblica sovietica in tempi relativamente brevi, il che implicherebbe la perdita di un partner commerciale da parte russa, ma anche un’Unione Europea sempre più vicina all’ Ucraina. Tuttavia, il processo di integrazione non sembra essere la questione che più sta a cuore a Mosca: la Moldavia deve rimanere una nazione neutrale ed un possibile allargamento della NATO priverebbe la Russia di una posizione egemonica nell’area. Sebbene sembri improbabile che la Pridnestrovskajia Respublica possa trasformarsi in una seconda Kaliningrad, il Cremlino sembra tutto fuorché incline a vedere ridotta la presenza russa nell’area. I 1.200 soldati russi rappresentano infatti una tutela per Tiraspol ed un deterrente contro una possibile revanche militare moldava, ma legano indissolubilmente la politica delle élites transnistre al placet di Mosca.

3) Tiraspol e Mosca non risultano reciprocamente vincolate soltanto da un punto di vista politico- militare, ma anche, e soprattutto, da un punto di vista economico: la sudditanza transnistra nei confronti della Russia è tale da rendere impossibile una politica indipendente.

Sudditanza economica: Gazprom e gli oligarchi

La Russia si fa carico delle pensioni dei cittadini della repubblica secessionista, concede prestiti ad interessi bassissimi e sovvenziona le campagne elettorali dell’ ex-leader transnistro ( in carica dal 2 settembre del 1990 al 30 dicembre 2011), Igor Smirnov, suo protégé. I tre fattori economici più importanti tuttavia, sono legati alla “shadow economy” (l’economia sommersa), alla privatizzazione e all’approvvigionamento energetico. Più precisamente, una parte dell’élite russa ritiene che un territorio non riconosciuto e dipendente da Mosca possa essere un ottimo canale di sfogo per il riciclaggio di denaro o per traffici illeciti di qualsiasi tipo, dal contrabbando di carni bovine a quello di droga a quello d’armi. Infatti, la missione OSCE in Moldavia dichiara di poter dimostrare che l’assemblaggio di armi in Transnistria avviene per conto delle compagnia russa Rozobronexport, società statale russa che funge da intermediario tra la Federazione Russa ed i paesi compratori nel mercato degli armamenti.

Gli imprenditori russi hanno inoltre investito molto nella Pridnestrovskaija Respublica, diventando sovrani indiscussi nel settore energetico, tessile e dell’industria pesante. Agli albori dell’indipendenza infatti, a causa di una mancanza quasi totale di liquidità, il presidente Igor Smirnov ha dato il via ad una campagna di privatizzazione, a causa della quale ora circa l’ 80% delle industrie risultano essere di proprietà russa. Un esempio emblematico è legato all’ impianto di Rîbniţa, dove ha sede la MMZ (Молдавский металлургический завод o Moldova Steel Works,) la più grande industria del paese, il cui fatturato costituisce circa il 60% del budget statale transnistro, che è detenuta da Alisher Usmanov, un oligarca russo facente parte dell’ entourage di Putin.

L’ultimo elemento, di certo non meno importante, che deve essere preso in considerazione è il ruolo di Gazprom, il colosso energetico russo: la Russia rifornisce la Transnistria di gas senza richiedere in cambio un pagamento diretto. Gazprom infatti vende direttamente alle industrie in mano agli oligarchi russi, che “rigirano” il debito contratto allo stato; così facendo non sono obbligate a fornire un compenso immediato, ma aumentano il debito pubblico statale nei confronti di Gazprom, il che le rende più competitive nei mercati europei. Poiché la Transnistria non ha mai pagato alcuna fornitura di gas sin dal 1992, il debito statale nei confronti di Gazprom ammonta oggi a circa 3,8 miliardi di dollari (sebbene le stime siano contrastanti); considerando che nel 2007 le autorità di Tiraspol hanno dichiarato che il Prodotto Interno Lordo statale non superava gli 800 milioni di dollari, risulta chiaro che Gazprom (quindi indirettamente il Cremlino), potrebbe far crollare l’intera struttura economica, e dunque anche politica, transnistra. Pertanto, risulta palese il fatto che qualsiasi iniziativa presa “direttamente” dalle élites di Tiraspol nasconde invero la mano di Mosca, poiché una presa di posizione in disaccordo con il Cremlino sarebbe impossibile. Inoltre, il debito nei confronti del colosso russo sembra essere un ostacolo insormontabile nel processo di riunificazione: se tale processo dovesse avere atto, i quasi quattro miliardi di dollari da versare a Gazprom diventerebbero un onere di Chisinau, un peso al quale la Moldavia sarebbe impossibilitata a far fronte.

