Ago 22, 2012
123 Views
0 0

Siamo in dittatura. Così è il sistema, e la sua violenza è legale

Written by

By Vincenzo Ciaraffa


Abbiamo spesso definito il momento storico che stiamo attraversando come quello della “dittatura del sistema”, un perverso regime che si regge sull’alleanza tra politica, industria, economia, multinazionali e gruppi editoriali. Come anche spesso abbiamo esortato chi ci legge a stare all’erta perché questa inedita, e neppure tanto, dittatura non è visibile a occhio nudo nel senso che essa non ricorre ai metodi classici delle dittature del passato.

Infatti, non notiamo carri armati per le strade, i militari se ne stanno per i fatti loro, le radio e le televisioni non sono state occupate (almeno non dai Generali…), il Parlamento sta lì, anche se non si capisce per fare cosa, e a votare ci andiamo ancora, anche se soltanto per esprimerci su candidati imposti dall’alto.

Ebbene, lo confessiamo, la nostra disamina aveva un limite: prendeva in considerazione soltanto la situazione del nostro Paese mentre, in realtà, la “dittatura del sistema” è un problema degli abitanti del villaggio globale nel senso che riguarda tutta l’umanità. Se pensate che esageriamo v’invitiamo a meditare su tre recenti accadimenti che, purtroppo, sui Media e sul Social Network non hanno suscitato quel coro di riprovazione che ci aspettavamo da parte di persone sempre pronte a inondare le reti informatiche con lacrimose storie di cani maltrattati o di gatti smarriti, ma veniamo ai fatti.

Nella centralissima Times Square di New York la Polizia, invece di limitarsi a ferirlo, ha abbattuto con dodici pistolettate un povero disgraziato che, sfatto dalla droga, si aggirava stralunato tra i negozi e le insegne luminose di una zona che gli americani considerano il centro del mondo. In un certo senso essi hanno ragione a considerarla così, perché Times Square, dove milioni di newyorchesi si radunano il 31 dicembre per celebrare il Capodanno, è qualcosa di veramente unico: negozi e alberghi tra i più costosi al mondo si confondono tra le centinaia di migliaia d’insegne luminose e mega schermi che fanno sembrare giorno anche la notte fonda, dove le attività commerciali prosperano e il denaro scorre a fiumi.

Appena una settimana dopo il fattaccio di Times Square, la Polizia sudafricana ha sparato ad altezza uomo sui minatori in sciopero delle miniere di platino di Marikana (di una multinazionale inglese), uccidendone trentasei e ferendone almeno il quadruplo.

Nello stesso giorno tre ragazze russe di un trio canoro punk sono state condannate a due anni di carcere per aver offeso la morale religiosa del popolo russo cantando una canzone anti Putin nella cattedrale moscovita di Cristo Salvatore.

Per carità, nessuno nega che il drogato di New York brandisse un coltello e che gli scioperanti del Sudafrica agitassero lance e machete, ma chi fronteggia con armi da fuoco automatiche individui dotati unicamente di armi bianche, evidentemente, non è nella necessità di dover uccidere per salvare la propria vita. In genere è sufficiente tirare sopra la loro testa per arrestarne l’impeto aggressivo, alla peggio alle loro gambe in modo di neutralizzarli prima di arrivare al contatto fisico.

Salvo che la sua reazione non debba rispondere a dinamiche che poco o niente hanno a che fare con la difesa personale, l’ordine pubblico e con la morale religiosa, come sospettiamo sia avvenuto nei casi in questione. Infatti, i tre accadimenti, per quanto distanti spazialmente, sono stati raccordati da un unico filo conduttore: il ripristino dell’ordine costituito nella “dittatura del sistema” mediante il terrorismo istituzionale spacciato per difesa della legalità.

Il disgraziato di New York, in realtà, è stato abbattuto come un cane rabbioso non perché minacciasse realmente tale legalità o la vita degli agenti che volevano fermarlo, ma soltanto perché era un bubbone nella rutilante realtà di Times Square, il centro del mondo  – come sostengono gli americani –  un centro che, a sua volta, è centro della dittatura della quale parliamo.

Nel caso della mattanza dei minatori di Marikana, poi, l’intento era addirittura palese: il sistema dominante doveva dare una dura lezione a coloro che  – per il solo fatto di esercitare un diritto –  minacciavano  gli interessi della multinazionale inglese, una delle colonne portanti della “dittatura del sistema globale”.

Stessa cosa in Russia, dove un autocrate immorale e ateo (i bunga-bunga a base di sesso e vodka nella sua dacia sono famosi quasi quanto quelli di Arcore…) si è eretto a difensore della morale religiosa! In realtà, intendeva lanciare un avvertimento a chi minaccia il suo potere basato sull’acquiescenza della Chiesa Ortodossa e sull’incontrollato flusso/riflusso di capitali provenienti dalle royalties minerarie e metanifere.

Oddio, c’è anche chi per contribuire a mantenere in piedi questa dittatura transnazionale ricorre a metodi meno truculenti di quelli appena esaminati, ma non per questo meno devastanti, come i bassi servigi delle implacabili strurmtruppen di Equitalia cha hanno già fatto fuori una cinquantina di persone che      – almeno sotto il profilo operativo –  dobbiamo dire che si sono suicidate.

Questa, però, è soltanto la rappresentazione italiana di quella “dittatura del sistema” che, per consolidarsi, tenterà d’intimorirci con la violenza legale, armata o disarmata che sia. Sempre, beninteso, che i cittadini del villaggio globale accettino di continuare a vivere come formiche schiavizzate.

Vincenzo Ciaraffa

Foto: la mappa di Freedom House è di giornalisticalabria.it

Article Categories:
tales