happy hour

A laurà, bagai!

By Sugar Lady

La prossima volta mi faccio pagare. Una bella fatturina, magari come consulenza civica, che alla prossima chiamata al voto porto direttamente al presidente del seggio per il pagamento immediato con bonifico sul conto.

Il voto costa, anche per gli elettori. Rientrare di corsa dal week-end, recuperare la tessera elettorale dalla boite-à-rêves in soffitta, affrontare l’umiliante trafila della registrazione alla cabina elettorale, il tutto dopo essersi sorbiti mesi di campagna elettorale tutta pugnette e niente fatti, costa tempo e dignità. Oltretutto, si parla di almeno un’ora della propria giornata lavorativa. Che per un professionista si calcola in cifre dai due zeri in su.

Nonostante queste considerazioni, anche l’ultima volta siamo andati al voto con tutto l’entusiasmo del caso, accollandoci le spese relative al suffragio senza batter ciglio, come se ci calassimo un prosecchino fresco in attesa della cena.

Il risultato di quell’happy hour sono stati tre galli in uno stesso pollaio, tutti e tre che si azzuffano l’uno contro l’altro, vittime, come sono, dell’invidia del pene. Il tentativo, poi, di sbaragliarne uno con una campagna di persecuzione attuata e legittimata tramite la magistratura, non ha fatto altro che mettere in evidenza l’inadeguatezza dei due galli restanti.

Persone che non hanno neppure l’intenzione di rimboccarsi le maniche per governare. E noi paghiamo. Noi continuiamo a pagare, non solamente con il nostro volontariato in tema di elettorato attivo.

Siccome non sono una benefattrice, e dato che quando pago qualcuno per eseguire un lavoro mi aspetto che il lavoro venga fatto, allora la prossima volta che vado a votare mi faccio pagare io, perché non concepisco che, dato un mandato, questi fannulloni si permettano di perdere tempo in capricci e capriccetti pur di non mettersi seriamente a lavorare e a darci finalmente un governo, quale che sia.

Se questi sono i preliminari, non mi aspetto grande soddisfazione dall’atto che seguirà. Forse una spettacolare ma fugace esplosione erotica sarà il massimo che sapranno dare. A laurà, bagai!

Sugar Lady

La tessera elettorale è di cremonaoggi.it

Sicurezza: i 50 marines di Obama e i 50 vigili di Pisapia

L’assalto in stile militare, una battaglia di quattro ore con missili antiaereo e armi pesanti, che martedì sera ha ucciso l’ambasciatore americano Chris Stevens a Bengasi, in Libia, sta scuotendo l’Occidente. E anche le coscienze.

Chi non ricorda l’assicurazione di Obama al momento della lotta al dittatore libico, il leader Gheddafi che i profeti dicevano avremmo rimpianto, relativa alla presenza di uniformi in Libia, quel rassicurante no boots on the ground in nome della fiducia nell’indigeno. Peggio: in nome di una presuntuosa  volontà di distruggere e ricreare a propria immagine e somiglianza, dando per scontato che tutto fili liscio.

Il buonismo di Obama ha preso un duro colpo. Un po’ come il buonismo di Pisapia a Milano: quel medesimo no boots on the ground che ha cancellato la presenza dei militari sul terreno a tutela della sicurezza, nella piena certezza che la città fosse al riparo da crimini e tensioni.

La smentita per Pisapia è arrivata qualche giorno fa a ridosso di Porta Romana tra la folla dell’happy hour, dopo una sparatoria con vittime che ne seguiva un’altra di qualche giorno prima.

Così, per tenere testa al sopravvento degli eventi avversi, Obama ha inviato 50 marines in Libia e Pisapia 50 vigili a Milano. Come spesso accade quando si è travolti dai fatti si deve fare dietrofront e abiurare a principi precedentemente sbandierati con ingenua convinzione.

Troppa confidenza toglie la riverenza, dicevano i vecchi. Se vogliamo semplificare all’estremo, anche senza dare troppa ragione all’homo homini lupus di Hobbes, in fondo in fondo si tratta proprio di questo.

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La Libia in Paola Casoli il Blog

Foto: metronews

La casta delle piatte-come-un-mocassino

By Sugar Lady

Piatta. Piatta tanto quanto una trentenne fuori corso sposata a un ricchissimo sessantenne.

Flat, per dirla in temine modaiolo visto che stiamo parlando di scarpe.

E non di scarpe qualsiasi, ma di mocassini dall’inconfondibile gommino calzati da un politico donna dall’inconfondibile piattume: le Tod’s ai piedi della Rosy.

