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Quella della Nato in Afghanistan non si può definire “ritirata”. Ecco perché

martedì, agosto 21st, 2012 |

By L’Anacoreta

Nei manuali della “Serie Dottrinale 900” in uso tra i frequentatori della Scuola di Guerra dell’Esercito di un po’ di tempo fa, veniva spiegata e codificata la cosiddetta  ”manovra in ritirata”. Nei moderni manuali operativi la manovra in ritirata non è più contemplata, in quanto rappresenta un genere di operazione propria dei conflitti condotti in modo convenzionale, su larga scala, come lasciava ipotizzare la contrapposizione tra NATO e Patto di Varsavia.

Una situazione che ai giorni nostri non è più immaginabile tenendo conto dell’evoluzione che hanno subito le operazioni nelle quali il nostro esercito è impiegato. In tutte le operazioni recenti o meno in cui abbiamo contribuito con contingenti nazionali, lo scenario operativo di riferimento prevedeva l’effettuazioni di scenari COIN (counterinsurgency), per le cui connotazioni operative, completamente differenti da uno scenario warfighting, non ha senso parlare di “manovra in ritirata” (che è il termine forbito che sta per “ritirata”).

Infatti, tecnicamente per ritirata si intende un movimento retrogrado che consente di sottrarsi al contatto con il nemico quando l’azione del nemico è superiore alla propria, o quando si vogliono creare delle condizioni più favorevoli o di vantaggio per se stessi.

Può essere condotta per cercare di creare le condizioni per riguadagnare l’iniziativa o per sottrarre al nemico le proprie unità, o per ristabilire una situazione di forza a proprio vantaggio.

In sintesi, quando non si può conseguire un successo contro l’avversario, quando non si può vincere, quando sono state esaurite le proprie possibilità di manovra, allora si effettua una manovra in ritirata, che è una operazione alla stessa stregua della “manovra di attacco”.

Questa è una manovra (cioè una azione combinata nel tempo e nello spazio che si prefigge di ottenere un determinato risultato) a tutti gli effetti, che presenta una grossa difficoltà in quanto avviene in un momento di crisi e quindi  richiede una grossa capacità di comando per essere attuata.

Quando invece l’avversario impedisce di manovrare o sovrasta a tal punto da distruggere o danneggiare gravemente il proprio sistema di comando, allora la ritirata si può trasformare in una “rotta”.

Ad esempio, dopo lo sfondamento del fronte a Caporetto, a seguito di una iniziale “rotta” di alcuni reparti in prima linea, successivamente venne organizzata e condotta (quindi si trattò di una manovra pensata e voluta) dal Comando italiano,  una manovra in ritirata volta a preservare il grosso dell’Esercito e a evitare che, a seguito della penetrazione in profondità effettuata dagli austriaci, la maggioranza dell’Esercito venisse distrutta. La manovra venne condotta con successo e fermò gli austriaci in corrispondenza del Piave.

Nel caso attuale delle nostra partecipazione alla missione ISAF, si deve parlare di “ritiro” o “ripiegamento” di unità/ contingenti / forze,  in quanto si tratta di una fase naturale determinata dalle condizioni in cui si svolgono queste missioni.

In Afghanistan, che piaccia o no, si deve ricordare che siamo andati su INVITO delle Nazioni Unite e con un mandato limitato nel tempo che scade, infatti, il 31 dicembre 2014. A quella data le nazioni devono avere ritirato i propri contingenti militari.

Ora questo non può essere fatto sic et simpliciter in una settimana o in un mese, ma richiede un tempo molto lungo in quanto si tratta di un dispositivo enorme che deve essere smontato pezzo per pezzo e che non può essere abbandonato lì dove si trova. Deve, anzi, essere preparato per poi poter essere trasferito dove può, a sua volta, essere imbarcato su una nave, su un aereo, su un treno per ritornare in patria in condizioni di efficienza.

In più, quello che non è smontabile o trasferibile, ad esempio una installazione fissa, un bunker, una serie di alloggi, dei prefabbricati o delle strutture fisse, deve essere distrutto e soprattutto trasformato in “rifiuti” da smaltire in modo ordinato e secondo quelle che sono le normative ambientali per i vari tipi di materiali.

Il ripiegamento del dispositivo italiano all’interno di quello di ISAF non è quindi una fuga con abbandono di tutti i materiali e i mezzi! Non si tratta certo di una ritirata in quanto non esistono né le premesse militari, né un nemico che ci ha spinto ad andare via o ci ha cacciato o ci ha vinto.

Come è stato affermato nel meeting di Chicago e ribadito  a Tokyo, in Afghanistan nessuno se ne va. La sola cosa che cambia è il tipo di strumento con il quale le Nazioni Unite condurranno la loro attività direttamente o indirettamente per procura come hanno quasi sempre fatto!

Quindi se cambia lo strumento da usare, quello “vecchio” lo devo ritirate, portare via, ridislocare sostituendolo con quello nuovo.

Dopo il 2014 probabilmente dispiegheremo un altro strumento – non invadiamo quindi l’Afghanistan! – dopo aver ritirato quello vecchio.

La lingua inglese, che sembra tanto semplice e semplicistica, ma che invece è precisa (anche quella italiana lo è, ma bisognerebbe conoscerla a fondo), definisce la ritirata con il termine WITHDRAWAL. Mentre il ritirare, cioè il dislocare  da un’altra parte una unità, lo definisce con il termine REDEPLOYMENT .

Questo è solo un breve cenno sul significato semantico della parola “ritirata”, che è usata spesso e con tanta facilità da molti “esperti” che non sanno neanche di cosa stiano parlando, trasmettendo così un falso concetto.

L’Anacoreta

La mappa delle tre fasi della transizione è di ISAF NATO

Marò, che ingiustizia

giovedì, febbraio 23rd, 2012 |

By L’Anacoreta

In questi giorni, nonostante la limitata visibilità concessa all’evento dai media, ho seguito con molta attenzione gli sviluppi della faccenda diplomatica che vede il nostro Paese coinvolto con l’India.

Sebbene il tutto appaia come un fatto dai contorni quasi irreali, sono stato scosso emotivamente da un crescendo di sentimenti che, dopo un iniziale stupore, si sono mutati in rabbia, per poi trasformarsi in vergogna e cedere alla fine il posto alla delusione.

Ho provato stupore quando ho appreso che dei rappresentanti delle nostre forze armate, durante l’espletamento del loro servizio, erano stati arrestati da un paese straniero, perché non avrei mai pensato che, anche un paese pavido come il nostro, potesse arrivare a così tale forma di viltà!

Consentire che un nostro militare possa essere arrestato a seguito delle conseguenze derivanti dall’espletamento di un compito che il nostro stesso stato gli aveva ordinato di adempiere, mi sembrava incredibile anche per noi.

Eppure abbiamo superato noi stessi e siamo stati capaci di tanto!

Il mio stupore si è trasformato in rabbia perché ho visto due militari italiani, in divisa, nelle mani di una potenza straniera.

