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NRDC-ITA: concluso l’International Influence Seminar 2018 organizzato dalla Influence Division del Comando

Si è conclusa il 21 giugno scorso la International Influence Conference 2018, una due giorni di intensi lavori organizzata dalla Divisione Influence del Comando del Corpo d’Armata di Reazione Rapida della NATO in Solbiate Olona (NATO Rapid Deployable Corps – Italy, NRDC-ITA), ha fatto sapere lo stesso Comando con un comunicato stampa.

Numerosi esperti di comunicazione provenienti non solo da diversi comandi e unità alleate, ma anche dal mondo accademico, si sono riuniti a Milano, a Palazzo Cusani, per condividere esperienze e considerare nuove idee e proposte circa l’uso a fini operativi dei Social Media.

Il seminario, si apprende, è stato moderato dal prof Michelangelo Conoscenti, docente ordinario presso l’Università degli Studi di Torino ed esperto comunicatore, che ha fornito un punto di vista accademico sugli aspetti inerenti i temi trattati.

In particolare, il prof Conoscenti, insieme con gli altri relatori, “ha animato una proficua riflessione e messo opportunamente in luce l’importanza che la NATO attribuisce a una trasmissione tempestiva e accurata della sua comunicazione attraverso i Social Media, divenuti uno strumento fondamentale nel moderno Information Environment”.

Nel corso del seminario sono emerse, e si sono potute condividere, in uno stimolante consesso multinazionale, esperienze operative maturate in missioni in diversi teatri operativi.

I risultati dell’esame di tali esperienze, spiega NRDC-ITA, hanno confermato come l’impatto dell’azione prodotta in un ambiente adimensionale, qual è quello informativo/cognitivo, sul mondo fisico sia “una componente prioritaria per la corretta pianificazione e condotta di un’operazione militare”.

Durante la seconda giornata del seminario, dedicata ai lavori di gruppo, le attività si sono concentrate sui possibili ruoli e sull’impatto dei Social Media in una varietà di ipotetici scenari operativi.

Molto apprezzati dai partecipanti i contributi dei relatori provenienti dal NATO Strategic Communication Centre of Excellence di Riga (Lettonia), dal 28° reggimento Pavia in Pesaro, dal Centro per le Comunicazioni Operative dell’Esercito Tedesco (Zentrum fuer Operative Kommunikation der Bundeswehr) di Mayen, nonché da altre unità britanniche, svedesi, canadesi, francesi e statunitensi con specifiche competenze nell’ambito delle Comunicazioni Operative.

La Influence Division dell’NRDC-ITA, costituita nel 2015 in risposta alle esigenze emerse con la trasformazione del Comando in Joint Task Force HQ in seguito all’integrazione della caratteristica interforze, ha come missione quella di rendere operative le linee guida della Comunicazione Strategica (StratCom), rendendole coerenti con le attività di comunicazione.

Questo processo permette, in operazione, di orientare a proprio vantaggio la percezione dei messaggi e i processi di decision making avversari.

La Influence Division coordina le funzioni del Public Affairs, delle Information Operations (InfoOps), delle Psycologic Operations (PSYOPS), del Key Leader Engagement, CIMIC, Joint Fires e del Security Force Assistance (SFA).

“Ancora una volta – conclude il comunicato – NRDC-ITA è protagonista nel realizzare sinergie tra il mondo accademico e quello militare, evidenziando quanto gli effetti delle azioni militari possano essere potenziati da un adeguato sfruttamento di una opportuna, coordinata e tempestiva capacità di azione nell’Information Environment”.

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Fonte e foto: NRDC-ITA

TAAC-W, RS: un corso di radiogiornalismo per contrastare la propaganda dei terroristi

Si è concluso ieri, 8 novembre, a Camp Arena a Herat, sede del contingente italiano nell’Afghanistan occidentale, un corso di giornalismo a favore di militari e poliziotti impiegati nella Pubblica Informazione delle Afghan National Defense Security Forces (ANDSF).

Si tratta del primo corso – spiega il Train Advise and Assist Command West (TAAC-W), attualmente su base brigata Taurinense, con un comunicato stampa di ieri – espressamente dedicato alla gestione di trasmissioni radiofoniche.

Con una breve cerimonia e con la consegna degli attestati di partecipazione da parte del gen Antonio Bettelli, vice Capo di Stato Maggiore dei Supporti della missione Resolute Support (RS) – massima autorità militare italiana in Afghanistan – e del Comandante del TAAC-W, gen Massimo Biagini, “si è dato formalmente il via a una nuova capacità nell’ambito della pubblica informazione delle ANDSF”, spiega il comunicato.

“Gli undici ufficiali dell’Afghan National Army e dall’Afghan National Police – comunica più in dettaglio il TAAC-W – hanno terminato un intenso corso volto ad approfondire le tematiche di giornalismo e informazione in un ambiente complesso e variegato come quello dell’Afghanistan occidentale, dove coesistono canali di comunicazione tradizionali quali la stampa, la radio e la televisione accanto a canali avanzati come internet e i social media”.

Il gen Bettelli, durante la consegna dei diplomi di fine corso, ha elogiato gli allievi incoraggiandoli a continuare il proprio percorso professionale per un Afghanistan sempre più prospero e sicuro, estendendo inoltre il proprio apprezzamento al personale del contingente italiano di TAAC-W che ha operato in veste di advisor per il perseguimento dell’importante traguardo.

L’esigenza di approfondire tali argomenti è emersa in seguito alla crescente necessità di contrastare in maniera efficace la propaganda delle formazioni terroristiche ostili alla popolazione e alle istituzioni afgane.

Personale qualificato del quartier generale di Resolute Support, insieme al personale del contingente italiano, ha quindi spiegato nel corso delle lezioni il giusto approccio alla metodologia dell’informazione, al corretto uso dei canali di comunicazione a seconda dell’audience di riferimento con particolare attenzione alle comunicazioni radiofoniche.

“In una società come quella odierna, il contrasto alle forze nemiche dell’Afghanistan si applica non solamente tramite il controllo del territorio fisico del proprio Paese, ma anche e soprattutto informando la popolazione in maniera adeguata, efficace e corretta su quelli che sono i continui progressi ottenuti dalle Forze di Sicurezza e dalle Istituzioni”, ha dichiarato il gen Biagini al termine della cerimonia.

“Questo corso – ha poi concluso il Comandante del TAAC-W – vi ha dato gli strumenti per operare ancor più efficacemente per il bene del vostro Paese, raggiungendo con le radio, le televisioni e il web il maggior numero di cittadini”.

Per il TAAC-W si è trattato di un’ulteriore iniziativa finalizzata a sostenere il processo di formazione e professionalizzazione delle forze di sicurezza locali non solo in aspetti tecnico-pratici militari ma, come stabilito dalla missione RS e dal governo di Kabul, favorendo la crescita professionale e specialistica dei nuovi quadri delle ANDSF.

Il corso appena concluso completa un percorso formativo avviato dalla brigata alpina Taurinense per creare nell’ambito delle ANDSF nuove capacità in grado di contrastare la propaganda delle cellule terroristiche e, allo stesso tempo, raggiungere sempre più ampie fasce di popolazione durante le campagne d’informazione per il contrasto agli ordigni improvvisati e quelle di prevenzione sanitaria.

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Fonte e foto: TAAC-W RS

Salone Libro Torino nel Centenario Grande Guerra: Difesa “proiettata al futuro coltivando le proprie radici”

Salone Libro Torino_stand Difesa_Visitatori allo Stand 03È stata inaugurata ieri, 14 maggio, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la 28^ edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino.

Il Presidente Mattarella ha incontrato il personale militare presso lo stand Difesa, dove le Forze Armate presentano le più recenti opere editoriali per la diffusione della cultura della difesa.

Oggi, 15 maggio, si è tenuta la cerimonia di premiazione del concorso letterario ‘La storia della Grande Guerra riletta dai giovani d’oggi – Mai più trincee’, indetto dal Ministero della Difesa in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (MIUR). All’evento hanno partecipato il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti, il Capo di stato maggiore della Difesa, gen Claudio Graziano, e il sottosegretario al MIUR, Gabriele Toccafondi.

Il concorso, aperto agli studenti italiani di ogni ordine e grado, ha riscosso un ampio consenso, con oltre 700 elaborati presentati che hanno avuto come filo conduttore la riflessione sull’esperienza della Prima Guerra Mondiale, sul significato storico della ricorrenza e sull’importanza dell’integrazione per preservare e garantire la stabilità dell’Europa.

Al termine della premiazione, il Ministro Pinotti ha visitato lo stand espositivo dell’Istituto Luce che ha realizzato il libro “Fango e Gloria”. Il volume riprende il tema dell’omonimo film sul primo conflitto mondiale, presentato il 4 novembre 2014 in tutta Italia in occasione della celebrazione del Giorno dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate, realizzato sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e con il Patrocinio del Ministero della Difesa.

Il Ministero della Difesa è presente alla XXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino con uno stand istituzionale ubicato presso il Padiglione 3 al Lingotto Fiere.

‘Proiettati al futuro, coltivando le proprie radici’ è il messaggio che la Difesa intende veicolare quest’anno attraverso il fitto programma di attività convegnistiche e iniziative editoriali organizzate per diffondere e valorizzare i temi legati alla storia e alla cultura delle Forze Armate.

Un messaggio testimoniato anche dalla nuova veste dello stand espositivo che, oltre ai tradizionali cinque spazi, quattro di Forza Armata e uno dedicato all’Area Storica, ospita, per la prima volta, un’area dedicata alla comunicazione digitale per illustrare le principali innovazioni intervenute nel settore della comunicazione istituzionale (Portale WEB, WEB TV e App per tablet e smartpohone).

Nella mattinata di oggi sono stati presentati il libro “Mare Nostrum”, “La scelta di Catia” e “Il mare fra le terre”, in collegamento video con Nave Grecale della Marina Militare. Nel pomeriggio sono stati ricordati i 90 anni della Rivista Aeronautica e presentati i libri “Lo spazio cibernetico tra esigenze di sicurezza nazionale e tutela delle libertà individuali”, “Pelle d’Ammiraglio”, “Mediterraneo ed oltre”, “In guerra sopra le nubi” e “I caduti dell’aviazione italiana nella Grande Guerra”. L’opera cine-televisiva “Media Combat Team History” “PALOMBiRO. Pagine dal fondo” ha concluso le attività della giornata.

