8 settembre 1943

Il distacco tra classe dirigente e popolo è una malattia cronica in Italia

By Vincenzo Ciaraffa


Questo mese di settembre reca in seno la ricorrenza di due eventi che, per come si snodarono, furono laceranti per il popolo italiano: la fine del potere temporale dei papi e quella dello Stato risorgimentale.

Il 20 settembre 1870 i Bersaglieri, irrompendo dalla breccia di Porta Pia, fecero di Roma la capitale d’Italia, in opposizione alla Francia che si era fatta protettrice dell’integrità dello Stato Pontificio. Mentre, però, l’Italia legale occupava la Città Eterna approfittando della debolezza di una Francia invasa dalle armate prussiane, l’Italia reale, quella rappresentata da Garibaldi e dai suoi volontari, correva a soccorrere i cugini francesi, infliggendo una sonora batosta – l’unica di quella guerra – ai prussiani nella battaglia di Digione.

Ma l’Italia reale era rappresentata anche da quei cattolici che, lacerati dalla scelta tra Stato e Chiesa, avevano trovato rifugio nel “non expedit” di Pio IX, estraniandosi dalla vita politica della nazione fino ai primi del ‘900. Risolta in qualche maniera la “questione romana” nel 1929, grazie ai Patti Lateranensi stipulati tra lo Stato e la Chiesa, il nostro Paese si trovò a fare i conti con una lacerazione ancora più grande o, se vogliamo, con una delle pagine più amare della sua storia.

Dopo averne avallate per un ventennio la dittatura, le leggi razziali e la scelta di entrare nel carnaio della II Guerra Mondiale al fianco di quel criminale di Hitler, il 25 luglio 1943 Vittorio Emanuele III fece arrestare il Cavaliere Benito Mussolini (sfiduciato la notte precedente dal Gran Consiglio del fascismo) e successivamente  – l’8 settembre 1943 – rivelò la firma dell’armistizio con gli Alleati, in una girandola di dilettantismo, vigliaccherie e sotterfugi, tesi unicamente a salvare la dinastia e la pelle. Infatti, alle ore 0510 del giorno 9 settembre accadde un fatto che crediamo non abbia precedenti in Europa: il re, la famiglia reale, il capo del governo, Badoglio e 300 dei principali comandanti militari scapparono verso Pescara come dei ladri di polli!

Le Forze Armate – che combattevano in Italia e all’estero – e la nazione furono abbandonati nelle mani dei tedeschi inferociti per il nostro “tradimento”. Purtroppo, una volta volatilizzatasi i supremi poteri dello Stato, agli italiani mancò la guida per organizzare una capillare, efficace lotta ai tedeschi e se alcuni iniziarono a battersi, la maggioranza si acconciò a sopravvivere. Infatti, non appena si diffuse la notizia dell’ignominiosa fuga dei vertici dello Stato e delle Forze Armate, iniziò il  “tutti a casa” del celebre film di Alberto Sordi dei gregari ad ogni livello che – si badi bene – non fu la fuga collettiva dalle responsabilità ma il disgustato distacco di un popolo dalla sua classe dirigente: in quel periodo la monarchia, gli Stati Maggiori e la classe dirigente raggiunsero, in assoluto, il punto più alto nella disistima degli italiani e del mondo civile!

Tra governanti e governati, si venne a creare un’incrinatura che non si è mai completamente saldata e che riprenderà ad allargarsi negli anni successivi, quando         – dopo “Mani pulite” – cadrà anche la foglia di fico dello Stato etico. Ma, con una Costituzione rimaneggiata a metà, una classe dirigente inesistente, i poteri dello Stato gli uni contro gli altri armati e una crisi economica – finanziaria come mai si erano visti, questo mese di settembre è, in assoluto, il peggiore della nostra storia e, per alcuni aspetti, simile a quello del ’43.