Non erano stati catturati durante un’azione militare, o fatti prigionieri, perché sopraffatti e vinti da un nemico troppo superiore a loro. No, erano stati consegnati dal nostro stesso governo nelle mani di un’autorità straniera. Erano stati vigliaccamente traditi e abbandonati nelle mani di un’autorità straniera perché unicamente colpevoli di avere svolto il loro compito.

Non discuto se i due militari siano innocenti o colpevoli dei fatti che vengono loro addebitati, e neanche mi interessa al momento come cittadino, quello che mi fa rabbia è che la loro innocenza, o eventuale colpevolezza, non venga a essere accertata da un giudice italiano, ma sia stata delegata a un giudice straniero.

Dal momento che, per un atto di esplicita volontà e determinazione politica, il nostro paese li ha mandati lì, ha ordinato loro di svolgere quel compito, ha stabilito le regole alle quali essi dovevano attenersi e che dovevano rispettare, adesso è imperativo che sia il nostro paese a stabilire se essi abbiano agito correttamente o meno, punendoli se hanno sbagliato, ma congratulandosi con loro se hanno agito secondo le regole.

Ma noi invece abbiamo abiurato al diritto di giudicare l’operato dei rappresentanti delle nostre forze armate, lasciando a uno stato straniero il compito di assumersi la responsabilità che noi non vogliamo assumerci. Splendido esempio di coerenza politica e di dignità nazionale.

Questa rabbia si è trasformata in un senso di vergogna quando ho riflettuto sul modo in cui il nostro paese si presenta ancora una volta sulla scena internazionale.

Quale credibilità può avere uno stato che non è in grado di imporsi per la tutela dei propri interessi, che non vuole assumersi le responsabilità che possono derivare da una presa di posizione forte e decisa, che non è capace di sostenere la propria credibilità, che rifiuta di agire con determinazione?

Quale stima possono avere altri paesi di uno come il nostro che non è in grado di garantire la minima tutela dei suoi rappresentati ufficiali quando li impiega per il conseguimento dei suoi obiettivi e poi li abbandona?

Per carità, intendiamoci, non voglio affermare che si dovesse arrivare allo scontro diretto con l’India, ma neanche posso accettare l’ignavia del nostro ministero degli Esteri nel sostenere una soluzione di questo tipo e l’asettica acquiescenza del nostro rappresentante diplomatico e del nostro addetto militare nel porla in atto in loco.

Ma questa gente non si vergogna?

Se non sanno o non hanno il coraggio di agire diversamente per tutelare l’immagine del paese e la dignità delle persone che, vestendo una divisa con orgoglio e professionalità, servono questo paese, allora che se ne vadano a casa!

La delusione che mi ha infine pervaso deriva da due considerazioni ugualmente amare.

La prima, che, ancora una volta, il nostro governo ha adottato un provvedimento sgangherato e privo di una qualsiasi struttura funzionale, che tutela interessi privati e di bottega (alcuni armatori e alcuni settori) mascherando il tutto come un interesse nazionale.

Mi spiego meglio. La tutela dei nostri interessi, nel caso specifico le rotte commerciali, ci deve essere assolutamente, ma non può essere risolta con provvedimenti da far west tipo la scorta alla diligenza, dove il tutto viene scaricato sulle spalle di uno sparuto gruppo di uomini buttati su alcune navi alla rinfusa e lasciati in balia di loro stessi senza nessun quadro normativo che li tuteli.

Se tale quadro che deve garantire i nostri uomini non c’è, o è confuso, allora lo si crea o lo si chiarisce, legiferando e adottando tutti i provvedimenti che si ritengono necessari prima di avventurarsi nella solita farsa italiana.

Inoltre vorrei capire perché prima di ricorrere a queste misure, che hanno un po’ il sapore della disperazione data dal non avere un’idea chiara di come affrontare un problema, non è stato chiesto agli armatori italiani di adottare tutte le necessarie forme di protezione passiva delle loro navi (si veda ad esempi la costituzione di rifugi o caveau che su navi battenti altre bandiere hanno permesso di scongiurare e vanificare i sequestri).

Ovviamente rivolgersi allo stato, magari sfruttando una conoscenza o un gruppo di pressione clientelare, per vedere risolto il proprio problema è molto più facile, non espone a responsabilità e soprattutto consente di non intaccare il proprio portafoglio perché l’aiuto dello stato, se non è gratuito, è sicuramente concesso a un costo irrisorio rispetto ad altri sistemi.

La seconda considerazione deriva, invece, dalla conferma che ancora una volta non esiste alcuna visione politica che definisca gli strumenti che debbano supportare il ruolo che il nostro paese vuole avere sulla scena internazionale.

Il nostro Super Mario ha ingaggiato una battaglia titanica per conseguire il risanamento dei conti pubblici e permettere al paese di non affondare, e in tale quadro il Ministro della Difesa ha recentemente presentato un nuovo (ennesimo) modello di difesa, in cui promette tagli, riduzioni e quindi i risparmi tanto necessari, garantendo una migliore efficienza dello strumento militare.

Ma non c’è nessun cenno a un ridimensionamento dei compiti, a una ridefinizione del nostro livello di ambizione nazionale derivante da uno strumento militare ridotto!

Allora posso ridurre e risparmiare quanto voglio ma se poi non ho gli strumenti per fare quello che mi si chiede, bisogna avere il coraggio di alzare la mano e dire “No, questo compito le forze armate non lo possono fare”.

La situazione reale è che lo strumento militare che abbiamo, conseguenza di tagli e di riordinamenti fatti senza alcuna connessione con gli obiettivi strategici del paese, non ci consente di salvaguardare e proteggere adeguatamente le navi che battono le rotte commerciali critiche per il paese.

Negando l’evidenza, allora, viene escogitata la solita genialata italica talmente ridicola che stonerebbe pure in un film di Rin Tin Tin, ma che noi riteniamo invece una brillante soluzione: mandare sulle nostre navi mercantili (alcune, non tutte!, solo alcune e ben selezionate a seconda degli armatori!!!!) un manipolo di marinai.

Ora, questi poveretti, che nelle pie intenzioni dei nostri vertici militari e politici avrebbero dovuto garantire la sicurezza dei nostri bastimenti, sono stati traditi e abbandonati nel momento in cui hanno fatto il lavoro per il quale erano stati messi lì.

Come al solito il paese esce con un’immagine pietosa: infatti, riprendendo le parole di un noto comico, “abbiamo tirato fuori le palle, gli abbiamo dato una bella spolveratina e le abbiamo rimesse dentro”. Bravi, siamo proprio bravi!

Concludo dicendo che, forse, piuttosto che un nuovo modello di difesa, a noi serva un modello di esempio da parte dei vertici politici e militari del nostro paese. È vero, risanare l’economia è fondamentale, ma un paese con una economia in ripresa, che cosa può essere se gli manca la dignità di tutelare i propri interessi internazionali, la propria immagine e le proprie forze armate?

