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Esercito: a Ferragosto attività operativa per 18mila soldati. Il plauso del Capo di SME, gen Errico

Oltre 18.000 soldati dell’Esercito saranno impegnati anche a Ferragosto in attività operative, in Italia e all’estero”, ha annunciato l’Esercito Italiano con un comunicato stampa del 14 agosto.

A loro e alle loro famiglie, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, gen Danilo Errico, rivolge il proprio ringraziamento e “plauso per i sacrifici, la dedizione, il senso di responsabilità e la professionalità con cui affrontano, anche in questi giorni, il proprio compito”.

Di questi, circa 7.000 presidiano il territorio, in concorso alle Forze dell’Ordine, nell’ambito dell’Operazione Strade Sicure, contribuendo alla sicurezza della popolazione, specifica il comunicato.

Dall’inizio dell’Operazione, il 4 agosto 2008, i militari hanno consentito l’arresto di oltre 15.500 persone, di cui 280 dall’inizio dell’anno; ne hanno controllate e identificate quasi 2.930.000, circa 290.000 solo quest’anno, e sequestrato oltre 2,2 tonnellate di sostanze stupefacenti, oltre 30 kg nell’anno corrente, specifica la Forza Armata.

Oltre 4.000 soldati, invece, sono impegnati all’estero, in 14 paesi, in missioni sotto egida ONU, UE e NATO, in particolare in attività di assistenza delle Forze Armate e di Sicurezza locali volte alla stabilizzazione delle aree di interesse strategico nazionale.

A questi 11.000 soldati si aggiungono altri 7.000, che si trovano in stato di prontezza per esigenze nazionali e di coalizioni internazionali, per un totale di 18.000 militari.

Tra questi, particolarmente attivi in questo periodo sono gli assetti dell’Aviazione dell’Esercito (AVES) che, in concorso alla Protezione Civile, sono impegnati nella campagna antincendio boschiva.

A oggi, spiega il comunicato stampa, gli elicotteri dell’Esercito hanno effettuato oltre 1.200 lanci di acqua per un totale di circa 2.800.000 litri e oltre 200 ore di volo.

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Fonte e foto Esercito Italiano

 

Qui fa freddo sul serio: lettere della WWII dalla Russia a Padova grazie ad Ass Arma Aeronautica e Alpini

20150210_Qui fa freddo sul serio_Padova_Ass Arma Aeronautica_Ass Alpini“Qui fa freddo sul serio”, scriveva un soldato della Seconda Guerra Mondiale dal fronte russo ai suoi cari. Così i militari italiani in Russia comunicavano alle famiglie in patria la loro quotidianità bellica al fronte, affidando alla posta le loro righe.

Ora quell’intero corpus di lettere e cartoline militari scritto dai soldati italiani in Russia è esposto in originale a Padova grazie all’Associazione Arma Aeronautica di Padova, con la collaborazione dell’Associazione Nazionale Alpini.

La collezione “Qui fa freddo sul serio”, il cui corpus principale è appunto costituito da lettere e cartoline militari in originale scritte dai militari italiani in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale, è esposto da domani, 11 febbraio, in una grande sala del Museo Storico della Terza Armata nel Palazzo Camerini di Padova dopo che il generale Bruno Stano, comandante del COMFODI-NORD (Comando Forze Difesa Interregionale Nord), ne ha concesso l’utilizzo.

Con i documenti presentati, sottolinea il comunicato stampa dell’Associazione Arma Aeronautica, si vogliono portare ai visitatori le parole dirette dei protagonisti, senza alcuna intermediazione: né quella degli studiosi, né quella dei pur importanti scrittori-testimoni che sono anche loro, in qualche misura, dei mediatori. Il titolo stesso della collezione è appunto tratto dalla lettera di un soldato.

I tragici avvenimenti in terra di Russia possono qui essere visti dalla base: le sofferenze delle persone, le preoccupazioni per le famiglie, i presagi su come andranno le cose. Gli scritti portano i segni del vaglio della censura che eliminava non solo notizie ma anche riflessioni che non dovevano venire diffuse in patria. I nostri soldati, però, riuscivano spesso a far trapelare qualcosa: con un disegnino, una parola scritta in un angolo, la scrittura a rovescio e altri piccoli espedienti.

La speranza è che tutti i visitatori possano rendersi conto che queste vicende e queste persone sono esistite, facendo leva sulla forza, anche emotiva, che le tracce documentali spesso hanno.

