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#JeSuisCharlie: nello scontro di civiltà tra disinformazione e preconcetti vince la propaganda

20150111_charlie-hebdo-marcia-ParigiBy Filippo Malinverno

Un poliziotto giace a terra ferito. Due uomini armati scendono dalla macchina: uno di loro si avvicina, puntandogli il fucile sulla testa. Un colpo secco, fragoroso, ignobile: il poliziotto viene freddato senza alcuna pietà, senza che l’assassino ascolti le sue suppliche.

E’ con questa cruenta immagine, fin troppe volte mandata in onda nei telegiornali, che il mondo ha assisto inerme al massacro di decine di civili innocenti, cristiani, musulmani ed ebrei. Gli attentati terroristici alla sede di Charlie Hebdo e alla bottega ebraica nel centro di Parigi sono stati un violento attacco alla libertà d’espressione, simbolo, quantomeno formale, dell’Occidente del 21esimo secolo. Un attacco condotto da uomini affiliati alla sezione yemenita di Al Qaeda, come pare sia il caso dei fratelli Kouachi, e allo Stato Islamico, di cui invece sembra facesse parte Amedi Coulibaly.

La risposta data dal mondo occidentale in seguito alla strage è stata emblematica: la partecipazione di decine di capi di Stato alla marcia organizzata domenica 11 gennaio in ricordo delle vittime, lo spirito di libertà mostrato da migliaia di cittadini francesi e la solidarietà con la quale altrettante persone di diverse nazionalità hanno partecipato al lutto parigino erano un qualcosa che non si vedeva da molto tempo. In questo momento di dolore l’Europa si è scoperta unita, mostrando finalmente al mondo la sua vocazione armonica e solidale che da anni si andava cercando.

Tuttavia, l’essere stati colpiti a Parigi, città che dell’Europa è il cuore, non può far altro che suscitare in noi occidentali dubbi e paure riguardo alla nostra sicurezza. Il colpo ricevuto è stato forte, scioccante ed estremamente cruento. L’uccisione efferata e impietosa di così tante persone nel centro di uno dei simboli dell’Occidente moderno sembra aver portato gli orrori delle decapitazioni e dei massacri perpetrati dai radicali islamici in Medio Oriente fin nelle nostre case.

Sarà proprio questo l’elemento su cui faranno leva, inevitabilmente, le forze della destra nazionalista e xenofoba presenti in Europa, specialmente il partito di Marine Le Pen in Francia. L’obiettivo di questi attori politici sarà aumentare il proprio consenso fomentando l’odio nei confronti degli autori dell’atto terroristico, portando ad una generalizzazione di colpe tramite la quale ogni musulmano verrà identificato come capro espiatorio per i crimini commessi da altri. Per le democrazie occidentali, la sfida dei prossimi mesi sarà contenere la retorica discriminatoria dell’estrema destra ed evitare che l’odio si radichi nella società: un’escalation di violenza incontrollabile è un rischio concreto e le sue conseguenze sarebbero estremamente deleterie per l’intera comunità mondiale.

Questa osservazione sul possibile sviluppo della questione terrorismo in Europa ci costringe a porci un ulteriore quesito: è davvero in corso uno scontro di civiltà?

Nel corso del Novecento, diversi studiosi e politologi, tra cui Francis Fukuyama, Oswald Spengler e Samuel Huntington, hanno utilizzato questa espressione per riferirsi più in generale al processo di decadenza di cui l’Occidente sarebbe stata vittima a partire dall’inizio del 20esimo secolo, delineando uno scenario di conflitto inevitabile tra la nostra civiltà e le altre. In particolare, nella sua opera “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale”, Huntington spiega nel dettaglio il fenomeno di rifiuto dell’occidentalizzazione e della modernizzazione, fenomeno che senza dubbio coinvolge, tra le altre, anche la civiltà islamica nel suo complesso, o quantomeno le fazioni più radicali di essa: le dimostrazioni di ostilità dell’Islam verso l’Occidente sono state, negli ultimi decenni, svariate e inequivocabili.