Segue: Proposte per risoluzione del conflitto, post-rivoluzioni colorate e conclusioni dell’autore

(altro…)

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/6

By Marco Antollovich

Cap.2.3.2 della tesi “Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente” (M.Antollovich)

La Georgia nel Caos: il ruolo di Edward Shevardnadze. La questione abcasa

All’arrivo di Shevardnadze anche in Abcasia la situazione sembrò, per un breve periodo, migliorare. Venne autorizzata l’apertura di un’università abcasa, di stazioni radio e stazioni televisive in lingua abcasa e la pubblicazione di riviste che non fossero necessariamente in georgiano o in russo.

Quando tuttavia il conflitto in Ossezia del sud sembrava volgere al termine, si susseguirono una serie di attacchi contro la ferrovia georgiana in Abcasia. Secondo la maggior parte degli storici georgiani si trattava di una provocazione di Ardzimba, l’allora leader abcaso, pronto a scatenare un vero e proprio conflitto.

L’Abcasia aveva inoltre nuovamente espresso la volontà di reinstaurare la costituzione abcasa del 1925, mozione respinta dal parlamento georgiano il 25 luglio 1992. Il 14 agosto del 1992 Kitovani marciò alla testa di un contingente di 3.000 uomini per riportare ordine nella regione secessionista. Tale intervento tuttavia non risultava totalmente giustificato, né aveva ricevuto l’approvazione di Shevardnadze, il quale ammise che esistevano “delle intenzioni non manifeste” che avevano spinto Kitovani ad attaccare l’Abcasia.

Più precisamente buona parte dei traffici illeciti georgiani avevano come sbocco preferenziale il vastissimo mercato nero russo: la ferrovia che attraversava l’Abcasia arrivava direttamente a Soci, evitando il tortuoso passaggio attraverso i monti del Caucaso e non è un mistero che Kitovani e Joseliani fossero legati alla criminalità organizzata georgiana. Kitovani, inoltre, come riportato eufemisticamente dallo storico Chervonnaya, “non mostrò una gentilezza angelica” durante l’intervento.

L’ Abcasia decretò la mobilitazione generale, ma le truppe georgiane riuscirono a sfondare, entrando a Sukumi, aiutate da irregolari zviadisti. Gli Zviadisti, sostenitori del’ex presidente Gamsakhurdia (in esilio in Cecenia) preferirono infatti, in un primo momento, sostenere la fazione georgiana piuttosto che i separatisti abcasi, coerentemente con il loro credo nazionalista; mossero dunque dalla loro roccaforte di Gali, in Mingrelia, per unirsi alle forze di Kitovani. Sukhumi venne conquistata, sebbene Gamsakhurdia avesse proibito agli Zviadisti di unirsi all’esercito georgiano.

Il 2 settembre venne decretato il cessate il fuoco. Nonostante l’arrivo di un gruppo di osservatori delle Nazioni Unite (circa 50 membri), il conflitto riprese con intensità crescente. La ripresa delle ostilità era dovuta in gran parte al voltafaccia degli Zviadisti, i quali combattevano ora con gli irregolari abcasi per reintegrare il loro leader in esilio e non erano vincolati dal cessate il fuoco, dichiarato solo dalle milizie georgiane e abcase.