La mostra si inquadra nella commemorazione della Battaglia di Nikolajewka con la quale le nostre truppe uscirono dalla sacca seguita al crollo del fronte del Don. Dopo quella battaglia mancarono all’appello 84.830 italiani: 10.030 riuscirono a tornare dalla prigionia, in 74.800 morirono in quelle steppe.

La collezione sarà presentata domani, mercoledì 11 febbraio, alle 10.30, nella sede del Museo Storico, in via Altinate, 59 (Palazzo Camerini), e sarà aperta al pubblico fino al prossimo 2 marzo. Sarà presente all’evento il curatore della mostra, dottor Luca Collodel.

La collezione ha già registrato un notevole successo di pubblico nel corso delle presentazioni avvenute in tutte le municipalità del veneziano, in particolare nelle prestigiose sedi della Torre di Mestre e della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo di Venezia centro storico.

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Fonte e foto: Associazione Arma Aeronautica – Padova

L’Altra metà della Divisa mette online l’e-book Il mago delle lacrime: come regalo di Natale, come sostegno all’associazione

È online da qualche giorno, sul sito dell’associazione L’Altra metà della Divisa (AMD), rete nazionale di supporto alle famiglie dei militari, la versione e-book della fiaba Il mago delle lacrime, interamente ideata, prodotta e realizzata dalle famiglie militari facenti parte dell’associazione e veicolata, grazie alla collaborazione dello stato maggiore della Difesa, al personale in missione in tutti i teatri operativi di terra e di mare in cui operano i militari in occasione della Festa del Papà 2013.

AMD mette a disposizione di tutti i lettori uno speciale regalo di Natale per tutti i bimbi dei militari, e non soltanto loro, per aiutarli a comprendere e ad affrontare con più forza, orgoglio e serenità le missioni a venire.

La donazione effettuata per scaricare la fiaba sarà utile ad AMD per realizzare progetti e servizi a sostegno delle famiglie militari italiane.

La procedura per il download dell’e-book è al link AMD News: finalmente on-line la versione E-BOOK della fiaba ‘IL MAGO DELLE LACRIME’. Un regalo speciale per tutti i figli dei nostri militari! sul sito di AMD.

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Fonte e foto: AMD

Chi salverà più soldati americani in Afghanistan?

Mentre si discute sulla qualità degli infiltrati tra le truppe alleate – agenzie di spionaggio straniere, secondo Hamid Karzai – causa di sempre più frequenti attacchi green-on-blue ai danni delle truppe ISAF, gli americani chiamati presto alle urne non sanno che presidente prendere.

Quello che salverà più vite di soldati in Afghanistan, naturalmente. Colui che ne porterà a casa di più, insomma. Già, ma quale sarà il presidente americano che li porterà a casa prima di tutti?

Sarà un repubblicano o un democratico? Sarà Romney, oppure sarà Obama?

In un momento in cui sembra che gli americani ne abbiano abbastanza della guerra, tutti presi anche loro tra le ristrettezze economiche e la siccità, nessun candidato alla presidenza degli Stati Uniti ha ancora parlato in termini conclusivi e in modo definitivo della missione in Afghanistan, come fa notare un editoriale del Denver Post.

Il limite fissato per il rientro delle truppe a fine 2014 apre in realtà a una trasformazione della missione che porta avanti di altri dieci anni la fine dell’intervento ai piedi dell’Hindu Kush, tanti sono gli anni di operazione previsti sul terreno in una forma diversa da quella combat vista finora.

C’è scetticismo, tuttavia, sulla capacità delle forze afgane di riuscire a diventare un baluardo contro i talebani. Ed è proprio su questo punto cruciale, sottolinea l’editoriale, che dovrebbero inserirsi i repubblicani, i quali in realtà stanno perdendo l’occasione di prendere una posizione netta: appoggiare un surge risolutivo o portare a casa subito i soldati?

Obama ha fatto entrambe le cose. E anche Romney, sottolinea l’editoriale, si sta attestando sulle stesse posizioni, visto che se da una parte stronca la decisione di Obama di far tornare presto a casa i soldati, dall’altra parla di rientro rapido delle truppe. Una contraddizione che lascia gli americani senza indicazioni concrete per la scelta del futuro potus.

Chi prima porterà a casa i soldati, insomma, ancora non è chiaro. In un momento in cui si stanno intensificando i mortali e insidiosi attacchi di forze afgane contro alleati all’interno delle stesse caserme, agli americani piacerebbe davvero sapere quale sarà il presidente che salverà più vite.