Gli hashtag per parlarne: #culturadelladifesa   #SalTo15

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Fonte e foto: stato maggiore Difesa/Marina Militare

ISIS: il genocidio culturale è pura propaganda. A portata di click

isis-unesco-genocidio culturaleBy Filippo Malinverno

Da settimane le ruspe del Califfato impazzano sul web demolendo siti archeologici. Non a caso. Fa tutto parte di una propaganda volta a intimorire i suoi nemici, in Medio Oriente e in Occidente: la creazione di una nuova società passa attraverso la distruzione dei simboli di quella da eliminare.

Mosul, Ninive, Nimrud, Khorsabad, Hatra. Stando al singolare programma di debellatio messo in atto dai militanti dell’ISIS, la lista di siti archeologici irreparabilmente danneggiati potrebbe allungarsi nelle prossime settimane: quella che distruggono è una storia prima di tutto irachena, visto che si tratta dell’eredità dell’impero assiro di Mesopotamia, ma che riguarda al tempo stesso l’intera umanità.

Questo assassinio del diritto alla cultura, e dunque anche alla libertà, fa parte di un programma di uso della propaganda ben studiato dai vertici del Califfo ed estremamente efficace. Come in qualsiasi Stato nascente che utilizza la forza come deterrente e mezzo di conquista, così nello Stato Islamico la propaganda è una delle colonne portanti del suo apparato.

L’uso di mezzi tecnologici sofisticati, come droni per riprese aeree, fish eye e programmi di montaggio di ultima generazione, nonché di registi evidentemente preparati, permette ai messaggi del Califfo Al-Baghdadi di diffondersi in tutto il mondo, senza che le autorità occidentali possano contrastarli in modo efficace: eliminare le decine di video dal contenuto macabro e scioccante non farebbe altro che rendere più difficile la loro individuazione sul web e aumentare la loro diffusione, dato che si tratta di un fenomeno virale pronto a riprodursi senza sosta e più vigorosamente, se contrastato.

La piattaforma di internet è il luogo perfetto per sviluppare questa propaganda martellante ed efferata: attraverso la rete, chiunque può essere raggiunto e il jihad islamico può facilmente diventare un intrigante obiettivo di vita per quei musulmani imbevuti di radicalismo, essendo a portata di un semplice click. Ecco che quindi il grido di battaglia del Califfato entra nelle case dei cosiddetti “lupi solitari” residenti in Occidente, pronti a cogliere al volo l’occasione di dare il proprio contributo alla causa jihadista direttamente nella tana del nemico: il rischio di attentati solitari in Europa resta altissimo e non va sottovalutato.

Un grande punto di forza della propaganda dell’ISIS è la lingua veicolare degli stessi messaggi, la cui scelta è saggiamente caduta sull’inglese, idioma simbolo delle relazioni internazionali contemporanee.

Grazie a questa lingua gli ideali estremisti del Califfo possono essere compresi da tutti proprio perché, quando parla in prima persona o attraverso i suoi sottoposti, Al-Baghdadi vuole rivolgersi al mondo intero.

I destinatari di questa propaganda sono infatti due: da una parte i musulmani, ai quali è rivolto un messaggio di redenzione religiosa (pena l’eliminazione fisica, come mostrano i video); dall’altra gli occidentali in senso lato, a cui invece il Califfato si rivolge in modo più minaccioso e battagliero: l’Occidente è il simbolo di tutto quello che l’ISIS vuole combattere, un crogiolo di valori profani e da eliminare con la forza.

I video delle demolizioni dei siti archeologici assiri non sono altro che una prova tangibile di ciò che, seppur improbabilmente, potrebbe succedere ai nostri simboli: così come la storia antica irachena rappresenta un legame con un mondo politeista ed eretico, anche l’Occidente viene identificato come tale. L’affermazione di un nuovo ordine politico, sociale e religioso, come è quello proposto dallo Stato Islamico, deve per forza passare dalla distruzione totale di tutto ciò che contrasta con esso: quella che stiamo vedendo in Iraq e Siria e che presto potremmo vedere in Libia è una damnatio memoriae senza compromessi.

Se, al momento, gli unici a subire quotidianamente le violenze jihadiste sono i musulmani restii ad aderirvi, l’obiettivo dei militanti islamici è quello di esportare queste barbarie nel continente europeo.

Si tratta di una minaccia, presente in ogni video caricato sul web, che utilizza la violenza per terrorizzare il cittadino occidentale e che punta alla manipolazione delle menti, imbevendole di immagini atroci. Lo scopo di questa manipolazione è politico: minacciando il popolo occidentale utilizzando come modus operandi la decapitazione di ostaggi, l’ISIS ci spinge a fare pressioni sui nostri stessi governi affinché cedano al pagamento dei riscatti richiesti, invece che ostentare una freddezza verso i propri connazionali prigionieri che gli stessi messaggi dei jihadisti amplificano. Il vantaggio? Trattare con l’ISIS significherebbe riconoscerne implicitamente la sua esistenza de facto, agevolando lo sviluppo della sua affermazione sul territorio.

Una propaganda di forte impatto e gestita con cura dunque, che invade con le immagini i paesi che non può invadere con le truppe. Qual è il fine ultimo di questa eliminazione sistematica di uomini, antiche mura e statue?

Le ragioni sono essenzialmente tre: c’è, innanzitutto, quella ideologico-religiosa, che si basa sul contrasto tra ciò che è sacro e giusto secondo le leggi coraniche e ciò che invece è profano e quindi non lo è (dunque buona parte del bagaglio ideologico occidentale di stampo liberale), in riferimento a quella che gli islamici chiamano “jāhiliyya“, ovvero l’ “Età del peccato” che, storicamente, precedette l’opera profetica di Maometto nel VII secolo d.C.; in secondo luogo, vi è una ragione politica, secondo cui il Califfato utilizza la violenza come mezzo di affermazione della propria identità statale e come strumento per ottenere vantaggi per il proprio sviluppo: l’ISIS tuttavia non si contende con la Siria di Assad e l’Iraq di Al-Abadi il ruolo di governo legittimo di quei paesi, ma sostiene la creazione di uno Stato ex-novo con confini, istituzioni e valori differenti; infine, vi è anche uno scopo economico, dovuto alla vendita dei reperti antichi sul mercato nero: distruggere decine di oggetti dal valore inestimabile senza tentare di trasformarli in dollari sarebbe una mossa decisamente poco saggia, al di là di tutte le motivazioni religiose e ideologiche.

Esattamente come la propaganda, anche questo genocidio culturale è rivolto a tutti. Il mondo moderno è un immenso patrimonio di ricchezze storiche che ognuno di noi deve avere il diritto di conoscere, di vedere, di esplorare e di comprendere: questo è il danno più grave che l’ISIS sta infliggendo all’uomo, l’eliminazione del diritto a leggere la propria storia e il proprio passato attraverso l’eredità materiale e morale lasciata dal passato. Il Califfo mira a estinguere la memoria di un popolo per plasmarne una nuova: contrastarlo è l’unico modo per evitare che questa nuova memoria nasca sulla paura e sulla violenza.

Filippo Malinverno

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Foto: L’Indro

Tra boots on the ground e social media: appunti dalla conferenza La Guerra delle Donne, del CME Lombardia

20150306_Palazzo Cusani Milano_Com Mil Esercito Lombardia_conferenza La Guerra delle Donne_IntlHubPiù comunichi e più il tuo messaggio è efficace. Questa affermazione è qualcosa di più, oggi, del dire che se non comunichi non esisti, lo slogan tanto caro alle scuole di comunicazione di oltre dieci anni fa quando la carta stampata era ancora il padrone quasi indiscusso della comunicazione, mentre il principio della condivisione e dell’interazione online era, forse, ancora allo stadio embrionale in Italia.

Con questo concetto dell’efficacia del messaggio, basato sulla condivisione, ho aperto un recente articolo sul mio blog relativo al nuovo sito online del Corpo d’armata di reazione rapida della Nato (Nrdc-Ita), che ha da poco ridisegnato il proprio website implementandolo con i nuovi profili social sull’onda dell’apertura comunicativa manifestata negli ultimi anni dalla Nato nei confronti dei new media.

Conferenza 6 marzo 2015_Invito_smallPartendo da questa considerazione, proprio sulla base dei cambiamenti che hanno investito il mondo della comunicazione facendo affiorare nuovi bisogni e nuove urgenze comunicative in termini di mezzi e contenuti, ho poi impostato un mio recente intervento nell’ambito di una conferenza che si è tenuta a Palazzo Cusani, Milano, venerdì 6 marzo, mettendo a disposizione dell’interessante evento, organizzato dal Comando Militare Esercito Lombardia nel Centenario della Grande Guerra, la mia esperienza di giornalista così come l’ho vissuta nell’ultimo decennio.

L’intento della mia presentazione era esattamente quello di fornire un punto di vista ulteriore, diretto e attivo, quale strumento per accostarsi alla lettura dei cambiamenti avvenuti nel mondo della comunicazione dal 2004 in poi. L’evento di cui ero ospite, infatti, avendo come obiettivo quello di ripercorrere gli ultimi 100 anni della nostra storia con particolare attenzione al lavoro e all’attività delle donne, ha rappresentato la giusta occasione per parlare dell’evoluzione del mondo del giornalismo.

Ho aperto la mia presentazione, “Giornalismo tra boots on the ground e social media. Un’esperienza personale!”, con un riferimento al “giornalismo fatto con la suola delle scarpe”, come indicava il giornalista e militare Egisto Corradi, inviato del Corriere della Sera nel secondo dopoguerra, ponendolo in contrapposizione al mondo dei social media.

Lo stimolo proposto alla platea era quello di individuare un punto di incontro tra i due elementi, riflettendo sulle caratteristiche dell’uno e dell’altro.

Al di là della soluzione trovata, necessariamente soggettiva e sempre certamente dotata di forti e convincenti motivazioni, individuare un punto di incontro in cui il giornalismo tradizionale vada a braccetto con il mondo dei new media rappresenta, di certo, un momento di estrema riflessione

Se da una parte il giornalista garantisce l’accuratezza delle notizie in modo auspicabilmente certo e oggettivo, dall’altra il citizen journalist, questo spettatore occasionale del fatto stesso nel momento in cui avviene, è in grado di fornire un resoconto immediato, essendo nella maggioranza dei casi la fonte diretta.