Per la prima volta si unirono alla coalizione abcaso-zviadista migliaia di volontari provenienti dal Nord Caucaso. L’Abcasia, la cui popolazione era musulmana sunnita ed etnicamente molto più vicina alle popolazioni russe (qui non si intende etnicamente russe, ma facenti parte della Federazione Russa) del Caucaso che non ai Georgiani, ricevette consistenti aiuti da Daghestani, Ingusceti, Circassi e irregolari ceceni che avevano fondato il movimento della “Confederazione dei Popoli di Montagna”.

Dopo l’abbattimento di un Su-27 russo, la Georgia ebbe la certezza che la Russia appoggiasse indirettamente i secessionisti abcasi. Nel settembre del 1993 cominciarono a militare nelle fila dei separatisti anche reparti speciali dell’esercito russo, sebbene da Mosca giungessero ferme smentite, accompagnate da dichiarazioni di solidarietà all’integrità territoriale georgiana.

In realtà il fatto che gli Abcasi ricevessero un consistente contributo dai russi risulta un elemento incontrovertibile e comprovato. Agli Abcasi fu concesso di rifornirsi dalla base militare russa di Gudauta, unica base Russa in territorio abcaso, complici molti generali dell’esercito russo che vedevano in Shevardnadze un traditore (Shevardnadze era stato Ministro degli Esteri dell’ Unione Sovietica sotto la presidenza Gorbaciov ed uno dei maggiori sostenitori e promotori delle riforme strutturali che avevano portato allo smembramento dell’ Urss. I più conservatori tra i politici e i militari russi vedevano dunque in Shevardnadze un traditore della patria e dell’ortodossia comunista).

Nel marzo 1993 la testata russa Izvestia confermava il fatto che le forze separatiste avessero ricevuto 72 carri armati e mezzi di artiglieria pesante dai Russi. Nel 1993 la sola città di Sukhumi venne assediata quattro volte. Il 27 luglio 1993 Mosca riuscì a definire il cessate il fuoco e l’allontanamento di tutta l’artiglieria pesante attorno al capoluogo. Sebbene entrambe le parti avessero aderito formalmente, soltanto Shevardnadze rispettò la parola data. Il 16 settembre, approfittando del vantaggio così scorrettamente ottenuto, le truppe abcase sferrarono un ultimo assedio a Sukhumi, che capitolò undici giorni dopo. Nelle settimane che seguirono, 232.000 georgiani furono espulsi dal territorio abcaso dalle truppe di Ardzimba dando vita a una vera e propria pulizia etnica. In quei giorni 4.465 georgiani furono uccisi.

Come, a seguito delle violenze perpetrate in Ossezia del sud, i Georgiani erano stati accusati di genocidio, così ora i Georgiani accusavano gli Abcasi dello stesso crimine.

Il cessate il fuoco prevedeva il dispiegamento di un contingente di pace lungo il confine abcaso-georgiano: considerando che né l’ Unione Europea né le Nazioni Unite erano disposte a stabilire una missione di peacekeeping in loco, si offrì Volontaria la CSI, Comunita degli Stati Indipendenti, composta da Russia, Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Tagikistan, Kazakhstan, Uzbekistan, Tagikistan, (Ucraina e Turkmenistan non hanno mai ratificato il trattato); il mandato di peacekeeping, formalmente sotto tutela della CSI, prevedeva il dispiegamento in campo del solo contingente di pace russo. Tremila soldati russi (che non avevano formalmente preso parte al conflitto) furono stanziati lungo il confine.

Le Nazioni Unite misero a disposizione cento osservatori disarmati in territorio georgiano. L’Abcasia venne posta sotto embargo dalla stessa CSI (gennaio 1996) e vennero chiusi i confini con la Russia.