Fonte: The Denver Post

Foto: Romney e Obama sono di policymic.com

UNIFIL, Libano: la brigata Pinerolo subentra alla brigata Aosta al comando del contingente italiano in Libano

Si è svolta il 7 novembre, nella base Millevoi a Shama, nel sud del Libano, la cerimonia del passaggio di responsabilità alla guida del contingente italiano e del Settore Ovest di UNIFIL (United Nation Interim Force in Lebanon). La brigata meccanizzata Pinerolo, comandata dal generale Carlo Lamanna, è subentrata alla brigata meccanizzata Aosta, comandata dal generale Gualtiero Mario De Cicco.

La cerimonia, che si è tenuta alla presenza del comandante della missione UNIFIL, il generale spagnolo Alberto Asarta Cuevas, è stata presieduta dal Capo di stato maggiore della Difesa, generale Biagio Abrate.  All’evento erano presenti autorità civili, religiose e militari libanesi e rappresentanze dei diversi contingenti di UNIFIL.

Per la brigata Pinerolo, composta da 1080 uomini e donne dell’Esercito Italiano, si tratta della prima missione in Libano. Nei prossimi sei mesi la Pinerolo continuerà a svolgere i delicati compiti che i Caschi Blu italiani eseguono da settembre 2006 nell’area di responsabilità compresa tra il fiume Litani e la Blue Line.

Nei sei mesi appena trascorsi, il contingente multinazionale del Settore Ovest su base brigata Aosta guidato dal generale De Cicco, composto da 1550 soldati italiani e da ulteriori 2200 militari provenienti da Ghana, Corea del sud, Malesia, Irlanda, Slovenia e Brunei, ha operato in stretto coordinamento con le Forze Armate Libanesi per garantire sicurezza e stabilità nel sud del Libano.

Negli ultimi sei mesi sono state effettuate più di 43mila attività operative per il controllo del territorio e della Blue Line, di cui oltre 16mila svolte dai soldati dell’Aosta, autonomamente o congiuntamente alle Forze Armate Libanesi, in aderenza al mandato concesso dalla risoluzione Onu 1701 del 2006.

Particolare attenzione viene posta dal comunicato dello stato maggiore della Difesa all’attività svolta nel settore della cooperazione civile militare. In tutto, si apprende, sono stati finalizzati 63 progetti e 16 donazioni di materiali a favore della popolazione e delle Forze Armate Libanesi.

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Fonte: stato maggiore Difesa

Foto: stato maggiore Difesa

Non sarà che le pensioni dei militari siano troppo alte?

Il riferimento qui è alle pensioni dei militari statunitensi. Non sarà che siano troppo alte, si chiede un articolo dell’Associated Press?

In un momento in cui si sta tirando la cinghia, con un settore militare sempre meno popolare e non sempre equo nei confronti di chi è in servizio, non sarà che percepire la metà dello stipendio dai quarant’anni in poi per tutto il resto della vita sia un po’ troppo generoso?

Il conto è presto fatto. Andare in pensione dopo vent’anni di servizio significa lasciare le armi a trentotto anni con una pensione mensile pari a metà dello stipendio, retribuita da subito e vita natural durante. Come fare per assicurarsi tale tranquillità? Semplice, dice l’articolo, “basta arruolarsi”.

Considerato poi che se si resta in servizio oltre i vent’anni, precisamente fino almeno a un totale di trentacinque anni di servizio, la pensione si alza fino a raggiungere l’87,5% dello stipendio, si legge, ecco che entrare nell’esercito significa fare l’affare della propria vita.

A mettere i puntini sulle i, anzi, a spulciare i dollari fino ai centesimi delle paghe dei militari, ci ha pensato una commissione di esperti in vari settori, tutti ad alto livello: dall’executive management alla corporate governance, dalle risorse umane alla tecnologia e alla sanità.

A commissionare tale studio, in linea con la frugalità imposta ai lavoratori dal periodo di crisi economico-finanziaria, ci ha pensato invece il Pentagono, provocando timori e perplessità non solo tra i militari in pensione, ma anche tra quelli in servizio attivo.

Per carità, stiamo parlando di un sistema rimasto invariato da cento anni, essendo stato ideato in un periodo in cui la vita umana non era così lunga e in un momento in cui di seconda possibilità di lavoro, o di riciclo, usando termini contemporanei, ancora non se ne parlava. Ora però le cose sono cambiate. Si vive più a lungo e si ricomincia volentieri un’altra carriera di lavoro a quaranta o a cinquant’anni.