Infatti, quando il “Gran Consiglio” della democrazia, il Parlamento, ha fatto sapere all’altro Cavaliere della nostra storia, Berlusconi, che il suo devastante percorso stava per giungere al termine, anche quest’ultimo si è presentato al sacro colle per riferire al re, pardon, al Presidente. Esattamente come sessantanove anni prima, l’inquilino del Quirinale (che aveva già organizzato l’uscita di scena del Cavaliere assieme ai cosiddetti poteri forti) aveva già il Badoglio di turno sottomano con il quale, dopo averlo investito in fretta e furia del laticlavio e della conduzione del governo è “scappato” pure lui assieme alla classe dirigente, non a Pescara stavolta ma dalla Costituzione e dalla realtà.

E la realtà era, ed è, sotto gli occhi di tutti. Il governo al quale Monti è subentrato era forse caduto in Parlamento? Può un Parlamento, già di per sé delegato dal popolo, delegare a sua volta altri a surrogarlo? In tutto ciò che è avvenuto in Italia negli ultimi dieci mesi, ha avuto qualche parte la volontà popolare? I tempi sono oggettivamente difficili, Monti non è il peggio che poteva capitarci e, probabilmente, la storia aveva fretta di presentare il conto delle malefatte alla mia inutile generazione che, per fortuna, è in esaurimento, ma a preoccuparmi non sono tanto le similitudini di questo settembre con quello del 1943, ma le possibili, future similitudini.

Fino a marzo del 1943, Mussolini fu l’osannato mattatore del balcone di Palazzo Venezia, all’incirca due anni dopo era appeso a testa in giù a Piazzale Loreto.

Data la loro mediocrità, probabilmente nessuna delle parti in causa si è resa conto che con il tradimento del proprio ruolo istituzionale e del mandato degli elettori ha decretato  la fine del regime  parlamentare, così come la fuga del re e del governo, l’8 settembre del  1943, decretò la fine della monarchia e l’inizio della guerra civile. Napolitano non è Vittorio Emanuele III e Monti non è Badoglio, ma gli uomini sono fatti anche dalle circostanze e circostanze ancora più gravi di quelle attuali possono ancora avvenire.

Non dimentichiamo che fino a marzo 1943 Mussolini fu l’osannato mattatore dal balcone di Palazzo Venezia, all’incirca due anni dopo pendeva a testa in giù a Piazzale Loreto.

Vincenzo Ciaraffa

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Foto: l’immagine della Breccia di Porta Pia è di Internet Culturale

Tra Caporetto e l’8 settembre 1943: il ferreo generale Gonzaga e il valoroso generale Bellomo

By Giovanni Punzo

Desidero ringraziare Paola Casoli non solo per l’opportunità di ricordare il generale Gonzaga, combattente della Grande Guerra, ma della lezione impartita (anche a me…) l’altro giorno. Da tempo abbiamo liquidato in toto l’Otto Settembre come un fuggi fuggi grottesco, complici anche film molto divertenti e libri famosi: determinate immagini sono diventate alla fine una interpretazione diffusa e accettata acriticamente, comoda e più o meno assolutoria per tutti. Senza cedere alla tentazione di banali moralismi sulle responsabilità – che pure ci furono –, con autonomia di giudizio, è ricordato un soldato che si è rifiutato di cedere le armi. Se, in questi anni, siamo stati proclivi e complici del clima invasivo da commedia all’italiana, Paola ci ha richiamato all’ordine smentendo solennemente l’immagine della “fuga”, dell’abbandono dei posti e delle responsabilità di tutto e di tutti.

Istintivamente ho pensato al padre del generale caduto la sera dell’Otto Settembre: Maurizio Ferrante, ferito gravemente a un ginocchio e a una mano a Stupizza (valle del Natisone) durante uno degli scontri della battaglia di Caporetto (ottobre 1917). In questo caso il rapporto non è più solo tra padre e figlio all’interno di una famiglia di tradizioni militari, ma diventa il comportamento di due soldati italiani immersi nelle più controverse e dolorose vicende della storia del nostro Paese quali furono appunto Caporetto e l’Otto Settembre.