L’isolamento abcaso sarebbe durato fino al 1999 e sarebbe costato alla nuova repubblica all’incirca 11 miliardi di dollari. Il conflitto con l’Abcasia era dunque terminato, ma non quello contro gli Zviadisti, che si accingevano a riconquistare l’ormai indifesa Georgia. Questa volta, tuttavia, giunse a Shevardnadze l’inaspettato aiuto di Mosca; un aiuto certamente non disinteressato. L’esercito georgiano in brevissimo tempo, supportato da irregolari russi, sconfisse la milizia zviadista, che si ritirò in Abcasia e lo stesso Gamsakhurdia uscì di scena, suicidandosi misteriosamente nel suo rifugio in Cecenia. Sebbene la stessa moglie del ex-presidente avesse testimoniato una forte depressione nel marito, il suicidio, per le modalità e le tempistiche con cui venne commesso, lascia presumere una partecipazione russa all’atto estremo.

Il prezzo che i Russi chiesero a Shevardnadze per l’aiuto fornito fu tuttavia molto elevato, poiché la Georgia dovette entrare a pieno titolo nella Comunità degli Stati indipendenti il 9 ottobre 1993. Dovette inoltre siglare nel febbraio del 1994 un accordo di amicizia con l’ingombrante vicino russo, accompagnato dalla firma di trattati economici, dal consenso alla permanenza di militari russi nelle ex-basi sovietiche e dall’accettazione del russo Grachev come ministro della Difesa.

Marco Antollovich

Seguirà L’ epoca di Shevardnadze

Il post precedente è al link: Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/5

Mappa fornita dall’autore

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/5

By Marco Antollovich

Cap.2.3.1 della tesi “Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente” (M.Antollovich)

La Georgia nel Caos: il ruolo di Edward Shevardnadze. La guerra in Ossezia del Sud

Durante la prima metà degli Anni Novanta la guerra civile, il conflitto in Ossezia del Sud e la guerra in Abcasia portarono la Georgia al tracollo finanziario e politico: i triumviri si resero da subito conto della gravità della situazione e richiamarono in patria l’unica personalità che potesse risollevare le sorti del paese: Edward Shevardnadze che, dopo essere stato Primo Segretario del Partito Comunista Georgiano dal 1972 al 1985, era stato nominato Ministro degli Esteri dell’ Unione Sovietica nel 1985, sostituendo Gromyko durante la presidenza Gorbaciov.

Ma quali furono gli eventi che trasformarono degli attriti tra poteri regionali e poteri centrali in una vera e propria guerra e quale, in questo contesto, il ruolo di un personaggio carismatico come Shevardnadze?

La guerra in Ossezia del Sud

Dopo la mobilitazione organizzata da Gamsakhurdia in favore dell’integrità della Repubblica Georgiana e delle minoranze georgiane in territorio, il parlamento varò una legge per l’abrogazione dello status di Oblast autonomo dell’Ossezia del Sud, dichiarando, inoltre, lo stato di emergenza.

La politica del pugno di ferro promossa da Tbilisi non lasciava spazio a mediazioni di sorta e, da subito, la situazione degenerò in conflitto aperto: durante il gennaio 1991, le forze georgiane e ossete combatterono ininterrottamente per venti giorni a Tskhinvali e nelle zone limitrofe.

L’Ossezia del Sud, arroccata trai monti del Caucaso, era composta da una moltitudine di piccoli villaggi, alcuni dei quali a forte maggioranza georgiana. La “capitale”, a maggioranza osseta, era circondata da villaggi etnicamente georgiani, che controllavano ben tre delle quattro strade che portavano a Tskhinvali. Allo stesso modo la milizia irregolare osseta non ebbe difficoltà a isolare i restanti villaggi georgiani dalla madrepatria durante gli scontri.

Il cambio di regime e il colpo di stato spinsero le élites ossete a indire un referendum per l’indipendenza, approfittando dell’apparente vuoto di potere creatosi a Tbilisi: il 99% della popolazione votò per l’indipendenza dalla Georgia e l’annessione all’Ossezia del Nord e quindi alla Federazione Russa. (D’ ora in poi la componente georgiana all’ interno dell’ Ossezia del Sud si asterrà dal votare per le questioni interne dell’ Ossezia, intesa come entità indipendente. Allo stesso modo la popolazione osseta non parteciperà alle votazioni che verranno indette direttamente da Tbilisi. Il 99%, più che una maggioranza bulgara, rappresenta il voto di circa 2/3 della popolazione, con 1/3 astenuto).

