petrolio

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/15 – La questione energetica. Il ruolo del Caucaso

By Marco Antollovich

Cap 2: Pedina di un nuovo grande gioco. La questione energetica – Il ruolo del Caucaso

Il ruolo del Caucaso

Come nei secoli passati, il Caucaso continua a rivestire un ruolo geostrategico fondamentale nella nuova corsa all’oro. Sebbene caratterizzata da una perenne e profonda instabilità, le cancellerie europee e statunitensi hanno identificato proprio in quella fascia tra il Mar Caspio e il Mar Nero la testa di ponte verso l’Asia Centrale.

Non bisogna dimenticare che l’embargo che grava sull’Iran lo rende una pedina esterna al nuovo grande gioco energetico; la Russia invece, come già detto precedentemente, controlla già la stragrande maggioranza delle pipeline esistenti in Asia centrale. Si deve inoltre aggiungere che i fermenti indipendentisti di alcune repubbliche russe come la Cecenia costituiscono un problema analogo a quello caucasico.

Il Dagestan e la Cecenia costituivano infatti un passaggio obbligato non solo per i gasdotti e gli oleodotti russi che partono dalle coste del Mar Caspio, ma anche la sola opzione per il trasporto degli idrocarburi azeri, prima che l’Occidente offrisse una via alternativa.

Considerando l’annosa questione del Nagorno Karabakh, un oleodotto che raggiungesse la Turchia via Armenia risultava impossibile da attuare: l’unica soluzione, pertanto, era rappresentata dalla Georgia. Durante la presidenza Shevardnadze il mondo aveva potuto assistere ad un rapido avvicinamento georgiano all’Occidente. Con Saakashvili la Georgia si sarebbe sentita, de facto, parte dell’Occidente, sancendo il definitivo distacco dalla Russia.

Gli investimenti occidentali e il processo di democratizzazione interno avevano reso Tbilisi un partner economico e politico fidato, in grado di attirare capitali esteri sempre maggiori. Le repubbliche secessioniste di Abkhasia e Ossezia del Sud, sebbene ledessero l’integrità territoriale georgiana e creassero notevoli problemi nella politica interna del paese, non costituivano un problema poiché periferiche e complessivamente lontane dal percorso delle future pipeline.

Il primo passo verso la realizzazione di una pipeline al di fuori del territorio russo fu la costruzione di un oleodotto, il Baku – Supsa che, partendo dalla capitale azera, trasportava il petrolio dai giacimenti di Chirag e Guneshi fino al porto georgiano di Supsa sul Mar Nero. La realizzazione di questo progetto fu resa possibile grazie ai fondi del consorzio AIOC. Non bisogna dimenticare la rilevante presenza occidentale nel consorzio che raggiungeva il 60% di quote azionistiche, sommando il 45% delle compagnie americane al 17,12%detenuto dalla BP.

Una quota non trascurabile del 6,75% era stata assegnata inoltre alla TPAO turca, rendendo la partecipazione della Lukoil ( 10%), complessivamente di poco peso.

La partecipazione turca al nuovo grande gioco non si sarebbe limitata alle quote azionistiche dell’AIOC. Grazie ai legami con Georgia e Azerbaigian avrebbe potuto rappresentare un vero e proprio trait-d’union tra il Caucaso e l’Europa.

La creazione di un’asse orizzontale avrebbe reso la Turchia un valido partner economico a livello regionale; il fatto che Istanbul fosse inoltre un membro di non poco peso all’interno dell’Alleanza Atlantica rendeva i risvolti di una cooperazione turco-caucasica maggiormente rilevanti più da un punto di vista politico che economico.

La Turchia si è progressivamente avvicinata molto alla Georgia, corridoio di transito indispensabile per gli idrocarburi del Caspio verso l’Occidente, nell’ottica di evitare Russia e Iran. Istanbul diventerà il primo partner commerciale georgiano nel 2008 e azero nel 2010. La relazione preferenziale con le due Repubbliche Caucasiche ebbe inizio quando, forte dell’appoggio dell’amministrazione Clinton, venne formulato per la prima volta un progetto volto a collegare Baku ad un porto turco, Cheyan, con la finalità di esportare gli idrocarburi del Caspio in Europa.

La realizzazione della pipeline Baku-Tbilisi-Cheyan avrebbe costituito una svolta per le politiche energetiche europee e statunitensi, un successo “per aumentare e diversificare l’offerta energetica mondiale […] la conquista più importante nella politica estera americana del 1999” (J. Zarifian, Les Etats-Unis au Sud Caucase Post-Sovietique, pag. 182).

Il progetto costituiva una vittoria per l’amministrazione Clinton, poiché l’oleodotto avrebbe attraversato soltanto paesi alleati statunitensi, by-passando Armenia, Russia e Iran, ma la realizzazione di questo progetto faraonico risultava tutto fuorché facile da concretizzare: la costruzione della pipeline, terminata nel 2005 e lunga 1.764 km, sarebbe costata gli investitori 3,9 miliardi di dollari. Il pagamento di una cifra tale fu possibile solo grazie ai finanziamenti delle compagnie petrolifere occidentali, de facto padrone dell’oleodotto: più del 30% delle quote apparteneva infatti alla BP, 8,71% alla Staoil norvegese, l’ 8,4% alla Chevron, il 2,5% alla ConocoPhilips e il 2,36% alla Hess, tutte e tre americane.

