Mar Nero

Marina: Mediterraneo e Mar Nero al centro del 10° simposio internazionale a Venezia

ImmagineDa domani 21 ottobre, e fino a dopodomani 23, la Marina Militare ospita a Venezia, presso la rinata Sala Squadratori dell’Arsenale, il 10th Regional Seapower Symposium, forum marittimo internazionale in cui sono attesi circa 50 capi delle Marine Militari del Mediterraneo, del Mar Nero e di altre Marine che operano su questi mari, oltre a molteplici organizzazioni internazionali che svolgono ruoli rilevanti nello stesso ambito.

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Fonte e foto: Marina Militare

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/15 – La questione energetica. Il ruolo del Caucaso

By Marco Antollovich

Cap 2: Pedina di un nuovo grande gioco. La questione energetica – Il ruolo del Caucaso

Il ruolo del Caucaso

Come nei secoli passati, il Caucaso continua a rivestire un ruolo geostrategico fondamentale nella nuova corsa all’oro. Sebbene caratterizzata da una perenne e profonda instabilità, le cancellerie europee e statunitensi hanno identificato proprio in quella fascia tra il Mar Caspio e il Mar Nero la testa di ponte verso l’Asia Centrale.

Non bisogna dimenticare che l’embargo che grava sull’Iran lo rende una pedina esterna al nuovo grande gioco energetico; la Russia invece, come già detto precedentemente, controlla già la stragrande maggioranza delle pipeline esistenti in Asia centrale. Si deve inoltre aggiungere che i fermenti indipendentisti di alcune repubbliche russe come la Cecenia costituiscono un problema analogo a quello caucasico.

Il Dagestan e la Cecenia costituivano infatti un passaggio obbligato non solo per i gasdotti e gli oleodotti russi che partono dalle coste del Mar Caspio, ma anche la sola opzione per il trasporto degli idrocarburi azeri, prima che l’Occidente offrisse una via alternativa.

Considerando l’annosa questione del Nagorno Karabakh, un oleodotto che raggiungesse la Turchia via Armenia risultava impossibile da attuare: l’unica soluzione, pertanto, era rappresentata dalla Georgia. Durante la presidenza Shevardnadze il mondo aveva potuto assistere ad un rapido avvicinamento georgiano all’Occidente. Con Saakashvili la Georgia si sarebbe sentita, de facto, parte dell’Occidente, sancendo il definitivo distacco dalla Russia.

Gli investimenti occidentali e il processo di democratizzazione interno avevano reso Tbilisi un partner economico e politico fidato, in grado di attirare capitali esteri sempre maggiori. Le repubbliche secessioniste di Abkhasia e Ossezia del Sud, sebbene ledessero l’integrità territoriale georgiana e creassero notevoli problemi nella politica interna del paese, non costituivano un problema poiché periferiche e complessivamente lontane dal percorso delle future pipeline.

Il primo passo verso la realizzazione di una pipeline al di fuori del territorio russo fu la costruzione di un oleodotto, il Baku – Supsa che, partendo dalla capitale azera, trasportava il petrolio dai giacimenti di Chirag e Guneshi fino al porto georgiano di Supsa sul Mar Nero. La realizzazione di questo progetto fu resa possibile grazie ai fondi del consorzio AIOC. Non bisogna dimenticare la rilevante presenza occidentale nel consorzio che raggiungeva il 60% di quote azionistiche, sommando il 45% delle compagnie americane al 17,12%detenuto dalla BP.

Una quota non trascurabile del 6,75% era stata assegnata inoltre alla TPAO turca, rendendo la partecipazione della Lukoil ( 10%), complessivamente di poco peso.

La partecipazione turca al nuovo grande gioco non si sarebbe limitata alle quote azionistiche dell’AIOC. Grazie ai legami con Georgia e Azerbaigian avrebbe potuto rappresentare un vero e proprio trait-d’union tra il Caucaso e l’Europa.

La creazione di un’asse orizzontale avrebbe reso la Turchia un valido partner economico a livello regionale; il fatto che Istanbul fosse inoltre un membro di non poco peso all’interno dell’Alleanza Atlantica rendeva i risvolti di una cooperazione turco-caucasica maggiormente rilevanti più da un punto di vista politico che economico.

La Turchia si è progressivamente avvicinata molto alla Georgia, corridoio di transito indispensabile per gli idrocarburi del Caspio verso l’Occidente, nell’ottica di evitare Russia e Iran. Istanbul diventerà il primo partner commerciale georgiano nel 2008 e azero nel 2010. La relazione preferenziale con le due Repubbliche Caucasiche ebbe inizio quando, forte dell’appoggio dell’amministrazione Clinton, venne formulato per la prima volta un progetto volto a collegare Baku ad un porto turco, Cheyan, con la finalità di esportare gli idrocarburi del Caspio in Europa.

La realizzazione della pipeline Baku-Tbilisi-Cheyan avrebbe costituito una svolta per le politiche energetiche europee e statunitensi, un successo “per aumentare e diversificare l’offerta energetica mondiale […] la conquista più importante nella politica estera americana del 1999” (J. Zarifian, Les Etats-Unis au Sud Caucase Post-Sovietique, pag. 182).

Il progetto costituiva una vittoria per l’amministrazione Clinton, poiché l’oleodotto avrebbe attraversato soltanto paesi alleati statunitensi, by-passando Armenia, Russia e Iran, ma la realizzazione di questo progetto faraonico risultava tutto fuorché facile da concretizzare: la costruzione della pipeline, terminata nel 2005 e lunga 1.764 km, sarebbe costata gli investitori 3,9 miliardi di dollari. Il pagamento di una cifra tale fu possibile solo grazie ai finanziamenti delle compagnie petrolifere occidentali, de facto padrone dell’oleodotto: più del 30% delle quote apparteneva infatti alla BP, 8,71% alla Staoil norvegese, l’ 8,4% alla Chevron, il 2,5% alla ConocoPhilips e il 2,36% alla Hess, tutte e tre americane.

Le restanti quote spettavano a Italia, Francia, Turchia, Giappone e il 25% alla SOCAR azera (Rispettivamente: Eni 5%, Total 5%, TPAO 6,5%, Impex 2,5%) Sebbene la Georgia non possedesse quote azionistiche e quindi non potesse beneficiare dei dividendi da queste derivanti, si può affermare con certezza che la costruzione del BTC abbia avuto e continui ad avere un impatto positivo sull’economia georgiana, come giustamente analizza l’economista georgiano Vladimir Papava. Lo statista di Tbilisi afferma infatti che si poté assistere a un miglioramento sia a livello micro economico che macro economico. Più precisamente, quattro erano gli obiettivi specifici che la Georgia avrebbe voluto raggiungere grazie al piano di investimenti internazionale:

1. aumento delle entrate e conseguente miglioramento delle capacità economiche del paese;

2. miglioramento del settore agricolo;

3. rilancio della qualità della vita attraverso una modernizzazione delle infrastrutture;

4. aumento dell’ autonomia delle comunità nei programmi di sviluppo sociale.

Per quanto concerne l’aspetto prettamente interno, le tasse di transito derivanti dal passaggio del petrolio azero in territorio georgiano garantivano a Tbilisi un’entrata di 1,86 dollari per tonnellata. La cifra, che potrebbe sembrare irrisoria di primo acchito, ammontava ad un complessivo annuale di 62,5 milioni di dollari all’anno, per un totale di 2,5 miliardi di dollari dilazionato in 40 anni (George Eradze, Mark Hudson, David Jinjolia, et al., “Economic Trends”, Georgian Economic Trends).

L’investimento diretto da parte statunitense, che ebbe inizio a partire dalla prima fase di costruzione dell’oleodotto, ammontò a 514.670 milioni di dollari soltanto in Georgia, creando inoltre 2.750 nuovi posti di lavoro; il tasso di disoccupazione registrò un drastico calo del 33,3%, mentre il Prodotto Interno Lordo aumentò del 6,6%.