L’esercito georgiano reagì a quello che dalla maggior parte della popolazione veniva considerato come un affronto con un aumento della violenza, anche sulla popolazione civile.

Nonostante le manifestazioni a favore della popolazione osseta in tutto il Nord Caucaso russo, in particolare a Vladikavkaz, capitale dell’ Ossezia del Nord. Gorbaciov rimase sempre contrario all’intervento diretto, politica che adottò in principio anche il suo successore Eltsin.

Le popolazioni del nord Caucaso avevano infatti appoggiato il colpo di stato d’agosto, rendendosi invise alla dirigenza russa.

Con l’arrivo di Shevardnadze nel marzo del 1992 la situazione cominciò lentamente a cambiare: il nuovo presidente espresse concreto sconcerto per ciò che stava avvenendo, impegnandosi a cercare un accordo con la controparte. Tuttavia, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, interi arsenali vennero abbandonati e furono riutilizzati da entrambe le parti per cercare di prendere il sopravvento.

Con il trattato di Tashkent, siglato il 15 maggio 1992, le ex-repubbliche sovietiche riceveranno parte degli armamenti una volta in possesso dell’ esercito comune, l’ Armata Rossa, sotto il comando di Mosca. La Georgia riceverà 100 carri armati e più di 200 blindati.

La milizia osseta inoltre veniva periodicamente rifornita di armi, blindati e munizioni attraverso il Tunnel Roccioso (unico passaggio che collega l’ Ossezia meridionale a quella settentrionale; questa galleria tra la montagne del Caucaso, sarà l’ unico passaggio attraverso il quale i sud osseti potranno ricevere aiuti dalla Russia) dalla guarnigione russa di Vladikavkaz.

Non bisogna dimenticare inoltre che la milizia georgiana, composta più da Makhedrioni e da soldati della guardia nazionale che da veri e propri coscritti, non sempre condivideva appieno le decisioni assunte dai vertici georgiani. La drastica escalation, che rischiava di coinvolgere sempre di più la Russia con esiti incerti, spinse le parti in causa a cercare un accordo: il 24 giugno 1992 Shevardnadze e Eltsin siglarono, nella località di Dagomys sul Mar Nero, gli accordi di pace.

I punti di maggior rilievo del trattato di pace stabilivano:

– il ritiro delle forze in campo;

– la demilitarizzazione della regione;

– il ritiro degli ultimi contingenti ex-sovietici dall’ Ossezia del Sud;

– la creazione di una “Commissione di controllo congiunta” composta da 200 Georgiani, 200 Russi e altrettanti Sud-Osseti.

Il prestigio di Shevardnadze e il pacificarsi dei rapporti con l’Ossezia consentirono alla neonata Repubblica Georgiana l’ingresso alle Nazioni Unite e il riconoscimento globale il 31 luglio del 1992.

Un’altra regione, tuttavia, acclamava a gran voce l’indipendenza, minacciando l’integrità del territorio georgiano: questa volta però, la minaccia giungeva da ovest, sulle coste del Mar Nero.

Marco Antollovich

Seguirà La questione abcasa

Il post precedente è al link: Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/4

Mappa fornita dall’autore (http://ruben2008.files.wordpress.com/2008/08/15-gjeorgjia-map.jpg)

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/3

By Marco Antollovich

Cap.2 della tesi “Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente” (M.Antollovich)

La Georgia senza l’Unione Sovietica. Dalla caduta dell’URSS: l’indipendenza del Caucaso e il Nagorno-Karabakh

La presenza russa nel Caucaso ha origini antiche e fortemente radicate nel territorio; escludendo un breve periodo di indipendenza, dalla metà del 1917 al 25 febbraio del 1920, data in cui la Georgia, l’ultima delle tre a cedere, viene invasa dall’Armata Rossa, le Repubbliche di Georgia, Armenia e Azerbaigian sono state per più di due secoli sotto il controllo, diretto o indiretto, prima dell’Impero Zarista, poi dell’Unione Sovietica. Mentre le tre repubbliche godevano dello status di “Repubblica Socialista Sovietica” (dunque RSS di Armenia, RSS di Georgia e RSS di Azerbaigian), altri territori del Caucaso del Sud, con una storia, una cultura, una lingua e una religione diverse, venivano considerati regioni sotto il controllo di una delle tre repubbliche.