L’Anacoreta

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La Difesa non spala la neve – By L’Anacoreta (13 febbraio 2012)

Foto: lastampa.it

La nomina del generale Graziano a capo di smE: un invito di La Russa a voltare pagina?

martedì, ottobre 18th, 2011 |

By L’Anacoreta

Metti il dopocena del sabato, di sabato scorso 15 ottobre, e il solito gruppo di amici a commentare le ultime novità: la crisi economica, il tira e molla sulla approvazione della legge di bilancio, l’ennesima disavventura della coalizione di governo, il quotidiano intervento dell’inquilino del Colle e così via.

Aggiungici la profonda delusione per la piega violenta che aveva vanificato il significato pacifico della marcia degli indignados nostrani, tenutasi quel pomeriggio a Roma, che i telegiornali e i notiziari hanno propinato in bella vista con il solito mix di scontri di piazza degni delle recenti immagini della Primavera Araba tra le flange dei dimostranti (delinquenti imbecilli e impuniti direi) e le forze dell’ordine.

In aggiunta alle immagini, già di per sé avvilenti e preoccupanti, c’era poi tutto il teatrino degli esponenti politici che, con le solite facce di circostanza, avevano deplorato i fatti, condannato i violenti, scusato i manifestanti che “hanno ecceduto nell’esternare la loro sacrosanta rabbia”, accusato – immancabilmente direi – il Governo di non aver saputo gestire l’emergenza, chiesto la testa di Berlusconi, osannato alla libertà di espressione e così via.

Ne andava di conseguenza che il nostro morale di cittadini e di rappresentati di questo Paese era vieppiù notevolmente scosso.

Mano a mano che venivamo annichiliti dal generale senso di impotenza nel vedere un Paese, il nostro Paese, che piano piano sembra sfaldarsi e avviarsi alla chetichella verso un baratro civile e sociale, più che economico-finanziario, la discussione è scivolata verso altri temi.

Nella nostra comitiva di amici vi sono anche un paio di ufficiali delle forze armate che non hanno mancato di informarci della nomina del nuovo capo di stato maggiore dell’Esercito. La novità degna di nota, e che aveva secondo loro reso interessante e importante la notizia, era il fatto che il prescelto era il più giovane dei generali di corpo d’armata attualmente in servizio.

Mi spiego. Di solito viene scelto per tale incarico un generale prossimo al raggiungimento dei limiti di età, il cui mandato quindi, tra termini naturali e proroghe e proroghine, non superi l’anno e mezzo massimo due.

Questa scelta, invece, di puntare su un giovane rappresenta un’assoluta novità che sconvolge un sistema sclerotizzato di equilibri interni alla forza armata, togliendo tutte quelle certezze acquisite che contraddistinguono in genere le strutture che si basano sulla assoluta aderenza a rituali organizzativi rigidi e consolidati nel tempo.

A dire il vero, nei giorni passati, scorrendo i giornali avevo intravisto qualche ritaglio in trentesima pagina nel quale si addebitava al ministro della Difesa di voler promuovere a un’alta carica un altro ufficiale (dopo il generale Abrate, attuale capo della Difesa) il cui merito maggiore sembrava essere quello di essere stato, anche lui, un suo stretto collaboratore. Ma avevo liquidato la cosa come il solito pettegolezzo per poter attaccare un membro dell’esecutivo.

Malignamente mi ero infatti detto che il povero onorevole La Russa (foto) – non essendo stato coinvolto in festini orgiastici con escort e personaggi dello spettacolo, non avendo neanche ricevuto in dono (a sua insaputa) un appartamento o una villa in posti esotici o à la page, non avendo, meschino lui, neanche un procedimento penale pendente o possibile – quale esponente di spicco del governo un qualche peccato lo dovesse almeno avere. Favoriva i più stretti collaboratori nella scalata alle nomine di vertice della Difesa!!!!!!!!

Quando però i miei amici in divisa hanno sollevato l’argomento della nomina mi hanno stuzzicato l’interesse e ho chiesto loro di spiegarmi un po’ meglio il senso che davano a questa nomina inconsueta.

Da quello che ho potuto cogliere, la nomina era attesa e il nome del possibile prescelto circolava con insistenza da un certo tempo. Quindi questo atto non ha preso alla sprovvista i miei amici e il loro ambiente.

Quello che semmai li ha meravigliati è stato che il candidato di cui si era più volte parlato, giudicato da tutti come un outsider, messo in mezzo solo per smuovere un po’ le acque e scaldare l’interesse per la nomina – garantita e senza scossoni – di uno dei senatori, alla fine sia risultato realmente quello prescelto (quello unto dal ministro).

Insomma, ci avevano sperato senza illudersi troppo che una scelta di questo genere, definita senza mezzi termini epocale e innovativa, potesse concretizzarsi.

Quello che mi ha realmente meravigliato e che mi ha fatto pensare, è stata la soddisfazione che sembra pervadere i miei amici, e anche una parte consistente del loro ambiente.

Questa misurata euforia, questo è il punto fondamentale, non riguarda la scelta della persona in sé  – il generale Graziano (foto), infatti, non sembra essere considerato né più bravo, né più capace, né più illuminato o neppure più simpatico o benvoluto di altri possibili candidati, ma è connessa al fatto che il nuovo capo ha davanti un periodo lunghissimo di servizio attivo. Cinque anni sono un’eternità per un mandato al vertice di una organizzazione come quella militare.

Questo fattore, la lunghezza del mandato, è quello che ha acceso le speranze dei miei amici; ha alimentato le loro aspettative in un corso nuovo che possa spezzare l’immobilismo del passato; ha fatto intravedere una possibile svolta in grado di rigenerare un ambiente stanco, demotivato e disilluso sulle capacità del proprio sistema di vertice.

Il riflettere sulla soddisfazione che i miei amici hanno dimostrato nell’interpretare la nomina mi ha portato a formulare due considerazioni.

La prima, amara.

Il messaggio che ho colto è stato il seguente: “non importa chi venga eletto, non importa se sia l’uomo giusto o il migliore, l’importante è che assicuri stabilità. Che la sua azione sia giudicata alla fine positiva o negativa non importa, il fatto che comunque possa lavorare per un periodo ti tempo eccezionalmente lungo alla fine comunque sarà un bene”.

La seconda, di speranza.

I militari, almeno secondo il parere dei miei due amici, sono stanchi di vivere una situazione interna di incertezza e di perenne ristrutturazione. La voglia di stabilità, di progetti concreti e consolidati, di programmi sviluppati e conclusi, di fiducia in vertici presenti e non effimere comparse, rappresenta una necessità impellente a cui non poter più rinunciare.

A questo punto mi viene spontanea una terza considerazione.

Ovviamente il mondo militare non è un corpo estraneo al nostro Paese; esso, infatti, rappresenta uno spicchio, una frazione orizzontale dell’intero sistema sociale, politico e civile, quindi ciò che i suoi appartenenti pensano sentono e provano è in realtà in linea e del tutto simile con le aspettative, le speranze, le ambizioni, le aspirazioni degli altri cittadini del nostro Paese.

Di conseguenza, alla fine della mia serata tra amici, la domanda che mi sono posto è stata la seguente.

