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TAAC-W (RS): la roccaforte talebana di Shewan di nuovo in mano alle forze afgane grazie ai militari italiani

Si è da poco concluso l’Expeditionary Advisor Package (EAP) dei militari del contingente italiano, su base brigata Sassari, condotta a Farah dal 2 al 19 aprile, ha fatto sapere con un comunicato stampa del 27 aprile il Train Advise and Assistance Command – West (TAAC-W), che a Herat opera nell’ambito della missione a guida NATO Resolute Support (RS).

Il recente EAP ha assistito le Forze di Sicurezza afgane, come da sua caratteristica “a domicilio”, durante le fasi di pianificazione e di condotta delle operazioni, che hanno portato al controllo totale della storica roccaforte talebana di Shewan e alla messa in sicurezza degli abitanti.

“In nessuna delle fasi i militari italiani sono stati impiegati in attività cinetiche”, specifica il comunicato stampa del TAAC-W.

I circa 400 istruttori, compresa una aliquota statunitense, schierati nella ex base italiana di Farah a 200 km a sud di Herat, sede del contingente nazionale in Afghanistan, hanno messo a disposizione le proprie conoscenze per guidare al successo i circa 1.300 militari delle Forze di Sicurezza afgane “che a vario titolo hanno condotto, autonomamente, le operazioni militari sul terreno e per via aerea”, spiega il TAAC-W.

L’intervento delle Forze Armate Afgane, assistite dai militari italiani, è nato sulla base delle richieste di supporto espresse dalle autorità governative locali con l’ambizioso intento di allontanare le sacche di insorti presenti nell’area di Farah.

Questi ultimi, recentemente, con azioni limitate ma di grande risonanza mediatica, avevano intimorito la popolazione civile che, pertanto, rivendicava maggiori condizioni di sicurezza.

L’azione si rendeva inoltre necessaria per creare il clima di sicurezza indispensabile al fine di garantire la registrazione degli elettori alle liste degli aventi diritto e la loro libera espressione di voto durante le elezioni politiche programmate per il prossimo autunno.

Fondamentali per il raggiungimento del successo sono stati i costanti incontri organizzati dai militari italiani con tutte le autorità civili e militari locali, e in particolar modo con i capi villaggio e gli ulema, avvenuti sia preventivamente alle operazioni che durante lo svolgimento delle stesse, creando il giusto clima di collaborazione tra tutti i principali attori nel conseguire un così importante risultato.

Grande apprezzamento per gli esiti delle operazioni è stato inoltre espresso in più occasioni dal Comandante della missione NATO in Afghanistan, il generale statunitense John W.Nicholson, e dai suoi collaboratori del comando Resolute Support di Kabul, che in diverse occasioni hanno raggiunto la base di Farah e hanno preso parte alle shure con le autorità locali, riscontrando in prima persona l’efficacia delle azioni condotte sul terreno.

Anche il governatore della provincia di Farah, Abdul Bazir Salanghi, ha esteso il senso di gratitudine della sua popolazione per il costante supporto ricevuto dai militari italiani.

“Oggi, grazie ad anni di addestramento e assistenza, – sottolinea il comunicato del TAAC-W – il popolo afgano può beneficiare di Esercito e Polizia locali addestrati, equipaggiati e pronti a garantire, con sempre maggiore autonomia, la sicurezza per il proprio paese”.

Il lavoro degli advisor italiani svolto durante l’EAP si sviluppa nell’ambito della missione RS con il compito principale di addestrare, consigliare e assistere le forze di sicurezza locali, per migliorarne la funzionalità e la loro capacità di autosostenersi.

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Fonte e foto: TAAC-W, SMD

TAAC-W, RS: dieci talebani consegnano le armi sotto il timore delle pressanti operazioni in area. Salito al 78% il sostegno al governo a Herat e provincia

Sono 10 i combattenti talebani che hanno aderito al programma di riconciliazione con le istituzioni governative afgane e, alla presenza delle principali autorità civili, durante una solenne cerimonia hanno consegnato il proprio armamento alle forze di sicurezza.