Più precisamente: l’Abcasia, territorio a Nord-Ovest della Georgia, aveva goduto dello status di “Repubblica Socialista Sovietica” fino al 1931, anno in cui era stata declassata a “Repubblica autonoma” sotto la Georgia. Gli abcasi, prevalentemente musulmani sciiti, erano molto più vicini (etnicamente e linguisticamente) alle popolazioni del Nord Caucaso piuttosto che ai Georgiani.

L’ Ossezia del Sud veniva considerato un “Oblast autonomo” in territorio georgiano. Gli Osseti meridionali erano imparentati con gli Osseti del Nord, il cui ceppo linguistico era di origine Iranica, molto più vicino all’ attuale Farsi che al Georgiano.

All’ Ajara, territorio a Sud-Ovest della Georgia con popolazione georgiana ma musulmana, era stato assegnato lo status di Repubblica Autonoma.

Durante la dominazione sovietica, nelle tre Repubbliche Caucasiche vennero a crearsi dei potentati, una Nomenklatura egemone interna al PC, che giocarono un ruolo di non poco conto a Mosca. Il georgiano Edward Shevardnadze, l’azero Heidar Alyev e l’armeno Karen Demirchian, ciascuno segretario del partito del rispettivo paese, intrapresero una politica di prestigio in nome della propria repubblica e negli interessi di quest’ultima. Maggiore era il peso del rappresentante politico dunque, maggiori erano le concessioni che il paese riusciva a strappare alla direzione centrale: per la Georgia una delle questioni fondamentali era rappresentata dal controllo sulle minoranze, mentre per Armenia e Azerbaigian risultava di vitale importanza la questione del Nagorno Karabakh. L’astio reciproco provato da Demirchian e Alyev non fece altro che aumentare gli attriti tra i rispettivi popoli.

Fu proprio l’esacerbarsi della lotta, prima politica e poi militare per il controllo del Nagorno Karabakh, del “nero giardino tra i monti” (la parola Nagorno Karabakh è sintomatica del plurilinguismo regionale: Nagorno, dal russo “in mezzo ai monti”, mentre Karabakh è una parola di origine turco-persiana che significa appunto “giardino nero”, in riferimento al colore della terra presente in quella regione) a far vacillare per la prima volta l’ormai instabile struttura dell’Unione Sovietica.

Il 20 febbraio 1988, a Stepankert, capoluogo della regione autonoma all’interno della Repubblica Azera, il Soviet locale richiese a gran voce una modifica dei confini e il passaggio dell’intera regione in territorio armeno. Già nel 1945, 1965 e 1977 erano state formulate delle petizioni ufficiali di richiesta di annessione alla Repubblica Armena, ma invano.

La maggioranza della popolazione era infatti di etnia armena, ma ad essa non venivano riconosciute nemmeno le tutele che si è soliti garantire alle minoranze: il culto della religione cristiana veniva condannata in uno stato musulmano, non esistevano programmi in lingua armena né agli Armeni veniva data la possibilità di fare carriera.

Sebbene la richiesta del febbraio 1988 venisse fermamente rifiutata dal Politburo in sede centrale, essa destò un sentimento di forte nazionalismo armeno in madrepatria: l’hai dat, ovvero “la causa armena”.

La questione del Nagorno Karabakh, spinse per la prima volta le due Repubbliche a rendersi conto che, se un problema non poteva essere risolto attraverso Mosca, la via nazionale avrebbe rappresentato l’unica soluzione possibile.

