Dic 31, 2014
43 Views
0 0

IS, ISIS, ISIL o EI: è lo “Stato Islamico”, nuovo attore global e social che parla inglese

Written by

By Filippo Malinverno

La sigla IS, con tutte le sue varianti del caso, è divenuta negli ultimi mesi una delle parole più ricercate del web. Che sia IS, ISIS, ISIL oppure EI una cosa è certa: nella Mezzaluna fertile stiamo assistendo alla nascita di un nuovo Stato. Chi lo sostiene? Chi lo combatte? Com’è strutturato?

Di gruppi terroristici e fronti armati islamici negli ultimi anni ne abbiamo visti di tutti i colori. Al-Qaida, Boko Haram, Al-Nusra, Hamas e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia, ne esiste uno che di recente tormenta i pensieri dell’Occidente in modo particolare, più di tutti gli altri: l’IS (o ex-ISIS o ISIL, come era chiamato prima della creazione del Califfato), lo Stato islamico. Definirlo “gruppo terroristico” però non sarebbe del tutto corretto: questo è solo il modo in cui la maggior parte di noi, influenzata dalle terribili immagini delle decapitazioni, tende a classificare quello che in realtà non è semplicemente un’accozzaglia di terroristi invasati, ma è a tutti gli effetti un vero e proprio Stato.

Proprio così, l’IS (in arabo “al-Dawla al-Islāmiyya”) è uno Stato, non riconosciuto a livello mondiale e proclamatosi tale il 29 giugno scorso, quando il leader del movimento, Abu Bakr al-Baghdadi, ha annunciato urbi et orbi la rinascita del Califfato islamico. Dopo aver stabilito la sua capitale de facto ad Al-Raqqa, città del nord della Siria, lo Stato islamico si è dotato di una vera e propria amministrazione che offre servizi scolastici ai suoi cittadini, ricompensa i suoi soldati, riscuote le tasse, fornisce acqua ed energia elettrica e, da qualche settimana a questa parte, sembra aver installato nei suoi centri abitati delle cabine telefoniche dalle quali è possibile telefonare gratuitamente. Insomma, il Califfo non sembra aver dimenticato i suoi nuovi sudditi e sta costruendo gradualmente un vero e proprio sistema di welfare. Pare che al-Baghdadi stia realizzando il progetto del fondatore del movimento, Abu Musab al-Zarqawi, ex-membro di Al-Qaida ucciso ne 2006 da una bomba in Iraq. Sorprendente per uno Stato che è perennemente in guerra su tre fronti: contro il governo iracheno di Baghdad, contro il regime di Assad in Siria e contro i peshmerga del Kurdistan iracheno.

Del resto le risorse non mancano. Pozzo dopo pozzo, i soldati dello Stato islamico hanno conquistato una quantità di giacimenti petroliferi sufficiente a raccogliere ingenti somme di denaro (l’IS vende il petrolio sul mercato a un prezzo decisamente inferiore rispetto agli altri produttori), che servono per mantenere la sua sempre più numerosa macchina da guerra umana: i miliziani del Califfo sono pagati meglio dei soldati governativi siriani ed iracheni e ciò garantisce all’esercito una maggiore coesione nelle fasi operative. Esiste tuttavia la possibilità che, di fronte alla rapida e continua espansione dell’IS, le fonti di petrolio finora conquistate non siano più sufficienti a sostenere l’ingrandimento dello Stato.

Un aspetto altrettanto importante dell’IS e che evidenzia quanto sia elevato il livello della sua organizzazione è il linguaggio: sfruttando la straordinaria risonanza che offrono i social network come Facebook, YouTube e Twitter (penso che Instagram lo lasceranno perdere…), il Califfato utilizza un linguaggio e una propaganda che gli permette di riscuotere consenso in tutto il mondo, penetrando qualsiasi tipo di cultura o società. Non a caso, i militanti dell’IS comunicano sempre in inglese, la lingua veicolo di informazioni per eccellenza, semplicemente perché non tutti gli islamici parlano arabo. Tramite l’inglese tutti i devoti di Allah, e non solo, possono comprendere facilmente i messaggi che il Califfo vuole diffondere. Lo stile con il quale questi messaggi vengono diffusi appare decisamente efferato e crudele: decapitazioni ed esecuzioni, postate in rete con una facilità irrisoria, sono per l’IS un simbolo di forza. Ovviamente a noi occidentali questi atti sembrano delle barbarie, perché fondamentalmente lo sono. E il Califfo questo lo sa. Così come conosce il tipo di reazione che questi video potrebbero provocare in ognuno di noi: l’obiettivo della sua propaganda è proprio quello di suscitare in noi ribrezzo e paura, tanto da farci desistere da qualsiasi tentativo di intervento diretto contro il suo Stato.