Certo però che lo studio degli esperti non ha preso in considerazione l’impatto dell’eventuale applicazione di riduzioni nel calcolo delle pensioni: a questo punto non potrebbe diventare meno allettante arruolarsi, dice l’articolo, visto che si mette a rischio la propria vita combattendo in prima linea per il proprio paese? E considerato che molto spesso le esperienze combat inficiano la qualità della vita irrimediabilmente?

Ma poi, saranno ancora d’accordo i civili a lavorare per mantenere ex militari quarantenni che nel frattempo intraprendono una carriera civile?

Niente paura, ha chiarito il Pentagono, si è trattato solo di uno studio. Ma intanto il sasso è stato lanciato.

Fonte: AP

Foto: Grandpa Simpson dal blog Keith’s Sports Journal

Giubbotti antiproiettile non a norma: così muoiono i soldati americani

A dirlo è l’agenzia stampa saudita Saudi Press Agency (SPA), che il 17 agosto scorso ha reso noto, citando AP, un pericoloso buco nella sicurezza delle piastre per i giubbotti antiproiettile.

Sotto accusa il metodo con cui sono stati condotti i test su 5 milioni di pezzi dell’equipaggiamento in questione.

L’agenzia richiama un report del Pentagono del  1° agosto, che punta il dito contro sette contratti per piastre antiproiettile conclusi dall’esercito statunitense tra il 2004 e il 2006 per una spesa totale di 2 miliardi e mezzo di dollari.

I test sarebbero stati condotti in modo incompleto, su pezzi di misura sbagliata e con tutta la fretta imposta dai teatri operativi di Afghanistan e Iraq.

Si tratterebbe del quarto report sull’argomento secondo l’agenzia, che ricorda l’insistenza dei democratici newyorkesi sull’aspetto della sicurezza. Un argomento caldo  fin dal gennaio 2006, quando una rivelazione del New York Times svelava che l’80% delle morti dei Marine avvenute in Iraq per colpi d’arma da fuoco sulla parte superiore del corpo era da imputare all’inadeguatezza del giubbotto antiproiettile.

Fonte: Saudi Press Agency

Foto: picasaweb.google.com e allproducts.com

Si abbassa a nove mesi il periodo di dispiegamento in teatro operativo per i soldati statunitensi

Più tempo per stare a casa con le proprie famiglie, sottolinea l’articolo dei public affairs dell’esercito degli Stati Uniti (qui via Globalsecurity).

Dal 1° gennaio 2012, infatti, il periodo di dispiegamento per molti soldati sarà pari a nove mesi, mentre resterà di dodici mano a mano che si sale di grado.

Il cambio di linea, si apprende, riguarderà tutte le operazioni in corso, incluse l’operazione Enduring Freedom in Afghanistan, la Noble Guardian in Kosovo e la forza multinazionale nel Sinai egiziano. La piena operatività del provvedimento si avrà dal 1° aprile prossimo.

La scelta è legata a esigenze di sicurezza e di coordinamento del personale sul terreno, ma non è disgiunta dalle modifiche degli impegni operativi in atto. Ed è benvenuta in quanto apporta beneficio anche alle famiglie dei militari in servizio.

Lo confermano le parole di un portavoce dello US Army, il colonnello Peggy Kageleiry, secondo la quale è in corso una “continua analisi delle linee di condotta in modo da incontrare i fabbisogni della missione, dei soldati e delle loro famiglie”.

Fonte: Army News Service/Globalsecurity

Photo Credit: U.S. Army/Cpl. Kyle Slinker, a military police officer with 561st Military Police Company, attached to 2nd Brigade Combat Team, 4th Infantry Division, pulls guard at Police Sub Station 9 in Kandahar, Afghanistan, July 30, 2011

Tarantella camouflage

By Cybergeppetto

La tarantella delle missioni militari ricomincia ad ogni attacco, il tamburello delle dichiarazioni pro e contro fa tintinnare i suoi sonagli, ma tutto è così stonato che non si capisce se ci sia una melodia, un’armonia o, almeno, un ritmo, un tamburo di guerra all’amatriciana.

Negli ultimi giorni due episodi hanno colpito l’opinione pubblica, gli attacchi in Libano ed Afghanistan per i quali da molte parti si trepida per le condizioni di salute dei “nostri” coinvolti.

Il fatto è che, come ormai dovrebbero sapere tutti, in linea puramente teorica, le missioni militari all’estero dovrebbero essere il frutto di una valutazione di opportunità politica circa l’utilità di un impegno che deve essere valutato solo, ed esclusivamente, in base all’interesse nazionale. Non si sprecano le vite dei soldati ed i soldi dei contribuenti per inutili minuetti politico diplomatici.

