Nov 2, 2011
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Protesto, dunque sono

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By Cybergeppetto

Per far funzionare un motore, lo sanno tutti, ci vogliono non solo il combustibile e il comburente, ma anche tanta lubrificazione. Se i pezzi non scivolano, il motore funziona male e il suo rendimento decade rapidamente. In quest’epoca di talebani dei propri diritti e di stigmatizzatori dei doveri degli altri questi discorsi non interessano a nessuno.

Il motore della Repubblica italiana sembra essere più pieno della ruggine della protesta che del lubrificante del lavoro e del servizio alla collettività. Da tempo immemorabile tutti hanno imparato la lezione: solo se si protesta e si fa capire quanti voti si portano alla politica questa si ricorda di lasciare a ciascuno i privilegi, piccoli o grandi, che la Prima repubblica ha garantito a spese delle generazioni future. Dai metalmeccanici ai camionisti, dai tassisti ai magistrati, dai ferrotranvieri agli studenti, la lista è lunghissima.

Qualsiasi cosa si debba fare, c’è sempre qualcuno al quale non sta bene, qualcuno che si mette per traverso. Il risultato è ovvio, il motore grippa, non gira, e la macchina Italia è ferma.

La nostra è la democrazia delle “soluzioni condivise” e delle “ampie convergenze”, cioè il paese che è sempre sotto ricatto di qualche minoranza.

Qualche volta càpita che la gente protesta perché è realmente esasperata, la marcia dei quarantamila se la ricordano tutti, ma fu un caso più unico che raro: si trattò della protesta contro una protesta, quella dei sindacati che picchettavano la FIAT.

Le proteste hanno sempre gli stessi nemici ormai da molti anni: il liberismo e i politici.

I politici “devono dare risposte”, cioè scucire i cordoni della borsa, non viene in mente a nessuno che i politici devono fare le regole e non dare posti di lavoro, cosa di cui si dovrebbe occupare un apposito mercato, che viene chiamato, appunto, “mercato del lavoro”.

Il liberismo è poi una fenice che, per l’appunto, “ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa”, visto che gli ostacoli al mercato e le isole di comunismo reale sono dure a morire.

Naturalmente in tempi di crisi la protesta aumenta, anche se spesso si fa fatica a capire perché si protesta.

E’ di pochi giorni or sono la protesta dei pensionati della CGIL che non hanno gradito le intenzioni del governo di modificare le norme sui licenziamenti conseguenti alla crisi economica.

Con grande altruismo i vecchietti del sindacatone rosso si battono perché tutto rimanga com’è, perché le aziende continuino a rimanere sotto i 15 dipendenti e perché i giovani continuino a pagare le pensioni ai vecchiardi, soprattutto quelli che se ne sono andati dal lavoro dopo 19 anni, 6 mesi e 1 giorno, magari quelli che picchettavano Mirafiori nel 1980 e se ne sono andati via poco dopo.

Nel corso degli anni abbiamo fatto anche alcuni decisi passi in avanti, ci sono categorie di persone che hanno fatto della protesta un mestiere: comunque li vogliate chiamare, disobbedienti, black bloc, indignati speciali.

I media sono da sempre pieni di parole come protesta, denuncia, rivendicazione, analisi critica, ecc. ecc … Proprio non si capisce chi dovrebbe mantenere tutta questa banda di scioperati. Pensandoci bene alla fine però è chiaro: questa cosa la pagheranno i giovani.

Cybergeppetto

p.s. Un marziano sbarca in Italia, non fa in tempo a parcheggiare l’astronave che gliela imbrattano con lo spray e, subito dopo, gli danno fuoco. Lui si prende una bastonata in testa che gli spacca le antenne. Soccorso da un passante, chiede: “Dove siamo? C’è una guerra?”. “E’ la nostra concezione di democrazia, bellezza! Non te la prendere, niente di personale…”.

Foto: movimentosangiorgio.wordpress.com

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Inchiostro antipatico