Ma finora qual è stato il comportamento dell’Occidente? Nel settembre scorso, durante il vertice di Parigi, il presidente Barack Obama, affermando più volte di voler usare il pugno di ferro contro lo Stato islamico, aveva esortato la comunità internazionale a cooperare con gli Stati Uniti per fermare l’operato del Califfo in Medio Oriente. Diversi paesi, tra cui l’Italia, si sono uniti alla causa, ma la coalizione anti-Is sembra fare acqua: in primo luogo perché gli obiettivi militari sono incerti e diversificati (del resto è difficile colpire un nemico che controlla un territorio non geograficamente compatto): è una guerra contro Assad, contro l’IS o contro entrambi?; in secondo luogo perché i principali nemici dell’Is, su tutti l’Iran sciita, non agiscono direttamente all’interno di essa: Teheran, stando alle rivelazioni della Reuters, sarebbe anche disposta a combattere in prima linea il Califfato, ma in cambio desidererebbe più flessibilità sul programma iraniano di arricchimento dell’uranio, in merito al quale è in corso un negoziato con Washington; infine, una guerra combattuta senza l’utilizzo di forze terrestri non sembrerebbe dare risultati soddisfacenti: i raid aerei limitati potrebbero non bastare per sconfiggere l’esercito di al-Baghdadi, ma nessun paese occidentale è disposto a impiegare le proprie risorse militari sul campo.

In tutto ciò, la posizione della Turchia rimane ambigua. Nonostante i jihadisti siano arrivati a pochi chilometri dal confine turco, Ankara non si è ancora messa a completa disposizione degli Stati occidentali per fornire un appoggio militare contro le milizie del Califfo. Le basi turche vicino al confine con la Siria e L’Iraq sarebbero fondamentali per le operazioni militari anti-Is, ma gli eredi della Sublime Porta indugiano. E’ cosa nota che l’indipendenza del Kurdistan non stia particolarmente a cuore ad Ankara e un indebolimento delle forze curde contro i jihadisti non sarebbe cosa sgradita. Quando agirà la Turchia?

Osservando l’operato dell’Occidente, diviene lecito porsi una domanda: se lo Stato islamico non avesse invaso l’Iraq e si fosse limitato a combattere contro Assad e contro i curdi avremmo lo stesso creato una coalizione contro di lui? Probabilmente no, ma l’Iraq ha la fortuna/sfortuna di possedere immensi giacimenti petroliferi e l’assenza di una situazione stabile nella Mezzaluna fertile non giova certo al mercato dell’oro nero.

Ed è proprio dall’oro nero che deriva l’ultima osservazione da fare sulla guerra contro i jihadisti di Al-Raqqa. A chi giova questo conflitto? Gli unici paesi che potrebbero trarre vantaggio da un conflitto del genere sarebbero dei paesi esportatori di petrolio, che, grazie alla destabilizzazione strategica delle maggiori aree energetiche del mondo, riuscirebbero in questo modo a vendere il loro prodotto a prezzi inferiori a quelli dei produttori rivali. La Libia, con la guerra del 2011, è già stata messa fuori gioco, sfruttando l’ondata rivoluzionaria della “primavera araba”. L’Ucraina, nazione cruciale per il passaggio dei diversi gasdotti, è divisa in due e palesemente destabilizzata. Ora l’Iraq e la Siria, con quest’ultima coinvolta in guerra civile dal 2013. Nel frattempo, nel giugno 2014, l’Ufficio per la Sicurezza e l’Industria del dipartimento al Commercio Americano ha autorizzato, per la prima volta in 40 anni, due piccole compagnie petrolifere americane a vendere petrolio greggio all’estero. Gli Stati Uniti sono diventati a tutti gli effetti esportatori di petrolio, grazie allo sfruttamento delle formazioni geologiche cosiddette “Shale”. Il petrolio americano a basso prezzo sta invadendo il mercato, danneggiando paesi produttori come la Russia, il Venezuela, l’Iran e le monarchie del Golfo. Forse la strategia di Obama non era poi così superficiale come molti l’hanno definita.

Difficilmente l’IS diventerà il nuovo “terrore della Cristianità”, perché per ora i seguaci di al-Baghdadi sono ancora occupati a ritagliarsi il proprio spazio nel mondo islamico, socialmente, politicamente, militarmente ed economicamente. Per tradizione, l’Occidente non perde occasione per far sentire la propria voce e curare i propri interessi intervenendo in aree del mondo che gli stanno davvero a cuore. Contando che uno dei nemici principali dell’IS in Siria è il regime di Bashar al-Assad, regime che nel 2013 le potenze occidentali hanno combattuto sostenendo i ribelli siriani, il problema questa volta è molto serio: qual è il vero obiettivo di Europa e Stati Uniti? Chi è il vero nemico, l’IS oppure Assad? Contro chi bisognerà continuare a combattere?

Filippo Malinverno

Foto: Independent

Article Categories:
Filippo Malinverno