La dinamica degli atti terroristici di Parigi impone, in questo senso, una profonda riflessione sulle modalità d’azione dei promotori del jihad nel mondo musulmano, i cui meccanismi di matrice storica, religiosa e culturale sono estremamente diversi dai nostri. Sia Al Qaeda che lo Stato Islamico, che oggi si sono imposti nel panorama internazionale come i principali attori del terrore antioccidentale, hanno seguito e seguono tuttora una strategia ben precisa, fondata su un elemento chiave: la strumentalizzazione della religione per fini eversivi.

Questa strumentalizzazione poggia a sua volta su un fanatismo religioso che trova, in parte, la sua giustificazione nelle parole del Corano, al cui interno esistono tuttavia messaggi di pace e fratellanza molto più chiari di quelli di violenza, esattamente come nella Bibbia cristiana. I vertici dei gruppi terroristici, portatori di una visione radicale ed estremista delle sacre scritture islamiche, fanno della demonizzazione dell’Occidente il loro principale cavallo di battaglia per fomentare le masse suscettibili all’integralismo: l’obiettivo di Al Qaeda, così come quello del Califfo Al-Baghdadi, è quello di provocare il mondo occidentale, portando il terrore e la paura direttamente nei suoi centri nevralgici. Le terribili decapitazioni dei giornalisti americani fatti prigionieri dall’IS, i continui massacri dell’organizzazione estremista Boko Haram in Nigeria a danno non solo dei cristiani e l’attacco a Charlie Hebdo sono tutte dimostrazioni di un odio radicato che parte dell’Islam prova nei confronti dell’Occidente.

Un odio che oggi viene diffuso velocemente grazie ai social network: documentandosi qua e là sul web e venendo a contatto con cellule radicali, è più facile per un comune cittadino farsi persuadere dalla bontà della causa jihadista. Ecco che quindi la propaganda estremista si avvale a pieno di queste nuove piattaforme, dipingendo l’Occidente come il responsabile del degrado mondiale e delle sofferenze inferte alle popolazioni musulmane in Medio Oriente e in Africa. Eppure, non bisogna dimenticare che, nella maggior parte dei casi, questo tipo di propaganda anticolonialista e terzomondista trova un terreno fertile grazie alle tragiche condizioni di arretratezza tribale in cui vivono le masse che la ascoltano, spesso colpite da fame e povertà: ricordiamoci che più di un miliziano dell’IS su due non combatte per ferire l’Occidente, ma per garantire una vita dignitosa e tranquilla ai suoi familiari.

L’opera di demonizzazione fatta dai vertici dei movimenti estremisti è poi resa ancor più facile dal comportamento degli stessi paesi occidentali, Stati Uniti in primis. Ormai è da più di dieci anni che il mondo mediorientale si trova occupato dagli eserciti portatori di democrazia dell’Occidente e il numero di vittime causate dalle guerre in Afghanistan, in Siria e in Iraq, una buona parte delle quali donne e bambini, è spropositato. Proprio il sangue versato da siriani, afghani e iracheni è divenuto l’arma principale della propaganda jihadista, che inevitabilmente sfrutta gli attacchi militari europei e americani per scagliare la rabbia delle popolazioni contro un nemico reale, forte e ben identificato. Non che i conflitti in Medio Oriente siano una novità post-11 settembre, ma senza dubbio la politica aggressiva dell’amministrazione Bush, seguita a ruota da numerosi Stati europei, ha contribuito a destabilizzare ulteriormente uno scenario già colmo di conflitti etnici e religiosi. L’essere intervenuti militarmente in Afghanistan, Iraq e Siria (dove, per ora, si svolgono solamente raid aerei), ha fornito alle cellule jihadiste ciò che stavano aspettando da tempo: un nemico tangibile e presente sul territorio su cui scaricare la colpa delle disgrazie locali.