Lo fa sapere con un comunicato stampa di oggi, 26 dicembre, il Train Advise Assist Command – West (TAAC-W), di stanza a Herat, in Afghanistan occidentale, nell’ambito della missione Resolute Support (RS).

“È stato determinante – spiega il TAAC-W – il ruolo della Polizia e dell’Esercito afgano, addestrati e assistiti dal contingente italiano del TAAC West, attualmente a guida brigata Sassari, che, esprimendo sempre maggiori livelli di professionalità, garantiscono un controllo minuzioso del territorio riducendo drasticamente la libertà di movimento dei cosiddetti nemici dell’Afghanistan. Gli stessi ex insorti, durante la solenne cerimonia, hanno attribuito alle forze di sicurezza locali il motivo principale della propria scelta di riconciliazione, ovvero al timore di essere catturati durante le pressanti operazioni”.

Sono infatti molteplici le operazioni condotte dalle Forze di Sicurezza locali che stanno portando a risultati di assoluto rilievo, spiega il comunicato, portando ad esempio l’attività a guida intelligence condotta nella provincia di Farah la settimana scorsa, si apprende, che ha portato alla neutralizzazione di alcuni capi dell’insorgenza e alla disarticolazione della catena di comando e controllo.

Il programma di riconciliazione promosso dalle istituzioni afgane prevede alcuni incentivi con l’obiettivo di incrementare ulteriormente il numero dei sostenitori del governo afgano che, nella provincia di Herat, è salito al 78% circa della popolazione ed è tra i più alti dell’intero paese, sottolinea il TAAC-W nel suo comunicato.

Tra gli obiettivi individuati e condivisi dal comandante del TAAC W, gen Gianluca Carai, con le autorità civili e militari di Herat incontrate recentemente, vi è quello del raggiungimento dell’80% della popolazione a sostegno del governo afgano, in linea con quanto previsto da un recente accordo siglato dai vertici della missione RS con il Presidente Ghani.

“Già individuate – conclude il comunicato stampa – anche le principali linee d’azione che saranno discusse nei prossimi giorni in un importante meeting sulla sicurezza, che si terrà a Camp Arena alla presenza delle principali autorità militari locali e del comando di Resolute Support provenienti da Kabul”.

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Fonte e foto: TAAC-W RS

Afghanistan, i ribelli ci riprovano: attaccato con bomba a mano Lince italiano a Farah

Nella mattinata di oggi, riferisce il Regional Command-West (RC-W) di ISAF, nei pressi di Farah un “individuo adulto non meglio identificato” ha lanciato un ordigno esplosivo contro un convoglio di militari italiani della Transition Support Unit South (TSUS), appartenenti all’8° reggimento alpini, e di militari afgani dell’Afghan National Army (ANA), impegnati in un’operazione congiunta.

L’ordigno, dopo aver colpito un veicolo Lince, come quello su cui ha perso la vita sabato scorso il capitano Giuseppe La Rosa, è caduto a terra esplodendo e causando il ferimento non grave di alcuni civili afgani.

Nessuna conseguenza per personale e mezzi del convoglio, che si è messo in sicurezza allontanandosi dall’area dell’attacco.

Il presunto attentatore risulterebbe fermato dalle forze di sicurezza afgane.

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Fonte: RC-W ISAF

Foto: veicolo Lince (archivio)

Afghanistan, i talebani promettono guerra se rimane anche solo un soldato straniero dopo il 2014

Nell’approssimarsi dei colloqui tra il presidente afgano Hamid Karzai e il suo omologo statunitense Barack Obama sul dopo ISAF (International Security Assistance Force), in programma questa settimana su suolo americano, i talebani alzano la loro voce promettendo di continuare la loro guerra se dopo il 2014 rimarrà anche solo un soldato straniero in Afghanistan.