E non è detto che questo soggetto non possa essere un giornalista, anche se ciò non è né necessario, né sufficiente.

Tralasciando in questa occasione le polemiche sulla professionalità, concentriamoci proprio sulla pluralità di fonti che il citizen journalism è in grado di offrire. Esempio tra tutti in termini di efficacia, grazie anche alla sua costanza nel narrare, è il blog del ragazzo iracheno indicato con il nome di Salam Pax, che nel 2003 ha offerto al mondo la cronaca dei bombardamenti che avvenivano nella sua città durante la terza guerra del Golfo. Esempio più recente è il filmato, anzi, i filmati, perlopiù girati da privati cittadini con i propri smartphone, dell’attacco ai danni del magazine satirico francese Charlie Hebdo. O, ancora, anche se meno recenti ma di sicuro un punto di riferimento mondiale nella rivoluzione dell’utilizzo dei mezzi quali veicolo di comunicazione, i tweet e i post dei ragazzi protagonisti della Primavera araba, che dal Nord Africa hanno affidato alla rete i loro messaggi per l’umanità.

Tutto questo ha rappresentato indubbiamente un cambio nella scelta del vettore dell’informazione, ovvero il mezzo su cui far viaggiare il proprio messaggio. Cambiamento questo così urgente e frenetico da mettere in discussione la figura del giornalista che consuma la suola delle proprie scarpe, incastonandolo in un fulgido passato e togliendogli il privilegio di essere l’unico testimone o relatore di fatti lontani.

I grandi Mo e Terzani, ma prima ancora l’inimitabile Fallaci, hanno pavimentato la strada per gli inviati moderni. Che a loro volta si sono visti sorpassare in termini di tempismo nella pubblicazione dal nuovo esercito di stringer indipendenti.

Quello che conta ora, sospendendo il giudizio che servirebbe solo a una sterile difesa di posizioni ormai anacronistiche, è la velocità e la capillarità dell’informazione che i nuovi mezzi rendono possibile.

Più comunichi e più si diffonde il tuo messaggio, quindi maggiore è la visibilità. E più è ampia la visibilità, maggiore l’interazione. Con tutti i suoi pro e contro!

Il concetto che caratterizza l’attuale mondo dei social media è apparso chiaro non solo al mondo della comunicazione tradizionale, tutte le maggiori testate tradizionali della carta stampata, hanno rapidamente creato redazioni web per far fronte alla terribile caduta di visibilità e di vendite – nonostante il generoso e copioso abbinamento di inserti e regali a ogni edizione – ma anche agli organismi di comunicazione propri dei vari settori istituzionali. La Difesa, visto che qui siamo in argomento, ha provveduto a delineare i propri profili social ampliando la propria audience in misura importante, mentre la Nato ha cominciato a organizzare specifici corsi sui social media, preparandosi a ciò che l’alta visibilità in un settore comunicativo dalle caratteristiche di interattività e immediatezza rende molto probabile: come affrontare e reagire con successo al presentarsi di una crisi comunicativa.

L’attenzione dell’Alleanza Atlantica si concentra profondamente sui social media, analizzando e gestendo comunicazioni e notizie in tempo reale, monitorando all’istante i messaggi e le news che arrivano dal campo. L’articolo di giornale scritto dal prestigioso inviato diventa il pezzo da collezione, ma non più il foraggio quotidiano: il flusso della comunicazione avviene nell’immediatezza dell’online.

Esiste il rovescio della medaglia, ovviamente. Come nei vecchi articoli di carta stampata ci si fidava ciecamente della firma di punta, solo titolare dell’informazione, ora nel nuovo mezzo anche le falsità sono in agguato. Questo pericolo si evidenzia soprattutto con le attività di trolling, vero e proprio caso di contro informazione o di vera e propria contro propaganda.

Pur non volendo entrare nel dettaglio dell’argomento – cosa che invece approfondisco nelle lezioni sulla gestione della crisi comunicativa che riservo agli addetti ai lavori – ritengo, comunque, doveroso fare un riferimento all’ineluttabilità del presentarsi della crisi di comunicazione come fattore caratterizzante del sistema complessivo.

Tale punto è talmente importante che non ho potuto fare a meno di sottolinearlo anche durante il mio intervento di Palazzo Cusani, dove ho colto l’occasione per dimostrare quanto e come la comunicazione sia cambiata.

Il punto chiave è che sono mutati i vettori dell’informazione: si delineano, quindi, nuove sfide che coinvolgono non solo il lettore, ma investono anche l’analista e lo stesso redattore di post e commenti online.

Ciò che maggiormente rappresenta un passo avanti è quanto il concetto cardine della capillarità e della tempestività, che i social media rendono possibile oggigiorno, abbia colpito l’attenzione e quindi sia stato recepito anche a livello delle strutture istituzionali.

In tale contesto di mutamento e di sviluppo della comunicazione nelle sue forme più moderne e attuali, è estremamente positivo che anche una struttura come la Nato si sia resa protagonista mediante l’attuazione di uno specifico progetto di comunicazione. Infatti l’Allied Command Transformation sta sviluppando, già da due anni, un sistema orientato a diffondere la conoscenza dei nuovi mezzi, basato sulla organizzazione e conduzione di attività di training online rivolte a preparare il proprio personale civile e militare all’uso dei nuovi veicoli di comunicazione e sullo svolgimento di simulazioni appositamente predisposte per gestire, durante le sue esercitazioni, l’intero spettro di utilizzo specifico dei social media.

Paola Casoli

ISIS: i media occidentali finiscono con il valorizzare il nemico

ISIS_uno stato che ti vorrebbe comunicareBy Elisabetta Benedetti
Collaboratore di ricerca presso l’Università di Trieste
Master ISSMI, Dott. Ric. Scienze strategiche
Già prof. a contratto di Studi Strategici – Università di Torino
Uff.Ris.Sel. E.I.

Riflessioni sul manifesto “Lo Stato Islamico, una realtà che ti vorrebbe comunicare”

Concetti a premessa

Posto che non condivido il clamore mediatico intorno alla scoperta, peraltro tardiva (il testo sembrerebbe essere stato pubblicato online a novembre/dicembre 2014), del documento menzionato, né la sua interpretazione quale documento destinato al reclutamento in Italia, ho deciso comunque di mettere su carta alcune mie impressioni. Più che un’analisi, quindi, si tratta di una messa in risalto di alcuni concetti che potrebbero fornire spunti interessanti di approfondimento.

Per fornire al lettore un quadro più completo, frammenti di frasi scritte/riproposte dall’autore sono riportati nel virgolettato tra parentesi.

Informazione come terreno di conflitto

Come ben tutti sappiamo, la guerra contro i movimenti jihadisti si configura sempre più non solo come confronto asimmetrico sul campo ma anche come guerra di informazione. Tale dimensione, ormai, ove i mass media e social network hanno un peso notevole se non esclusivo, affianca quelle cinetiche ed è in grado di modificare le sorti di un conflitto nel senso più ampio del termine.

Il “manifesto” qui in discussione vorrebbe inserirsi in tale confronto fornendo, nell’intenzione dell’autore (“il vostro fratello in Allah, Mehdi”) dati utili al lettore per difendersi dalle informazioni errate sul Califfato (“la maggior parte dei Musulmani fuori dal Dawla al-Islamiya – specialmente in Occidente- è caduta nella trappola della guerra mediatica contro lo Stato Islamico” e, ancora, “La disinformazione sullo Stato è così pesante e ben studiata che anche a pochi chilometri dal Dawla al-Islamiya non si capisce che cosa realmente succede dall’altra parte”).

Concetti principali del testo

1) Combattere la disinformazione
2) Il Califfato è un vero Stato
3) Il Califfato funziona come uno stato in tempo di pace

Missione dell’autore è, come già detto, correggere la percezione all’esterno dello Stato e informare il lettore.

Concetto cardine (per la giustificazione del quale l’autore ha prodotto un testo parallelo, commentato alla fine di questo documento) è l’affermazione che lo Stato Islamico è un vero e proprio Stato, con apparati e tratti caratteristici tipici.

Il Califfato (Stato) non è concepito come temporaneo o costruito in tempo di guerra e perciò atto a fornire servizi prettamente “d’emergenza” (e solo quelli) ai cittadini. Al contrario, esso fornisce servizi tipici di una situazione di pace, ove il cittadino è pienamente garantito nei suoi diritti. Fornisce non solo sicurezza a livello interno e contro l’aggressione esterna ma provvede, come vedremo più avanti nel testo, anche a settori come quello educativo e di indirizzo comportamentale.

Reclutamento in Italia?

Trovo abbastanza difficile, in generale, collegare la mera produzione di un testo “informativo” in lingua italiana al reclutamento.

Questo può essere, senz’altro, uno degli strumenti ausiliari di reclutamento ma solo a supporto di altra documentazione, di ben diverso impatto. Il testo, in primis, non indica nulla riguardo i possibili punti di contatto e/o punti di accesso per aggregarsi al network. Non mette in luce le possibilità di training alle armi (se non nel riferimento all’addestramento dei bambini e nel link ad un video sul Kazakistan). Non si riferisce in particolare all’Italia, non tenta di creare frizioni nè biasima il comportamento locale verso i musulmani. L’analisi della situazione in loco è pari a zero.

La tanto ripresa menzione a Roma (a fianco di Costantinopoli) ritengo abbia una valore di reiterazione di concetti e uso di termini simbolici più che significare una targetizzazione specifica.
Non mi sembra nemmeno che il testo sia tarato su un pubblico ricevente avvezzo a vivere in una società occidentale: questo perché non mi è chiara l’esaltazione di taluni servizi (quelli al consumatore, il ruolo protettivo della polizia ecc) che sono considerati scontati nelle società come quella italiana.

Sembra, a mio avviso, un testo Califfato-centrico (e non vi è prova alcuna che l’autore ivi risieda) di valore, per l’appunto, divulgativo e non attrattivo.

Un lupo solitario della comunicazione?

Già nella premessa viene chiaramente espresso come il documento sia stato prodotto su iniziativa personale di un soggetto, connesso egli o meno alla rete jihadista non è elemento provato, in nessuna parte del testo. Quel “ho deciso di scrivere questo testo” denota l’iniziativa personale di un singolo.