Le entrate ottenute grazie al BTC consentirono allo stato georgiano di investire il nuovo patrimonio nella costruzione di infrastrutture, nell’educazione e nel sistema sanitario.

La realizzazione della pipeline ebbe inoltre profonde ripercussioni sul sistema di alleanze che andava formandosi nell’area: Georgia e Azerbaigian si dimostrarono partner fidati e alleati preziosi sia per gli Stati Uniti che per la Turchia. (altro…)

La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria, A.Miykova/10

By Anna Miykova

Cap 2 della tesi La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria (Anna Miykova)

La prospettiva bulgara

La partecipazione della Bulgaria nella sopracitata Organizzazione rappresenta un’indubbia testimonianza delle sue ambizioni di essere uno dei centri della stabilità politica ed economica nella Regione dei Balcani e del Mar Nero. Questa volontà venne palesata già nel 1989 (tre anni prima dell’inizio della BSEC) attraverso il sostegno dimostrato all’idea della Turchia di dar vita a una tale formazione regionale di cooperazione economica. Il 25 giugno 1992 il Presidente della Repubblica Zheliu Zhelev sottoscrisse a Istanbul il documento istitutivo della BSEC, facendo della Bulgaria uno degli 11 Stati fondatori. Con una legge, votata il 28 ottobre 1998, il Parlamento ne ratificò lo Statuto, mentre con la legge del 6 ottobre 1999 venne ratificato anche il Protocollo per i privilegi e le immunità dell’Organizzazione per la cooperazione economica del Mar Nero.

La Banca europea per gli investimenti (BEI), o European Investment Bank, è l’istituzione finanziaria dell’Unione Europea creata nel 1957, con il Trattato di Roma. Scopo della Banca è quello di sostenere gli obiettivi dell’Unione Europea fornendo finanziamenti a lungo termine per specifici progetti di investimento e contribuire in tal modo a una maggiore integrazione e coesione socio-economica dei paesi membri. Come istituzione comunitaria la BEI effettua, inoltre, un continuo adattamento delle proprie attività di investimento in funzione degli sviluppi delle politiche comunitarie. Gli obiettivi politici dell’UE finanziati dalla BEI sono: sviluppo regionale, reti trans-europee di trasporto, sviluppo delle telecomunicazioni e del settore dell’energia, ricerca/sviluppo e innovazione, sviluppo e protezione dell’ambiente, salute ed educazione. Pur muovendosi nell’ambito del sistema normativo comunitario (lo Statuto della Banca è oggetto di uno dei protocolli allegati al Trattato CEE) la BEI è dotata, rispetto alla UE, di autonoma personalità giuridica nonché di indipendenza finanziaria, amministrativa e di controllo.

Tra i maggiori contributi apportati dalla Bulgaria allo sviluppo della cooperazione nell’ambito della BSEC, possono essere indicati:

i. Gli sforzi della Bulgaria per l’ininterrotto rafforzamento istituzionale dell’organizzazione, incluso il mantenimento della flessibilità istituzionale guadagnata nel corso degli anni. Sebbene all’inizio lo Stato ritenesse che un’iniziativa di questo tipo potrebbe rivelarsi in futuro, condizione limitante per le aspirazioni europee degli Stati della regione, successivamente è diventata uno dei membri più attivi dell’Organizzazione, sostenendo il suo diritto di esistenza e di sviluppo;

ii. La partecipazione della Bulgaria all’attività dei gruppi di lavoro (a livello di esperti) della BSEC. Così, ad esempio, lo Stato coordina il gruppo per la tutela dell’ambiente dal 1998 al 2000, il gruppo sul turismo dal 2000 al 2002, il gruppo di lavoro sull’agricoltura e l’agroindustria dal 2005 al 2007, il gruppo che fornisce aiuto in caso di emergenza dal 1° maggio 2005 al 1° maggio 2007 et alii.

iii. Gli impegni della Bulgaria negli incontri ad hoc e nelle iniziative di istituzioni separate della BSEC. Infatti, lo Stato ospita alcuni incontri ed iniziative tenutesi tra il 2006 e il 2008 a Varna.

iv. La partecipazione della Bulgaria all’attività dell’Assemblea interparlamentare della BSEC (PABSEC). Durante il primo semestre del 2007 (01 gennaio – 30 giugno 2997), la Bulgaria ricoprì la Presidenza della PABSEC nella persona di Georgi Pirinski, Presidente del Parlamento. Nel giugno del 2007, Varna – in quanto città marittima del Mar Nero – ebbe nuovamente l’onore di fare da padrona di casa a un prestigioso forum della PABSEC, ovvero la ventinovesima sessione dell’Assemblea. Il tema principale delle discussioni fu proprio lo sviluppo futuro dei contatti tra la BSEC e l’UE, inclusi i parametri dell’attività congiunta tra la PABSEC e il Parlamento europeo.

v. La partecipazione della Bulgaria alla Banca per il commercio e lo sviluppo del Mar Nero. Il paese ha attivamente contribuito – già ai tempi della sua presidenza della BSEC nella seconda metà del 1994 – alla realizzazione dell’idea che la BSEC creasse una propria istituzione finanziaria. In aggiunta, la Bulgaria possiede ben 13,5% del capitale sociale della Banca ed è rappresentata nel Consiglio di amministrazione e nel Consiglio dei direttori della Banca, oltre ad avere un proprio vice presidente.

Da un punto di vista puramente economico, le aspettative della Bulgaria sono connesse soprattutto con il finanziamento di progetti bulgari da parte della BSTDB. Alla fine di dicembre del 2006 il portafoglio di crediti della BSTDB per la Bulgaria ammontava a 114.547.334 milioni di dollari, posizionando lo Stato al quarto posto nella lista dei progetti per i paesi membri approvati in toto.

vi. Il ruolo chiave della Bulgaria per l’attivazione della cooperazione tra gli Stati membri della BSEC, in ispecie nella sfera energetica. A Sofia ha sede il Centro regionale energetico del Mar Nero e la capitale stessa ha ospitato nella primavera del 2004 (25 marzo 2004) il primo incontro del gruppo di lavoro per la politica energetica dell’Europa sud-orientale, al quale partecipano anche molti membri della BSEC. Inoltre la Bulgaria lavora molto attivamente nella realizzazione di azioni concrete contro l’inquinamento dell’ambiente dovuto alla produzione e al trasporto di risorse energetiche nella regione del Mar Nero.

vii. La prontezza dimostrata dalla Bulgaria, sia come membro potenziale che come membro effettivo dell’UE (tale è attualmente), di lavorare in maniera continuativa e sistematica per approfondire la cooperazione tra la BSEC e l’UE. In qualità di Stato membro di entrambe, la Bulgaria prevede di indirizzare i propri sforzi nel rafforzamento del pragmatismo nel quadro di questa cooperazione, nel superamento delle incomprensioni o degli ostacoli di origine puramente tecnica.

In quanto Stato membro dell’Organizzazione, la Bulgaria contribuirà in pratica anche per il raggiungimento di uno degli obiettivi strategici dell’UE – stimolando i rapporti di buon vicinato tra gli Stati della regione – di garantire ulteriore stabilità e sicurezza, utili alla prosperità economica e sociale dei popoli della regione.

Considerazioni generali

Come avevamo già affermato nell’Introduzione di questo capitolo, la fitta presenza di organizzazioni e iniziative regionali si inserisce in un contesto molto più complesso di quanto non appaia. Infatti, spesso si assiste a una sovrapposizione di ordini del giorno delle singole strutture, a rivalità regionali e a relazioni bilaterali tutt’altro che rosee, supportate da una capacità istituzionale insufficiente per intraprendere validi progetti di rilevanza regionale.