Tutti questi elementi inducono ad affermare che lo scontro di civiltà di cui si è tanto scritto e parlato senza dubbio esiste, ma non è uno scontro a tutto campo, che coinvolge le civiltà occidentale e islamica nella loro interezza; è, invece, uno scontro che appartiene soltanto alle frange estremiste e disinformate di queste civiltà, che tentano di diffondere un’immagine negativa del rispettivo nemico, arrivando ad identificare nell’ “occidentale” e nel “musulmano” il simbolo delle proprie paure: così come un fedele dell’Islam potrebbe facilmente vedere nel cristiano europeo o americano un demone colonialista e avido, così il cristiano occidentale è portato a definire tutti i musulmani come terroristi o individui pericolosi per la sua sicurezza, stereotipandoli. In contesti tradizionalisti, conservatori e sordi al messaggio della globalizzazione, la religione diventa spesso uno strumento per giustificare violenze che, se perpetrate con continuità, non portano altro che nuove violenze: mentre nel mondo islamico è proprio il credo religioso ad accecare la ragione, nel mondo occidentale, oggi più laico e agnostico, sono la xenofobia, la disinformazione e i preconcetti a svolgere questo compito.

Esiste però, da entrambe le parti, anche una grande maggioranza che vive il contatto tra Oriente ed Occidente come un forma di scambio, di sostegno e arricchimento reciproco. Il contributo dell’Islam moderato sarà fondamentale in futuro per contenere le spinte radicali presenti nel mondo musulmano, ma anche le democrazie d’Europa e d’America dovranno rivedere il loro modo di osservarlo e comprenderlo, contribuendo così alla realizzazione di un grande incontro di civiltà.

Filippo Malinverno

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Foto: euronews.com

NATO e Social Media: oggi la prima lezione del primo corso online sui social sponsorizzato dall’Allied Command Transformation

È programmata per oggi, lunedì 17 febbraio, dalle 15 alle 16.30 ora italiana, la prima lezione del primo corso online della NATO dedicato all’uso dei social media: NATO Social Media User Pilot Course, curato da Innovation Hub e sponsorizzato dall’Allied Command Transformation della NATO.

Questa prima lezione è intitolata A Strategic View of Social Media ed è condotta da Maria-Rosa Moroso, analista della NATO Communications and Information Agency (NCI) di Bruxelles.

Per seguire la lezione live connettersi via Livestream (http://new.livestream.com/accounts/5595552), allo stesso indirizzo saranno disponibili tutte le lezioni registrate del corso.

Commenti e domande anche in diretta sul forum di Innovation Hub o via twitter @Innov8Hub con l’hashtag #natoSMc

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NATO e social media: al via il primo corso online per militari e civili della Difesa. Stay on top with MOOC! (10 febbraio 2014)

Fonte: Innovation Hub

NATO e social media: al via il primo corso online per militari e civili della Difesa. Stay on top with NATO MOOC!

Il primo NATO Social Media User Pilot Course, a cui hanno lavorato qualche centinaio di persone negli ultimi undici mesi con il progetto Massive Online Open Course (MOOC), è ora disponibile online al pubblico.

Specificamente ideato per i militari e i civili nelle organizzazioni di sicurezza e Difesa, il corso è focalizzato sull’addestramento all’uso dei social media per il personale NATO e proveniente da paesi NATO; promuove il social learning ed è orientato a far nascere una comunità di utilizzatori di social media in ambito NATO.

In un’epoca in cui tutta la popolazione utilizza abitualmente i canali social per comunicare, condividere, lavorare e vivere la propria quotidianità, diventa importante padroneggiare i social media per gestire in modo sicuro ed efficiente il flusso di informazioni e la comunicazione sia da casa propria che in operazioni.

Per essere al top è necessario dunque che militari e civili della Difesa conoscano i social e il loro utilizzo nel migliore dei modi: il NATO Social Media User Pilot Course rappresenta l’opportunità per i principianti di capire il mondo social e cominciare a utilizzarlo privatamente o in supporto agli obiettivi NATO; per gli esperti, di approfondire e mettere a punto specifiche abilità.

Tutti i partecipanti entreranno a far parte di una comunità di “NATO social media users” dove condividere la propria esperienza con il supporto degli altri membri. A termine corso viene rilasciato un attestato con la possibilità di contribuire all’organizzazione dei corsi successivi.