Forse il soggetto semplicemente combatte uno dei 4 tipi di jihad (e dei tre definiti collettivamente come “grande jihad”), specificatamente quella incentrata sulla “parola” che in questo caso viene usata per ottenere il benessere collettivo attraverso la diffusione di informazioni corrette o correttive sul Califfato, ma questa è una divagazione personale.

La documentazione fotografica, le “interviste”, le opinioni riportate non sono mai indicate come apprese di prima mano – l’ipotesi più probabile è che siano state raccolte sul web. Ancor meno, come verrà spiegato più avanti, esiste prova che il soggetto scrivente si trovi sul territorio italiano o abbia con esso legami di qualche tipo.

Ancora, i livelli di produzione jihadista riscontrati soprattutto di recente (video, riviste o ebook) sembrano di gran lunga superiori a quelli riscontrabili nel presente testo che si presenta come basico e con formattazione non professionale.

Un testo in “perfetto” italiano (?)

Date le imperfezioni riscontrate a livello grammaticale e sintattico, non ritengo che il testo sia frutto, come da più parti invece ipotizzato, di un autore madrelingua.

La traduzione del testo originale da altra lingua all’italiano (perchè di questo, a parer mio, si tratta) può essere facilmente il frutto di:

1) una collaborazione temporanea online tra soggetti (produttore del testo, probabilmente in inglese visti certi termini, e traduttore), nell’ottica del reperimento di risorse interne al network (si rammentino le vere e proprie “offerte di lavoro” pubblicate in passato anche da Al-Qaeda e con le quali venivano richieste particolari professionalità).

2) Semplice utilizzo di un traduttore online (come l’uso di alcuni termini e la mancata conversione di altri sembrerebbe suggerire).

Se l’autore del testo non fosse nativo ma si trovasse sul nostro territorio, non è nemmeno chiara la già notata assenza di riferimenti alla situazione in loco.

Conclusioni della premessa

Come detto, lo scopo del testo è di informare e confutare la “propaganda” negativa dei nemici dello Stato Islamico.

Purtuttavia, il testo difetta di argomenti sostanziali, e la mancanza di approfondimento e di dati, anche numerici (tranne alcuni esplicitamente ripresi da interviste condotte da altri), denota un approccio quanto meno superficiale all’argomento discusso.

Al di là della reiterazione del concetto di Stato, manca totalmente il riferimento ad una struttura burocratica di sorta, se non nella strutturazione (vagamente delineata) della polizia.

Il mio pensiero sull’autore è che si tratti di uno studente intenzionato a fornire il proprio supporto alla causa jihadista ma privo di un effettivo avallo da parte del network stesso o del Califfato che si propone di difendere (resta inteso che, come accaduto negli attentati perpetrati da singoli individui, l’avallo/validazione/dichiarazione di appartenenza al network può avvenire anche a posteriori. Altresì, tale validazione può realizzarsi ad opera del “nemico” grazie ai media “nostrani” che valorizzano l’azione del singolo …).

In ogni caso, sin dalla prima pagina, precedente alla premessa, si parla di Stato e cittadini – elementi che si sostengono a vicenda.

Se andiamo a recuperare il concetto di “vincere i cuori e le menti”, possiamo rammentare come fornire servizi ai cittadini sia un modo per ottenere il loro supporto (uno dei paragrafi è proprio intitolato “Lo Stato Islamico, uno stato che è entrato nel cuore dei Musulmani”). In modo basilare, il testo vorrebbe dimostrare che nell’ambito dell’auto-proclamato Califfato ciò stia attualmente avvenendo.

Riflessioni sul testo

Premessa
La premessa contiene 3 concetti principali:

1) “Lo Stato Islamico dalla data della sua formazione (13 ottobre 2006) è sempre stato uno Stato che supporta le sue spese (militari e non) attraverso il fay’ e al-ghanima”
2) Lo Stato Islamico è supportato anche “dai Musulmani benevoli che adempiono all’obbligo del Jihad combattendo con i loro beni”
3) I nemici dello stato Islamico avrebbero dichiarato: “Se vogliamo abbattere l’ISIL, lo dobbiamo combattere come uno stato. (…) e per quanto riguarda i soldati, molti dissero: Non stiamo parlando di un’organizzazione ma di un esercito”.

Il punto 1 sottolinea come lo Stato Islamico sia indipendente, non abbia sponsor (non lo si possa accusare di averne), ma si mantenga attraverso le conquiste sul terreno. A tale proposito, si entra poi nel merito della distinzione del bottino di guerra tra fay’ (ottenuto dal nemico che fugge) e ghanima (ottenuto dal nemico che oppone resistenza e viene sconfitto).

Il punto 2 è interessante perché fornisce una alternativa allo Jihad che spesso noi consideriamo, erroneamente, principalmente azione concreta di combattimento. L’alternativa qui offerta è il combattere attraverso i propri beni, una possibilità che allarga il concetto di combattente effettivo e che dovrebbe farci riflettere su come considerare quelli che, sui nostri territori, supportano in qualche misura attraverso i propri introiti o gestendo siti web personali i jihadisti impegnati in azioni più cinetiche o il Califfato stesso.

Il concetto espresso nel punto 3 è significativo: attribuendo al nemico una data visione di se stessi, ci si autodefinisce. Il trucco è che sia il nemico stesso ad identificare l’ISIS come uno stato, attribuendo ad esso le caratteristiche relative (presenza di un esercito in primis). Esiste, in effetti, un dibattito sull’opportunità dell’uso della sigla ISIS (o ISIL, il focus è sulle prime due lettere, in ogni caso) dato che essa rimanda al concetto di Stato, de facto legittimandone l’esistenza.

Stesso discorso per le forze armate: ormai da anni si discute sulla necessità di abbandonare un approccio convenzionale (tipico degli scontri fra Stati ed eserciti organizzati) per “matchare” la struttura a rete dell’organizzazioni terroristica, nell’ottica di una conflittualità che appare sempre più asimmetrica.

Va rimarcato, a questo proposito, però, che nell’articolo “In Battle to Defang ISIS, U.S. Targets Its Psychology” apparso sul New York Times il 28 dicembre 2014 e riferito alle richiesta del Gen. Michael K. Nagata, (Comandante delle Forze Speciali Americane nel Medio Oriente) di expertise che lo aiutassero a comprendere l’ISIS in tutta la sua pericolosità, si fa riferimento ad un nemico complesso, un’organizzazione ibrida ed un esercito convenzionale. L’esercito del Califfato è, quindi, una forza armata classica, da affrontare con metodologie convenzionali? Considerandolo in tal modo, non si legittimano le sue pretese di esser Stato?

Altro spunto interessante, in questa parte del testo, è il riferimento ai danni subiti dalle “proprietà dei Musulmani” a causa degli attacchi della coalizione, perché tende a toccare/coinvolgere i singoli nella perdita di beni collettivi.

Lista delle fonti delle informazioni contenute nel testo

Sono riportate in questa sezione (senza elaborazione né dettagli funzionali/organizzativi) tre “organizzazioni mediatiche ufficiali dello Stato Islamico”, due rivolte alla produzione di video e la terza anche con funzioni di traduzione e produzione di riviste (Al-Furqan Media, Al-E’tisam Media, Al-Hayat Media Center).

Il tentativo può essere, allo scopo di fornire una chiave di verifica per le informazioni che il lettore può acquisire, di limitare il numero di “fonti ufficiali” che producono propaganda. Colpisce come non vi siano esempi di supporto alle attività di tali organizzazioni, ovvero esempi concreti di materiale a larga diffusione se non qualche link a fine testo, un report/intervista di Al-Furqan Media sulla produzione del pane e un “Report ufficiale di Al-Hayat Media nella città di ar-Raqqa”.

Al-Hayat Media, stabilito a maggio scorso, è il braccio mediatico dell’ISIS, piuttosto noto per la diffusione di video di alta qualità (il primo dei quali è apparso a giugno ed è intitolato “There is No Life Without Jihad”) e strumento attraverso il quale l’ISIS ha superato i disturbi arrecati al suo piano di comunicazione dalla chiusura di account sui social network (questi ultimi sono stati largamente sfruttati, infatti, per diffondere il messaggio jihadista). Similarmente ad Al-Qaeda con la ben nota rivista Inspire, la stessa organizzazione produce la rivista in lingua inglese Dabiq (nome significativo perché riferito al luogo dove Maometto profetizza avverrà lo scontro finale tra 80 nazioni ed una sola nazione musulmana).

Nel report di Al-Hayat Media che segue nel testo (con il sottotitolo di “La diffusione del Manhaj corretto”) si punta a sottolineare l’aspetto formativo dell’ISIS: “Sono state aperte istituzioni comprensive islamiche dove vengono tenuti seminari educativi e studi islamici per definire e consolidare la verità fondamentale del Tawhid”.

Nel testo si parla di “correggere” la comprensione che la gente ha della religione e questo è un aspetto fondamentale e da non trascurare perché mette in luce, una volta di più, la necessità di chiarire e indirizzare, “intromettendosi” nel rapporto tra fedele e divinità.

Classico è il riferimento alla dirigenza politica corrotta che è lontana dalla verità religiosa e ha pertanto, a sua volta, corrotto la popolazione ad essa soggetta (“risanare il danno causato dal regime che passò anni a corrompere la Ummah in Siria”).

Nel prosieguo del testo, si intende riportare la “copertura mediatica” fatta da Al-Hayat Media dei seminari formativi organizzati a ar-Raqqa nell’ambito di un “miglioramento della società”.

Al di là dei numeri dei “titolati” riportati, vale la pena notare quel poco di strutturazione organizzativa indicata (la pubblicizzazione del seminario) e la non necessità del prerequisito per l’imaam o il khateeb di aver dichiarato la Bay’a allo Stato Islamico.

Importante potrebbe essere, a fini di ricerca, la menzione dell’utilizzo, come strumento formativo, del testo “L’Essenza dell’Islam, Tawhid e il Messaggio” (Sheykh ‘Ali al-Khudair).

Nell’ottica di far presente come il Califfato funzioni come una struttura statale definita e autosufficiente, viene ribadito come moschee e stipendi degli insegnanti siano a spese dello stato.
Un servizio che lo Stato Islamico, quindi, fornisce e garantisce.

