Feb 21, 2006
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Afghanistan, il generale Mauro Del Vecchio sulla espansione di Isaf

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pubblicato da Pagine di Difesa il 21 febbraio 2006

Espansione a sud in marzo, almeno quattro Provincial Reconstruction Team (Prt) in più e un impegno di lungo termine dai sette ai dieci anni. Ma secondo il generale di corpo d’armata Mauro Del Vecchio, che dal 4 agosto 2005 è al comando dell’operazione Nato Isaf (International Security Assistance Force) in Afghanistan, l’attuazione del terzo stage con l’ingresso nel Prt di Helmand e di Kandahar in marzo non significherà operare allo stesso modo degli statunitensi di Enduring Freedom. Niente combattimenti contro i restanti talebani o le truppe di al-Qaeda, dunque, ma solo un ruolo di supporto all’attività della missione statunitense. Nel corso dell’intervista rilasciata a Radio Free Europe il 13 febbraio scorso, il generale Del Vecchio ha insistito sul fatto che le truppe di Isaf non ingaggeranno combattimenti contro i ribelli nell’Afghanistan del sud.

La limitazione al ruolo di supporto è il frutto delle obiezioni sollevate da Francia, Germania e altre nazioni alleate. Anche se in alcune aree le truppe di Isaf potrebbero superare in numero quelle statunitensi di Enduring Freedom: nel corso del prossimo anno la missione Nato ha pianificato l’impiego di altri 6 mila militari nelle sei province del sud (Daikondi, Helmand, Kandahar, Nimroz, Oruzgan e Zabul). “Abbiamo bisogno di forze internazionali in queste province – spiega a Radio Free Europe Fransesc Vendrell, rappresentante speciale dell’Unione Europea per l’Afghanistan – in modo da consentire al governo afgano di estendere progressivamente la propria autorità nelle aree dove permangono problemi seri”.

E per ora, secondo il generale Del Vecchio, l’esercito afgano è lontano dall’essere in grado di garantire la sicurezza nel Paese senza l’aiuto di Isaf. Ci vorranno ancora dieci anni, a detta del generale, prima che l’esercito afgano raggiunga le 70mila unità completamente addestrate. Per ora i militari afgani – preparati con un training “molto buono”, nota Del Vecchio – sono 30mila. L’attuazione del terzo stage potrebbe generare qualche problema a livello di comando, dato che le due operazioni – Isaf della Nato e Enduring Freedom degli Stati Uniti – saranno guidate da un comandante statunitense in ambito multinazionale. A seconda della missione quel comandante risponderà a Isaf o al comando centrale statunitense.

L’espansione costituisce un momento “sensibile e delicato”, ha detto Del Vecchio. E in effetti l’area meridionale afgana è la più insidiosa e costituisce un banco di prova per le capacità della Nato, che “deve ancora essere testata dove le minacce sono maggiori e la necessità di coordinamento più critica” fa notare l’analista Amin Tarzi da Washington. E secondo Tarzi, che ha commentato i disordini del 7 febbraio motivati dalla protesta contro le vignette satiriche ai danni del profeta Maometto, “l’attacco al sito Isaf di Maymana deve aver dato il messaggio ai paesi che contribuiscono con le loro truppe che la missione in Afghanistan può includere la gestione delle crisi e non solo le operazioni di stabilità e sicurezza”.

Seguendo l’analisi di Tarzi le parole del generale Del Vecchio risultano meglio comprensibili e acquistano un significato più profondo: l’espansione sarà un momento sensibile e delicato non solo per la pericolosità dell’area meridionale, ma soprattutto perché la missione dovrà affrontare anche l’aspetto del Crisis Management. Un settore ampio e delicato che caratterizza gli interventi di ricostruzione dopo il conflitto e che coinvolge in larga misura i militari della cooperazione civile-militare (Cimic). In particolare i Prt, che impiegano precisamente personale del Cimic, saranno coinvolti soprattutto nell’attività di addestramento delle forze di polizia e di sicurezza locali. E questo richiede uomini e fondi per rendere possibile una espansione a sud con la costituzione dei quattro nuovi team programmati, due di questi – Helmand e Kandahar – operativi da luglio.

Truppe canadesi hanno cominciato a muoversi verso Kandahar dalla loro base di Kabul da settembre; Australia, Danimarca, Estonia, Olanda e Regno Unito stanno inviando truppe e queste quattro nazioni europee hanno accettato di espandersi a sud senza adeguare le norme di applicazione delle regole di ingaggio, definite caveats. L’obiettivo è un incremento delle truppe di Isaf, composte da militari appartenenti alle 26 nazioni Nato e a dieci paesi estranei all’Alleanza, dalle attuali novemila unità a un totale di 16mila. Il rappresentante per l’Afghanistan presso la Ue Vendrell sta chiedendo ai paesi europei di contribuire con il maggior numero possibile di truppe alla missione Isaf “così le istanze di sicurezza, governance, diritti umani e ricostruzione rimangono tutte collegate tra loro”.

Vendrell ha detto a Radio Free Europe che l’Europa sta incrementando il proprio coinvolgimento in Afghanistan. E il programma delineato nella due giorni di Londra del 31 gennaio e 1° febbraio intitolato Afghanistan Compact sancisce gli impegni economici assunti dagli attori internazionali per i prossimi cinque anni. Ma c’è un’altra possibilità secondo Vendrell, “una seconda possibilità che è stata approvata solo ora e che non è ancora realizzata”. Un’idea che andrebbe a corroborare economicamente l’intervento civile-militare dell’Europa in Afghanistan: “C’è la possibilità di incanalare denaro della Commissione Europea – spiega Vendrell – verso i team di ricostruzione provinciale affinché i team stessi lo impieghino per i loro progetti civili-militari”.

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