Una scelta così innovativa – effettuata peraltro da un esponente del nostro sistema politico – come quella di nominare un outsider, facendo piazza pulita di tutto ciò che lo precede, sgomberando la scena con un solo colpo da tutta una serie di persone che in qualche modo risultano compromesse dal fallimento della situazione attuale, non potrebbe essere vista come un segnale di ripresa e di volontà di superare un momento di impasse che quella amministrazione sta vivendo da molto tempo?

In molti settori e in molti campi il mondo militare è stato il precursore per altri settori della vita civile del Paese, che ha adottato e mutuato modelli e sistemi sviluppati dai militari.

Se consideriamo tale fenomeno, forse la chiave di lettura di questa nomina può essere proprio questa: un invito da parte del mondo militare a voltare pagina, non perdendosi inutilmente a discutere all’infinito su chi sia il migliore o il più degno nel doversi assumere le responsabilità di svolgere il ruolo di timoniere del sistema, ma nel rompere gli indugi e nominare questo timoniere dandogli la fiducia, cioè il tempo per poter sviluppare il suo progetto.

Se questo è realmente il concetto che ha determinato le scelte del ministro della Difesa allora il nuovo capo di stato maggiore ha davanti a sé una sfida epocale: dovrà dimostrare che l’immobilismo che sta portando il nostro Paese verso una lenta decadenza può essere sconfitto. Se la persona a cui concediamo la nostra fiducia ha la possibilità di poter lavorare e di sviluppare un programma con alle spalle la sicurezza di un mandato lungo e coerente.

L’Anacoreta

Foto: il ministro Ignazio La Russa e il generale Claudio Graziano in Libano, missione Leonte 2009/associazionelagunari

Tremonti e i tagli a quella Difesa che non ha mai soldi per esercitazioni e ricerca, ma per parate e baschi nuovi sì

giovedì, luglio 14th, 2011 |

By L’Anacoreta

Indubbiamente stiamo attraversando un momento di crisi, la congiuntura economica non è favorevole per l’Occidente.

Paesi come Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda sono a un passo dal baratro, ma anche Paesi tendenzialmente stabili e forti come Stati Uniti, Germania e Francia sono in bilico tra recessione e crescita e quindi non ci può sorprendere che anche il nostro Paese sia costretto a stringere la cinghia per cercare di migliorare i propri conti.

La manovra economica recentemente varata dal nostro Governo promette “lacrime sudore e sangue” in virtù delle drastiche misure indispensabili per cercare di ridurre le spese e migliorare il disavanzo. Nulla di nuovo insomma!

I tagli sono necessari e non invidio la posizione del Ministro Tremonti sulle cui spalle ricade tutta l’impopolarità di proporre le misure restrittive funzionali al risanamento dei conti del nostro Paese.

Ovviamente lui è il Ministro cattivo mentre gli altri Ministri sono solo delle vittime della sua malvagità che si vedono ridurre senza motivo le risorse disponibili. Ma è realmente così?

Lasciamo per un attimo perdere i Ministri in quanto tali e diamo un’occhiatina al personale dei Dicasteri che supportano i Ministri stessi e che, magari, sono i veri responsabili dell’impiego diretto delle risorse.

Per limitare ancora di più la nostra indagine focalizziamoci sul Ministero della Difesa.

Sono recentemente tornato nel mio Paese dopo un periodo di assenza non particolarmente lungo ma abbastanza prolungato, comunque, per non essere del tutto aggiornato di tante cose.

Dopo aver ripreso qualche contatto con amici e conoscenti e dopo aver avuto la possibilità di scorrere la nostra stampa è saltata fuori la solita tiritera dei tagli di bilancio e nel particolare delle restrizioni al bilancio della Difesa.

L’impressione che ne ho colto è che come ogni anno gli annunciati tagli costituiscono il solito alibi sfruttato da parte dei vertici militari per giustificare una gestione arraffazzonata e traballante delle Forze Armate.

Per carità i fondi assegnati alla Difesa sono diminuiti nessuno lo nega, quello che invece mi lascia interdetto è l’impiego che continua a essere fatto delle risorse assegnate e della mancanza di un progetto o di una linea di condotta generale.

(continua…)

Eroi Stealth

domenica, maggio 8th, 2011 |

By L’Anacoreta

Nei giorni scorsi, sull’onda emotiva del raid con cui gli Stati Uniti hanno posto fine alla carriera del terrorista più ricercato e più pericoloso del pianeta, non vi è stata testata giornalistica o notiziario televisivo – estero o nazionale – dove fior di esperti non abbiano spiegato cosa siano i SEAL, come essi operino e come abbiano condotto il raid, con una tale dovizia di particolari e di notizie da far quasi credere che il giornalista / esperto di turno fosse stato presente sul luogo quale membro stesso del team.

Ricostruzioni animate, improbabili art design, tabelle esplicative, cartine tematiche, schede tecniche hanno corredato e supportato tutti questi exploit giornalistico – mediatici creando nell’immaginario collettivo la convinzione che fosse avvenuto un fenomeno al limite del paranormale.

L’impressione che ho avuto da tali illustri testimonianze mediatiche è che con il solo impiego di una ventina scarsa di ottimi e preparatissimi SEAL gli Stati Uniti, dopo aver aspettato con una pazienza degna di Giobbe l’occasione propizia, avessero al fine saldato il conto in sospeso con il maligno terrorista.

Dai resoconti tecnici dei citati espertoni si evinceva che il team dei SEAL avesse organizzato e condotto l’operazione basandosi solo sulle proprie forze e in completa autonomia, quasi a voler fare una piacevole sorpresa al loro abbronzato presidente proprio in un delicato momento dove le sue quotazioni politiche attraversano una certa difficoltà.

Infatti dopo essersi svegliati di buon mattino e aver deciso che la giornata aveva bisogno di una bella scossa per rompere un po’ la noia del tran tran del solito addestramento, senza dire niente a nessuno e senza bisogno di alcun tipo di supporto esterno, si erano materializzati per incanto nel giardino di Bin Laden, grazie a degli elicotteri invisibili, avevano fatto irruzione dentro la casa sorprendendo un ignaro e impreparato Bin, e, dopo avergli letto i propri diritti, lo avevano avvolto nel tappeto usato per le preghiere portandoselo via. Tutto questo in un assoluto silenzio in punta di piedi e di rotore, per non turbare minimamente la tranquillità del quartiere, anzi facendo bene attenzione a non causare imbarazzo alcuno sia a Bin, che comunque aveva diritto a un minimo di privacy, sia soprattutto ai vicini di casa (l’Accademia Militare dove il Pakistan addestra e forma i suoi Ufficiali).

Ovviamente in una regione dove le fiabe sono di casa (confronta le Mille e una Notte) elicotteri che vanno e vengono, stregoni, maghi, fate, guerrieri senza paura, tappeti volanti, ladroni e geni della lampada sono un patrimonio comune e vederli o udirli non desta sospetto alcuno sia per le guardie di palazzo del sultano di turno (il Presidente pakistano) sia per il popolo che affolla il mercato (che notoriamente si fa i fatti suoi e nulla, vede nulla sa e nulla dice!!!!!).