Nato a Venezia nel 1861, quando la città era ancora sotto il Lombardo Veneto, Maurizio Ferrante Gonzaga frequentò la scuola militare diventando sottotenente nel 1881. Dopo una carriera regolare senza l’esperienza africana di Dogali o di Adua, ma prestando servizio ad esempio alle dipendenze di Cadorna, arrivò in Libia con il  grado di colonnello nel 1913.  Promosso maggior generale alle soglie della Grande Guerra, collaborò con il generale Frugoni nella fase della mobilitazione e ottenne il comando della 9a divisione nell’ottobre 1915. Con questa grande unità partecipò alla battaglia d’arresto della Strafexpedition nella primavera-estate del 1916. Dopo la riconquista del monte Cimone raggiunse il fronte dell’Isonzo.

Definito da un memorialista della Grande Guerra «il ferreo generale Gonzaga» (E. Baj-Macario), Maurizio Ferrante si distinse prima della battaglia di Caporetto nella conquista del Vodice avvenuta nel corso della decima battaglia dell’Isonzo ottenendo la prima medaglia d’oro. Al contrario di altri colleghi il posto comando della sua divisione (53a, composta dalle brigate «Teramo» e «Girgenti» e da un paio di battaglioni alpini) si trovava a poche centinaia di metri dalla prima linea. Benché il fatto con il tempo fosse ritenuto poco credibile, il rinato interesse per la Grande Guerra, soprattutto in Friuli e Slovenia, ha fatto invece rintracciare a un gruppo di ricercatori dei campi di battaglia la caverna con relativa iscrizione del tempo e sul generale e sulla divisione “di ferro” da lui comandata una casa editrice specializzata di Udine ha pubblicato anni addietro un interessante volumetto.

L’episodio più famoso avvenne comunque nelle confuse giornate di Caporetto. A Stupizza, a fondo valle, nei pressi della dogana del vecchio confine (quello cioè del 1866), ignorando la massa compatta di austro-tedeschi che stava calando verso Cividale, il generale Gonzaga si trovò in mezzo ai soldati della sua divisione che avevano eretto uno sbarramento provvisorio fatto di autocarri inutilizzabili, botti e masserizie delle case vicine. Era tuttavia necessario sapere cosa stesse preparando il nemico e fu fatto uscire in ricognizione un mezzo squadrone dei «Cavalleggeri di Alessandria». Respinto e quasi annientato il piccolo reparto, toccò allora allo sbarramento che, oggetto di violento fuoco di artiglieria leggera, fu letteralmente spazzato via. In questa fase Gonzaga fu ferito e costretto a raggiungere l’ospedale militare di Udine dove subì l’amputazione di due dita. Non si trattò di una ferita da poco (pare anche per le condizioni in cui era stata effettuata l’amputazione) perché poté riprendere servizio solo nell’agosto dell’anno dopo.

Ben diversa la storia del generale Nicola Bellomo. Il 9 settembre 1943, avendo avuto sentore che i tedeschi intendessero sabotare il porto di Bari, corse sul posto dopo aver raccolto pochi elementi tra Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, Guardie di Finanza e meno di un plotone di genieri. Colse di sorpresa i tedeschi che avevano già iniziato a minare le strutture del porto mettendoli in fuga. Il porto di Bari fu salvo e, per gli sviluppi che avrebbe preso la guerra nei mesi successivi, divenne uno dei punti essenziali della logistica alleata per la campagna d’Italia.

La conclusione amara fu che, nel giugno del 1945, quando ormai la guerra in Europa era finita, il generale Bellomo fu arrestato con l’accusa di essere responsabile della morte di un prigioniero inglese, in altre parole un ‘crimine di guerra’. Fu processato da un tribunale inglese, condannato a morte e fucilato. Perfino una giornalista inglese presente alle udienze fece notare che la corte aveva ricostruito con troppa ‘facilità’ le circostanze della morte del prigioniero e che tale ricostruzione non era del tutto attendibile. Ad esempio un testimone non poteva essere stato in grado di vedere quello che realmente accadde, diversamente da quanto dichiarò invece alla corte. Inoltre i colpi che avevano ucciso l’inglese erano stati sparati da un fucile e non dalla pistola di cui risultava armato il generale.