L’hashtag per parlarne sui social è #SM4nato

Ulteriori informazioni al sito InnovationHub-act.org, in facebook NATO ACT Innovation Hub, in twitter @Innov8Hub

Fonte e logo: NATO ACT Innovation Hub

Da oggi lo stato maggiore della Difesa twitta su Twitter

Lo stato maggiore della Difesa (SMD) presenta oggi il proprio profilo Twitter e inizia a cinguettare per coinvolgere un pubblico ancora più vasto di lettori. La scelta in direzione di uno dei social più diffusi in Italia consente di rivolgersi a un pubblico di tutte le età che impiega regolarmente i social network.

La presenza su Twitter, fa sapere SMD, “ha l’obiettivo di informare i cittadini su tutte le attività svolte in Italia e all’Estero dal personale militare, sui video del canale SMD della Web TV della Difesa, sui comunicati stampa, sulle notizie web e sugli altri contenuti pubblicati sul Portale di SMD”.

La piattaforma social, per sua stessa struttura, permetterà poi di pubblicizzare con maggior facilità particolari eventi o ricorrenze a vantaggio di un più diretto e immediato coinvolgimento del pubblico.

I servizi saranno progressivamente estesi al fine di coinvolgere ulteriormente coloro che seguono il mondo militare “e anche quanti finora non hanno letto notizie e approfondimenti sull’argomento”.

L’apertura del profilo Twitter segue quella del nuovo canale di SMD sulla WebTV della Difesa, dedicato ad approfondimenti sulle tematiche tecnico militari, e al restyling del portale di SMD, affiancandosi ai già noti profili Twitter del ministero della Difesa e delle Forze Armate. Esso completa quindi l’offerta comunicativa della Difesa con approfondimenti su tematiche di carattere strategico e operativo.

Fonte e foto: SMD

La Marina Militare sbarca su Facebook: dopo Twitter, profilo ufficiale anche sul social più amato dagli italiani

Da ieri la Marina Militare è presente sul social network Facebook con la sua nuova pagina ufficiale. Un’idea ispirata anche dalle numerose fan page a lei dedicate, fa sapere il comunicato stampa diramato ieri, attraverso le quali i marinai e gli amici della famiglia marinara si sono incontrati e confrontati.

“Farsi conoscere e apprezzare è desiderio di chiunque lavori con orgoglio e passione. Per questo le donne e gli uomini, militari e civili, della Marina Militare vogliono raccontarsi, mostrando il proprio lavoro e condividendo le emozioni vissute”, sottolinea il comunicato, specificando che “la pagina ‘Marina Militare’ nasce per condividere le immagini più belle, i video più emozionanti, gli appuntamenti più importanti”.

Facebook si aggiunge al canale twitter@ItalianNavy (#marinamilitare), all’applicazione per smartphone e tablet “NewsMM”, al canale Youtube e alla Web Tv (webtv.marina.difesa.it).

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Fonte e foto: Marina Militare

Esercito 2.0: il CalendEsercito 2012 dedica l’anno che verrà alla tecnologia

Oggi 20 ottobre, alle 10.30, nella Biblioteca militare dello stato maggiore dell’Esercito a Roma, il Capo di stato maggiore dell’Esercito (smE), generale Giuseppe Valotto, presenterà il CalendEsercito 2012. All’evento sarà presente il ministro della Difesa Ignazio La Russa.

Il titolo del calendario del prossimo anno, Esercito 2.0, indica senza indugi il motivo conduttore del nuovo CalendEsercito. Nel linguaggio del web, infatti, il 2.0 si riferisce all’evoluzione del www che consente all’utente di interagire con i contenuti in rete, dunque i blog, le chat, i forum, o i social network come Facebook e Twitter, per citare i più conosciuti.

Nell’opera, si apprende da smE, viene dato largo spazio alle applicazioni tecnologiche, ponendo fortemente l’accento sul cuore digitale che le anima. Partendo dalle ultime innovazioni sviluppate, pian piano si scopre l’orientamento futuro della Forza Armata attraverso una panoramica di quanto è al momento in sperimentazione e di ciò che è oggetto di ricerca e studio per il futuro.