Naturalmente non sono in discussione la preparazione, il coraggio e la professionalità dei SEAL che hanno portato a termine la fase finale di questa operazione. Queste persone meritano senza dubbio gli elogi e l’entusiasmo che gli Americani (e non solo) gli hanno dimostrato definendoli i nuovi eroi della lotta al terrorismo. Quello che stride e che non risulta essere corretto è il mancato riconoscimento della professionalità, del sacrificio e dell’abnegazione di tutti gli altri protagonisti che hanno reso possibile raggiungere il successo in una operazione di questo tipo.

Per dar modo ai venti SEAL di scorazzare liberamente a casa Bin Laden centinaia di altri militari meno noti e meno blasonati, ma ugualmente preparati e coraggiosi, erano al lavoro dietro le quinte della ribalta.

Quando si vede un film che ha vinto l’Oscar, i nomi dei protagonisti scritti a caratteri cubitali sulle locandine ci spingono a dimenticare tutto il resto. Alla fine però nello scorrere i titoli di coda uno si accorge della moltitudine di persone che hanno reso tanto appassionante e bello quel film.

Proviamo a vedere il raid come se fosse stato un film.

I nostri protagonisti sono nella locandina i famosi SEAL. Lo spettacolo comincia e noi rimaniamo a bocca aperta nel vedere le loro performance sognando di poterli emulare (non basta però dire, come qualcuno ha scritto, che i SEAL sono bravi ma i nostri Incursori sono meglio – cosa che potrebbe essere anche vera – purtroppo si dovrebbe anche riconoscere che loro sono comandati, supportati e impiegati da una classe politica, da governanti e da un sistema paese che li vuole usare e li sa usare, e noi no, invece, non abbiamo nulla di tutto ciò! … ma questo è un altro discorso).

Quando iniziano a scorrere i titoli di coda allora ci rendiamo conto di tutto quello che è stato necessario per sostenere il prestigioso cast.

Leggendo qua e là vediamo che ci sono tanti nomi che corrispondono ad altrettante numerose professionalità impiegate.

Piloti di AWAC, di drone, di aerei, di elicotteri che hanno osservato analizzato controllato e garantito la copertura di ogni centimetro quadrato per centinaia di miglia intorno al luogo del party, hanno dato sicurezza, protezione e hanno impedito che anche una zanzara non autorizzata potesse essere in volo quella notte.

Squadre di soldati dislocate nel raggio di qualche decina di miglia pronte a sostenere, aiutare, supportare, facilitare i SEAL nel caso che qualche cosa non fosse andato per il verso giusto.

Componente logistica per effettuare il rifornimento, lo scalo, il cambio di cavallo o di elicottero per portare il Bin da casa sua a destinazione senza soste o perdite di tempo.

Team specializzati di soccorso medico pronti a intervenire per garantire la massima tempestività e precisione nell’effettuare una evacuazione d’urgenza.

Personale tecnico in grado di far parlare e comunicare tutti con tutti, anche nel caso di condizioni di vuoto cosmico e assenza di segnale da catastrofe primordiale per caduta di asteroidi.

Gruppo navale al largo nell’Oceano Indiano che svolgeva il ruolo di un’enorme e dotatissima cassetta delle parti di ricambio, tale da fornire ogni possibile attrezzo la lavorazione del film imponesse la necessità di usare (dallo spillo all’astronave!!)

Alla fine nei titoli compaiono anche i ringraziamenti a chi ha reso possibile girare il capolavoro, e qui il ringraziamento d’obbligo è per il Governo del Pakistan che ha fatto finta (sia prima che dopo) di non accorgersi di nulla tanto bene da sembrare quasi vero.

Mi fermo qui ma si potrebbe andare avanti ancora per molto.

In sintesi una operazione di questo tipo richiede un’organizzazione enorme per essere preparata e condotta.

Pur non togliendo assolutamente nulla all’eccezionale lavoro fatto dai SEAL, è altrettanto doveroso e mediaticamente indispensabile provvedere a dare un’informazione che sia completa, reale, corretta e soprattutto non superficiale.

Se magari si può anche tollerare che un’analisi in tal senso non venga sviluppata da un organo mediatico, il cui target è rappresentato da un’audience attenta esclusivamente al sensazionalismo (tanto per intenderci, tipo Novella 6000), è del tutto inaccettabile che i presunti esperti, che affollano le rubriche di approfondimenti di quotidiani e notiziari di blasone, non siano stati in grado di andare oltre la patina superficiale raccontando solo la conclusione del raid (con toni da Rambo 4, 5 ,6 e 7) ma omettendo qualsiasi tipo di analisi critica.

La necessità di produrre informazione nel vortice della multimedialità estrema che viviamo oggi impone di analizzare la notizia a tutto tondo, approfondendone tutti i contenuti e quindi di sintetizzarne tutti gli aspetti importanti.

Se questo non viene fatto ciò che viene prodotto non è informazione ma è solo gossip. E come tale mette in risalto solo gli aspetti sensazionalistici della notizia, impedendo al consumatore dell’informazione di essere informato e quindi di capire quello che avviene realmente.

Di conseguenza, ritornando alla operazione che ha permesso di eliminare il nostro Bin, l’informazione corretta che dove essere veicolata era questa:

I SEAL non sono stati bravi perché hanno catturato Bin Laden, ma sono stati bravi perché hanno saputo svolgere alla perfezione il ruolo che è stato loro assegnato nel complesso sistema che gli Stati Uniti hanno saputo costruire e impiegare per la difesa della loro sicurezza.

Scusate ma è c’è un bella differenza!!!!!

L’Anacoreta

Foto: American Special Ops

Mare Gallicum

lunedì, marzo 28th, 2011 |

By L’Anacoreta

Al verificarsi della crisi in Libia, la Francia ha immediatamente dichiarato di essere pronta ad azioni militari; successivamente ha supportato con enfasi la risoluzione che ha sancito l’attuazione della no-fly zone; quindi ha ostacolato in ogni modo il passaggio della responsabilità delle operazioni alla NATO rivendicando tale ruolo per sè (abbiamo più aerei impiegati); adesso sta adottando una azione di frenaggio dichiarando che, anche se le operazioni militari saranno gestite dalla NATO, la conduzione politica dell’azione deve essere assunta da un consiglio politico di cui facciano parte anche Paesi esterni all’Alleanza.

Il vigore guerriero con il quale la Francia ha affrontato la questione libica e la determinazione dimostrata nel voler favorire il ricambio della leadership politica, detronizzando il Colonnello Gheddafi e ponendo termine al suo regime, sembra essere una linea di condotta alquanto estemporanea che può lasciare perplessi. Ma è realmente così?