Le restanti quote spettavano a Italia, Francia, Turchia, Giappone e il 25% alla SOCAR azera (Rispettivamente: Eni 5%, Total 5%, TPAO 6,5%, Impex 2,5%) Sebbene la Georgia non possedesse quote azionistiche e quindi non potesse beneficiare dei dividendi da queste derivanti, si può affermare con certezza che la costruzione del BTC abbia avuto e continui ad avere un impatto positivo sull’economia georgiana, come giustamente analizza l’economista georgiano Vladimir Papava. Lo statista di Tbilisi afferma infatti che si poté assistere a un miglioramento sia a livello micro economico che macro economico. Più precisamente, quattro erano gli obiettivi specifici che la Georgia avrebbe voluto raggiungere grazie al piano di investimenti internazionale:

1. aumento delle entrate e conseguente miglioramento delle capacità economiche del paese;

2. miglioramento del settore agricolo;

3. rilancio della qualità della vita attraverso una modernizzazione delle infrastrutture;

4. aumento dell’ autonomia delle comunità nei programmi di sviluppo sociale.

Per quanto concerne l’aspetto prettamente interno, le tasse di transito derivanti dal passaggio del petrolio azero in territorio georgiano garantivano a Tbilisi un’entrata di 1,86 dollari per tonnellata. La cifra, che potrebbe sembrare irrisoria di primo acchito, ammontava ad un complessivo annuale di 62,5 milioni di dollari all’anno, per un totale di 2,5 miliardi di dollari dilazionato in 40 anni (George Eradze, Mark Hudson, David Jinjolia, et al., “Economic Trends”, Georgian Economic Trends).

L’investimento diretto da parte statunitense, che ebbe inizio a partire dalla prima fase di costruzione dell’oleodotto, ammontò a 514.670 milioni di dollari soltanto in Georgia, creando inoltre 2.750 nuovi posti di lavoro; il tasso di disoccupazione registrò un drastico calo del 33,3%, mentre il Prodotto Interno Lordo aumentò del 6,6%.

Le entrate ottenute grazie al BTC consentirono allo stato georgiano di investire il nuovo patrimonio nella costruzione di infrastrutture, nell’educazione e nel sistema sanitario.

La realizzazione della pipeline ebbe inoltre profonde ripercussioni sul sistema di alleanze che andava formandosi nell’area: Georgia e Azerbaigian si dimostrarono partner fidati e alleati preziosi sia per gli Stati Uniti che per la Turchia. (altro…)

Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/3 – Pesca, fosfati e petrolio

By Luca Maiotti

Capitolo 1.2 della tesi “Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi”, di Luca Maiotti

La posta in gioco: introduzione geografico-economica del territorio

Noto anche come Sahara spagnolo, il Sahara Occidentale è un territorio del Nord Africa, compreso tra il 20° e il 30° parallelo, che si estende per una superficie di 266.000 km quadrati (circa la metà della Francia) secondo la tesi più attestata. Confina con il Marocco a nord, con l’Algeria ad est, con la Mauritania ad est e a sud e con l’Oceano Atlantico ad ovest. Queste frontiere sono il risultato di una serie di trattati tra le potenze coloniali francese e spagnola firmati tra il 1900 e il 1912. È diviso in due zone principali: la prima è la regione del Saquiat El-Hamra (letteralmente “fiume rosso” per via della composizione argillosa del suo letto) la cui città principale è la capitale El Aiun; la seconda è la regione del Rio de Oro, il cui capoluogo è Dakhla (ex Villa Cisneros).

La zona più a nord è occupata dalla hammāda (parola che trae la sua etimologia da morto, estinto), un tipo di deserto caratterizzato da altopiani rocciosi e brulli, con presenza di pietrisco. Scendendo verso sud si entra nella zona dei fiumi, ma questi sono in realtà da considerarsi più come delle depressioni in cui l’acqua scorre nelle stagioni di pioggia e rapidamente evapora ancor prima di arrivare al mare. Sugli argini e sul fondo sabbioso si può praticare l’allevamento. La terza zona è quella interna, costituita da ʿirq (sabbia di-sposta a dune) dove l’acqua si accumula nel sottosuolo consentendo la creazione e lo sfruttamento di numerosi pozzi. È facile capire come un tale tipo di terreno abbia condizionato le attività umane, dirette essenzialmente verso l’allevamento e la pastorizia di tipo nomadico (cammelli e capre). Un tale interesse da parte di almeno tre paesi per questo territorio non può essere giustificato dal suolo tutt’altro che ospitale o dal numero dei capi di bestiame. Lo sguardo va diretto più in profondità.

I dati sono ancora limitati – lo stesso sottosuolo marocchino è stato mappato solo per il 20% della sua interezza – vista anche la storia recente del territorio, ma l’indubbia ricchezza in rapporto all’esiguo numero di abitanti ha portato qualche studioso a definire un Sahara Occidentale indipendente come un potenziale “Kuwait del Maghreb”

Questo territorio infatti può vantare due e forse più risorse fondamentali che lo rendono estremamente “desiderabile” dal punto di vista economico. La prima risorsa presente in grande quantità sono i fosfati, scoperti dal governo spagnolo negli anni ‘50 e sfruttati già a partire dagli anni ‘70. I fosfati sono un componente cruciale dei fertilizzanti e dei detergenti attualmente in commercio. Includendo il Sahara Occidentale, il Marocco ha prodotto nel 2000 circa 21,5 milioni di tonnellate di fosfati, destinandone circa la metà alle esportazioni, in cui ricoprono una voce tutt’altro che marginale. I giacimenti maggiori si trovano a Bou Craa, dove un insieme colossale di scavatrici, camion e draghe è continuamente all’opera. La miniera è la più vasta al mondo, e copre 250 chilometri quadrati. Da qui parte un nastro trasportatore lungo più di 100 km, uno dei bersagli preferiti del Polisario, che conduce quanto estratto ad El-Ayun, dove è stato costruito un molo apposito per navi di enorme stazzatura. Si calcola che la produzione annuale media sia di circa di tre milioni di tonnellate di fosfati lavorati per anno.