L’Organizzazione per la cooperazione economica del Mar Nero è un ottimo esempio di quanto appena descritto. A dispetto di strutture permanenti, quali una Segreteria, una Banca per la ricostruzione e lo sviluppo, un’Assemblea parlamentare, un Consiglio d’affari, un think tank e gruppi di lavoro tematici, la BSEC soffre di una serie di carenze quali la lentezza dei processi decisionali, la mancanza di fondi, la carenza di esperti e di personale qualificato e la limitata partecipazione del settore privato e degli attori della società civile. (altro…)

La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria, A.Miykova/9

By Anna Miykova

Cap 2: La Banca per il commercio e lo sviluppo

La BSTDB è un’istituzione finanziaria regionale indipendente. E’ stata istituita in forza dell’Accordo istitutivo concluso a Tbilisi il 30 giugno del 1994. L’apertura dei lavori viene ufficialmente dichiarata il successivo mese di febbraio, sebbene i lavori siano realmente iniziati solo nel giugno del 1999. Il capitale iniziale della banca corrispondeva a 1 miliardo di DPS70, suddivisi in 1 milione di azioni, ciascuna con un valore nominale di 1000 DPS.

In conformità all’Accordo istitutivo della Banca, nell’iscrizione della propria quota nel capitale iniziale, ogni Stato azionista deve versare 10 % della propria quota attraverso un effettivo pagamento in valuta convertibile, di cui 20% del capitale sottoscritto viene pagato dallo Stato membro in otto versamenti di egual valore. Nell’ipotesi di ritardo nel pagamento, allo Stato interessato non è praticato nessun interesse di mora.

Infine, il 70% della quota del capitale versata singolarmente è dovuta allo Stato che l’abbia versata, su (eventuale?) richiesta di quest’ultimo.

Con lo scopo di finanziare un numero maggiore di progetti su più vasta scala, e a causa del capitale limitato, la Banca del Mar Nero attira risorse provenienti dal mercato finanziario libero. Conformemente a quanto stabilito nell’accordo istitutivo e poiché la BSTDB è un’istituzione finanziaria internazionale, essa è svincolata da tasse e da ogni tipo di oneri doganali.

La Banca è gestita dal Consiglio d’amministrazione, dal Consiglio dei direttori e da un Presidente. Nel Comitato amministrativo sono rappresentati i governi degli Stati membri, mentre in quello dei direttori, ogni Stato membro è rappresentato da uno specialista nel campo della finanza. Il Presidente viene eletto dal Comitato amministrativo.

Quest’istituzione è stata fondata alla scopo di supportare la cooperazione tra gli Stati membri dell’Organizzazione per la cooperazione economica del Mar Nero, in base allo sviluppo socio-economico di ciascun paese e della Regione nel suo insieme. Più concretamente essa finanzia in modo vantaggioso progetti regionali in settori primari dell’economia quali il trasporto, le telecomunicazioni, l’energia, le infrastrutture et alii. Finanzia inoltre piccole e medie imprese attraverso l’apertura di crediti a favore di tali aziende con sede legale negli Stati membri della BSEC; stimola lo sviluppo del commercio tra le imprese di tali Stati attraverso il prefinanziamento e il finanziamento delle esportazioni, incluse quelle al di fuori della regione della BSEC; infine rilascia rifinanziamenti a medio termine alle imprese esportatrici, e a breve e medio termine ad imprese importatrici.

E’ molto importante sottolineare come – secondo il programma della Banca – la parte consistente dei crediti sia concessa per finanziare progetti del settore privato. Inoltre, i crediti non vengono mai concessi direttamente all’impresa beneficiaria ma si fa capo, in ogni paese membro, agli intermediari d’investimento.

Fin dalla sua fondazione, la BSEC si configura come un’organizzazione a fini cooperativi a carattere spiccatamente economico. Allo stato attuale, essa include 12 paesi con una superficie territoriale di circa 20 milioni di km², con una popolazione di 340 milioni di persone, con un volume annuale di importazioni corrispondente a 300 miliardi di dollari ed è caratterizzata da un intreccio di relazioni molto diverse tra gli Stati della regione; diversi sono anche gli impegni che ciascuno Stato ha assunto nei confronti di altre formazioni od organizzazioni europee o mondiali. Tutto ciò lascia inevitabilmente un’impronta sull’attività attuale dell’organizzazione come anche sulle prospettive che essa possa trasformarsi in qualcosa di diverso e più complesso di una cooperazione nell’ambito economico.

Così, ad esempio, alcuni Stati hanno sottoscritto accordi preferenziali di commercio, altri hanno concluso accordi per la creazione di zone di libero scambio. Una parte di Stati, invece, difetta di qualunque tipo di contatti economici. Infatti, l’idea avanzata dalla Russia e dalla Turchia per la costituzione di una zona di libero scambio tra gli Stati membri della BSEC non ha ancora avuto seguito. Fu manifestata concretamente nella “Dichiarazione dell’intenzione di creare una zona di libero commercio nel quadro dell’Organizzazione per la cooperazione economica del Mar Nero”, pubblicata il 7 febbraio 1997. In essa è contenuta una serie di proposte concrete per la liberalizzazione del commercio tra gli Stati membri, nel pieno rispetto degli obblighi derivanti dall’OMC73, dall’Unione Europea e da altre collettività.

Le idee che catalizzarono maggiormente l’attenzione furono invece quelle relative alla riduzione e alla progressiva eliminazione delle limitazioni tariffarie e non tariffarie del commercio di prodotti industriali; il mantenimento dei tradizionali flussi del commercio di prodotti agricoli e l’allargamento del commercio di prodotti meno sensibili; l’implementazione del commercio transfrontaliero e la creazione di zone costiere di libero scambio; l’armonizzazione degli standard e la semplificazione del processo di reciproco riconoscimento dei certificati di conformità e simili.

Nonostante manchi, per ora, una prospettiva di trasformazione da semplice cooperazione economica a vera e propria integrazione economica nel quadro della BSEC, si riscontrano intensi sviluppi alcune delle seguenti direzioni:

i. Sviluppo delle infrastrutture della regione del Mar Nero, nel contesto di progetti già avviati di stampo europeo e regionale. Particolare importanza per la futura evoluzione dell’Organizzazione rivestiranno la sua attività di collegamento dei sistemi energetici dei singoli paesi membri, i suoi sforzi per la costruzione di una zona per il trasporto del Mar Nero come parte della rete di trasposto europea, in particolare la costruzione di corridoi di trasporto paneuropei che attraversino la Regione. Si fa in particolare riferimento al Corridoio IX “Nord-Sud” e al Corridoio VIII “Est-Ovest” et alii.

ii. Il superamento della disomogeneità interna dei mercati degli Stati membri della BSEC, attraverso lo sviluppo del commercio tra le imprese di questi Stati, oltre ad una graduale costituzione di una zona di libero scambio del Mar Nero.

iii. L’incentivazione delle piccola e media imprenditoria attraverso i principi adottati che disciplinano l’attività congiunta, progetti concreti e una politica collettiva nella regione promossa dalla BSEC.

iv. Sviluppo del turismo attraverso le misure concrete sviluppate dagli Stati membri per rendere la Regione del Mar Nero attraente anche sotto l’aspetto ecologico.

v. Aumento degli investimenti da parte della Banca per il commercio e lo sviluppo del Mar Nero nei campi sopracitati, in primis sulla base della sua collaborazione con la Banca Mondiale, con la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS), e la Banca europea degli investimenti (BEI). Sfortunatamente, una parte per nulla irrisoria degli ambiziosi progetti e dei programmi sviluppati nell’ambito BSEC, ha incontrato seri ostacoli nella sua concreta realizzazione. Quelli maggiormente incisivi possono essere: un diverso livello di sviluppo economico dei singoli paesi membri, l’assenza di un piano di lungo termine in cui le priorità nella cooperazione siano definite in modo chiaro per ciascun ambito, il basso livello di efficacia dei meccanismi di realizzazione della cooperazione, la carenza del coordinamento necessario tra i differenti organi della BSEC, l’insufficiente finanziamento interno ed estero.