La politica rimesta le motivazioni alla base dell’impegno in Libia, Libano, Afghanistan e di quel che rimane di varie missioni nei Balcani, con la grazia dello chef che gira le minestre di pasta e fagioli che una volta mangiavano i morti di fame e che ora si pagano salate con la carta di credito nei ristoranti chic.

Certo il profumo non è dei migliori, molta ideologia e poco senso pratico, niente aromi di buon senso,  il tutto ha la consistenza ed il colore del contenuto di un bugliolo.

Se la memoria non m’inganna, qualche anno fa noi seguimmo Bush in un paio di guerricciole, Iraq ed Afghanistan perchè gli dovevamo far vedere quanto eravamo bravi, poi cambiò il governo e si decise che la guerra era una cosa schifosa e venimmo via dall’Iraq, ma non andammo via dalle altre missioni, i motivi di questa scelta sono ben nascosti dietro la retorica degli schieramenti politici, ma la cosa ancor più strana è che, tanto per gradire, schierammo un contingente in Libano che era grande quanto quello che avevamo chiuso a Nassirya.

Cos’era successo? Una bella risoluzione dell’ONU aveva stabilito che la Comunità internazionale doveva interporsi tra gli israeliani, i terroristi di Hezbollah e l’Esercito libanese. Tradotto dal politichese al volgare, dovevamo proteggere i compagnucci del partito armato di Dio. Un partito, quello di Hezbollah, un pò “sui generis” che non fa congressi, ma ha un sacco di artiglieria.

Nel volgere di pochi giorni abbiamo assistito a delle critiche feroci all’ipotesi di riduzione del contingente in Libano da parte del governo, anche da parte di politici ora passati dall’altra sponda (FLI), e, contemporaneamente, critiche delle opposizioni alla permanenza in Afghanistan.

Nel frattempo settori del governo criticano la missione in Libia che sta prolungando a dismisura una carneficina che era quasi sul finire, un’altra prodezza della comunità internazionale che, dopo cento giorni ed un sacco di missili ancora non riesce a far fuori quel fetentone di Muammar.

Premesso che tutte queste missioni sono regolate da risoluzioni dell’ONU, mi sfugge il senso di un impegno per cui va bene se bombardiamo qualsiasi cosa che si muove a Tripoli, va benissimo rischiare la pelle in Libano, ed anzi non ci dobbiamo ritirare, mentre va male subire attentati ad Herat.

Il fatto è che la rincorsa al microfono acceso è uno sport da centometristi, mentre il tenere la barra dritta dopo aver preso una decisione è cosa troppo seria per chi non sa se sarà nel listino delle prossime elezioni.

Cybergeppetto

p.s. Buffo episodio in parlamento, durante un concerto folcloristico tenuto in aula, alcuni rappresentanti di tutti gli schieramenti hanno voluto mostrare la loro maestria nell’uso del tamburello, strappato ai legittimi propietari. Il risultato è stato desolante, le sollecitazioni sui tamburelli sono state così eccessive da romperli, rotelle metalliche sparse per ogni dove hanno posto fine all’esibizione.

l’immagine è tratta da http://www.virtualsorrento.com/it/arti/musica/strumenti_folklore/tammurriello.htm

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Nuova energia al conflitto in Afghanistan con la tecnologia verde per i soldati britannici

Energia del vento più energia solare. Sono gli elementi naturali sul cui sfruttamento il ministero della Difesa britannico intende puntare al più presto per i convogli in Afghanistan, fa sapere Armed Forces Int’l, riferendo di una recentissima comunicazione inviata dal dicastero ai propri appaltatori.

Un sostegno energico e soprattutto verde per i militari dispiegati in ambiente ostile, dove il perfetto funzionamento dei convogli garantisce sì la sussistenza delle truppe, ma con un notevole dispendio economico dato che, oltre al vettovagliamento, i convogli devono trasportare alle basi anche lo stesso carburante per rifornirli.

Ma non si pensi solo ai convogli. A Helmand, provincia meridionale dell’Afghanistan dove sono concentrati i soldati di Sua Maestà, faranno il loro debutto già a fine estate le prime batterie solari: leggere e facilmente trasportabili, oltre che amiche della natura.

Il ministero della Difesa britannico sta poi pensando a energia più pulita anche per i generatori, che al presente funzionano a gasolio. E più in generale a tutti i cicli operativi che richiedono apporto di energia, come anche – e perché no – i cicli di lavaggio delle uniformi.

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Fonte: Armed Forces Int’l

Foto: UnatSolar/Armed Forces Int’l