Bellomo non presentò domanda di grazia e affrontò il plotone d’esecuzione con la massima dignità, con la quale del resto si era comportato durante il processo. Stranamente né lo Stato Maggiore, né il Regio Esercito, né altre istituzioni avviarono alcuna iniziativa ufficiale nemmeno per la revisione del processo, sul quale intanto andavano maturando numerosi dubbi e soprattutto in maniera paradossale sulle testimonianze di alcuni italiani. Resta il fatto – che si commenta da solo – che Nicola Bellomo fu l’unico decorato al valore militare per la difesa di una città dai tedeschi e l’unico ‘criminale di guerra’ italiano giudicato colpevole e condannato.

Giovanni Punzo

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8 settembre 1943: il primo militare caduto dopo l’armistizio è stato un generale dell’Esercito (9 settembre 2012)

Foto: il generale Maurizio Ferrante Gonzaga è di miles.forumcommunity.net, il generale Nicola Bellomo è di digilander.libero.it

Dopo l’8 settembre 1943. Commemorazione dell’affondamento della corazzata Roma

Viene commemorato oggi 10 settembre, alla presenza del ministro della Difesa Giampaolo Di Paola, l’affondamento della corazzata Roma avvenuto il 9 settembre 1943 all’indomani dell’armistizio con cui il Regno d’Italia, formalmente, cessava le ostilità contro gli Alleati nell’ambito della Seconda Guerra Mondiale.

La cerimonia di commemorazione dell’affondamento della Corazzata Roma, il cui relitto è stato rinvenuto il 17 giugno scorso, si svolgerà nelle acque del Golfo dell’Asinara  a bordo di nave Bergamini, la  fregata multiruolo che porta il nome dell’ammiraglio Carlo Bergamini, comandante in capo delle forze navali da battaglia nel 1943.

L’evento avrà luogo sul punto esatto dell’affondamento, stabilito grazie al recente ritrovamento del relitto per opera dell’ingegner Guido Gay.

Sul ponte di volo della fregata saranno presenti, insieme al ministro, i sopravvissuti all’affondamento, il Comandante in Capo della squadra navale ammiraglio Giuseppe De Giorgi e il figlio dell’ammiraglio Bergamini, oltre alle autorità civili, militari e alle Associazioni d’Arma e combattentistiche.

A sessantanove anni dall’affondamento della corazzata saranno ricordati, dal mare, i 1.393 caduti i cui resti  giacciono a più di 1.200 metri di profondità.

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Fonte: Marina Militare Italiana

Foto: L’Unione Sarda

Da Cassibile a Cernobbio. Badoglio cercasi disperatamente

By Cybergeppetto

L’8 settembre – il giorno in cui si festeggia, in silenzio e con vergogna, la morte della Patria – i giornali danno notizia del discorso che, in videoconferenza, Re Giorgio ha indirizzato dal Quirinale ai partecipanti, a porte chiuse, del Forum Villa D’Este. Un workshop organizzato da The European House – Ambrosetti: una simpatica rimpatriata di banchieri, imprenditori politicizzati, politici spompati e frattaglie di casta d’ogni tipo.

Sarebbe anche troppo facile fare dell’ironia sulle parole del Presidente della Repubblica: quando uno dichiara solennemente che l’8 settembre che “è stato realizzato un programma densissimo d’interventi” vuol dire che non si rende conto che stiamo continuando a indebitarci per mantenere uno stato inefficiente.

Si potrebbe ricordare, per amor di polemica, che i decreti che non si firmavano con il governo precedente sono stati firmati dopo, ma ormai la gente lo sa che il “potere neutro” del presidente è una battuta da Zelig.

Il commissario politico del Colle ricorda che “molto resta da fare”, e infatti abbiamo pagato la prima rata dell’IMU, ma dobbiamo pagare ancora il più e il peggio entro la fine d’anno.

La lettura del discorso, come sempre in questi casi, è un esercizio penoso per la retorica che lo riempie, soprattutto per il richiamo all’importanza delle consultazioni elettorali, quelle che lui stesso ha reso inutili con il primo e vero “governo del presidente”.

E comunque una cosa chiara nel messaggio c’è, anche se non è scritta.