Le parti successive (Incontro con i dipendenti del Comitato Islamico dei Servizi; Intervista ad Abu Salih al-Ansari, il Capo dell’Ufficio per la Protezione del Consumatore; Intervista ad Abu Muhammad, il Capo della Divisione per i Reclami del Consumatore) sono paragrafi la cui unica utilità può essere, forse, nell’intenzione del produttore del testo, di validare, una volta di più, l’esistenza effettiva di uno Stato. Uno Stato che si prende cura dei cittadini anche attraverso strumenti che assomigliano a quelli classici delle “democrazie” come noi le intendiamo (la protezione dei consumatori, appunto).

L’applicazione della Shari’a e l’autorità sul territorio

Il concetto della Shari’a (della sua applicazione) viene qui confermato essere legato al controllo di un territorio (ove vengono, all’uopo, istituiti tribunali Islamici).

Viene ivi rimarcata la sua applicazione con equità, senza distinzioni, ad esempio, tra un cittadino ed un emiro.

Mi colpisce, a titolo personale, l’assenza di menzione alle diverse tipologie di azione in base alla Shari’a (obbligatorie, consigliate, sconsigliate, libere) ma questo può essere funzionale alla brevità del testo e confermare che esso è rivolto a chi è già parte della religione, più che a quelli che vorrebbero ad essa convertirsi.

Nel documento si fa poi riferimento al potere esecutivo, esercitato attraverso differenti organi di polizia (es: la Hisba, una tipologia di polizia Islamica atta ad ordinare il bene e proibire il male).

La menzione a “poliziotti specializzati nel controllo degli accessi delle città e dei villaggi” rimanda, ancora una volta, al concetto di controllo fisico del territorio.

La Hisba, la polizia che ordina il bene e proibisce il male

C’è qui una giustificazione indiretta della distruzione di beni artistici: la lotta contro idolatria e politeismo, infatti, giustifica il distruggere qualsiasi tempio o tomba (l’autore sottolinea come il Corano e la Sunna forniscano prova di ciò).

La messa in risalto del fatto che tra le falsità che dividono i musulmani ci sia la pratica della magia potrebbe essere letto come un indicatore della provenienza geografica dell’autore, originario forse di paesi ove tale pratica ha un certa diffusione.

Risalto viene dato alla “neutralizzazione delle attività di produzione e spaccio di sostanze intossicanti o stupefacenti”. Manifesti (“grafiche di propaganda” che, dice lo scrivente, “migliorano anche il look dei quartieri dando loro un aspetto puramente islamico”) vengono esposti per dissuadere i cittadini dal consumo di sostanze dannose. E qui si ritorna a far apparire il Califfato come uno Stato che agisce come se si trovasse in tempo di pace e parte delle sue funzioni in questo senso sono espletate, appunto, dall’Hisba, che ha un vasto ruolo prioritario di indirizzo e di controllo nella società del Califfato: “I Musulmani vengono consigliati e corretti dalla polizia su quello che può essere un comportamento individuale fino ad arrivare al modo di vestirsi”.

Non manca, inoltre, il riferimento al fatto che “la polizia Islamica è vista più come un organo di collaborazione da parte dei cittadini” anche considerato che, specialmente nel caso della polizia stradale, essa fornisce sicurezza e gestisce il territorio “pattugliando nelle strade e posizionando posti di blocco”.

Addirittura, il ruolo della polizia è visto come un ruolo subito successivo a quello divino: “La gente confida nella loro abilità e si rivolge a loro per chiedere aiuto dopo ad Allah”

Nell’intervista con Abdul-‘Abbas ash-Shami, il Capo della Polizia Islamica della Provincia di ar-Raqqa, si tenta di dipingere con toni rosei la detenzione “La più lunga durata di detenzione per una persona è di una settimana” e ancora “Se non si riesce a verificare la colpa del detenuto allora lo si rilascia. Se è stato detenuto per più di una settimana, gli viene compensato il danno per ogni giorno aggiuntivo per cui è stato imprigionato”.

Potrebbe questo essere riportato soprattutto in base alla sua valenza comparativa (si pensi ai tempi detentivi ad Abu Ghraib o Guantanamo).

L’autore sottolinea anche che i “crimini si abbassano generalmente del 90% nei territori da loro controllati”.

Nel paragrafo seguente, “Altri servizi offerti ai cittadini” l’autore mette in risalto come l’ISIS sia in grado di prendersi cura dei propri cittadini nonostante la presenza di nemici esterni, sottolineando come sia “un obbligo, per l’autorità Islamica, il curarsi dei bisogni dei cittadini a discapito del numero dei nemici” (quanto ai bisogni strettamente alimentari, un paragrafo è dedicato alla produzione del pane e ivi si legge che “Lo Stato Islamico ha creato panifici e distribuito punti di distribuzione del pane per i suoi cittadini”). Emerge, in questo caso, il fatto che, nonostante in tutto il testo si presenti lo Stato Islamico come stato che opera come se fosse in una situazione di pace, la situazione reale sia di conflitto.

L’accento sui cittadini e sulla cura di questi nelle attività routinarie è ancora ribadito dall’autore quando dichiara che “uno stato non può essere fondato se non c’è una parte di Musulmani che rimangono insieme ai cittadini per sostenerli nella loro vita quotidiana”.

La raccolta della Zaqat (la decima)

Fatto salvo che il pagamento della decima (da fornirsi in beni ma anche in denaro)non sia in alcun modo da considerarsi come una tassa (“Le tasse sono illecite in uno stato Islamico, la Zaqat non è una tassa ma una quantità di beni che Allah ci ha imposto di versare in modo da purificare i nostri beni ed aumentare il nostro rizq”) ma sia comunque dovuto (è un “obbligo da parte di Allah -gloria a Lui l’Altissimo-, un obbligo esplicito descritto nel Sacro Corano” e ancora “Questo tipo di dovere è fard ‘ayn, cioè obbligatorio su ogni singolo Musulmano maturo e sano. Lo Stato Islamico non ha imposto nessuna innovazione in tutto ciò, questo è l’ordine di Allah”), l’autore sottolinea l’aspetto organizzativo “statale” della questione (“Lo Stato Islamico ha organizzato e distribuito, nelle sue varie province, dei responsabili della raccolta della Zaqat”) e il supporto dello Stato stesso (che informa anche i cittadini dell’obbligo del pagamento) con la distribuzione di macchine agricole (lo Stato ha distribuito “ai proprietari terrieri delle macchine specializzate per i lavori agricoli tra cui le mietitrebbiatrici”).

Lo Stato Islamico e la gestione dell’istruzione

L’autore qui esalta l’universalità dell’educazione impartita dallo Stato Islamico e il suo essere primo stato davvero “Islamico” ( “La politica di Abu Bakr al-Baghdadi come anche il suo precedessore Abu ‘Umar al-Baghdadi -che Allah abbia misericordia di lui- è quella di curare ogni singolo aspetto dello Stato Islamico affinché possa essere veramente esser chiamato come tale. Nel Dawla tutti ricevono istruzione, di tipo religioso o formativo per una professione, che sia il Musulmano giovane o meno giovane, maschio o femmina. È il primo stato veramente Islamico anche dal punto di vista dell’istruzione: ad-Dawla al-Islamiya ha modificato e ritoccato tutti i programmi delle varie scuole in modo che non venga insegnato nulla che vada contro i principi Islamici.”) grazie alla modifica di programmi scolastici e cancellazione di talune materie (“Esempi di materie rimosse sono filosofia e scienze politiche”).

La produzione energetica

L’autore sottolinea qui il possesso di fonti energetiche da parte dello Stato (gas naturale: “Ad-Dawla al-Islamiya controlla gran parte dei giacimenti di gas naturale nel Levante”) e di raffinerie di petrolio, dichiarando che lo sfruttamento delle stesse va a beneficio della popolazione, specie delle fascie più povere che godono di un servizio di distribuzione gratuita.

L’ISIS viene descritto quindi, ancora, come Stato autosufficiente ed attento ai bisogni dei cittadini i quali, siano essi Musulmani o no, beneficiano delle conquiste statali (“La popolazione ha tratto grande vantaggio da queste conquiste, Musulmani e non Musulmani cittadini del Dawla”).

Ristrutturazione, pulizia e abbellimento

La necessità di infrastrutture e di reali prospettive lavorative (“Anche i membri delle famiglie dei Muhajirin – coloro che hanno fatto la Hijra – hanno attualmente occupazioni tra i lavori gestiti dallo Stato Islamico”) sono due capisaldi che l’autore si propone di utilizzare per provare, una volta di più, l’esistenza di un vero e proprio Stato e si tratta, in questo caso, di “una società, uno stato che gira intorno alla Testimonianza”

Riferimento viene fatto ad al-Baghdadi ed al suo intento di costruzione di una tale tipologia di Stato con parallela cancellazione di altrui tirannie e idolatrie (“La strategia dello Sheykh Ibrahim al-Badri – Abu Bakr al-Baghdadi – che Allah lo protegga- è quella di pulire la Terra dai tiranni e la loro idolatria democratica, creare le fondamenta di uno stato e costruire la sua struttura, tutto ciò con il Corano che guida e la spada che supporta.”).

Emerge qui una sorta di richiamo, non esplicito, ad individui esterni dovuta dalla necessità di attrarre determinate professionalità utili alla conduzione delle attività quotidiane dello Stato (“Lo Stato Islamico ha in suo controllo dighe, raffinerie di petrolio, centrali di gas ecc. Ha bisogno di un organico che abbia determinate competenze. Non a caso l’Emiro dei Credenti Abu Bakr al-Husayni aveva annunciato all’intera Ummah:”Accorrete, oh Musulmani, verso Allah muhajirin – emigranti -, e indirizziamo in particolare il nostro annuncio ai sapienti e i du’aat, e su tutti i giudici e gli specialisti nelle attività militari e gestionali, i dottori e i geometri. Li chiamiamo e li ricordiamo di temere Allah – per l’obbligo della Hijra -).”

Viene fatto anche un chiaro riferimento, in chiave comparativa, alla società su cui si basa l’ISIS e a quella “corrotta” altrui, presentando la prima come un’opportunità per un Musulmano di dare il proprio contributo attivamente attraverso la propria presenza fisica (“Finalmente i Musulmani sinceri hanno la possibilità di essere un “mattoncino” che compone la società che segue il Corano e la Sunnah, abbandonando quella parte del mondo dove i valori vengono a mancare, una società dove la creazione viene adorata all’infuori del Creatore”).

Più che un reclutamento, quindi, un invito a trasferirsi.