Ma se almeno la Rosy avesse un po’ di quella fantasia nel dessert che dimostrano i suoi omonimi produttori di dolcezze, non sventolerebbe il paginone del quotidianone affittato dall’industrialone. Se ne andrebbe invece in via del Babuino a comprarsi subito un paio di magiche femminilissime Louboutin per tentare di abbozzare almeno un po’ di femminilità. Tanto a lei gliele darebbero subito gratis, visto che è un politico (giusto per stare sulla linea del Diego).

L’ho detto e scritto già tante altre volte che i nostri politici non hanno stile. E visto che l’abito fa il monaco, mi aspetto che questi politici abbiano almeno la delicatezza di riconoscere che se sono al centro degli strali dei poveri contribuenti è solo per una questione di stile.

Non è affatto una questione di arraffo o di strategia di appropriazione, macché, solo di stile. Infatti neppure quello riescono a fare i nostri politici, cioè il pensare in modo speculativo, dato che le ricchezze e gli esoneri dal pagamento di beni e servizi e fisco e quant’altro vengono loro serviti su un piatto d’argento senza neppure la fatica di chiedere.

I pirla siete voi che calate le braghe sperando nell’aiutino alla vostra fabbrichetta o nell’ammissione al master esclusivo per il rampollo di famiglia. Che viaggiate sui voli di linea della compagnia di bandiera pagando il prezzo pieno per sostenere la gratuità dovuta (dovuta!) al politico viaggiatore. Che vi fate fare le sclerosanti alla clinica dei poveri pur di sfoggiare la mini senza collant alle riunioni del collegio di vostro figlio. E che continuate a comprare simboli invece di significati.

Io, da parte mia, continuo a farmi i miei happy hour sul tacco quindici alla faccia dell’ebbrezza e del lastricato dei Navigli. E lascio a voi le ballerine da figlia-di-maria!

Sugar Lady

Foto: la Rosy che sventola il quotidiano è di Tiscali Notizie , le Christian Louboutin collezione 2011/12 sono del blog Best Shoes and Sandals

Viva gli sposi!

By Sugar Lady

Le mancherà l’happy hour o la prima di Harry Potter. L’appetizer con le amiche in centro e lo shopping spensierato senza rimorsi.

Tutto questo mancherà alla tenera e devota Kate. Ma già adesso, mica dopo il matrimonio.

Sì, perché Waity Katy, che fa i conti da otto anni con le indecisioni di William e che ormai avrà cellulite e capelli bianchi da vendere, convive con il futuro sposo nel posto più lontano dalla civiltà che si possa immaginare.

Altro che Alice nel Paese delle meraviglie. Kate e William stanno nell’isola di Anglesey, una punta di terra e sassi nel Galles nordoccidentale: prati verdi e mare grigio. Mini-supermercati e lunghe passeggiate.

I due si saranno certo divertiti i primi tre giorni, anche senza televisione né computer, ma poi chissà che noia mortale. Anche per una giovane coppia – oddio, ormai hanno tutti e due ventotto anni a testa – dev’essere una palla pazzesca.

Dopo tre giorni di sesso sfrenato si avrà anche voglia di farsi un po’ gli affari propri, magari andare alla presentazione di un libro in centro o farsi ricostruire le unghie da Sensational Nails.  Invece lì esci dal cottage e cosa vedi? Il nulla. Ti giri, guardi di nuovo dentro il cottage e cosa vedi? Un uomo spossato e spremuto che si infila le ciabatte e ti chiama per fargli un caffè.

Aggiungiamoci poi che sono otto anni di piglia e ripiglia, di cerimonie militari a guardare il fidanzato che sfila e che prende i gradi prima di ufficiale e poi di pilota. Otto anni durante i quali i due si mollavano per poi ripigliarsi nel fine settimana. Quando andava bene a Kate toccava di accompagnare William in vacanze di lusso sulla neve di Klosters o nelle riserve del Kenya. Che palle, mai un ouzo sorseggiato in una festaiola isola greca, mai un primitivo gustato ballando a piedi scalzi in una festa nel Salento.

Ma Waity Katy terrà duro una volta in più, in nome di quella assurda follia che ci spinge ad aspettare i comodi dei maschietti che ci accompagnano. Sia che accada su un’isola sperduta, in attesa che il compagno finisca il suo corso da elicotterista, sia nel centro della civiltà di una metropoli dalle mille seduzioni.

Intanto William suggella l’immagine del maschio vittima del fato, novello Enea incapace di comprendere il sacrificio d’amore femminile. Almeno Didone non era sopravvissuta. Il suo sogno d’amore era morto prima di sfociare nella noia.

Sugar Lady

Foto: Mirror