Secondo la stima di una missione ONU del 1975, un Sahara occidentale indipendente sarebbe diventato il secondo maggior esportatore di fosfati dopo il Marocco, con il suo 34% di quota. Al prezzo del tempo, Bou Craa avrebbe generato 680 milioni di ricavi dall’esportazione e avrebbe garantito al Sahara Occidentale un reddito pro capite simile a quello di alcuni paesi europei. Il sogno di Ḥassan II di un monopolio dei fosfati fu infranto, dopo un aumento spettacolare delle entrate all’inizio degli anni ‘70, dall’aggiustamento della domanda che portò a dimezzare i ricavi alla stessa velocità di quanto cresciuti.

La seconda grande risorsa territoriale deriva dai 1110 chilometri di coste del Sahara Occidentale. La zona di mare che bagna le sue rive è tra le più pescose al mondo, e la Spagna, dalle sue basi nelle Canarie, ha cercato di sfruttarlo fin dal XVI secolo. Vi si trovano più di 190 specie di pesci e diverse dozzine di crostacei, cefalopodi e molluschi. Distinguendo una pesca artigianale e una industriale, la Spagna praticava soprattutto la prima, mentre la seconda era appannaggio di immense navi-officine battenti bandiera giapponese, sovietica e sud-africana che riuscivano a trattare il pescato immediatamente. Come per quanto riguarda i fosfati, negli accordi di Madrid siglati al momento di lasciare il territorio nel 1975, la Spagna si assicurò una quota importante delle risorse ittiche. La negoziazione è poi proseguita nel 1988 firmando il primo accordo di pesca Unione Europea-Marocco, con il quale 800 licenze venivano garantite al costo di 282 milioni di euro. L’accordo, che non faceva riferimento a delimitazioni territoriali definitive, fu rinnovato fino al 1999 a costi sempre più alti, fino al momento in cui le richieste economiche del Marocco divennero sproporzionate e si decise perciò di non perpetuarlo.

Le zone di pesca del Sahara Occidentale hanno contribuito in maniera notevole per quanto riguarda il mercato del pesce: in totale nel 2000 vennero portate a riva 896.000 tonnellate di pesce e 317.000 furono destinate all’esportazione. Questo settore è a tutt’oggi oggetto di investimento da parte del Marocco: per esempio le banchine di El Aiun nel 2002 hanno subito il loro terzo intervento di ampliamento dalla loro apertura nel 1986, raddoppiando la capacità dell’intero porto. Nonostante l’istituzione di periodi di chiusura della pesca e di quote di tonnellaggio però, il totale dei banchi sta rapidamente decrescendo a causa della pesca illegale. Nel 2002 un’associazione di piccoli proprietari di navi di Dakhla ha sostenuto che ci fossero più imbarcazioni non registrate che imbarcazioni con licenza, con il beneplacito delle autorità locali evidentemente implicate in connivenze e corruzione.

Altre risorse del sottosuolo sahariano, meno importanti di fosfati e pescato solo per il momento, sono il petrolio e altri minerali. La ricerca del petrolio rappresenta un’istanza primaria per il Marocco, secondo importatore africano dopo il Sud Africa. Negli anni 70, mentre si facevano importanti scoperte sulle coste della Guinea Bissau e della Mauritania, qualunque prospettiva per i giacimenti offshore si era rivelata troppo rischiosa a causa della situazione di instabilità sul territorio e degli elevati costi della tecnologia necessaria.

Dieci anni dopo il cessate il fuoco il Marocco sembra però ora disponibile a riaprire i canali per investimenti stranieri, in quanto il conflitto è stato congelato e l’expertise raggiunta nel campo delle trivellazioni in alto mare ha abbattuto i costi delle ricerche. Così nel 2000 una nuova legge sul petrolio ha abbassato al 25% la quota statale sulle concessioni di esplorazione e sviluppo, abbattuto le royalties di produzione ed esentato dalle tasse le compagnie una volta avviata la produzione.

Nell’autunno 2001 il governo di Rabat ha firmato accordi con TotalFinaElf, major petrolifera francese e la texana Kerr-McGee. Gli accordi avevano diviso l’intera massa delle acque del Sahara Occidentale coprendo un’area di 150.000 chilometri quadrati. Alcuni analisti avevano visto nella nazionalità degli attori economici una presa di posizione, soprattutto da parte degli Stati Uniti, per un Sahara Occidentale come regione autonoma sotto sovranità marocchina. Gli Stati Uniti, in presenza di giacimenti rilevanti, avrebbero potuto svincolarsi dalla loro dipendenza dai paesi del Golfo Persico, permettendo una diversificazione del rischio e un abbassamento dei prezzi. Ciò tuttavia non è avvenuto.  Secondo il sito Western Sahara Resource Watch, la Kerr-McGee si è ritirata dopo che il Fondo Pensioni Governativo Norvegese, seguito da altre società norvegesi, aveva venduto tutte le proprie quote detenute nella società per ragioni morali – letteralmente per la “violazione particolarmente seria di fondamentali norme etiche” – spingendo la compagnia petrolifera  a non rinnovare il contratto con il Marocco.

