Mag 27, 2013
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La marcia immobile

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By Cybergeppetto

L’Italia è un paese curioso, la scena politica è in grande movimento, partiti e leader politici vengono macinati ad ogni elezione come i chicchi del caffè, a parte qualche singolare eccezione, ma i mesi e gli anni, pur vorticosi, passano senza che nulla cambi.

Il circo della penisola mette in scena sempre lo stesso spettacolo di clown che, tra striscioni e slogan, scritte sui muri e scie di rifiuti per le strade, tradiscono l’interesse a mantenere privilegi che si chiamano “conquiste “ e interessi di lobby che danno da mangiare ai galoppini elettorali della casta.

Tutti protestano e si mettono in corteo, quasi a volersi far immortalare in marcia come nel quadro di Pellizza da Volpedo, ma quel corteo, dopo il chiasso e il dileggio del nemico politico, lascia il paese immobile.

Tutti vogliono cambiare la costituzione, pessimo esempio di scienza dell’organizzazione con troppi organismi che fanno tutti la stessa cosa. Io che ho i capelli bianchi sento da quando ero ragazzino parlare di marce e convegni per le riforme, di commissioni bicamerali e assemblee costituenti, ma dopo le marce e i comizi, non cambia nulla. Quando un referendum per una grande riforma costituzionale c’è stato, la casta ha detto che spaccava l’Italia e non se ne è fatto nulla. Eppure continuiamo a sentire che bisogna dimezzare il numero dei parlamentari ed eliminare il nostro bicameralismo che, ironia della sorte, in dottrina si chiama “perfetto”.

Siccome lo stato è un pachiderma, all’epoca della prima repubblica i partiti si sono inventati il parastato, giusto per metterci dentro i propri elettori. Tutti protestano per avere il lavoro e dicono di voler ridurre gli sprechi, ma si continua a creare nuovi organismi, come le authorities e le agenzie “private”, ma di proprietà statale, Equitalia docet, cosicché ogni anno è tutto un pullulare di  consigli d’amministrazione e cadreghe d’ogni tipo. Quasi tutti quelli che marciano contro il voto di scambio, corrono poi a votare chi li raccomanderà per un posto fisso statale o parastatale.

Da decenni sentiamo inutili discussioni sullo statuto dei lavoratori e, in particolare, sull’articolo 18, tutti dicono che bisogna assicurare la mobilità del lavoro e noi assistiamo al triste spettacolo dei politici che si azzuffano per dire che bisogna trovare i soldi per pagare la cassa integrazione “in deroga”. Nei cortei, anche recenti, nessuno è sfiorato dal dubbio che i lavoratori bisogna muoverli dove serve e non pagarli a ufo laddove non vi è nessuna speranza che producano reddito.

La scuola, anzi, il mondo della formazione, come si usa dire oggi, è un’immensa area di parcheggio d’insegnanti politicizzati e giovanotti/e con la paghetta dei genitori fino a quarant’anni. E’ ben probabile che, dopo le vacanze, assisteremo alle solite proteste, occupazioni e carnevalate studentesche dei minorenni o neomaggiorenni già ammalati di marijuana sessantottina, ma si continuerà anche a vedere giovani che si avvicinano al mondo del lavoro senza saper leggere, scrivere e far di conto, erano troppo “okkupati” per imparare qualcosa. Naturalmente i “migliori” di questo sistema scolastico diventeranno degli ottimi teppisti, lanciatori di bombe molotov, catapultatori di estintori, rovesciatori di cassonetti, sventratori di bancomat, fracassatori di vetrine corazzate e quant’altro. A parte i cocci dopo le loro manifestazioni, nulla cambia.

Ve le ricordate le manifestazioni per la pensione? Vi ricordate i sindacati in piazza nel ’94? Pare che quella roba servisse a difendere i “diritti acquisiti”, quelli che i nostri figli e nipoti non potranno avere. Dopo decenni di declamazioni sulla tutela degli anziani e continue rassicurazioni sulla tenuta del sistema, l’unica cosa che, lentamente, ma inesorabilmente, si fa è ridurre un meccanismo mostruoso che crea consenso alla politica facendo pagare ai nipoti e bisnipoti le pensioni dei nonni e dei genitori. I figli, nel frattempo, sono quelli che oggi non trovano lavoro.

L’Italia è una repubblica fondata sulle marce e sulla protesta, bisognerebbe che l’unione europea, così piena d’indicatori di calcolo per il PIL, conteggiasse le marce che facciamo nel nostro reddito, chissà che in questo modo non si riesca a uscire dalla crisi economica. Potremmo mettere i capi dei centri sociali al ministero dello sviluppo economico o i sindacati al ministero del welfare, chissà quanto PIL di chiacchiere ne verrebbe fuori.

Cybergeppetto

p.s. “Papà, vado a marciare per il lavoro ai giovani!”, declama il giovanotto ai tempi della crisi. “Mi raccomando, cammina tanto e urla parecchio – risponde il genitore – vedrai che alla fine della marcia guadagnerai tanto…”

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