Il presidente/Re della casta, attraverso il suo plenipotenziario Monti/Badoglio, fa come il suo precedessore a Cassibile: si arrende allo strapotere dell’avversario allorché dichiara che gli impegni europei saranno rispettati. Per chi non avesse capito, Re Giorgio dice cripticamente  agli strozzini di tutto il mondo: “Continuate a prestarci i soldi che ci servono per tenere in piedi la casta e i carrozzoni di stato, noi vi pagheremo lauti interessi”.

C’era bisogno che il Presidente intervenisse direttamente? Poteva lasciare uno scarno comunicato da leggere al suo consigliere militare, un generale che, ad oltre settant’anni,  invece di stare a casa coi nipoti,  sgambetta in divisa e cordone da aiutante di campo. Un foglio dattiloscritto potrebbe anche leggerlo, oltretutto l’8 settembre.

Cybergeppetto

p.s. “Papà, con quante b si scrive obiettivo?”. “Si può scrivere sia con una che con due. I militari amano distinguere l’obiettivo, con una b sola, cioè il fine a cui tendere, dall’obbiettivo, con due b, che si utilizza in fotografia e in videoripresa. Evidentemente al Quirinale non ci sono militari”.

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La foto di Mussolini e Badoglio è tratta dal blog DiciottoBrumaio

8 settembre 1943 il primo militare caduto dopo l’armistizio è stato un generale dell’Esercito

È stato ricordato ieri, nel sessantanovesimo anniversario della sua morte, il primo militare caduto per mano tedesca subito dopo l’armistizio della Seconda Guerra Mondiale dell’8 settembre 1943. L’Esercito lo ha ricordato in un comunicato.

Il generale Ferrante Vincenzo Gonzaga, ufficiale del Regio Esercito, venne ucciso a Eboli. Comandava la 222^ Divisione costiera quando ricevette la notizia della firma dell’armistizio tra l’Italia e gli alleati.

Impartì allora ai suoi uomini gli ordini per opporsi a eventuali atti ostili delle truppe germaniche. Al comando di pochi militari in una postazione di osservazione in località Buccoli di Conforti, in provincia di Salerno, la sera dell’8 settembre il generale Gonzaga ricevette l’intimazione di resa da parte di un ufficiale tedesco.

Poco prima, alle 19.45, ricorda il comunicato, la radio aveva divulgato il messaggio dell’armistizio firmato dall’Italia con le forze alleate. L’ufficiale, per mantenere fede ai valori militari di fedeltà e onore, oppose un deciso rifiuto e reagì ai tedeschi che lo minacciavano con le armi, impugnando la propria pistola. Cadde colpito da una scarica di moschetto.

Era nato a Torino il 6 marzo 1889. Frequentò l’Accademia Militare dal 1907 al 1912.

Nel corso della sua carriera militare il generale Gonzaga è stato decorato di:

Medaglia d’Oro al Valore Militare “alla memoria”, concessa con Regio Decreto il 29 gennaio 1944;  Medaglia d’Argento al Valore Militare, concessa con Regio Decreto l’8 gennaio 1922, per aver preso parte attiva al combattimento e portato in salvo un nucleo di dispersi a Carpeneto – Pozzuolo nell’ottobre 1917;  Medaglia d’Argento al Valore di Marina, concessa con Regio Decreto il 23 maggio 1928; due Medaglie di Bronzo al Valore Militare per aver comandato, sebbene ferito, la sua batteria in combattimento di fronte alle artiglierie avversarie a Monte Zera (Felza) agosto – settembre 1915 e per aver assolto il proprio compito con perizia e valore nella controffensiva per raggiungere la linea del Piave a Fossalta di Piave nel giugno 1918; Croce di Guerra al Valore Militare, concessa con regio decreto 20 dicembre 1923; due Croci al Merito di Guerra.

Al generale Ferrante Vincenzo Gonzaga è intitolata la caserma di Foligno sede del Centro di Selezione e Reclutamento Nazionale dell’Esercito.

Fonte: stato maggiore Esercito

Foto: stato maggiore Esercito