Il Marocco comunque non è l’unico attore a condurre negoziati: recentemente altri soggetti sono intervenuti nello scenario. La multinazionale petrolifera australiana Fusion ha annunciato nel 2002 di aver raggiunto un accordo con il Fronte Polisario. Non avendo accesso ad altri dati, essa si incaricò di un’operazione di studio di 12-16 mesi e della presentazione di un report; in cambio il Polisario si impegnava a garantire il diritto di opzione sui contratti alla Fusion di tre blocchi da 20.000 chilometri quadrati, a partire dal momento in cui la RASD sarebbe stata ammessa alle Nazioni Unite.

Altri minerali estraibili si trovano in grandi quantità nel sottosuolo del Sahara Occidentale. Primo tra tutti è il ferro (2,4 miliardi di tonnellate di ottima qualità stimate dal 1970), seguito dal titanio (stimato a 270 milioni di tonnellate) e si ipotizza che il territorio nasconderebbe uno dei più ricchi giacimenti di vanadio, materiale usato per irrobustire il titanio nei motori dei jet e nelle strutture di volo ad alta velocità. Ci sarebbero 23 milioni di tonnellate di vanadio, quando le riserve globali conosciute ammontano in totale a 63 milioni, quota che garantirebbe se non il monopolio, almeno la quota maggioritaria del mercato.

Questa breve panoramica sulle risorse del Sahara Occidentale deve servire come una premessa ai fatti storici e come un dato da tener presente nell’interpretazione degli avvenimenti, soprattutto recenti. In più, viene a cadere uno dei tradizionali argomenti contro la nascita della Repubblica Saharawi Araba Democratica, ovvero la sua incapacità di sostenersi economicamente. Quanto visto fin qui dimostra la parzialità di questa tesi e sembra avvalorare piuttosto la teoria della resource curse. Secondo questo paradosso, i paesi e le regioni con un’abbondanza di risorse naturali, in particolare di risorse non rinnovabili come minerali e combustibile, tendono ad avere minore crescita economica e peggiore sviluppo rispetto ai paesi con meno risorse naturali.

La popolazione sul territorio

Gli abitanti autoctoni del Sahara Occidentale sono chiamati Saharawi (in diversa grafia Sahraui). Il termine è genericamente un aggettivo relativo al Sahara, ma negli anni ha comunemente assunto un deciso significato politico. In questo scritto si farà riferimento al popolo del Sahara Occidentale chiamandolo Saharawi, parola che è presente nella stessa costituzione della RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica, appunto). Il dialetto dell’arabo che viene usato ancora oggi è l’hassaniya, che accomunava tutte le tribù principali che abitavano il Sahara Occidentale prima della colonizzazione spagnola. Era stato introdotto dagli arabi Maquil, arrivati in Maghreb nel corso del XIII secolo, il cui gruppo principale era chiamato “figli di Ḥassan”, e si compone di un 80% di termini arabi e un 20% di termini mauri. Il Sahara Occidentale era infatti popolato anticamente da berberi (soprattutto Sanhaja e Zeneti), Mauri e Ebrei. Con il VII secolo erano arrivate le prime ondate di arabi, a cui seguì quella degli arabi Maquil provenienti dallo Yemen all’inizio del XIII secolo.

Tutte queste tribù, pur conservando molte differenze tra di loro, erano accomunate da alcuni elementi: in primo luogo la struttura patriarcale e patrilineare (dove però la donna aveva una certa importanza); ogni tribù era poi divisa in frazioni e sub-frazioni, a cui corrispondevano un certo numero di tende (khaima) e un certo numero di famiglie . Vigeva una gerarchia tra le tribù (guerriere, shorfa , tributarie), ma tutte erano musulmane e parlavano, con leggerissime varianti, l’hassaniya. Si contavano una ventina di tribù nel Sahara Occidentale, ma le principali erano otto, divise in 45 frazioni. Queste tribù si distinguevano in maniera piuttosto netta da quelle vicine del Marocco o dell’Algeria, mentre intrattenevano legami abbastanza stretti con quelle della Mauritania. Non è corretto parlare di un popolo all’inizio della colonizzazione spagnola (fine XIX secolo), ma si può parlare di un insieme di tribù omogeneo per tradizione, lingua, religione e costumi.

Luca Maiotti

Seguirà 1.3 Introduzione storica Gli “anni di piombo” marocchini: l’esercito

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Foto: Alkemia

Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO, L.Susic/5

By Luca Susic

Capitolo 1.2.2 della tesi “Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO” (L.Susic)

1.2.2 Petrolio e Gas

Reputo necessario dedicare uno spazio ampio a queste due importanti riserve, che accomunano le tre repubbliche più ricche e che ne influenzano maggiormente non solo lo sviluppo, ma anche l’importanza a livello internazionale. E’ attorno agli idrocarburi che si sta sviluppando un confronto fra grandi Potenze che ricorda da vicino il cosiddetto Grande Gioco, ma da cui differisce per la presenza di tre contendenti che non si affrontano per un dominio territoriale ma per quello puramente energetico.

Di conseguenza, i singoli Stati dell’Asia Centrale si trovano a dover agire in un contesto politico sempre più orientato a controllare le loro risorse e ad impedire che queste finiscano nelle mani di potenze straniere impegnate nella stessa attività.

Dal punto di vista economico, il Kazakistan si pone al vertice della produzione locale di petrolio, con oltre 1.6 milioni di barili al giorno, classificandosi al diciottesimo posto nella graduatoria mondiale, mentre è in continua espansione nel settore del gas naturale, le cui riserve stimate dal governo locale sarebbero l’1,7% del totale disponibile al mondo. Mentre l’oro nero è destinato in buona percentuale all’esportazione, il gas rappresenta il tallone d’Achille del grande Stato centroasiatico, che si è posto come obiettivo di medio periodo quello di poter raggiungere l’autosufficienza energetica in questo campo.