Anna Miykova

Seguirà La prospettiva bulgara

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La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria, A.Miykova/8

By Anna Miykova

Cap 2 della tesi La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria (Anna Miykova)

La BSEC e il suo strumento finanziario: la Banca per il commercio e lo sviluppo del Mar Nero

L’Organizzazione per la cooperazione economica del Mar Nero, o Black Sea Economic Cooperation, è un’organizzazione istituita per la cooperazione regionale e viene alternativamente classificata anche come “organizzazione economica regionale”, “Unione economica fra Stati”, “Unione economica dei paesi della regione del Mar Nero” o definita anche “Patto”, “Zona” o “Progetto per la cooperazione economica del Mar Nero”.

La BSEC è stata creata su iniziativa della Turchia. Nasce come modello unico e promettente di iniziativa economica e politica multilaterale con lo scopo fondamentale sia di implementare la cooperazione tra gli Stati membri, sia di garantire la pace, la stabilità e i rapporti di buon vicinato con le altre nazioni della regione del Mar Nero.

Gli Stati membri sono attualmente 12 – Azerbaigian, Albania, Armenia, Bulgaria, Romania, Georgia, Grecia, Moldavia, Romania, Russia, Turchia, Ucraina e Serbia – ma l’organizzazione resta aperta all’ingresso di altri paesi che siano mossi dai medesimi intenti e ne condividano i principi. Come ci è dato osservare, la partecipazione non è ristretta ai paesi che hanno accesso al Mar Nero, infatti Albania, Armenia, Azerbaigian, Grecia, Moldavia e Serbia non sono stati litoranei; la Grecia, invece, ha posto il veto sulla candidatura del Montenegro dopo che la Turchia si era opposta alla candidatura di Cipro. Per lo stesso motivo la Grecia si oppone a qualunque nuova candidatura.

Tra la Grecia e la Turchia a tutt’oggi la questione cipriota rimane uno dei grandi nodi gordiani. Geograficamente situata in Asia, l’isola di Cipro dista circa 70 km dalle coste dell’Anatolia, 100 km da quelle del Vicino Oriente e quasi 400 da quelle africane. Nel corso dei secoli, numerosi popoli ed imperi si sono succeduti nel controllo dell’isola: nell’antichità i Micenei, l’Egitto dei Faraoni, l’Impero Persiano Achemenide, l’Impero di Alessandro Magno, l’Egitto della dinastia ellenistica dei Lagidi (Tolomei) e Roma; nel Medioevo: l’Impero Bizantino, gli Arabi, l’Ordine dei Cavalieri di Malta e la dinastia francese dei Lusignano; in epoca moderna la Repubblica di Venezia, l’Impero Ottomano ed infine in epoca contemporanea l’Impero Britannico.

La particolare collocazione geografica ha fatto sì che fin dall’antichità l’isola risultasse determinante per il controllo del Mediterraneo orientale. L’importanza geostrategica di Cipro aumentò con l’apertura del Canale di Suez (1869) che consentiva la navigazione dall’Europa all’Asia senza dovere più circumnavigare l’Africa; ciò destò l’interesse britannico che nel 1878 ottenne dalla Sublime Porta il permesso di occupare ed amministrare l’isola.

Durante la dominazione britannica, le tensioni, si disse alimentate ad arte da Londra, tra le due comunità, quella di lingua greca maggioritaria che puntava all’unione (énosis) con la Grecia e quella di lingua turca minoritaria che invece optava per la separazione (taksim), spinse sia Atene che Ankara ad intromettersi negli affari interni dell’isola.

L’adesione della Grecia e della Turchia alla NATO (1952) e l’indipendenza di Cipro (1960) non stemperarono le tensioni tra i due paesi e tra le due comunità isolane che anzi aumentarono fino a sfociare in violenti scontri interetnici che richiesero nel 1964 l’invio di una missione ONU; la UNFICYP (United Nations Peacekeeping Force in Cyprus). Nel luglio del 1974, per contrastare un colpo di Stato dei radicali greco-ciprioti sostenuti dalla giunta militare dei colonnelli di Atene che aveva come obiettivo l’annessione di Cipro alla Grecia, l’esercito turco invase la parte nord dell’isola (Operazione Attila) occupando circa un terzo dell’intero territorio, cacciando oltre centomila residenti greco-ciprioti verso sud e poi favorendo una significativa emigrazione turca nell’isola.

Posta davanti alle coste mediterranee dell’Anatolia, quasi a formare una naturale barriera difensiva da eventuali attacchi provenienti da sud, l’importanza geostrategica di Cipro non poteva certo sfuggire ad Ankara che in questo modo si assicurava il controllo del lato nord dell’isola prospiciente le coste anatoliche. L’intervento militare turco ricevette l’implicito avallo degli USA e dalla Gran Bretagna (la quale manteneva sull’isola le due basi militari di Akrotiri e Dhekelia) che mal tolleravano l’adesione di Cipro al Movimento dei Paesi non-Allineati per opera del primo presidente l’Arcivescovo Makarios III.

Nel 1983 la parte nord dell’isola si autoproclamò indipendente col nome di Repubblica Turca di Cipro Nord (TRNC). La dichiarazione di indipendenza, riconosciuta solo da Ankara, fu dichiarata “non valida dal punto di vista giuridico” dalle Risoluzioni 541 (1983) e 550 (1984) del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Soprattutto negli ultimi sette anni, con l’adesione della Repubblica di Cipro all’Unione Europea, il fallimento del piano Annan e la ripresa delle trattative tra le due comunità nel 2008, che la questione cipriota ha riacquistato nuova visibilità ed interesse a livello internazionale.

Dall’anno della sua nascita ad oggi, la struttura della BSEC è mutata una sola volta con l’ingresso della Serbia nel 2004, ma non sono pochi gli Stati ad aver goduto del diritto di ricevere lo status di osservatore. Tra questi si annoverano membri dell’Unione Europea come Austria, Germania, Italia, Polonia, Slovacchia, Francia e Repubblica Ceca; sono osservatori anche paesi non – comunitari o extra – europei come Bielorussia, Croazia, Egitto, Israele, Tunisia e gli Stati Uniti.

Inoltre un interesse particolare per l’organizzazione nutrono Bosnia e Erzegovina, Macedonia, Kazakistan e Turkmenistan.

La BSEC incentiva le relazioni sia con le organizzazioni internazionali che con le istituzioni; e la cooperazione può svilupparsi sotto diverse forme, tra cui il partenariato attraverso il dialogo in determinati settori. Tra i partner possono annoverarsi varie ONG ovvero associazioni e collettività regionali: la BERS, la BEI, l’Iniziativa Centro Europea (InCE), l’Unione economica baltica, l’OSCE, il Patto di stabilità per l’Europa sud-orientale, Mercosur et alii. Inoltre, la BSEC intrattiene una relazione speciale con le Nazioni Unite e soprattutto con la sua Commissione economica per l’Europa.

(altro…)

La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria, A.Miykova/7

By Anna Miykova

Cap 2 della tesi La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria (Anna Miykova)

Cap 2: La cooperazione economica nella regione. Introduzione

L’idea di fondo della cooperazione regionale presuppone che ciascun paese possa ottenere vantaggi maggiori di quelli che potrebbe raggiungere attraverso un’azione indipendente. Essa mira quindi ad ottenere risultati “win-win” in cui tutte le parti ottengano il soddisfacimento delle proprie esigenze e dove il guadagno di una parte non sia percepito come la perdita relativa o assoluta da parte delle altre. Affinché la cooperazione possa risultare coerente, efficace e utile, si tiene conto sia delle analogie che delle differenze tra gli Stati in una particolare area geografica.