Ritengo che una rivisitazione di alcuni momenti cardine nella storia del nostro illustre vicino possano servire a fornire una possibile chiave di lettura per comprendere l’attivismo di M.Sarkozy e gentile consorte (a fianco di un grande uomo c’è sempre una grande donna si dice, ma considerando la Carlà Brunì c’è da chiedersi se l’attribuzione di una grande donna non sia un po’ troppo eccessivo, di conseguenza M.Sarkozy lo possiamo definire davvero un grande uomo o forse non è che una specie di Asterixxe de no’altri!). (continua…)

No-fly zone, ovvero Venghino Siori che lo spettacolo va a cominciare

lunedì, marzo 21st, 2011 |

By L’Anacoreta

Alla fine batti e ribatti la tanto richiesta no-fly zone sulla Libia è stata finalmente decretata dall’Onu e messa in atto da una coalizione di volenterosi.

Lasciando da parte i risultati dell’operazione in se stessa e le procedure tecniche necessarie per dare concretezza a un concetto che altrimenti rimarrebbe vuoto e privo di significato alcuno, mi interessa commentare alcuni degli aspetti particolari che questa situazione di crisi stimola nei protagonisti, e nei loro deuteragonisti, del mondo mediatico/diplomatico internazionale, che con il loro comportamento danno vita a un vero e proprio circo.

Vorrei iniziare subito con il settore mediatico e quindi dal numero di una inviata del TG nazionale andato in onda ieri sera. L’artista, nel vano tentativo di richiamare l’attenzione sul suo importantissimo scoop (il decollo di due aerei italiani diretti alla riconquista della Libia) si è profusa in una sequela di termini tecnici (mandiamo il grezzo, mandiamo il grezzo…… adesso lo abbiamo montato…. ecc. ecc.) petulando e berciando a viva voce sino a quando dalla redazione, finalmente, hanno passato il filmato: due puntini di luce lontani lontani che si muovevano nel buio (davvero sconvolgente come notizia, senza dubbio sarebbe stato un delitto perdere la possibilità di non vedere queste immagini).

Passiamo adesso a un altro numero di una inviata sul terreno di operazioni (questa volta l’artista appartiene a SKY per par condicio). Nell’edizione televisiva di questa mattina la performer ci ha mostrato, camminando curva come se stesse sfuggendo a chi sa quale minaccia, la carcassa di un autoarticolato per il trasporto di mezzi pesanti con due carri armati sopra (o meglio ciò che ne restava) spiegando al telespettatore attonito e con il fiato sospeso che “il camion era stato attaccato da un aereo, ma fumava ancora”; non contenta dell’exploit mediatico, ha anche intervistato un esponente della resistenza il quale ha ringraziato i suoi amici francesi per il tempestivo attacco (era forse quello intervistato una specie di FAC – forward air controller per saper con tale precisione la nazionalità dell’aereo?). Indubbiamente anche questa rappresenta una notizia alla quale non potevamo rinunciare, che ci ha fatto vivere il pathos dell’azione quasi in diretta, ma che non ha fornito alcun tipo di analisi della situazione (sembrava quasi di sentire l’inviato da bordo campo di una partita di calcio il cui apporto mediatico delle sue testimonianze è quasi prossimo allo zero, cioè non ci arriva neanche!).

Passiamo adesso a un altro numero di questa mattina, da un’altra inviata.

Base di Trapani Birgi, esterno della base per essere precisi, qualche immagine live di aerei che rullano sulla pista (al limite della possibilità della video camera) un paio di immagini di repertorio di personale di volo dell’Aeronautica Militare che si preparano indossando dell’equipaggiamento (forse un contagio della famosa sindrome della telecamera nello spogliatoio della squadra del cuore per vivere insieme le emozioni del pre-partita?) e l’inviata inizia, con voce sommessa, a descrivere aerei e piloti come se stesse facendo un provino da una riserva naturalistica per entrare nella redazione di National Geographic: “vedete lì ci sono ….. e lì invece possiamo vedere un esemplare di aereo….”. Poi ci ripete per tre volte con aria cospiratrice che “gli aerei schierati sono 12 o 15 ma il numero preciso non è stato comunicato per evidenti ragioni di sicurezza” (però, che aquila questa inviata, tanto per restare in tema).

Per concludere, l’intervista volante a uno dei bar che la Galleria Alberto Sordi ospita al suo interno, dove un inviato estremamente sicuro di sé pone alcune scottanti questioni all’onorevole Maurizio Gasparri sul tema della crisi libica. Inquadratura da dietro il bancone, operatore probabilmente arroccato sulla macchina per il caffè, compare il braccio del cameriere che serve i caffè, l’inviato/performer fa la sua domanda (incespicando un po’ sulla formulazione della stessa) poi mentre l’onorevole si accinge a rispondere, sguardo fisso sulla camera, l’inviato si mette lo zucchero nella tazzina, lo gira e si beve il suo caffè come se la risposta dell’onorevole alla sua domanda fosse un qualche cosa che non lo riguardasse minimamente. Quando poi il politico sta per bere il suo di caffè, ecco che l’inviato parte con la sua di domanda fermando l’onorevole con la tazzina a mezz’aria (“rispondo o bevo il caffè caldo” sembrava pensare il malcapitato).

Lor Siori non disperino!

Numeri come quelli descritti sono in programma su ogni rete e a ogni ora. Mi rendo conto che la necessità di avere un programma di notizie 24/7 imponga di riempire lo spazio e che, in mancanza di reali informazioni, devi comunque produrre qualche cosa, ma magari una scelta leggermente più attenta degli artisti e della loro capacità tecnica sarebbe quantomeno auspicabile.

Magari si potrebbe cominciare con l’acquisizione da parte degli artisti di una serie di termini tecnici necessari per non scadere nel ridicolo, quando si presenta la notizia. Ad esempio tutto ciò che vola non è necessariamente un “caccia” come tutto quello che può costituire il carico bellico di un aereo non è necessariamente una “bomba”. D’altro canto un “carro armato non è un blindato” e “un cannone non mitraglia”. Inoltre sarebbe gradito tradurre in maniera corretta e non interpretare i contenuti dei servizi delle reti estere, evitando di dire che “nella conferenza stampa appena conclusa abbiamo potuto apprendere dalla voce Capo di Stato Maggiore della Difesa degli USA che le operazioni entrano in una nuova fase”, quando in realtà la conferenza era stata effettuata dal portavoce del Pentagono (solo un fetentissimo e semplicissimo Vice Ammiraglio!).

Ma passiamo ora ad altri artisti di fama internazionale e di ben più consumata abilità ed esperienza.

Il presidente della Lega Araba ha condannato l’intervento della coalizione. “Abbiamo chiesto una no-fly zone, l’intervento effettuato è stato eccessivo!”. Ma, mi chiedo, la cosiddetta no-fly zone come doveva essere imposta: con una lettera formale al Colonnello Gheddafi informandolo che da lì a là non può volà, o mettendo un segnalino con la sagoma di un aereo sulla cartina come a risiko, oppure facendo volare gli aerei con uno striscione a traino sulla coda oggi no-fly zone come sulle spiagge di Riccione?