Lo Stato Islamico rianima l’arte Islamica: Grafiche Islamiche al femminile

“La donna dal punto di vista islamico è considerata una regina, un gioiello da preservare, così lo Stato Islamico ha voluto sottolineare questo aspetto creando grafiche dedicate alle sorelle”.

Questo è l’unico riferimento fatto al genere femminile nel testo e, presumendo una volontà di attrazione a monte, balza all’occhio la mancanza di elaborazione concettuale in termini di genere (gli sforzi propagandistici per attirare donne nell’ISIS sono massicci, si pensi al mito dell’Al-Khansa Brigade, una forza di polizia femminile operante a Raqqa e Mosul, mito che attira particolarmente giovani donne britanniche. In realtà, parrebbe che il ruolo riservato alle donne “in entrata”, tutt’altro che attivo, sia limitato allo sposare uno jihadista e ad occuparsi della famiglia).

In breve, l’autore non sembra allinearsi a quel ruolo attivo che l’ISIS promette alla donna a fini propagandistici. Potrebbe questo essere un segnale in più per ipotizzare che l’autore difetti di un avallo diretto da parte dello Stato Islamico.

Invito al Jihad sulla Via di Allah

Questo paragrafo non contiene argomentazioni a supporto del jihad ma solo 4 immagini di manifesti che incitano allo stesso allo scopo di dimostrare come lo Stato Islamico assolva al suo compito di spingere i credenti alla lotta. Nel paragrafo seguente, “Grafiche contro la nuova campagna sullo Stato Islamico”, sono riportate altre immagini di manifesti esposti dalla Stato per rassicurare i cittadini sulla vittoria contro i nemici (“Lo Stato Islamico rassicura la sua popolazione: verrà sconfitta in shaa Allah l’offensiva dei crociati e degli apostati arabi e e ad-Dawla si espanderà verso i loro territori”).

Parimenti viene fatto, a fini educativi, in “Invito alla rettitudine e all’allontanarsi dalla fitna” (“ad-Dawla invita calorosamente i suoi cittadini a partecipare a corsi e ai seminari comprensivi islamici.

L’incitamento al seguire il Corano e la Sunnah parte anche dalle strade e dai quartieri, le seguenti grafiche sono atte a questo”), seguito da due pagine di immagini del paragrafo “Altre foto in giro per lo Stato Islamico”.

Uno stato che dà il massimo per i Musulmani

Si riprende qui il concetto di sfruttamento ottimale da parte dello Stato islamico (in contrasto a quello fatto da altri Stati) delle risorse a beneficio esclusivo della popolazione, e questo approccio pro-popolazione viene usato come ulteriore elemento di legittimazione per lo Stato stesso (“ad-Dawla al-Islamiya è stata fondata per ridare ai Musulmani quello che è loro”), uno Stato definito “vera e propria rivoluzione” come se i servizi da esso offerti fossero, nelle parole dell’autore, “fantascienza”.

Nei paragrafi “Il ritorno del Dinar e del sistema economico sulla metodologia profetica” e seguenti (Le caratteristiche della nuova moneta, Alcune analisi sulla nuova valuta, Lo Stato Islamico informa i suoi cittadini sulla nuova valuta), l’autore parla di come l’epoca “d’oro” dei Califfi venga recuperata anche attraverso il recupero dello stesso sistema economico (“Al-HamdulilLeh, proprio nel periodo in cui sto scrivendo questo testo, lo Stato Islamico si sta preparando per un ulteriore progresso in shaa Allah: verrà riadottato in maniera completa il sistema economico finanziario adoperato dai Califfi che ci sono stati precedentemente”).

Offre poi un riassunto di alcune analisi prodotte dallo Sheykh Mizanur Rahman, predicatore di Islam in Inghilterra ed ex-studente dello Sheykh Omar Bakri Muhammad, che riguardano le conseguenze dell’impiego della nuova valuta e confrontano il sistema economico capitalista con quello Islamico.

Vengono ripostate le affermazioni dello Sheykh sull’assenza di volti celebrativi sulle monete, per evitare personalismi e creazione di idoli, a favore di simboli islamici.

L’introduzione della valuta è inserito, principalmente, nell’ottica dell’indipendenza assoluta dello Stato Islamico (“i Musulmani possono iniziare ad avere una completa indipendenza da qualsiasi Paese o unione nazionale applicanti leggi all’infuori di quelle di Allah”).

Lo Stato Islamico, uno stato che è entrato nel cuore dei Musulmani

La forza/fascino dello Stato Islamico deriva anche dal fatto che esso agisce come elemento di stabilizzazione in un’area frammentata e conflittuale (“Lo Stato Islamico, per grazia di Allah, gode veramente di buonissima reputazione, soprattutto in Iraq che dopo 10 anni di ricerca di soluzioni pacifiche con il regime safavide, gli Ahlul-Sunnah hanno capito: la loro unica speranza è lo Stato Islamico e la sua metodologia: il Corano e la spada contro gli oppressori”).

Lo Stato Islamico, uno stato che ha sfondato qualsiasi confine

Lo Stato Islamico è dipinto dall’autore come uno Stato unitario, che accoglie nuovi cittadini senza distinzione di provenienza o razza, educa i loro figli anche in senso religioso, ed è basato sull’unità e non su gruppi o fazioni (“Non esiste fazione o gruppo nello Sham e anzi nel mondo dove si sono uniti così tanti Musulmani dalle diverse origini. Per grazia di Allah, una buona novella per i credenti: Muhammad in un Hadith corretto disse che lo Sham è il miglior luogo per i credenti e che i migliori dei Musulmani si riuniscono nello Sham”).

Questo è un punto interessante perché, dall’esterno, le attività dell’ISIS sembrano piuttosto indirizzate a frammentare e dividere.

Il Manhaj dello Stato Islamico nelle parole dei suoi comandanti

Nell’intento dell’autore, la parola viene poi data a figure in posizioni di comando, riportando alcune loro considerazioni pubbliche: il Khalifah Ibrahim Ibn Awwad (Abu Bakr al-Baghdadi), di cui si trascrivono stralci del discorso fatto a Mosul (“Mi hanno scelto come vostro governante e non sono il migliore tra voi o migliore di voi. Se mi vedete sulla Verità allora supportatemi e se mi vedete sulla falsità allora consigliatemi e aiutatemi; obbeditemi finché obbedirò ad Allah nel governarvi. E se non Gli obbedisco, allora non avete dovere di obbedirmi”.Mi risulta che queste siano le parole, anche se formulate in modo leggermente diverso, pronunciate dal primo califfo Abû Bakr – 632/634 – nella sua allocuzione d’inizio mandato), il portavoce ufficiale, lo Sheykh & Mujahid Abu Muhammad al-‘Adnani, l’Emiro di al-Qa’ida in Iraq, lo Sheykh & Mujahid Abu Mus’ab az-Zarqawi, il Ministro di Guerra dello SI d’Iraq, lo Sheykh Abu Hamza al-Muhajir.

Le parole di al-Baghdadi “Non sono mai stato Emiro di una delle vecchie fazioni, ma la gente si è unita e non ci ha lasciato stare finché ci hanno scelto a causa del khayr che vedono in noi” sembrerebbe mettere in risalto la spinta “dal basso” che ha creato i leader in un anelito di unificazione. Verrebbe qui rimarcata, quindi, la legittimazione popolare dello Stato.

Un messaggio al lettore

Questa parte conclusiva è quella dove emerge meglio l’esortazione ad unirsi al Califfato.

E’ una responsabilizzazione nei confronti del lettore affinchè abbia un ruolo attivo nel supportare lo Stato Islamico, la Ummah, tenendo presente la divisione dell’umanità in due campi (“L’umanità è divisa in due e due soli campi: un campo di Iman esente da ipocrisia e un campo di miscredenza esente da Iman”).

La celebrazione della potenza statale viene riaffermata affermando che “i soldati sotto diretto controllo dello Stato Islamico sono in Algeria, Nigeria, Chad, Libya, Egitto, Arabia Saudita, Yemen e altri Paesi ancora”.

Viene infine profetizzata la conquista di Costantinopoli e di Roma (“Accorrete oh Musulmani, questo con il permesso di Allah è il Califfato Islamico che conquisterà Costantinopoli e Roma come Muhammad profetizzò”).

In riferimento alla prima, vale la pena ricordare la sua valenza simbolica: la dinastia ottomana, l’ultima islamica, si considerava detentrice del titolo imperiale proprio in quanto in possesso di Costantinopoli, definita “la sede dell’Impero”.

Link utili

L’autore fornisce poi alcuni link a documenti e video. Il primo è un documento prodotto dallo stesso autore che commenteremo qui di seguito, gli altri sono link a video celebrativi (distruzione del confine Sykes-Picot), promozionali (due video sulla vita nel Califfato) e di impronta più operativa (un video sull’addestramento militare in Kazakistan).

C’è poi il link ad un sito che l’autore definisce “Una delle più grandi raccolte delle produzioni mediatiche del Califfato Islamico”, ora però non raggiungibile (e ciò si inserisce nel discorso della caducità dei siti e repository jihadisti, che già appariva ciclica e costante nel caso di Al-Qaeda, e che dimostra l’adattamento del network terrorista nell’abbandonare e reperire nuovi spazi sul web. Il testo, essendo di qualche mese fa, non può riportare la nuova ubicazione dei documenti che sicuramente, comunque, sarà già stata assicurata).

Interessante notare che, come sovente accade, i documenti menzionati (copie della rivista Dabiq) siano “ospitati” su un server “straniero”, in questo caso americano. Alcune di queste copie sono state rimosse ma ciò non fa che ribadire, comunque, l’utilizzo di siti terzi da parte degli jihadisti che, in genere, se ne servono (fino a rimozione attuata dal server stesso) per raggiungere una differente e più estesa fetta di pubblico (non solo individui già radicalizzati ma anche quei “neutrali” che, altrimenti, difficilmente si sarebbero imbattuti in documenti di quel tipo). Il rovescio della medaglia è il non controllo totale sui documenti, la possibilità, cioè, che essi vengano rimossi, ma tale cancellazione non è mai, comunque, immediata (in questo vi è lo sfruttamento indiretto, da parte della propaganda jihadista, delle nostre garanzie democratiche) e vi sono sempre server alternativi dove la documentazione viene prontamente riproposta.