Nel corso della presentazione di CalendEsercito 2012 avrà luogo un dibattito moderato dalla giornalista Letizia Leviti, al quale interverranno il professor Michele Nones, direttore dell’area sicurezza e difesa dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) e l’ingegner Paolo Nespoli, ufficiale della Riserva dell’Esercito e astronauta della European Space Agency (ESA).

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Calendesercito 2011: è la storia dell’Esercito Italiano dall’Unità d’Italia a oggi (24 novembre 2010)

Fonte: Ufficio Pubblica Informazione Esercito

Foto: Ufficio Pubblica Informazione Esercito

Eagle Meteor 2010, managing the transition

Millecinquecento militari coinvolti a milleduecento chilometri dalla base. Per il Nato Rapid Deployable Corps Italy (Nrdc-Ita) comandato dal generale Gian Marco Chiarini, normalmente basato a Solbiate Olona nella caserma Ugo Mara, l’esercitazione Eagle Meteor 2010 a Lecce è una prova superata.

Ci saranno ancora aspetti da perfezionare, ovvio, del resto una esercitazione serve proprio a individuare gli ambiti da migliorare. Ma così a caldo, tra lo zaino da disfare e le lessons learned da preparare, rimane la consapevolezza dell’aver centrato gli obiettivi: lavorare come se si fosse nel solito ufficio di casa, ma dispiegati a grande distanza.

E’ la capacità di dispiegarsi rapidamente a caratterizzare Nrdc-Ita, una peculiarità da testare soprattutto in vista del turno di comando terrestre nella Nato Response Force 16 previsto per il primo semestre del 2011.

Ma non è tutto qui. Una volta dispiegato, Nrdc-Ita ha dovuto fare i conti con una situazione di ricostruzione post-bellica che seguiva cronologicamente e logicamente lo scenario della precedente esercitazione Eagle Blade 2009.

Managing the transition, sta scritto sulle magliette di chi ha fatto parte dell’excon nella caserma Nacci di Lecce. Infatti si è trattato di una gestione della transizione dallo stato di guerra, quindi puramente kinetik, al sostegno del military technical agreement firmato tra i due stati belligeranti, da cui tuttavia non sono stati del tutto esclusi gli eventi kinetik.

A rafforzare lo scenario e allargarne i confini ci hanno pensato una ventina di professionalità civili, che dall’interno della white cell nell’excon hanno contribuito a creare attivazioni sulla base della storyboard e in risposta alle reazioni dei comandi esercitati.

La novità di questa esercitazione è stata la proposta dell’uso di social network per incrementare il realismo con un coinvolgimento ad ampio spettro anche dal punto di vista mediatico.

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Foto: materiale proprio

Social network anche per militari statunitensi

060212-N-4614W-002Una rivalutazione del mondo web 2.0, cioè di internet interattivo, è in corso in questo periodo al dipartimento della Difesa statunitense. In senso positivo, naturalmente. Sembra infatti definitivamente superato l’atteggiamento di divieto per i militari statunitensi, marines in testa, di accedere ai social network offerti dalla rete.

Twitter, Facebook, Delicious, Flickr e altri social media saranno sdoganati dal Pentagono in virtù dei risultati dimostrati dall’uso di tali siti per la diffusione delle informazioni, a partire dal reclutamento: i vantaggi dell’utilizzo del social network per le truppe dispiegate appaiono maggiori dei rischi per la sicurezza delle truppe stesse.

Ai comandanti il compito di continuare a vigilare sul corretto utilizzo del mezzo. Mentre dallo stesso dipartimento della Difesa arriva l’esortazione a migliorare contemporaneamente sia la gestione della condivisione delle informazioni sulla rete, che la tutela della sicurezza stessa. Intanto le nuove regole, fa sapere il Pentagono, riguarderanno i computer non classificati.

Fonte: BBC

Foto: www.wired.com