Forse hanno paura che se le cosa andasse a buon fine e con troppa velocità, caduto Gheddafi, l’Occidente (che è lento a mettersi in moto ma che quando vince l’inerzia diventa difficile da arrestare) magari sposterebbe il suo interesse, e la sua coalizione bella rodata e messa a punto, verso lo Yemen, la Siria, il Bahrain dove tutto sommato i regimi in carica stanno fronteggiando situazioni non dissimili da quella libica, ma per la Lega Araba sono meno scomodi di Gheddafi?

Il Presidente francese ha dichiarato che la NATO deve restare fuori dalla coalizione in quanto i Paesi Arabi la identificano come il braccio armato dell’Occidente. Certo la NATO è una bellissima cosa ma, per carità, il suo intervento darebbe ombra ai singoli Stati che intravedono nel dividendo presunto, sperato, presumibile inerente al periodo del dopo Gheddafi una opportunità economica di ampio respiro.

Se la NATO intervenisse, sostituendosi alla coalizione dei volenterosi, toglierebbe al Presidente la possibilità di giocare la parte del leone e di mantenere un ruolo da protagonista in uno scenario politico che la Francia considera suo di diritto. Senza tralasciare l’eventualità di mercato offerte da un paese come quello libico che necessiterà di aiuti (militari e non) per affrontare il dopo Gheddafi.

Già che siamo in argomento, la NATO.

I suoi vertici non hanno ancora deciso se divenire la guida della coalizione oppure stare ancora alla finestra e aspettare.

C’è un particolare che mi sfugge: ogni anno da diversi anni a questa parte, questo pilastro portante dell’Occidente (con una spesa tutt’altro che irrisoria) prepara, addestra e tiene pronta all’impiego in tempi ristrettissimi, una considerevole forza militare, chiamata appunto NATO Response Force (NRF) al fine di dimostrare la volontà e la capacità dell’Alleanza di reagire a tutta una serie di minacce che possano ledere gli interessi dei Paesi membri.

Probabilmente, o a Bruxelles le notizie dalla Libia non sono ancora giunte – forse aspettano che Gheddafi dichiari guerra alla NATO – oppure questa evenienza operativa non era ancora stata configurata, e quindi sono in atto le discussioni per definire una struttura di risposta alla crisi da implementare nel prossimo vertice dei Paesi membri. Sta di fatto che prima spendiamo milioni di euro per mettere in piedi una struttura di comando capillare (tra l’altro con una dependance notevole proprio nel centro del Mediterraneo a Napoli), e poi non solo non la usiamo, ma mettiamo su una coalizione dei volenterosi composta grossomodo dagli stessi paesi della NATO ma il cui comando è nelle mani degli Americani, che una volta raggiunti i loro scopi lo delegheranno alla nazione che uscirà vincente dalla zuffa che seguirà.

Concludo con un artista italiano la cui performance si avvale del contributo congiunto di altri artisti nostrani.

A riguardo della posizione assunta dal nostro Paese sulla partecipazione alla coalizione dei volenterosi: nonostante il Presidente della Repubblica abbia confermato che agiamo nell’ambito del dettato dell’ONU e che l’opposizione sia intervenuta sull’argomento sostenendo, ancorchè timidamente, la scelta dell’esecutivo, il problema è rimasto sempre lì! Come sfruttare la crisi per abbattere Berlusconi?

Ovviamente, se l’opposizione è priva di idee brillanti per demonizzare l’immagine del Cavaliere, Gheddafi non ha nipotine in Italia e poi è un uomo pio, quindi, scartato lo scandalo sessuale, i traffici, pardon gli accordi economici, li hanno fatti tutti con la Libia; perciò anche questa pista è un vicolo cieco, come fare allora?

Ecco che in soccorso dell’artista in difficoltà la Lega tira fuori un bel coniglio dal cilindro esprimendo a viva voce, e con il consueto tatto e la consumata discrezione politica di cui ormai ha dato più volte prova, le sue perplessità sull’intervento militare.

E qui si scatena l’artista. Infatti l’onorevole Pier Ferdinando Casini oggi ha affermato in una dichiarazione riportata da un quotidiano che “se la Lega ritira il suo appoggio la maggioranza non può più governare”.

Ma non riusciamo per una volta a fare un fronte politico comune nell’ambito della gestione di una crisi internazionale che ci tocca da vicino e molto ci toccherà nel futuro, comunque vadano le cose?

Le beghe interne lasciamo da parte per un momento, rispettiamo almeno il 150° anniversario dell’Unità d’Italia e diamo un’immagine decorosa del nostro mondo politico per una volta almeno.

Concludo, cari Siori, lasciando a voi il compito di scegliere chi tra i vari artisti ha interpretato il ruolo del pagliaccio, dell’equilibrista, del nano buffone o dell’acrobata.

Non si preoccupino Siori del numero del domatore, dove le fiere ruggiscono, mostrano i denti e fanno vedere gli artigli, ma alla fine quando la frusta schiocca saltano nel cerchio e tornano al loro posto sullo sgabello, perché quello se lo prendono di diritto gli USA.

L’Anacoreta

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L’Occidente prigioniero di se stesso

martedì, marzo 15th, 2011 |

By L’Anacoreta

Unità militari saudite sono entrate ieri in Barhain per preservare la funzionalità delle strutture produttive e supportare il governo legittimo nel suo sforzo di ristabilire l’ordine, fa sapere il notiziario serale della CNN di ieri 14 marzo.

Allo stesso tempo, dal medesimo notiziario, si apprende che una giornata di consultazioni diplomatiche in Francia ha portato alla dichiarazione finale che l’Occidente deve aiutare il popolo libico a difendere la democrazia, la libertà e il rispetto dei diritti umani.

Bene, mentre l’Arabia Saudita, dopo aver chiesto e sostenuto senza molto successo l’attuazione di una no-fly-zone in Libia, agisce ora entrando in azione senza pensarci due volte, allo scopo di mettere ordine nel cortile di casa sua dispiegando una forza militare per aderire alla richiesta di aiuto avanzata dal Barhain; mentre il Colonnello Gheddafi, a colpi di cannone e suon di bombe d’aereo, si sta riprendendo quella parte di paese in mano ai ribelli, cosa sta facendo l’Occidente per avere una parte attiva nella vicenda libica e magari tutelare il proprio futuro prossimo nell’immediato? NULLA.

O meglio, si agita, si riunisce, i suoi inviati volano a destra e a sinistra, si incontrano, discutono, progettano, proclamano, ma alla fine non decidono nulla. Sembra la riedizione in chiave moderna della celebre ordinanza della tanto vituperata Marina Borbonica: facite ammuina!!!

Gli Stati Uniti nicchiano, la Gran Bretagna e la Francia spingono per una no-fly-zone dichiarandosi pronti a imporla anche da soli (forse immemori dello schiaffone preso durante la crisi di Suez), la Russia tergiversa sorniona vedendo cosa può trarre come scambio nel caso garantisca il proprio appoggio a una qualsiasi risoluzione internazionale, la Cina aspetta per poter rimpiazzare gli occidentali infilandosi ancora di più nelle crepe del sistema capitalistico euro-americano.