Fino al 2008, infatti, il consumo interno superava la produzione, ma il problema dei rifornimenti persiste poiché le infrastrutture necessarie al trasporto del gas non sono sufficienti a collegare in maniera adeguata i centri di produzione con quelli di consumo. Inoltre il 75% della produzione viene re-iniettata nel suolo per favorire l’estrazione di petrolio.

Al secondo posto di questa classifica, troviamo il Turkmenistan che, nonostante la fame di idrocarburi, riesce ad avere un export in crescita per entrambe le materie di cui sopra, ma che deve risolvere una importante disputa con l’Azerbaijan per il controllo di importanti giacimenti nel Mar Caspio, senza i quali vedrebbe notevolmente ridursi le proprie scorte.

Il paese con le riserve minori è l’Uzbekistan, che non riesce ogni anno ad essere autosufficiente per quanto riguarda il petrolio, ma che è nelle prime venti posizioni al mondo per produzione e vendita di gas naturale. I diversi tassi di crescita ottenuti grazie alla ricchezza del sottosuolo sono anche imputabili alle diverse politiche intraprese dai Presidenti dei vari Stati, che hanno sempre esercitato il monopolio sul settore energetico.

Da un lato Niyazov, che si faceva chiamare Turkmenbashi (padre di tutti i Turkmeni), stabilì un rigido controllo sulle risorse, poiché riteneva di essere il “comandante e capo dei giacimenti di gas del [suo] paese”: egli, diffidando di tutte le compagnie straniere e cercando di ostacolare in qualsiasi modo la loro penetrazione autonoma nel paese, ha autorizzato solo joint ventures fra il Ministero del Petrolio e del Gas e società personalmente selezionate. Nonostante i prestiti concessi da vari enti, come la Japan Export-Import Bank, questa linea non è cambiata sino alla morte del leader, che ha lasciato il Paese con il minor tasso regionale di PIL derivante da attività private.

La situazione è leggermente cambiata a partire dal 2008 quando sono state prese delle misure atte a garantire maggiore trasparenza all’interno del settore estrattivo, apprezzate anche dai mercati esteri che hanno iniziato timidamente ad investire in Turkmenistan, seppur ostacolati dal potere centrale.

Simile è la storia dell’Uzbekistan, anch’esso saldamente in mano ad un leader che non ha mai voluto delegare la gestione degli idrocarburi, nonostante una legislazione teoricamente molto aperta al libero mercato. Islam Karimov ha sempre deciso in maniera discrezionale le sorti delle multinazionali che bussavano alla sue porte: “He made deals at will” ebbe modo di dichiarare un rappresentante della Agip intervistato da Luong e Weinthal.

Il suo comportamento, comunque, ha iniziato a cambiare agli inizi degli anni 2000, con una serie di iniziative volte a rendere meno arbitrario l’accesso alle collaborazioni e permettere un maggiore afflusso di capitali stranieri, essenziali per poter procedere a nuove esplorazioni e a modernizzare strutture altrimenti obsolete. Mentre ciò ha funzionato nel settore del gas che, escludendo il 2009-2010, è in costante crescita per produzione, export e attrazione di investimenti, le cose sono andate diversamente con il petrolio per il quale, a fronte di una richiesta interna costante, la produzione è a livelli inferiori a quelli del 1992.

Migliore è la situazione in Kazakistan, paese che ha saputo attrarre capitale straniero a partire dall’indipendenza, senza però rinunciare al proprio peso negoziale, difeso dalla compagnia di stato KazMunayGaz (KMG), colosso creato nel 2002 che possiede una serie di società controllate impegnate in tutte le fasi dello sfruttamento del sottosuolo, dalla ricerca di nuove riserve alla raffinazione. L’apertura verso l’esterno ha permesso di iniziare l’uso di bacini di recente scoperta, come quello di Tengiz, attualmente gestito dalla TengizChevrOil , che produce da solo 550.000 barili di petrolio al giorno (quasi due volte e mezzo l’output giornaliero del Turkmenistan). La realtà energetica di questo paese è particolarmente rilevante per l’Italia, che risulta essere il primo importatore di oro nero kazako, e rappresenta da sola il 25% del suo mercato estero.

L’elemento comune a tutte queste realtà è la difficoltà che esse incontrano ad esportare i propri idrocarburi, motivo per cui sono costrette a sfruttare pipelines straniere, di solito russe, come è evidente nelle due cartine realizzate dall’EIA (tabella gasdotti, tabella oleodotti; le cartine in questione possono essere facilmente trovate all’indirizzo web: http://www.eia.gov/countries/cab.cfm?fips=TX).

Dalla cartina degli oleodotti è facile notare come tutti i paesi sfruttino prevalentemente oleodotti russi, indispensabili per far arrivare il greggio in Europa. L’alternativa principale è rappresentata dal porto di Baku, utilizzabile come hub energetico da cui far arrivare i prodotti in Turchia. E’ al vaglio anche un sistema di trasporto diretto sotto le acque del Mar Caspio (linea rossa tratteggiata) per collegare direttamente Kazakistan e Azerbaijan.

Maggiormente in difficoltà resta comunque l’Uzbekistan, che può contare solamente su un tratto che collega il Turkmenistan con le linee controllate dal governo di Astana.