Il tema della presenza di soldati stranieri, in particolare di quelli americani, in Afghanistan dopo il 2014, data prevista per la fine della missione ISAF nei suoi aspetti combat, è il punto principale dell’agenda degli imminenti colloqui tra i due presidenti.

La presenza di soldati stranieri in Afghanistan nel dopo-ISAF è in realtà un elemento indiscutibile se si vuol dare corso alla trasformazione della missione ISAF da combat a missione di supporto e addestramento, come del resto è già da tempo nei programmi della NATO, che dal 2003 è alla guida della missione ISAF.

In dettaglio, i soldati che resterebbero sul terreno dopo il 2014 potrebbero essere 3, 6 o 9mila, secondo le ultime notizie di stampa che hanno fatto seguito alla proposta fatta al Pentagono dall’attuale COMISAF, generale John R.Allen, di tre opzioni, rispettivamente per 6, 10 o 20mila militari. Per prevenire un ritorno di al-Qaeda, ma anche per continuare ad addestrare polizia ed esercito afgani.

La risolutezza dei talebani, al contrario, chiede zero militari sul terreno. Viceversa “guerra e distruzione continueranno”. Se il presidente Karzai e “il regime di Kabul” accorderanno la presenza anche di un solo soldato americano sul suolo afgano, ha dichiarato un portavoce dei talebani al Pakistan News Service, “anche loro saranno responsabili per tutte le ostilità future, per le morti e per la distruzione”.

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Fonte: Pakistan News Service

Foto: politico.com

Talebani pakistani cercano scrittori. Al via la campagna su Facebook

I talebani pakistani hanno creato una pagina Facebook dedicata alla ricerca di personale. Servono scrittori per il loro trimestrale e sul profilo di Umar Media TTP, che ha superato i 250 “mi piace”, si rivolgono direttamente ai candidati (ti piacerebbe diventare uno scrittore per Ahyah-e-Khilifat?), ammonendo, anche se con qualche inesattezza grammaticale, che la penna è più potente della spada e che, dunque, questa è l’occasione di imbracciare un’arma estremamente potente.

La pagina di Umar Media TTP risulta apparentemente affiliata al gruppo Tehreek-e-Taliban Pakistan, un’organizzazione radicale con legami ad al-Qaeda, nata nel 2007 per riunire i gruppi combattenti contro il governo pakistano nell’area di FATA (Federally Administered Tribal Areas) e di Khyber Pakhtunkhwa.

Fonte: mX Australia

Foto: logo Umar Media dalla pagina Facebook

Waziristan, attacco suicida ferisce leader talebano e conferma le spaccature tra gli estremisti

È il leader più in vista e più potente di una delle tribù che dominano il Waziristan, l’area pakistana semi-autonoma a ridosso del confine orientale dell’Afghanistan, nota anche come FATA (Federally Administered Tribal Areas), che si è distinta negli anni per il supporto e il riparo dato ai militanti qaedisti nel decennio di guerra in Afghanistan.

Maulvi Nazir Wazir, meglio conosciuto come il Mullah Nazir, è rimasto ferito oggi in un attacco suicida condotto contro la sua auto da una motocicletta guidata da un ragazzino nel mercato di Wana, importante città nel sud del Waziristan. Sei i morti, dodici i feriti, il Mullah ferito lievemente  e la sua auto completamente distrutta sono per ora i numeri dell’attentato secondo alcune fonti, altre riportano invece di ferite ben più gravi sul corpo dell’influente signore della guerra.

Il leader ha validi motivi per essere bersaglio di attentati. Primo tra tutti la sua forte opposizione alla presenza dei guerrieri uzbeki nella regione del Waziristan, da cui negli anni scorsi ne ha espulsi parecchi. Inoltre, la sua alleanza con il leader del nord, il comandante militante Hafiz Gul Bahadur, stretta contro la presenza delle truppe statunitensi e NATO in Afghanistan, ma che comunque non prevede attacchi contro le truppe pakistane, rappresenta un legame strategico agli occhi delle altre tribù dell’area.