Tale situazione portò per la prima volta a far sì che due repubbliche all’interno dell’Unione Sovietica potessero scontrarsi per questioni di politica interna. La decisione del Politburo non era stata presa in un’ottica pro-azera e anti-armena, bensì con la sola finalità di non creare un precedente: la presa di soluzione opposta avrebbe potuto aprire un Vaso di Pandora, che Mosca non sarebbe riuscita a controllare.

Quello che verrà poi definito come “precedente del Kossovo” consiste nella dichiarazione unilaterale di indipendenza senza che questa venga riconosciuta dallo stato di appartenenza; nel caso del Kosovo, la Serbia. All’ interno dell’ Unione Sovietica vi erano molte regioni instabili, al pari del Nagorno-Karabakh: La Transnistria, L’ Abcasia, L’ Ossezia del Sud, e la Cecenia tra le più importanti.

Nel 1988 cominciò un esodo di azeri residenti in territorio armeno a causa delle politiche discriminatorie adottate da Yerevan e lo stesso avvenne per gli Azeri residenti nel Nagorno Karabakh: la risposta da Baku non si fece attendere, segnando il definitivo punto di rottura tra i due stati e, con esso, anche la speranza di una risoluzione pacifica del contenzioso: nel febbraio del 1988 un’insurrezione popolare nella città azera di Sumgait si trasformò in un vero e proprio pogrom anti-armeno. Ne seguirono altri di minore rilevanza nei due anni successivi, ma le tensioni scaturirono a Baku quando, il 13 gennaio 1990, il Fronte Popolare Azero organizzò il più grande pogrom contro gli Armeni di fine secolo.

Il Politburo decise di inviare l’esercito per reprimere la rivolta, perdendo in una sola volta sia l’Armenia che l’Azerbaigian: l’intervento del PCUS, che portò ad un vero e proprio massacro (lo scontro portò alla morte di 130 cittadini e 26 soldati), venne visto dalla popolazione azera come un illecito nella propria politica interna, per giunta aggravato da uno sproporzionato uso della forza.

Al tempo stesso, Mosca decise di troncare i rapporti con l’Armenia, vista ormai come una repubblica secessionista, instabile e ribelle. La conseguenza diretta di questi avvenimenti fu il totale distacco dalla direzione centrale, che culminò con la dichiarazione di indipendenza delle due repubbliche: il 30 agosto 1991 divenne indipendente la Repubblica Azera, il 21 settembre quella Armena.

Seguì la dichiarazione del Nagorno Karabakh, la cui indipendenza non venne riconosciuta nemmeno dalla stessa Armenia, che tuttavia ne controllava il governo e l’esercito.

La guerra, che scoppiò nei mesi seguenti vide prevalere l’esercito armeno, maggiormente preparato e meglio equipaggiato di quello azero. Nel 1992 la Russia fornì un egual numero di armamenti ad ambo le parti ed entrambi gli eserciti godettero dell’appoggio di irregolari russi.

Alla fine del 1992 l’unico e ultimo obiettivo armeno era liberare Stepankert dall’accerchiamento azero. Fu solo nell’ottobre del 1993, con l’elezione di Aliev che l’Azerbaigian poté sperare in un rovesciamento delle sorti del conflitto ma, se non per qualche piccola vittoria, la situazione non cambiò: l’Armenia controllava buona parte del territorio e nel maggio del 1994 si raggiunse il cessate il fuoco.

La questione del Nagorno Karabakh resta il fondamento degli odi tra Armeni e Azeri che continuano a considerare la Repubblica, ormai de facto autonoma, anche se non de iure, come un problema non risolto.

La situazione del Nagorno Karabakh non è l’unico conflitto figlio della dissoluzione dell’URSS nel Caucaso: la Georgia, da sempre un crogiolo multietnico,diede inizio ad una politica fortemente autoritaria e nazionalista di repressione delle minoranze, che avrebbe avuto conseguenze inaspettate durante il ventennio successivo.

Marco Antollovich

Seguirà L’indipendenza della Georgia e dalla Georgia

Il post precedente è al link: Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/2

Mappa fornita dall’autore.