Per quanto riguarda il gas (figura gasdotti), invece, il percorso principale è quello del CAC (Central Asia Center Pipeline), che dall’Uzbekistan si dirige a nord verso Orsk, in Russia, e appartiene a Gazprom (compagnia di Stato del Cremlino), che sfrutta tale sistema per trasportare anche gran parte della produzione Kazaka.

Diversa è la situazione del Turkmenistan, che può vantare collegamenti diretti con Iran e Cina, che permettono allo Stato di diversificare maggiormente la propria esportazione. Al fine di aumentare la capacità di vendita, il governo di Ashgabat ha iniziato a progettare una condotta che dovrebbe arrivare sino in India seguendo due possibili varianti, entrambe passanti per Afghanistan e Pakistan. L’irrealizzabilità del piano è dovuta alla scarsa stabilità politica che i due paesi hanno al momento.

Luca Susic

Seguirà 1.2.3 L’Uranio

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Mappe fornite dall’autore della tesi

Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO, L.Susic/4

By Luca Susic

Capitolo 1.2.1 della tesi “Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO” (L.Susic)

1.2.1 L’Acqua

Si tratta della risorsa che più di tutte influenza gli stili di vita, l’economia e l’organizzazione sociale delle popolazioni locali. Sin dall’antichità la possibilità di avere regolare accesso alle fonti idriche è stata l’elemento chiave dello sviluppo sociale dei gruppi autoctoni: nelle zone desertiche o semidesertiche le relazioni umane non riuscivano ad avere forme stabili e maggiormente complesse, pertanto la struttura tribale prevalse. Si sviluppò così una tecnologia della mobilità, che permetteva agli allevatori di spostarsi celermente alla ricerca di pascoli ed acqua.

Queste migrazioni, quasi sempre dirette verso ovest al fine di evitare l’instabilità climatica degli altipiani mongoli, portavano i clan a scontrarsi con le civiltà sedentarie, che venivano spesso sottomesse, anche se solo per brevi periodi, poiché i legami fra tribù erano estremamente instabili e inadatti alla creazione di entità statuali resistenti. Avversari dei nomadi erano gli abitanti delle cosiddette civiltà delle oasi, centri urbani dediti al commercio e all’agricoltura che si andavano diffondendo in zone particolarmente favorevoli. La necessità di regolamentare l’accesso all’acqua favorì lo sviluppo delle strutture centralizzate di potere dominate da un’élite di proprietari capi, la cui eredità è ancora radicata nella cultura locale.

In epoca contemporanea, invece, la grande crescita demografica ed industriale ha aumentato la storica dipendenza dai fiumi Syr Darya e Amu Darya, i due principali immissari del lago d’Aral, anche grazie all’enorme potenziale idroelettrico che essi garantiscono38 [stimato in oltre 34.5 GW]. Quindi, a distanza di secoli, il controllo delle risorse idriche è nuovamente oggetto di contesa tra le varie repubbliche ex-sovietiche, che non esitano a lanciarsi pesanti accuse di uso indebito delle stesse. La politica di sfruttamento dei bacini del Turkestan per la coltivazione del cotone, portata avanti dall’Impero Zarista prima e dall’URSS poi, ha prodotto effetti disastrosi. Dal 1961 ad oggi la condizione si è ulteriormente aggravata: riduzione dell’acqua trasportata dagli immissari dell’Aral, aumento dell’aridità e della salinità, diminuzione della profondità media sono tutti elementi che rendono più difficile la gestione del lago. Questi causano ingenti danni alle popolazioni locali e all’economia, come riportato dal sito del Central Asia Regional Water Information Base Project (CAREWIB), secondo cui “All these effects have resulted in economic losses amounting to US$115 million and social losses estimated in the amount of US$28.8 million annually”.

È per tali ragioni, quindi, che la tensione intorno all’uso dell’oro blu è aumentata nel corso degli ultimi anni ed è sfociata nelle minacce lanciate dal Presidente Uzbeko Islam Karimov contro i Tajiki, che progettano di costruire una diga lungo il Rogun, un affluente dell’ Amu Darya, e contro i Kyrgyzi che intendono realizzare un progetto simile sul Syr Darya. Gli elevati investimenti richiesti sembrano rendere tuttora impossibile lo sviluppo di questi progetti che, qualora fossero terminati, metterebbero fine alla carenza energetica endemica delle due repubbliche e permetterebbero di iniziare un proficuo export di elettricità, sia pure a danno degli Stati confinanti.

La crescente “fame” di acqua ha indotto gli USA a concentrarsi maggiormente sulla questione, considerati soprattutto i problemi che una controversia fra repubbliche sorelle dell’Asia Centrale potrebbe causare agli interessi Americani in quello che è il confine profondo dell’Afghanistan. Come si può leggere nel documento redatto il 22/01/2011 a termine dei lavori del Committee on Foreign Affairs del Senato USA, la commissione esprimeva preoccupazione per il fatto che

We [gli Stati Uniti] pay too little attention to the waters shared by their Indian and Central Asian neighbors—Uzbekistan, Tajikistan, Kazakhstan, Kyrgyzstan, and Turkmenistan. For example, in 2009 the United States provided approximately $46.8 million in assistance for water-related activities to Afghanistan and Pakistan compared with $3.7 million shared among all five Central Asian countries for these effort”.

Nonostante il chiaro input, inteso ad orientare la politica estera in loco in maniera tale da rispettare prima di tutto questa risorsa fondamentale, la strategia governativa USA non è mutata in maniera incisiva.