E infatti la tribù del Mullah Nazir è entrata già molte volte in conflitto con le altre tribù per la conquista della leadership. La rivalità tra gli estremisti è molto alta, al punto da dare origine a vere e proprie battaglie. Secondo gli esperti, tuttavia, le divisioni all’interno del movimento non sono destinate ad assumere un profilo pubblico, stante la consapevolezza dei talebani del rischio, così facendo, di diventare facili bersagli dell’Occidente.

L’attacco di oggi, tuttavia, pare essere stato ben orchestrato, dato che dopo l’esplosione è cominciata una sparatoria contro le persone coinvolte nello scoppio. Di più, secondo alcune fonti ufficiali riportate dalla Reuters, l’attentato con la successiva sparatoria sarebbe collegato a un altro attacco avvenuto poco prima nel vicino distretto di Tank.

Fonte: Agence France Presse, Reuters, DNA

Foto: Center for American Progress

Ai talebani non piace il reportage: giornalista avvisato con bomba sotto l’auto

Una bomba sotto l’auto del giornalista televisivo Hamid Mir della rete Geo TV, rinvenuta ieri 26 novembre a Islamabad, capitale del Pakistan, ha espresso senza equivoci lo scontento dei talebani per le modalità di trasmissione di una notizia passata dall’emittente pakistana. Sotto accusa proprio il registro utilizzato, che, a detta del portavoce dei talebani Ahsanullah Ahsan, avrebbe promosso le forze laiche e profane.

La notizia in questione è relativa al ferimento della ragazzina impegnata nella rivendicazione dei diritti delle donne afgane, Malala Yousufzai, attualmente in Gran Bretagna per l’assistenza medica specializzata al fine di salvarle la vita dopo il grave attacco sferrato dai talebani.

Mir e altri suoi colleghi giornalisti avevano già ricevuto minacce da parte talebana circa un mese fa proprio in relazione al caso di Malala, colpevole, agli occhi dei talebani, di rivendicare la formazione scolastica femminile in aperta critica con i militanti estremisti.

Ahsan ha dichiarato all’Associated Press che Mir e i suoi colleghi verranno presto colpiti. Questo fallito attentato è stato solo un avvertimento.

Fonte: The Atlanta Journal-Constitution, Associated Press

Foto: Dawn Pakistan

Afghanistan, il Mullah Omar è terribilmente depresso

È il Sun di oggi a riportare in auge l’ormai 53enne Mullah Omar, leader talebano sulla cui testa pende una taglia da 6 milioni e mezzo di sterline, con una testimonianza di un suo seguace che non lo ha più visto dal 2001.

Da quando, cioè, Omar se ne è andato tra la polvere verso le montagne in sella alla sua motocicletta, lasciandosi alle spalle l’attentato alle Torri Gemelle e l’astro nascente di al-Qaeda, Osama Bin Laden.

“Se fosse in buone condizioni ci avrebbe dato prova di essere vivo”, sostiene il suo accolito, che afferma di nutrire dubbi sugli ordini dati in suo nome.

Il barbuto leader con un occhio solo soffrirebbe di depressione addirittura dal 1999, dopo essere sopravvissuto a un attentato in cui sono rimasti uccisi due dei suoi fratelli.

Affermazioni che non danno certezze, neppure se messe in sistema con la pazzia che ha colpito l’intera famiglia del Mullah Omar, che vanta uno zio incatenato al letto per impedirgli di uscire tutto nudo in strada. Ma che, comunque, alzano di nuovo il sipario su una personalità che ormai appare più immaginaria che reale.