Secondo documento: Califfato valido oppure no? – Produzione personale

Forse più interessante, come si diceva, è il documento aggiuntivo che l’autore ha prodotto (seguendo, su sua ammissione, lezioni e discorsi dello Sheykh Mizanur Rahman) in merito alla legittimità dello Stato.

Vi sono esposti tre punti/domande interessanti:

1) Affinchè il “Califfo sia valido nella sua autorità ci deve essere la shura (consultazione), ma chi
bisogna consultare?”

L’autore sottolinea la necessità, per legittimare il Califfo, di consultare gli Ahlul-Halli wal-‘Aqd, una sorta di grandi elettori che dichiarano la sottomissione a nome di tutto il popolo e che vedono legata la propria autorità al controllo di una determinata area geografica attraverso gli eserciti e la difensa di tutti i confini. Una autorità, quindi, reale, che implica il controllo del territorio, la difesa dei confini, il comando dell’esercito.

Vale la pena sottolineare che la validità o legalità di un Califfo riguarda principalmente la sua attività di natura politica (sebbene il Califfo non sia una figura politica in senso stretto). Vi è una sintesi tra compiti “politici” e compiti religiosi ma questi ultimi sono sempre comunque legati al tema dell’ordine pubblico.

Nel testo, vista l’accento sul processo elettivo, ci si rifà, quindi, a periodo precedente a quello in cui si è stabilito il principio dinastico, ovvero al trentennio, successivo alla morte di Maometto, dei cosiddetti 4 “califfi ben guidati” o califfi ortodossi, con funzione di “vicari dell’Inviato di Dio” (Abu Bakr, 632-634,‘Umar, 634-644, Uthman, 644-656, e ‘Ali, 656-661).

Successivamente, infatti, la dinastia Umayyade (e quindi il principio dinastico) salirà al potere (i Banû Umayya rappresentavano un clan dell’aristocrazia mercantile meccana preislamica).

Uno degli autori teorizzatori del Califfato, al-Mawardi (m. 1058), indica come requisito per il Califfo l’essere, tra le altre cose, qurayshita cioè appartenere alla tribù del Profeta Muhammad, requisito ribadito più tardi anche dall’autore siro-egiziano Rashid Rida (1865-1935).

Non vi è traccia, però, di tale requisito nei criteri esposti nel testo.

2) “Il Califfato può essere valido se i suoi soldati uccidono ingiustamente i Musulmani?”

Questo punto è da rilevare perché, nella narrativa spesso elaborata in chiave anti-ISIS è presente l’elemento di biasimo per le sofferenze inflitte a danno degli stessi Musulmani (la Ummah in senso esteso) da quei jihadisti che dichiarano di agire, al contrario, a loro esclusivo beneficio.

L’autore ribadisce la fallibilità e l’imperfezione dell’esercito islamico e la presenza di punizioni per coloro che errano, senza che questo infici la validità del Califfato (“IMPORTANTE: a volte può capitare anche che i cittadini vengano uccisi o colpiti in modo involontario dai Mujahidin e questa è una cosa normale e Ibn Taymiyya – che Allah abbia misericordia su di lui – in una sua fatwa dichiarò che non è peccato per i Mujahidin se questo avviene. Lo Stato applica la Shari’a: nei casi in cui questo è avvenuto hanno pagato le famiglie delle vittime con prezzo per il sangue versato e il pagamento è stato accettato. La stessa cosa capitò in un assalto guidato da Muhammad in cui appunto alcuni Musulmani erano stati uccisi involontariamente non distinguendoli dagli obiettivi nemici e il Profeta ordinò di pagare le famiglie delle vittime”).

3) “Che impatto ha la potenza militare sulle condizioni di validità di un Califfato?”

L’autore sottolinea come basti un esercito piccolissimo (numericamente non identificato), ovvero la mera esistenza dello stesso, così come non vi sia una durata definita o minima, affinché il Califfato sia da considerarsi valido.

Nell’affermazione “fa proprio parte della Sunnah di Allah che i Musulmani siano sempre più deboli negli armamenti e i più piccoli in numero ma i vittoriosi nelle battaglie” sembra anche vi sia una esplicita giustificazione ed esaltazione in chiave positiva dell’asimmetria che caratterizza lo scontro tra jihadisti e forze della coalizione.

Asimmetria, fallibilità e vittime Musulmane, principio elettivo sono dunque i principali concetti qui ribaditi.

In conclusione…

Il documento principale qui commentato, supportato da quello relativo alla validità dal Califfato, sebbene, a mio avviso, opera di un singolo radicalizzato intento a fornire un suo contributo divulgativo senza però avallo ufficiale alle spalle (né disponibilità dei mezzi avanzati ai quali siamo di recente abituati), si può considerare utile per due motivi principali.

Primo, è evidente come l’esistenza di un Califfato (e quindi fornire le prove di questo) sia considerato fondamentale nell’attuale pensiero jihadista al fine di provare che, al di là dell’universalità, esiste una Ummah ben definibile (i cittadini) e che l’Islam (nella loro concezione dello stesso) è attivo e visibile nei suoi effetti sulla terra.

La credibilità del Califfato è fondamentale per la partita che si sta giocando: si pensi non solo alla divisione del mondo in due campi ma anche anche alla profezia di Maometto sullo scontro tra 80 nazioni ed una nazione musulmana, quella che il Califfato vuole impersonare.

Il territorio è una “ossessione” jihadista nel testo ma anche nella realtà: si pensi alla dimensione territoriale che impatta l’applicazione della Sharia, al concetto di difesa dei confini imposto ai grandi elettori, alla necessità di un terreno-base da allargare attraverso successive conquiste.

La difesa e protezione della ummah appare realizzabile appieno solo attraverso le istituzioni di uno Stato-Califfato: si pensi al fatto che, nel pensiero della maggioranza sunnita (che si può ritrovare ne “I principi del potere”, trattato di al-Mâwardî che fissa anche i criteri di eleggibilità del Califfo), tra i doveri del Califfo verso la umma appaiono prioritari la buona amministrazione e la giustizia, settori che l’autore del testo ha tentato più volte di mettere in luce.

Ibn Taymiyyah, inoltre, nel suo pensiero politico, (pur non ritenendo necessarioa l’esistenza di un unico Califfato ma, magari di più Emirati), considerava uno Stato indispensabile per prendersi cura della popolazione, assicurando la giustizia, unificando e proibendo il male – attività che, come sottolineato dall’autore, il Califfato dichiara di fare attualmente.

2) L’appartenza alla tribù del Profeta Muhammad, requisito ribadito più volte nei secoli dai teorizzatori del Califfato non è rispettato dal Califfo attuale, cosa che va in forte contrasto con il millantato recupero dell’epoca dei “califfi ben guidati”.

Per chiudere: da un lato, come già ribadito, il Califfato per esistere non ha bisogno di una durata minima né di un numero definito e congruo di soldati: la sua stessa proclamazione è, quindi, per gli jihadisti, un vittoria in termini mediatici e un riallacciarsi, figurativamente, ad un epoca “d’oro”.

Dall’altro, paradossalmente, proprio questa enfasi sulla validità del Califfato è un punto fortemente vulnerabile degli jihadisti (per il punto due sopra esposto ma non solo) che, forse, potremmo sfruttare con narrative adeguate e con una propaganda efficace.

Elisabetta Benedetti

Immagine dal blog di Paolo Rovis

NRDC-ITA: new website, new social media profiles in accordance with Nato communication openness

NRDC-ITA_new websiteThe more you communicate, the more efficient your message will be: it is very hard to get away with this principle, particularly when it comes to succeed in communicating in our contemporary social media era.

In accordance with the growing weightiness of new ways of communication, and keeping an eye on the increasing importance of daily narrative in order to bridge any gap between military and civil audience, Nato’s approach looks more and more keen to interface with the internet and web interaction.

Following this point of view, the NATO Rapid Deployable Corps-Italy (NRDC-ITA), based in Ugo Mara Barracks in Solbiate Olona, Varese, has developed a new website, enhanced by new social media profiles as well.

NRDC-ITA_facebook“This new asset will complete the spectrum of the NRDC-ITA information activity, according to the NATO’s broader approach to communication”: here is the stance of NRDC-ITA Public Affairs Office, which is still working on the new website in order to get it at the ultimate upgrade.

NRDC-ITA is currently involved in operational-level exercise Trident Jaguar 2015, a joint military exercise aimed to turn NRDC-ITA into a Joint Task Force HQ (JTFHQ) and to provide an excellent preparation and coordination of effort for the upcoming scheduled final phase in Stavanger, Norway.

NRDC-ITA_twitterRelated articles published on Paola Casoli il Blog:

Trident Jaguar 2015

NRDC-ITA

NATO and Social Media

Ph: PAO NATO website and social media

NRDC-ITA_google+

IS, ISIS, ISIL o EI: è lo “Stato Islamico”, nuovo attore global e social che parla inglese

By Filippo Malinverno

La sigla IS, con tutte le sue varianti del caso, è divenuta negli ultimi mesi una delle parole più ricercate del web. Che sia IS, ISIS, ISIL oppure EI una cosa è certa: nella Mezzaluna fertile stiamo assistendo alla nascita di un nuovo Stato. Chi lo sostiene? Chi lo combatte? Com’è strutturato?

Di gruppi terroristici e fronti armati islamici negli ultimi anni ne abbiamo visti di tutti i colori. Al-Qaida, Boko Haram, Al-Nusra, Hamas e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia, ne esiste uno che di recente tormenta i pensieri dell’Occidente in modo particolare, più di tutti gli altri: l’IS (o ex-ISIS o ISIL, come era chiamato prima della creazione del Califfato), lo Stato islamico. Definirlo “gruppo terroristico” però non sarebbe del tutto corretto: questo è solo il modo in cui la maggior parte di noi, influenzata dalle terribili immagini delle decapitazioni, tende a classificare quello che in realtà non è semplicemente un’accozzaglia di terroristi invasati, ma è a tutti gli effetti un vero e proprio Stato.