Nel Mar Nero, il regionalismo è decollato dopo la fine della Guerra Fredda, grazie a numerosi fattori locali ed esterni. Tra questi vengono annoverati il processo di globalizzazione, i cambiamenti sistemici del post-Guerra Fredda, la politica della porta aperta condotta dalla NATO, la politica di vicinato e l’allargamento dell’UE, le transizioni politiche ed economiche dei paesi della regione e il contesto della sicurezza internazionale. Di conseguenza, la cooperazione regionale del Mar Nero riflette la complessità delle condizioni socio-economiche e di sicurezza dell’area, le politiche e le priorità dei propri stakeholder ( i paesi che hanno interessi diretti nell’area).

La regione del Mar Nero gode della presenza di numerose strutture e programmi regionali che sono apparsi dopo la fine della Guerra Fredda e che includono organizzazioni come BSEC, GUUAM – ODED (Organizzazione per la democrazia e lo sviluppo economico – Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbaigian, Moldavia), CDC (Community of Democratic choice) e il Forum del Mar Nero.

Esistono inoltre programmi avviati dall’UE, come il progetto TRACECA, la Danube – Black Sea Task Force (DABLAS) e la Interstate Oil e Gas Transportation in Europe (INOGATE) che coprono rispettivamente il campo del trasporto, dell’acqua e quello dell’ energia.

In aggiunta si affiancano le più ampie politiche comunitarie come la Politica europea di vicinato (PEV), la Sinergia del Mar Nero e il Partenariato Orientale.

Su tali basi chiunque potrebbe essere legittimato – e ne verrebbe per giunta giustificato – a ritenere che la regione sia un alveare di attività internazionale che riflette la sua rilevanza strategica, economica e politica.

In verità, questa proliferazione di organizzazioni deve essere analizzata in un contesto di agende che si sovrappongono, di rivalità regionali e di tese relazioni bilaterali, accompagnate da insufficiente capacità istituzionale per intraprendere grandi progetti di rilevanza per l’intera regione.

Anna Miykova

Seguirà La BSEC e il suo strumento finanziario: la Banca per il commercio e lo sviluppo del Mar Nero

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La mappa è di guidetoeu.com

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/10

By Marco Antollovich

Capitolo Secondo: Georgia, pedina di un nuovo grande gioco

La nuova Russia e la politica del “Near Abroad”. L’allontanamento dal Cremlino

Fu proprio questa palese politica neo-imperialista russa che spinse Shevardnadze a svincolarsi il più possibile dal giogo di Mosca. Il 1998 fu l’anno della svolta: il presidente georgiano si dichiarò favorevole alla nascita di un progetto, la “Nuova via della Seta”, che avrebbe modificato gli assetti geostrategici del nuovo secolo.

Già dal 1993 erano state dettate le direttive generali di questo nuovo piano di sviluppo economico, noto anche con il nome di TRACECA, fortemente voluto dall’Unione Europea: i governi di Armenia, Azerbaigian, Georgia, Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Ucraina, Moldavia, Turchia, Bulgaria e Romania manifestavano così la volontà di condividere un progetto di integrazione economica che potesse rilanciarli sul mercato mondiale.

Nel 1998 a Baku venne rettificato il “Basic Multilateral Agreement” e due anni più tardi venne creata a Tbilisi una Commissione Intergovernativa.

Non bisogna inoltre trascurare che nell’ottobre del 1997 era nato un altro progetto, più contenuto negli intenti rispetto alla TRACECA, ma ugualmente importante: tale organizzazione, denominata GUAM (l’organizzazione cambiò il nome in GUUAM dal 1999 al 2005, periodo in cui l’ Uzbekistan aderì come quinto membro), vedeva la partecipazione di Georgia, Ucraina, Azerbaigian e Moldavia in un progetto di cooperazione ristretto volto a sviluppare le relazioni tra i quattro paesi svincolandosi dalle restrizioni della CSI.

Boris Nemstov sottolinea correttamente che la creazione del GUAM non era volta direttamente contro il Cremlino, ma contro “La Russia imperialista e despotica”; una Russia democratica, priva di conflitti con i paesi membri del GUAM, avrebbe una possibilità concreta di far parte dell’organizzazione”.

Bisogna infatti considerare che la Russia continuava a fomentare l’instabilità interna dei quattro paesi membri, sia in modo diretto che indiretto, sostenendo le spinte centrifughe di Abcasia e Ossezia del Sud in Georgia, della Transnistria in Moldavia, del Nagorno Karabakh in Azerbaigian (indiretto) e dei Russi residenti nell’Ucraina orientale e in Crimea.

Un forum di cooperazione regionale, dunque, avrebbe potuto creare maggiori possibilità per i quattro paesi “satelliti” della Federazione Russa che avrebbero costituito una sorta di blocco economico-politico cuscinetto tra la CSI e l’UE.

La presenza dell’Azerbaigian avrebbe inoltre permesso a Georgia e Ucraina di diversificare l’approvvigionamento di idrocarburi, allentando la morsa politica di Gazprom nella regione.

Le ottime relazioni che la Georgia poteva vantare con l’Ucraina, per non parlare del “Tandem Caucasico”azero-georgiano (espressione usata dall’ economista georgiano V.Papava per sottolineare la forte collaborazione economica tra Georgia e Azerbaigian all’ interno del GUAM), resero la Repubblica Georgiana fulcro e mediatore all’interno del GUAM, aumentandone il livello di cooperazione con la Turchia e spingendola sempre più lontana da Mosca.

Questa nuova politica di allontanamento, tuttavia, doveva avere delle basi solide, al fine di evitare un isolamento dannoso e tutto ciò che la Georgia aveva da offrire era la sua posizione strategica.

Durante gli anni della presidenza Shevardnadze, seguita poi da un orientamento ancor più filo-occidentale del suo successore Saakashvili, le tre grandi direttive che costituiranno il fulcro della politica estera georgiana saranno: avvicinamento all’UE, avvicinamento agli Stati Uniti e, come menzionato poco sopra, buon vicinato con Azerbaigian e Turchia.

La costruzione della pipeline Baku-Tiblisi-Cheyan, fortemente voluta da Azerbaigian, Georgia e Turchia, avrebbe sancito un nuovo asse caucasico orizzontale, volto a collegare il Mar Caspio all’Europa.

La Russia, tagliata fuori dal “Nuovo Grande Gioco”, avrebbe risposto con un proprio asse caucasico-verticale russo-armeno-iraniano passante, giocoforza, per Tbilisi. Grazie a ingenti contributi europei vennero lanciati nuovi progetti per la costruzione di gasdotti e oleodotti (BTS e BTE), volti ad avvicinare sempre di più il Caucaso all’Unione Europea: tale strategia era perfettamente conforme ai nuovi programmi sulla sicurezza energetica europea e sull’allargamento dell’Unione verso est. Il vero problema per la Russia non stava nel perdere il controllo economico sia sulla Georgia che sull’Azerbaigian, considerando che i paesi della CSI influiscono sul commercio russo con soltanto il 15%. Il problema era perdere il monopolio sul controllo delle pipeline che dalle Repubbliche Centro-Asiatiche e dalla Russia stessa rifornivano i mercati europei.

Un ulteriore passo verso l’occidente fu il ritiro della Georgia dalla CSTO nel 1999, seguito da una dichiarazione in cui “la Georgia sarebbe entrata a far parte della NATO entro cinque anni”.