Fonte: The Sun

Foto: Wikipedia

Afghanistan, Herat: ore di battaglia tra talebani e polizia locale rendono incandescente la transition

Ieri pomeriggio un attacco di ribelli talebani ha impegnato per ore in una dura e sanguinosa battaglia nel distretto heratino di Obe, nell’Afghanistan occidentale, un convoglio della polizia afgana.

Dieci uomini della sicurezza afgana sono rimasti uccisi, secondo quanto riportato da Agence France Presse (AFP) che cita fonti della polizia locali. Tra loro sono cinque gli ufficiali di polizia deceduti, compreso il capo della polizia del distretto di Obe.

Il governatore del distretto, Najeebullah Ahmadi, ha fatto sapere che i talebani uccisi sono tre e tra loro c’è anche il loro comandante, Mullah Asmatollah.

Dall’agenzia Afghan Islamic Press (AIP) si apprende con maggior precisione l’area dell’attacco, che è compresa tra i distretti di Obe e di Chesht Sharif, nella zona di Genewa. Nella battaglia sarebbe rimasto ucciso anche il capo della sicurezza del distretto di Chesht Sharif.

L’area occidentale dell’Afghanistan è sotto la responsabilità dei militari italiani del Regional Command-West (RC-W) di ISAF di stanza a Camp Arena, a Herat. L’RC-W, attualmente su base brigata Taurinense al comando del generale Dario Ranieri, è impegnato nel processo di transition, ovvero nel trasferimento della responsabilità di territorio e operazioni dalle forze alleate di ISAF alle forze locali.

Il processo di transition è un passaggio in fasi progressive programmato dalla missione a guida NATO ISAF in vista della trasformazione della missione da combat, quale è attualmente, a missione di supporto e addestramento a partire dal 2014, anno entro il quale le truppe attualmente sul terreno saranno richiamate in patria.

Il Segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, ha ribadito nel suo recente viaggio in Afghanistan la determinazione nel raggiungere il traguardo della transition nei tempi previsti senza variazioni di ritmi in agenda.

Riferendosi alle forze afgane, Rasmussen ha notato che “hanno già fatto molto, sono responsabili della sicurezza dei tre quarti della popolazione e, dove esercitano la loro responsabilità, la violenza è diminuita”.

Durante il suo viaggio in Afghanistan, il Segretario generale della NATO ha ricevuto anche dall’RC-W un punto di situazione nel corso della visita a Camp Arena dello scorso venerdì 19 ottobre. Dal generale Ranieri e dal Senior Civilian Representative a Herat, Andrea Romussi, Rasmussen ha ricevuto un aggiornamento sulla situazione nella regione occidentale dell’Afghanistan, con particolare riferimento al processo di transizione di responsabilità alle autorità afgane nei campi della sicurezza, dello sviluppo e della governance.

Il processo di trasferimento di responsabilità rimane comunque un momento particolarmente delicato, come dimostra l’attacco mortale di ieri. La stessa AFP sottolinea come il numero dei morti tra le forze di sicurezza afgane sia aumentato dal momento in cui è cominciato il processo di assunzione della responsabilità dei locali.

Un aumento dell’insorgenza con attacchi ai paesi dell’Asia centrale nel dopo-ISAF, a partire cioè dal 2014, è temuto dagli esperti del Commonwealth of Independent States (CIS) dell’Asia centrale, che ha recentemente stigmatizzato un cambiamento geopolitico globale.

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Fonti: AFP, AIP, Daily The Pak Banker

Foto: poliziotti afgani a Herat nel maggio 2012/AFP

Afghanistan: undici anni dopo l’attacco alle Torri Gemelle arrivano parole di pace, e di business, da parte talebana

Sono passati undici anni dall’evento che ha aperto drammaticamente il nuovo millennio, l’attentato alle Torri Gemelle di Manhattan dell’11 settembre 2001.