Luca Susic

Seguirà 1.2.2 Petrolio e gas

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Foto: One Steppe at a Time

Cyber epigrammi – Da Togliatti al Muftì di Libia, parabola della democrazia…

By Cybergeppetto

Apprendiamo dall’ANSA che il mufti di Libia Sadok al-Ghariani, la più alta autorità religiosa del paese, ha diffuso una fatwa via sms per chiedere al governo di integrare rapidamente gli ex combattenti rivoluzionari (tuwar) nei servizi di sicurezza libici. I ragazzi tengono famiglia e hanno bisogno di uno stipendio, sennò si inquietano…

Subito dopo la guerra Togliatti promosse una famosa ammnistia che serviva a evitare che chi aveva commesso fatti di sangue finisse in galera; i repubblichini erano già stati trucidati ovunque dopo il 25 aprile, i partigiani comunisti responsabili di gravi crimini si ritrovarono liberi…

Se continuano così, tra sessantacinque anni i libici avranno un bel governo tecnico e qualche debituccio da pagare, almeno loro hanno il petrolio…

Compagnie petrolifere americane pronte a inziare la loro attività in Sud Sudan

E’ ufficiale. Secondo quanto riportato domenica 18 settembre dal Sudan Tribune, gli Stati Uniti hanno comunicato ufficialmente l’imminente inizio di attività di compagnie petrolifere americane sul suolo del Sud Sudan, lo stato africano nato lo scorso 9 luglio.

Si conclude così il periodo di chiusura agli affari con l’America, conseguenza dell’imposizione di sanzioni economiche al Sudan elevata dagli Stati Uniti nel 1997.

Il nuovo stato, infatti, resta al di fuori di tali sanzioni che investono invece il vicino Sudan, come indicato dagli stessi Stati Uniti la scorsa settimana.

Ora è una questione di definizione dei criteri che regoleranno l’attività delle compagnie americane, attualmente allo studio dell’agenzia statunitense Office of Foreign Assets Control (OFAC), che dovrebbe comunicare a breve la relativa regolamentazione.

Dunque accanto alle China National Petroleum Corp, Malaysia’s Petronas e India’s Oil and Natural Gas Corp, già attive nell’area, si aggiungeranno ora anche le occidentali Chevron Corp e Marathon Oil Corp, finora tenute lontane dal business dall’embargo alle attività commerciali con il Sudan.

Rimane il problema del trasporto di greggio attraverso il nord Sudan, per raggiungere Port Sudan  e prendere il mare. Tenuto conto anche dei circa 30 dollari per ogni barile in transito chiesti dal governo di Khartoum.

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Fonte: Sudan Tribune

Foto: ilfattoquotidiano.it

Il Sud Sudan viene ufficialmente al mondo domani 9 luglio

Domani, sabato 9 luglio, viene annunciata al mondo in via ufficiale la nascita del nuovo stato africano del Sud Sudan.

L’indipendenza dal nord è il risultato del referendum tenutosi nel gennaio di quest’anno, in cui la quasi totalità dei votanti si è espressa a favore della secessione dal nord del Sudan.

Tutto è pronto. Dalla bandiera all’inno, dalla costituzione – che ha incluso anche l’area petrolifera contesa dell’Abyei, nonostante il referendum previsto nell’ambito della risoluzione Onu n.1590 del 2005 non sia ancora stato indetto – alla parata nella capitale Juba dell’esercito del sud, il Sudan People’s Liberation Army (SPLA).

Per il nuovo nato sono già pronti i riconoscimenti ufficiali, dato che dopo il favore espresso dai  paesi del Commonwealth anche la Russia ha comunicato di voler presto intraprendere relazioni diplomatiche con il Sud Sudan, mentre Israele, secondo Haaretz, sarebbe pronto al riconoscimento; e una dote, visto che la United States Agency for International Development (USAID) ha confermato il proprio impegno nel supporto economico nonostante le restrizioni di bilancio.

Al riguardo, un analista del Sud Sudan, Jon Temin, si è detto convinto che l’interesse degli Stati Uniti verso il nuovo stato africano porterà a nuovi investimenti nel prossimo futuro, in particolare nel settore petrolifero.

Ed è proprio la questione del petrolio il pomo della discordia. Per il momento lo è sul piano regionale, visto che l’area ricca di petrolio, l’Abyei, una regione situata proprio sul confine tra nord e sud, è stata occupata dall’esercito del nord (SAF), con conseguente fuga della popolazione civile e rinforzo della missione di peacekeeping Unmis.

Ma lo sarà certamente anche in futuro, considerato che le spartizioni sul terreno, a partire dalle intese commerciali come quelle sancite dalla visita del presidente del nord Sudan Omar al-Bashir in Cina, sono destinate a ridisegnare l’area dell’Africa sub-sahariana, dividendola tra interessi occidentali e interessi asiatici.

Un interessante scenario per gruppi estremisti come al-Shabab e AQAP.

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Fonti: AFP, BBC, Haaretz, Sudan Tribune

Foto: Xinhua

Il Sudan assiste alla disputa dell’Abyei tra attacchi armati e condanne occidentali. Oggi ricognizione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu

Sono attesi oggi 23 maggio in un clima di aperta tensione i quindici rappresentanti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu intenzionati a vedere di persona la situazione sul terreno in Abyei.

La regione è ricca di petrolio nel sottosuolo e risulta a tutt’oggi contesa tra il nord e il sud del Sudan, quest’ultimo indipendente da fine gennaio per espressione popolare unanime.