La guerra in Cecenia, inoltre, contribuì considerevolmente a esacerbare i rapporti già tesi tra Georgia e Russia. Nel 1999 l’esercito russo era infatti intervenuto nella Repubblica Cecena (all’interno della Federazione Russa), con l’intento di sedarne le mire secessioniste e combattere alcune cellule del terrorismo islamico affiliate ad Al-Qaeda impegnate nella liberazione di Grozny.

Durante il conflitto molti combattenti ceceni si rifugiarono in territorio georgiano, nel Pankisi Gorge (la vallata del Pankisi), attraversando facilmente i mal sorvegliati confini.

Dopo l’11 settembre 2001 e l’intervento americano in Iraq, la Russia si appellò anch’essa all’ art. 51 della Carta delle Nazioni Unite (l’ articolo 51 sancisce il diritto di legittima difesa nel diritto internazionale; spesso si ricorre tuttavia al concetto di “legittima difesa preventiva”, non trattato nell’ articolo 51 e non percepita dalla maggior parte dei giuristi come “consuetudine”. Mancando un attacco diretto georgiano contro la Russia, la richiesta di legittima difesa sarebbe stata inopportuna da parte russa)  per potere intervenire militarmente in Georgia e combattere il terrorismo internazionale.

Tali accuse non erano del tutto infondate: Shevardnadze aveva apertamente negato a Mosca l’estradizione di alcuni ribelli ceceni catturati nella zona del Pankisi, poiché la loro appartenenza ad Al – Qaeda non era comprovata da alcuna evidenza.

In realtà il parallelismo tra ciò che era avvenuto in Abcasia e Ossezia e gli avvenimenti in nel Nord Caucaso di inizio 2000 era fin troppo evidente: la Russia aveva ospitato e apertamente appoggiato guerriglieri sud osseti e abcasi e la Georgia stava ora simpatizzando con i Ceceni in un’ottica antirussa.

Tuttavia la nuova Russia di Putin cominciava a covare ambizioni da grande potenza e da grande potenza agì: alle dichiarazioni georgiane seguirono bombardamenti nel Pankisi. Shevardnadze, pienamente sostenuto da Washington, dichiarò tali attacchi una violazione dell’integrità territoriale della Repubblica. Gli Stati Uniti inviarono pertanto un contingente di 500 unità, composto da forze d’élite, in Georgia con l’intento dichiarato di addestrare l’esercito georgiano alla lotta contro il terrorismo.

Sebbene, come affermò il Ministro della Difesa russo Alexander Kosovan, “la presenza di truppe statunitensi in Georgia dovrebbe allarmare ogni soldato russo”, non seguì alla decisione del Pentagono alcun intervento diretto da Mosca; era ancora troppo presto per un conflitto aperto russo-georgiano. Nell’ottobre del 2002 Shevardnadze si impegnò a consegnare tutti i ribelli catturati, evitando un’escalation che avrebbe avuto per la Georgia conseguenze catastrofiche.

Una politica più ambigua accompagnò gli ultimi mesi della presidenza Shevardnadze. La firma di nuovi accordi con Gazprom, sommati a un parziale allontanamento dagli Stati Uniti, avrebbero dovuto consentire al presidente di riaprire le trattative su Abcasia e Ossezia del sud, grazie a un rinato interesse russo sulla questione. Il fatto che Mosca si dimostrasse disponibile a riaprire le trattative in cambio di accordi commerciali con la Georgia è sintomatico del fatto che la “difesa” russa delle due repubbliche secessioniste fosse solo uno degli strumenti utilizzati dal Cremlino per mettere pressione a Tbilisi.

La forte corruzione e la mancanza di cambiamenti tangibili nella condizione economica del popolo georgiano portarono tuttavia il 23 novembre 2003 alle dimissioni di Shevardnadze a seguito di una rivoluzione pacifica, chiamata “Rivoluzione delle Rose”.

La nuova presidenza Saakhasvili avrebbe portato a un pericoloso avvicinamento alla NATO e all’Occidente e al definitivo scontro con Mosca l’08.08.2008.

Marco Antollovich

Seguirà : L’allargamento oltre il Mar Nero: gli Stati Uniti in Georgia

Il post precedente è al link Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/9

Foto: Mikheil Saakashvili è tratto da Wikipedia

La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria, A.Miykova/5

By Anna Miykova

Cap 1.4 della tesi “La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria” (Anna Miykova)

La Bulgaria

La Bulgaria occupa una regione – quella dell’Europa Sud-Orientale – di enorme valenza strategica e storica, a diretto contatto con quei Balcani che hanno prodotto complesse e spesso tragiche pagine nella storia delle relazioni internazionali contemporanee. Investita solo marginalmente dalle guerre dell’ex Jugoslavia, costituisce, infatti, un elemento cruciale per il futuro assetto di questa regione, in attesa che si chiarisca il futuro di Serbia e Croazia. Ma soprattutto, esso segna la fine di quella “sindrome di Yalta” che la vedeva subire passivamente le decisioni delle Grandi Potenze dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale e la successiva accettazione di una pace “imposta”.

Grazie a numerosi obiettivi comuni – ingresso nella NATO e nell’Unione Europea – la Bulgaria come anche la Romania hanno compreso che, cooperando, possono rilanciare il proprio ruolo di ponte tra Europa e Mar Nero e contribuire ad accrescere la sicurezza in tutto il Sud Est Europa.

Le relazioni che la Bulgaria ha intrattenuto con gli Stati della regione non sono sempre state improntate sulla cooperazione e, al contrario, vi sono stati numerosi conflitti, che non sempre si sono risolti a suo vantaggio: la storiografia bulgara riporta in particolare 3 tappe storiche che definisce come i ricordi più dolorosi nella coscienza nazionale.

Il “primo disastro nazionale” fu la Seconda Guerra Balcanica o guerra interalleata, nella quale lo Stato dovette rinunciare a importanti possedimenti territoriali. Con il Trattato di pace di Bucarest il governo di Sofia cedette alla Romania la Dobrugia meridionale; la Serbia e la Grecia (in precedenza alleate nella Lega Balcanica insieme alla Bulgaria in funzione anti-ottomana) si spartirono di fatto la Macedonia, ricevendo rispettivamente la regione del Vardar con la città di Skopje e la regione egea con la città di Salonicco, mentre la Bulgaria ricevette solamente i territori di Pirin, con uno sbocco sul Mar Egeo nella Tracia Occidentale.

Anche il Trattato di pace con la Turchia sferrò un duro colpo ai suoi possedimenti in Tracia Orientale, inclusa la città di Odrin, che ricadde quasi interamente sotto l’influenza ottomana ad eccezione di Malko Tarnovo, Svilengrad, Tsarevo e i suoi dintorni.

Di fatto, la Bulgaria che prima delle guerre balcaniche era di gran lunga superiore ai suoi vicini sia per popolazione che per territorio, e che aveva dato il maggior contributo militare alla vittoria contro l’Impero Ottomano, fu superata dopo i trattati di pace dai suoi ex-alleati ottenendo una parte risibile dei territori liberati.

Il “secondo disastro nazionale” si manifestò alla fine del primo conflitto mondiale con nuove pesanti perdite non solo in termini territoriali ma anche economici, sociali e strategici. In seguito al Trattato di pace di Neuilly-sur-Seine, il territorio bulgaro che nel 1916 corrispondeva a 114 425 km² ( di cui 111 837 km² in base al Trattato di Bucarest del 1913 e 2 288 km² in forza alla Convenzione bulgaro-turca del 1915) venne ridotto di 279 km² e nel dopoguerra ricopriva un territorio di soli 103 146 km² .