Allora la risposta americana alla mattanza nel cuore dell’America era stata in termini di lotta al terrorismo dove il terrorismo aveva casa, a oltre diecimila chilometri di distanza dagli States: l’Afghanistan.

Oggi, a undici anni da quell’evento sanguinoso e dopo una trasformazione della guerra che ora guarda a una exit strategy che sia il più possibile smooth, i colloqui di pace con i talebani abbozzati un anno fa sembrano riprendere vigore.

Ad alimentare maggiore ottimismo arriva un report del Royal United Services Institute (Rusi), che presenta dati incoraggianti dopo recenti intervisite con quattro elementi chiave dei talebani molto vicini al leader Mohammad Omar. Tra loro un comandante dei mujaheddin, un membro fondatore del gruppo e ministri del precedente governo. Nessuno ha accettato di essere nominato.

In sintesi, il documento del RUSI rassicura sul futuro dell’Afghanistan, esprimendo scarsissime possibilità che il paese ricada in un periodo di oscurità e terrore alla fine della missione combat di ISAF, ovvero dal 31 dicembre 2014 in poi.

Pur se le aspettative talebane vengono espresse sempre con levantina eleganza, c’è comunque interesse intorno alle dichiarazioni espresse verbalmente da un gruppo che di solito si esprime con i giubbotti esplosivi.

I talebani, emerge dal report, non ritengono esista una naturale inimicizia con gli americani e si dicono pronti ad accettare anche una presenza militare americana se risulta di aiuto alla sicurezza dell’Afghanistan.

In accordo a ciò potrebbero essere cinque le basi americane tollerate, per così dire, sul terreno fino al 2024: Kandahar, Herat, Jalalabad, Mazar-e-Sharif e Kabul. Naturalmente i talebani hanno avuto cura di esprimere la speranza che tale presenza si trasformi in vantaggi economici.

Riguardo ai contatti con al-Qaeda, il gruppo avrebbe espresso un profondo rimorso lasciando capire che ci sarebbe anche la disponibilità a non eseguire più gli ordini qaedisti una volta stabilito un cessate il fuoco. Un piano supportato anche dal Mullah Omar, secondo quanto dichiarato.

A fronte di tanta disponibilità, i talebani in cambio chiedono il rifiuto dell’attuale costituzione, che ha goduto dell’appoggio occidentale, il rifiuto a negoziare con il presidente Hamid Karzai, considerato dai talebani un fantoccio dell’Occidente, per finire con la richiesta di piena rivalutazione dell’organizzazione sul piano internazionale.

E non è tutto qui. I quattro rappresentanti chiedono all’America piena garanzia di non intervento contro Pakistan o Iran da basi afgane e il bando degli attacchi di drone. Se proprio vogliono, gli americani possono attaccare l’Iran dal Golfo Persico. Una concessione che più di negoziazione sa di mercanteggiamento, se si considera che costituzione, presidente e condanna del terrorismo sono proprio i punti cardine dell’intervento americano e alleato in Afghanistan.

Il report di RUSI arriva in concomitanza con la consegna del carcere di Bagram e di quasi tutto il suo contenuto agli afgani. Bisognerà quindi valutare le parole dei quattro innominati rappresentanti talebani nell’ambito di uno scenario tutto nuovo fra qualche tempo, quando si potrà apprezzare la bontà dell’atto direttamente sul terreno.

Di certo oggi, a undici anni dall’attacco alle Torri Gemelle, ciò che conta evidenziare è il riconoscimento da parte talebana che la collusione con al-Qaeda ben prima dell’atto terroristico che ha scosso l’Occidente non è stata vantaggiosa: “Tutti [e quattro] hanno dichiarato, con parole diverse, che i talebani ora riconoscono che i loro legami con al-Qaeda prima dell’11 settembre sono stati un errore”, riporta il documento specificando che i talebani considerano al-Qaeda responsabile della loro caduta nel 2001.

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Fonte: The Telegraph, RUSI

Foto: EPA/The Telegraph