Al di fuori dell’elite dell’Onu (leggi i paesi con diritto di veto), la Germania si fa in quattro per flemmatizzare i bollenti spiriti dei partner europei senza prendere posizione e sperando di poter piazzare il solito accordo economico a vantaggio e supporto della propria industria.

Onu e Unione Europea fanno il solito balletto cercando di non sembrare troppo decisi aspettando di vedere come andranno le cose. Non si sa mai, Gheddafi potrebbe riprendere in mano la situazione e allora bisogna mantenere la porta aperta per ricucire immediatamente i rapporti un po’ compromessi da una parola giudicabile dal Colonnello troppo compiacente nei confronti dei ribelli.

L’Italia – beh, in questo caso siamo in ottima compagnia – si barcamena cercando di non apparire troppo distante dal colonnello Gheddafi, che comunque è, e rimane, un partner privilegiato.

I nostri rappresentanti ieri hanno appoggiato i ribelli timidamente, oggi condannano i bombardamenti, domani ritendono la mano sperando che i rubinetti libici non vengano chiusi per sempre.

Tutto sommato le sue buone ragioni il nostro Paese le ha: la Libia è comunque a un passo da noi, come i suoi cittadini in fuga sanno bene, le nostra fame di energia è endemica e da qualche parte dobbiamo pure rifornirci, i nostri investimenti nel paese dirimpettaio sono comunque di elevato spessore. Insomma è un partner privilegiato sotto molti aspetti, tanto da non aver mai fatto dubitare nemmeno per un minuto i nostri Servizi che il Colonnello Gheddafi potesse essere investito dallo tsunami rivoluzionario che ha travolto Egitto e Tunisia.

“Siamo stati sorpresi da avvenimenti che nessuno aveva previsto” ha dichiarato alcuni giorni fa con un candore da sembrare vero il nostro Premier, che ha assolto chi non è stato in grado di provvedere a una analisi seria dell’area (analisi, parola sconosciuta a chi si occupa di intelligence in Italia) e chi non si è fatto nemmeno venire un piccolo dubbio sulla tenuta del nostro fido alleato, buttando lì una mezza parola sul magari potrebbe succedere che

Ma mal comune mezzo gaudio, perché almeno pubblicamente nessuno dei responsabili dell’intelligence ha cambiato lavoro in Europa, quindi perché assumere noi italiani comportamenti diversi dai nostri partner?

In compenso però sono comparsi manifesti e manifestini inneggianti al supporto del glorioso popolo libico che lotta per conquistare la libertà dal giogo e dalle catene dell’imperialismo.

Un evergreen della nostra sinistra che non sai bene se giudicare patetico o ridicolo in quanto frutto della demenza senile di qualche avanzo di Sessantotto scongelato per l’evenienza!!!

E la Nato, questo totem usato dall’Occidente per dimostrare una volontà di intenti e una coesione che non è mai esistita, cosa fa?

Ovviamente niente, rappresenta solo un altro illustre foro dove poter ripetere il solito ritornello, aspettando che la situazione evolva (leggi, che gli Stati Uniti intervengano e che quindi serva una bandiera non a stelle e strisce dietro al quale poter nascondere una ennesima missione militare dove la Nato serve solo a dare una parvenza di legalità internazionale, oltre a fornire mano d’opera qualificata per tappare i buchi in posizioni organiche senza alcun potere, ma funzionali a dimostrare che la coalizione è internazionale!!!).

Dunque, l’Occidente è prigioniero di se stesso.

Freedom, democracy and human rights (in inglese acquistano una valenza maggiore e appaiono più profonde) sono le parole del ritornello mediatico che ogniqualvolta accade un evento che ci turba e che può sconvolgere anche drasticamente la nostra esistenza felice e serena, distogliendoci dai veri problemi che contano in Occidente dove siamo perfettamente allineati tutti (performance erotiche di un premier, eventi sportivi, scandali economici, lauree truccate, coalizioni politiche che pur di non rimanere al governo fanno i patti con il diavolo ecc. ecc.), un ritornello, dicevo, che viene ripetuto quasi come un mantra sperando che da solo possa eliminare il problema.

Freedom, democracy and human rights: bellissime parole che hanno avuto un senso per l’Occidente quando l’Occidente ha lottato per renderle concrete per sè. Ma che adesso non hanno nessun senso e paiono vuote e spente se l’Occidente non lotta ancora con la stessa determinazione e volontà per renderle concrete e vere anche per chi, al fuori dal nostro angolino dorato, queste parole le ha solo sentite ma non le ha mai vissute e le vorrebbe perlomeno provare, magari per poi abiurale in fretta, non si sa mai!

Certamente si potrà sbagliare, potranno essere fatte delle scelte di campo che alla fine si riveleranno non del tutto funzionali, potranno pure essere distrutte o ritardate le speranze di qualche gruppo, ma perlomeno avremmo agito, avremmo dato sostanza a quelle parole sulle quali abbiamo costruito la nostra storia di Occidente.

Se perdiamo anche questa ennesima occasione di dimostrare che crediamo fermamente nei nostri valori, tanto da sostenere chi lotta per farli anche suoi, avremo fallito ancora, dimostrando che forse ha ragione chi combatte e nega freedom, democracy and human rights imponendo un regime autoritario facendosi beffe di tutti noi.

Allora avrà ragione un colonnello Gheddafi qualunque a ridere in faccia non solo alla giornalista di turno, presuntuosa e ignorante in quanto pensa solo a fare il suo presunto scoop e non si è neanche accorta che chi è davanti a lei non porta l’anello al naso, ma a tutto l’Occidente, perché continuerà a negare freedom, democracy and human rights ai suoi concittadini, sapendo che intanto nessuno lo fermerà mai, ma che anzi potrà impunemente piantare le proprie tende da beduino in qualsiasi parco europeo.

Tanto basta far balenare la possibilità di ricchi e lucrosi investimenti economici e tutto viene dimenticato e perdonato!

L’Anacoreta

L’Anacoreta in Paola Casoli il Blog

Foto: uk.reuters.com

In Libano i Caschi Blu sventolano bandiera bianca

giovedì, agosto 5th, 2010 |

By L’Anacoreta

E’ uno dei video che documentano i lavori di abbattimento di un albero lungo il confine tra Libano e Israele quello messo online ieri 4 agosto dal sito della BBC, in cui si vedono distintamente sventolare bandiere bianche e azzurre.

L’aspetto più triste – sarebbe da dire tragico, se i combattimenti innescatisi ieri a seguito dell’inizio dei lavori di giardinaggio non avessero causato ben cinque vittime – è ancora una volta il ruolo ricoperto dai Caschi Blu, alcuni di loro ripresi dalla telecamera in suolo libanese: presenze isolate in una folla di soldati con le armi pronte al fuoco.

Agitavano piuttosto pateticamente delle bandiere bianche o delle bandiere azzurre con le insegne dell’Onu. L’impressione che se ne ricava è quella dell’impotenza, anzi, della inutilità assoluta dell’ennesima missione di un contingente di Caschi Blu in un’area di crisi. (continua…)

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