Le clausole territoriali del trattato disponevano le seguenti modifiche territoriali :

i. il ritorno della Macedonia vardarica alla Serbia (trasformatasi nel 28 luglio 1918 in Regno serbo-croato-sloveno) e l’annessione dei distretti di Tsaribrod, Bosilegrad e Strumitsa sul confine tra i due Stati.

ii. il ritorno della Macedonia egea alla Grecia (la quale, peraltro, non era mai stata occupata dalle truppe bulgare ad eccezione della regione di Drama e il porto di Kavala);

iii. in ultimo, il ritorno della Dobrugia meridionale sotto la sovranità della Romania che l’aveva ceduta alla Bulgaria nel trattato di pace del 1918 tra la Quadruplice Alleanza e la Romania.

In altre parole, in soli 7 anni (1912-1919) la Bulgaria subì un brusco declassamento da maggiore Stato dei Balcani (escludendo dal computo le “forze esterne” come la Sublime Porta o la Romania) a Stato “più insignificante” in base agli indicatori quantitativi di territorio e popolazione, seconda solo all’Albania.

La dimensione umana delle perdite contava, invece, più di 150 000 morti e 250 000 feriti, aggravando il problema demografico con l’arrivo di decine di migliaia di profughi provenienti dai territori perduti. Secondo alcune stime del 1920 in Bulgaria vivevano oltre 250 000 profughi macedoni, 200 000 provenienti dalla Tracia occidentale e orientale e 40 000 dalla Dobrugia.

La sconfitta della Prima guerra mondiale portò in seguito a profondi cambiamenti politici: in Bulgaria, come d’altra parte in molti altri paesi dell’Europa, si inasprirono i conflitti sociali, il tradizionale sistema politico fu sottoposto a dura prova e comparirono nuove tendenze in politica estera. Ma, più di tutti, le manifestazioni che avrebbero lasciato la traccia più duratura e profonda non erano di natura economica, militare o politica ma toccavano da vicino la coscienza della nazione: “la Bulgaria ha vissuto una nuova catastrofe nazionale e questa parola resterà nel vocabolario, nelle menti, e nella mentalità di tutti”.

Infine, “La terza sconfitta nazionale” si manifestò durante il successivo conflitto mondiale che, dopo un’iniziale posizione neutrale della Bulgaria, la vide schierarsi con le potenze dell’Asse Tripartito. Il governo bulgaro fu presto allettato dalla garanzia di riprendere, dopo la sconfitta della Grecia, la Tracia occidentale e parte della Macedonia egea. Pur non partecipando direttamente alle azioni militari condotte dall’Asse contro la Jugoslavia e la Grecia, occupò con 3 divisioni la Macedonia vardarica e la Tracia occidentale al fine di liberare i reparti tedeschi che potevano essere utilmente utilizzati su altri fronti. Dopo la capitolazione italiana, nel settembre del 1943 e i bombardamenti anglo-americani su Sofia nell’inverno tra il 1943 e il 1944 il destino del paese sembrava predestinato.

La sua posizione fu ulteriormente peggiorata dalla morte prematura di re Boris III il 28 agosto del 1943, che creò tanto scompiglio nella vita politica del paese quanto quello portato dalle disfatte tedesche nei diversi fronti del conflitto. Anche le timide manovre diplomatiche del governo non servirono a evitare la sconfitta. Nel Trattato di pace di Parigi concluso il 10 febbraio 1947, la Bulgaria venne nuovamente annoverata nel numero dei paesi sconfitti benché avesse partecipato all’ultima fase della guerra contro la Germania nazista. Le clausole militari disponevano una forte riduzione delle sue forze armate e l’obbligo di corrispondere alla Jugoslavia e alla Grecia 70 milioni di dollari sotto forma di riparazioni di guerra.

Ne conseguono due considerazioni principali. In primis, il fatto che la Bulgaria fosse riuscita a preservare i suoi confini e addirittura ad allargare il suo territorio rispetto al precedente Trattato di Neuilly – includendo la Dobrugia meridionale in base al disposto del Trattato di Craiova – rappresenta la causa principale per cui la sconfitta nel terzo conflitto consecutivo non venisse considerata alla stregua di una catastrofe nazionale. Inoltre, essa fu l’unica nazione tra le alleate europee della Germania nazista a non dichiarare guerra all’URSS e a condurre relazioni diplomatiche con Mosca fino al 5 settembre 1944. Fino al mese successivo, quando le sue armate vennero incluse nelle azioni militari della coalizione anti-nazista, non prese parte a reali operazioni di guerra e non ebbe vittime civili se non quelle provocate dai bombardamenti anglo-americani.

Nonostante ciò, i tratti positivi della politica bulgara non possono celare la verità: dopo la Seconda guerra mondiale essa si ritrovò nuovamente seduta al “banco degli imputati” delle nazioni vinte. Questo evento servì, ancora una volta, per confermare i complessi della politica estera, e la “sindrome della via sbagliata” anche nei confronti delle nazioni del Mar Nero.

Ma questo non è tutto. Alla nazione bulgara sarebbe toccato vivere, dopo mezzo secolo, una nuova pesante delusione. La fine della Guerra Fredda tra il 1989-1991, benché priva delle cicatrici tipiche delle disfatte militari e di una conseguente Conferenza di pace portò a cambiamenti fondamentali nelle relazioni globali tra le potenze, fissando in tal modo il complesso della “via sbagliata”. Uno dei principali insegnamenti da trarre dalla posizione nella quale si trovò la Bulgaria dopo il 1990, fu che, per la quarta volta consecutiva nella sua storia aveva “scelto” in modo erroneo il proprio alleato – in questo caso l’Unione sovietica – e che in conseguenza a ciò, era costretta a ricominciare tutto da capo, anche se – a dire il vero – la presenza dell’Armata Rossa sul suo territorio aveva reso questa scelta priva di alternative.

Anna Miykova

Seguirà: La Bulgaria dopo il secondo conflitto mondiale

Il post precedente è al link La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria, A.Miykova/4

Mappa fornita dall’autrice

Ucraina: Putin gela “Euromaidan” affinché il Mar Nero non diventi un lago ostile al Cremlino

L’Ucraina oggi: crisi inevitabile o scontro annunciato?

By Luca Susic

E dai Greci andammo, e vedemmo dove officiavano in onore del loro Dio,                 e non sapevamo se in cielo ci trovavamo oppure in terra: […]; solo questo sappiamo: che là Dio con l’uomo coesiste, e che il rito loro è migliore.Conversione del popolo della Rus’ di Kiev al Cristianesimo, da Racconto dei tempi passati. Cronaca russa del XII secolo, a cura di Italia Pia Sbriziolo, Einaudi, Torino, 1971

In quest’ultimo periodo molto, forse troppo, è stato scritto sulla crisi Ucraina. Lo scopo di questo articolo, quindi, non è quello di fornire al lettore uno scoop da Pulitzer, ma semplicemente cercare di aggiungere ciò che, secondo me, è più mancato nell’interpretazione dei fatti: un po’ di spirito critico. Ciò non significa, chiaramente, che le conclusioni a cui giungerò saranno necessariamente corrette od obiettive (mi sforzerò di realizzare almeno questo punto), ma potranno forse essere di qualche utilità per chi ha intenzione di affrontare da una diversa prospettiva i recenti avvenimenti.

Le proteste anti-Janukovič si sono originate verso la fine di novembre 2013, dopo che il Presidente Ucraino aveva deciso di sospendere i negoziati con l’Unione Europea per la stipula dell’European Union Association Agreement. La motivazione principale di tale scelta è sicuramente da ricercare nelle fortissime pressioni Russe per rinunciare all’accordo e iniziare il percorso di avvicinamento alla Customs Union organizzata da Mosca. L’improvviso voltafaccia del governo ha chiaramente irritato gli stati Occidentali che, più o meno immediatamente, si sono schierati a favore dei manifestanti pro-UE di Kiev.