Proprio così, l’IS (in arabo “al-Dawla al-Islāmiyya”) è uno Stato, non riconosciuto a livello mondiale e proclamatosi tale il 29 giugno scorso, quando il leader del movimento, Abu Bakr al-Baghdadi, ha annunciato urbi et orbi la rinascita del Califfato islamico. Dopo aver stabilito la sua capitale de facto ad Al-Raqqa, città del nord della Siria, lo Stato islamico si è dotato di una vera e propria amministrazione che offre servizi scolastici ai suoi cittadini, ricompensa i suoi soldati, riscuote le tasse, fornisce acqua ed energia elettrica e, da qualche settimana a questa parte, sembra aver installato nei suoi centri abitati delle cabine telefoniche dalle quali è possibile telefonare gratuitamente. Insomma, il Califfo non sembra aver dimenticato i suoi nuovi sudditi e sta costruendo gradualmente un vero e proprio sistema di welfare. Pare che al-Baghdadi stia realizzando il progetto del fondatore del movimento, Abu Musab al-Zarqawi, ex-membro di Al-Qaida ucciso ne 2006 da una bomba in Iraq. Sorprendente per uno Stato che è perennemente in guerra su tre fronti: contro il governo iracheno di Baghdad, contro il regime di Assad in Siria e contro i peshmerga del Kurdistan iracheno.

Del resto le risorse non mancano. Pozzo dopo pozzo, i soldati dello Stato islamico hanno conquistato una quantità di giacimenti petroliferi sufficiente a raccogliere ingenti somme di denaro (l’IS vende il petrolio sul mercato a un prezzo decisamente inferiore rispetto agli altri produttori), che servono per mantenere la sua sempre più numerosa macchina da guerra umana: i miliziani del Califfo sono pagati meglio dei soldati governativi siriani ed iracheni e ciò garantisce all’esercito una maggiore coesione nelle fasi operative. Esiste tuttavia la possibilità che, di fronte alla rapida e continua espansione dell’IS, le fonti di petrolio finora conquistate non siano più sufficienti a sostenere l’ingrandimento dello Stato.

Un aspetto altrettanto importante dell’IS e che evidenzia quanto sia elevato il livello della sua organizzazione è il linguaggio: sfruttando la straordinaria risonanza che offrono i social network come Facebook, YouTube e Twitter (penso che Instagram lo lasceranno perdere…), il Califfato utilizza un linguaggio e una propaganda che gli permette di riscuotere consenso in tutto il mondo, penetrando qualsiasi tipo di cultura o società. Non a caso, i militanti dell’IS comunicano sempre in inglese, la lingua veicolo di informazioni per eccellenza, semplicemente perché non tutti gli islamici parlano arabo. Tramite l’inglese tutti i devoti di Allah, e non solo, possono comprendere facilmente i messaggi che il Califfo vuole diffondere. Lo stile con il quale questi messaggi vengono diffusi appare decisamente efferato e crudele: decapitazioni ed esecuzioni, postate in rete con una facilità irrisoria, sono per l’IS un simbolo di forza. Ovviamente a noi occidentali questi atti sembrano delle barbarie, perché fondamentalmente lo sono. E il Califfo questo lo sa. Così come conosce il tipo di reazione che questi video potrebbero provocare in ognuno di noi: l’obiettivo della sua propaganda è proprio quello di suscitare in noi ribrezzo e paura, tanto da farci desistere da qualsiasi tentativo di intervento diretto contro il suo Stato.

Ma finora qual è stato il comportamento dell’Occidente? Nel settembre scorso, durante il vertice di Parigi, il presidente Barack Obama, affermando più volte di voler usare il pugno di ferro contro lo Stato islamico, aveva esortato la comunità internazionale a cooperare con gli Stati Uniti per fermare l’operato del Califfo in Medio Oriente. Diversi paesi, tra cui l’Italia, si sono uniti alla causa, ma la coalizione anti-Is sembra fare acqua: in primo luogo perché gli obiettivi militari sono incerti e diversificati (del resto è difficile colpire un nemico che controlla un territorio non geograficamente compatto): è una guerra contro Assad, contro l’IS o contro entrambi?; in secondo luogo perché i principali nemici dell’Is, su tutti l’Iran sciita, non agiscono direttamente all’interno di essa: Teheran, stando alle rivelazioni della Reuters, sarebbe anche disposta a combattere in prima linea il Califfato, ma in cambio desidererebbe più flessibilità sul programma iraniano di arricchimento dell’uranio, in merito al quale è in corso un negoziato con Washington; infine, una guerra combattuta senza l’utilizzo di forze terrestri non sembrerebbe dare risultati soddisfacenti: i raid aerei limitati potrebbero non bastare per sconfiggere l’esercito di al-Baghdadi, ma nessun paese occidentale è disposto a impiegare le proprie risorse militari sul campo.

In tutto ciò, la posizione della Turchia rimane ambigua. Nonostante i jihadisti siano arrivati a pochi chilometri dal confine turco, Ankara non si è ancora messa a completa disposizione degli Stati occidentali per fornire un appoggio militare contro le milizie del Califfo. Le basi turche vicino al confine con la Siria e L’Iraq sarebbero fondamentali per le operazioni militari anti-Is, ma gli eredi della Sublime Porta indugiano. E’ cosa nota che l’indipendenza del Kurdistan non stia particolarmente a cuore ad Ankara e un indebolimento delle forze curde contro i jihadisti non sarebbe cosa sgradita. Quando agirà la Turchia?

Osservando l’operato dell’Occidente, diviene lecito porsi una domanda: se lo Stato islamico non avesse invaso l’Iraq e si fosse limitato a combattere contro Assad e contro i curdi avremmo lo stesso creato una coalizione contro di lui? Probabilmente no, ma l’Iraq ha la fortuna/sfortuna di possedere immensi giacimenti petroliferi e l’assenza di una situazione stabile nella Mezzaluna fertile non giova certo al mercato dell’oro nero.

Ed è proprio dall’oro nero che deriva l’ultima osservazione da fare sulla guerra contro i jihadisti di Al-Raqqa. A chi giova questo conflitto? Gli unici paesi che potrebbero trarre vantaggio da un conflitto del genere sarebbero dei paesi esportatori di petrolio, che, grazie alla destabilizzazione strategica delle maggiori aree energetiche del mondo, riuscirebbero in questo modo a vendere il loro prodotto a prezzi inferiori a quelli dei produttori rivali. La Libia, con la guerra del 2011, è già stata messa fuori gioco, sfruttando l’ondata rivoluzionaria della “primavera araba”. L’Ucraina, nazione cruciale per il passaggio dei diversi gasdotti, è divisa in due e palesemente destabilizzata. Ora l’Iraq e la Siria, con quest’ultima coinvolta in guerra civile dal 2013. Nel frattempo, nel giugno 2014, l’Ufficio per la Sicurezza e l’Industria del dipartimento al Commercio Americano ha autorizzato, per la prima volta in 40 anni, due piccole compagnie petrolifere americane a vendere petrolio greggio all’estero. Gli Stati Uniti sono diventati a tutti gli effetti esportatori di petrolio, grazie allo sfruttamento delle formazioni geologiche cosiddette “Shale”. Il petrolio americano a basso prezzo sta invadendo il mercato, danneggiando paesi produttori come la Russia, il Venezuela, l’Iran e le monarchie del Golfo. Forse la strategia di Obama non era poi così superficiale come molti l’hanno definita.

Difficilmente l’IS diventerà il nuovo “terrore della Cristianità”, perché per ora i seguaci di al-Baghdadi sono ancora occupati a ritagliarsi il proprio spazio nel mondo islamico, socialmente, politicamente, militarmente ed economicamente. Per tradizione, l’Occidente non perde occasione per far sentire la propria voce e curare i propri interessi intervenendo in aree del mondo che gli stanno davvero a cuore. Contando che uno dei nemici principali dell’IS in Siria è il regime di Bashar al-Assad, regime che nel 2013 le potenze occidentali hanno combattuto sostenendo i ribelli siriani, il problema questa volta è molto serio: qual è il vero obiettivo di Europa e Stati Uniti? Chi è il vero nemico, l’IS oppure Assad? Contro chi bisognerà continuare a combattere?

Filippo Malinverno

Foto: Independent

Al via oggi il secondo NATO Social Media User Online Course: ISIS e Ucraina i case study di questa seconda edizione

Ricominciano da oggi, 20 ottobre, le lezioni online della seconda edizione del NATO Social Media User Online Course sponsorizzato dall’Allied Command Transformation (ACT) della NATO.

Dopo il successo della prima edizione, svoltasi a partire dal mese di febbraio di quest’anno, ora si fa il bis con questo corso del tutto innovativo ideato per i militari e i civili appartenenti alle organizzazioni di sicurezza e Difesa e focalizzato sull’addestramento all’uso dei social media per il personale NATO e proveniente da paesi NATO.

Si tratta di una opportunità del tutto free che richiede solo una registrazione per poter accedere alle lezioni online, al forum specificamente ideato per la discussione degli argomenti trattati, all’area esercizi e alla sessione live con gli istruttori, dove è possibile rivolgere direttamente le proprie domande a chi ha tenuto ogni lezione.

I casi di studio presentati in questa edizione sono concentrati su Ucraina e ISIS. A termine corso il certificato di partecipazione anche per chi interessato solo alla parte teorica.

Il progetto di un corso online specifico sull’uso dei social media nel senso più ampio del significato, dalla narrative passando attraverso la sicurezza fino alla gestione delle crisi comunicative, è stato dettato dall’evoluzione dell’uso del web ed è stato reso possibile da un progetto risalente a oltre un anno e mezzo fa in seno all’ACT NATO che ha riunito più di un centinaio di persone e una decina di istruttori con relativi assistenti.

Per iscriversi, seguire le lezioni e avere maggiori info clic su Innovation Hub.

L’hashtag di riferimento è #SM4nato

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NATO e social media: al via il primo corso online per militari e civili della Difesa. Stay on top with NATO MOOC! (10 febbraio 2014)

Foto: Innovation Hub – NATO Allied Command Transformation

NATO e Social Media: oggi la nona e ultima lezione del primo corso online sui social sponsorizzato dall’Allied Command Transformation

È ora in onda sul canale Livestream, l’ottava  lezione del primo corso online dedicato all’uso dei social dal titolo NATO Social Media User Pilot Course, curato da Innovation Hub e sponsorizzato dall’Allied Command Transformation della NATO.

La lezione è intitolata Social Media Analytics ed è condotta da Jennifer Franco, esperta di comunicaizone di emergenza nel settore civile e militare.

Per seguire la lezione live connettersi via Livestream, allo stesso indirizzo saranno disponibili le lezioni registrate.

Commenti e domande anche in diretta sul forum di Innovation Hub o via twitter @Innov8Hub con l’hashtag #natoSMc

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Fonte: Innovation Hub