Ormai da cinque mesi la popolazione dell’Abyei aspetta di poter esprimere tramite referendum la propria preferenza tra l’annessione al nord del Sudan o al Sud Sudan, trovandosi proprio lungo il confine dei due stati. Il referendum è subordinato alla definizione degli aventi diritto al voto: se la tribù araba nomade dei Misseriya, come vorrebbe il governo di Khartoum, o la tribù stanziale dei Dinka Ngok, come invece preferirebbe il Sud Sudan.

Dopo l’uccisione di quattro peacekeeper della missione Onu in Sudan (UNMIS) avvenuta lo scorso 10 maggio, dopo gli appelli alla calma da parte di Stati Uniti e Unione Africana, dopo la fuga di civili dall’area in essere dai primi di marzo e dopo il posizionamento dell’esercito del governo del nord del Sudan rilevato dai satelliti fino dallo scorso 14 marzo, una delegazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu visita oggi 23 maggio l’area contesa scenario di violenze crescenti.

Giovedì scorso 19 maggio il governo del Sud Sudan (GoSS) ha fatto appello alla calma chiedendo di accogliere in modo rispettoso i rappresentanti delle Nazioni Unite, che nella loro visita incontreranno non solo il personale di UNMIS ma anche le autorità locali e le organizzazioni e i gruppi civili, come si apprende dal Sudan Tribune.

Intanto sabato 21 maggio gli Stati Uniti hanno condannato l’offensiva condotta dall’esercito del nord del Sudan in Abyei chiedendone l’immediato ritiro, deplorando anche il decreto del presidente Omar al-Bashir che ha di fatto dissolto l’amministrazione dell’Abyei.

Nel frattempo l’esercito governativo del nord del Sudan aveva accusato l’esercito del Sud Sudan dell’uccisione di 22 dei suoi soldati nel corso di un attacco armato ai loro danni.

Mentre continua il rimpallo di accuse, la popolazione civile continua a fuggire in massa da una regione dove neppure i Medici senza Frontiere riescono a proseguire la loro attività sanitaria.

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Fonte: Sudan Tribune, Ansa

Foto: AP/Sudan Tribune

“I soliti ignoti” o “Operazione San Gennaro” a Tobruk?

By Cybergeppetto

Dopo tutto il casino che è successo in Libia non è chiaro se Sarkozy sia come il mitico Capannelle che fa sfondare la parete sbagliata ne “i soliti ignoti” oppure Cameron sia come Manfredi che in “Operazione San Gennaro” ruba il tesoro del Santo che, però, alla fine gli sfugge e viene restituito.

I ribelli non riescono a prevalere ed accusano la NATO di non aiutarli abbastanza, non si capisce cosa dovrebbero fare i jet occidentali, hanno sparato a qualsiasi cosa si muovesse, tutta colpa di quel diavolo di Muammar che usa macchine civili per trasportare i soldati, meglio dei francesi quando usavano i taxi per portare i soldati al fronte durante la grande guerra.

Le potenze occidentali fanno finta di pensare a dare armi ai ribelli, ma la cosa non è facile, i cinesi ed i russi s’incavolano all’ONU e dicono, guarda un po’, che il mandato della risoluzione 1973 è stato interpretato “troppo estensivamente”.

Apprendiamo da un dispaccio della Reuters che il fatto che quel tal Moussa Koussa, recentemente scappato da Tripoli, sia stato indagato per la strage di lockerbie “è stato un grave errore” secondo un tal Saad Djebbar, già consulente legale del governo libico, ma evidentemente ora passato alla sponda opposta.

Evidentemente le rassicurazioni di Moreno-Ocampo, procuratore capo della corte penale internazionale, secondo il quale “defezionare è un modo per evitare la responsabilità penale” non sono bastate. Ve lo immaginate il Rais nella tenda che dice ai suoi:”Siete liberi di andare a farvi arrestare!”. Iil timore, più che giustificato,  è che ora non scappi più nessuno…

Una cosa però è certa, la petroliera di cui parlavamo ieri è partita a pieno carico da Tobruk, c’è un trafiletto su radio 24. La libertà in Libia scivola liscia come l’olio, anzi, come il petrolio…

Caravan Petrol

By Cybergeppetto

 

La petroliera “Equator” battente bandiera liberiana e gestita dalla società greca Dynacom Tankers Management , secondo un dispaccio d’agenzia della Reuters, è attraccata all’inizio di marzo al porto di  Marsa el Ariga, controllato dai ribelli anti Gheddafi, si tratta di una nave che può caricare fino ad un milione di barili di petrolio.

La nave sembra essere vuota a giudicare dalla linea di galleggiamento e la società interessata rifiuta di fornire indicazioni circa il compratore del petrolio.

I ribelli sostengono di aver concluso una transazione sul mercato del petrolio Qatariota ed avrebbero chiesto all’ONU di non includere quest’attività, che avverrebbe secondo loro a Tobruk, in quelle vietate dalle recenti sanzioni . L’ENI, dal suo canto, ha in corso contatti con le autorità di Bengasi per proteggere il suo ruolo leader in Lybia.

Sarà un mesetto che sentiamo dire che in Libia si combatte per la libertà, nessuno parla di petrolio, tutti dicono che Gheddafi se ne deve andare perché è un dittatore, ma quelli che ora sono suoi oppositori erano con lui fino a due mesi fa, si sono redenti in quattro e quattr’otto?

Dietro le cortine nebbiogene sulla libertà sarebbe interessante sapere chi vuol mettere le mani sul petrolio libico, da un rapido giro sui principali siti di news non si hanno grandi riscontri sulla notizia, se non su un sito australiano.