Lasciando perdere in questa sede la cronologia dei fatti, è opportuno sottolineare che già allora gli esperti disponevano dei dati necessari a comprendere che qualsiasi scelta portata avanti dal governo centrale avrebbe necessariamente scontentato almeno metà del paese. Inspiegabilmente, però, si è deciso di ignorare questo dato e, forse rinfrancati nel vedere che Putin si concentrava sulle Olimpiadi, proseguire in una politica che, seppur comprensibile alla luce dei fatti che si stavano verificavano nella capitale, era destinata a spaccare l’Ucraina. Già il 26 novembre 2013, infatti, il Kiev International Institute of Sociology aveva pubblicato uno studio sull’orientamento del paese in materia di Unione Europea e Unione Doganale. I risultati del sondaggio parlano da soli: se si fosse dovuta votare a quel tempo l’organizzazione a cui aderire, le due entità sarebbero state separate solo da uno 0,2% dei voti (a favore della Customs Union). Andando a spulciare i dati, si sarebbe poi visto che le risposte provenienti dalla parte centrale e occidentale erano opposte a quelle delle restanti zone dell’Ucraina. Un esempio? L’Unione Europea otteneva oltre il 65% dei consensi a ovest, mentre raggiungeva solo il 14,5% a est. A mio avviso era, pertanto, facile prevedere che qualunque attore esterno avesse cercato di tirare a sé  tutto il paese senza procedere per tappe successive avrebbe finito per gettare il seme della discordia fra le due anime dell’Ucraina.

La situazione è stata inoltre aggravata dal fatto che il premier deposto fosse altamente rappresentativo  di quelle zone meno legate al potere ucraino e più vicine, per lingua e cultura, a Mosca. La sostituzione del loro candidato con uno maggiormente rappresentativo dell’area fortemente filo-occidentale ha fatto sì che russi e russofoni si sentissero minacciati dalla svolta “occidentalista” del nuovo esecutivo e dalla presenza, al suo interno, di gruppi estremisti della destra xenofoba o dichiaratamente fascista. Il risultato di questi timori si è concretizzato nella pressante richiesta di aiuto inviata a Mosca da tutte le regioni sud-orientali e non dalla sola Crimea come è stato spesso riferito.

Ancora una volta, quindi, la strettissima relazione fra lingua madre, gruppo etnico di appartenenza, origine geografica e orientamento politico è stata confermata sul campo. Già nel 2004, comunque, in occasione delle elezioni presidenziali, il Kiev Center of Political Studies and Conflictology aveva chiaramente dimostrato che i fattori di cui sopra erano risultati decisivi per stabilire l’esito della votazione. Il 67% dei voti totali per Viktor Jušenko (pro-Europeo), infatti, venivano da Ucraini – ucrainofoni, il 17% da Ucraini russofoni, mentre solo il 4% (4%!) dei russi – russofoni avevano scelto di appoggiarlo.

Al di là dell’orientamento delle popolazioni locali, comunque, era prevedibile che Mosca non potesse restare passiva davanti a quanto stava accadendo, perché troppo alta era la posta in gioco. Innanzitutto, come riportato da molti, è evidente che la cacciata di Janukovič avrebbe potuto destabilizzare anche la Russia, mostrando che un presidente autoritario poteva essere cacciato da una rivolta popolare più o meno spontanea. Ma ci sono altre ragioni, ben più serie, che avrebbero dovuto mettere in guardia i sostenitori di Euromaidan sull’inevitabilità di una reazione del Cremlino, pur non considerando qui l’incredibile importanza che l’Ucraina riveste per la Russia in ambito energetico ed economico, elementi che, a mio avviso, da soli sarebbero sufficienti per comprendere le motivazioni che hanno portato Putin a reagire:

  • l’Ucraina riveste un ruolo fondamentale nella cultura e religione russe, che si sono sviluppate proprio a partire dal Rus’ di Kiev (a tal proposito consiglio la lettura di Storia dello Spirito Russo di Dmitrij Čiževskij) . E’ particolarmente importante considerare queste radici quando si analizzano avvenimenti che hanno come protagonisti popoli slavi e ortodossi (basti pensare all’importanza del Kosovo per i Serbi);
  • Le proposte di far entrare Kiev sia nella UE che nella NATO sono percepite da Mosca come una manovra di accerchiamento molto aggressiva  e volta a erodere il cuscinetto che la separa dai suoi competitors. Perdere questa sfida significherebbe anche venire quasi cacciati dal Mar Nero, che si troverebbe a diventare un “lago” ostile al Cremlino. Oltre a ciò la Russia finirebbe per confinare con uno stato nemico che, in futuro, potrebbe potenzialmente ospitare anche il sistema di difesa missilistico dell’Alleanza Atlantica.

In conclusione, ciò che forse stupisce di più di tutta questa vicenda sono la passività, la poca unità e la scarsa preparazione dell’Europa che, da guida per le componenti più occidentaliste dell’Ucraina, si trova ora a essere in balia degli eventi e dell’attivismo di John Kerry. La politica degli USA,  impegnata com’è a realizzare degli obiettivi di interesse nazionale, non è né coerente con alcuni  comportamenti tenuti in precedenza (si veda il caso del non riconoscimento del referendum in Crimea), né, soprattutto, sembra essere in  sintonia con gli interessi che dovremmo avere noi Europei. Per ricordarcelo basta pensare che,  in ogni crisi,  i primi a pagare il prezzo economico e sociale di un eventuale escalation sono i gli stati vicini, cioè noi, soprattutto se, come in questo caso, dipendono così pesantemente dai rifornimenti energetici provenienti da est.

Luca Susic

Nella mappa, fornita dall’autore, i risultati delle elezioni presidenziali in Ucraina del 2004 e del 2010: Le aree colorate in giallo o viola sono quelle schieratesi con i candidati filo-occidentali nelle elezioni del 2004,2007,2010 e 2012. In blu, invece, vengono rappresentate le zone filo-Janukovič.

Operativo in Romania l’hub di ingresso e uscita dall’Afghanistan per i militari americani. Sostituisce Manas in Kirgizistan

Da venerdì scorso è operativa in Romania la base militare che ospiterà i militari americani in ingresso e uscita dall’Afghanistan. È la Mihail Kogalniceanu Air Base, a circa 4mila chilometri a nordovest dell’Afghanistan.

Situata a circa 40 chilometri a nordovest della città di Costanza, sul Mar Nero, rappresenta l’hub di ingresso e di uscita prioritario dal Paese delle montagne. Dal 2 febbraio scorso ha già ospitato 6mila militari in transito, fa sapere Stars and Stripes.

All’interno della base erano già stati costruiti dagli americani 85 edifici per l’accantonamento di circa 1.500 persone, ora le infrastrutture vengono aumentate ed è già possibile ospitare fino a 2mila persone in transito più 400 militari a supporto delle operazioni.

La Mihail Kogalniceanu Air Base sostituisce il centro di transito di Manas, in Kirgizistan, che ha rappresentato un punto di riferimento per centinaia di migliaia di militari in viaggio per e dall’Afghanistan dalle prime settimane dopo l’11 settembre 2001.

Il governo kirgizo, fa sapere l’articolo di Stars and Stripes, aveva rifiutato lo scorso anno di allargare la base di Manas, spingendo così gli Stati Uniti a cercare un’altra sistemazione.

Il traffico nella nuova base sarà molto intenso, sono previsti infatti fino a quattro aerei da trasporto C-17 e altrettanti aerei commerciali ogni giorno. La priorità dell’hub è al momento la movimentazione del personale, ma non si esclude il trasporto di materiali in caso di chiusura delle vie di terra, come quelle tra Afghanistan e Pakistan.

Fonte e foto: Stars and Stripes