Lug 23, 2010
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Nascita e morte di un drone. Farnborough in preda alla sindrome Tafazzi

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Sono stati le primedonne del salone di Farnborough di quest’anno. Luccicanti aerei capaci di raggiungere altitudini di crociera impressionanti, moderne macchine leonardesche dall’intelligenza umana con la possibilità di operare autonomamente.

Si tratta dell’ultima generazione di drone, aerei che lasciano a terra gli uomini chiusi in un ufficio a controllare l’operatività – ed eventualmente riprendere le redini dell’azione in corso – di questi Unmanned Aerial Vehicle (UAV). Appunto, aerei senza uomini a bordo.

Sul tappeto di Farnborough hanno sfilato soprattutto loro, splendidi esemplari capaci praticamente di tutto. Ecologici, come l’UAV a idrogeno della Boeing, il Phantom Eye, o spietati, come l’UCAV (Unamanned Combat Aerial Vehicle) della Bae Systems, il Taranis.

Un trionfo di tecnologia occidentale infranto dai pochi secondi di un filmato che ne ritrae l’abbattimento  per opera di un raggio luminoso sparato da una nave militare americana. Fuoco amico? Sembrerebbe più sindrome Tafazzi, visto che quanto riportato ieri dall’agenzia italiana Ansa sul rivoluzionario prodotto della Raytheon Missiles Systems – il Laser Close-In Weapon System (CIWS) – appare come un exploit masochistico ad alto contenuto autolesionistico.

Gli attacchi di drone – di cui è in crescita la richiesta – hanno rappresentato negli ultimi sei anni un mezzo per stanare qaedisti, talebani e ribelli nell’area tribale pakistana a ridosso dei porosi confini con l’Afghanistan. Un fiore all’occhiello per l’amministrazione Usa, pur se criticato per le perdite di civili denunciate da New America Foundation.

Ma c’è di più. Una tale concentrazione dell’industria della Difesa su sistemi di combattimento muscolari e prometeici rischia di allontanare la riflessione e lo studio sul coinvolgimento a 360 gradi che caratterizza il conflitto asimmetrico. La piena considerazione di tutti i fattori presenti in teatro operativo è l’approccio scelto dagli scenari esercitativi degli ultimi anni.

Un orientamento che sembra non piacere all’industria della Difesa.

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Sull’uso del Predator in Iraq da parte del contingente italiano di Antica Babilonia:

La Sassari in Iraq, una tenace offensiva umanitaria (8 marzo 2006)

Fonti: Ansa, Il Foglio (via rassegna smD), Reuters

Foto: topnews.in

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Forze Armate · Sicurezza

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