Cina

L’ascesa cinese in Asia Centrale/8, V.Mentesana – Cenni sui rapporti tra Cina e Asia Centrale

Fig 3 Cap 5_L'ascesa cinese in Asia Centrale - V MentesanaBy Valentina Mentesana
Cap 5 della tesi L’ascesa cinese in Asia Centrale, di Annalisa Boccalon, Valentina Mentesana, Agnese Sollero

Cenni sui rapporti tra Cina e Asia Centrale
Geograficamente parlando, l’Asia Centrale è una macro­regione compresa tra il Mar Caspio e la Cina (Fig. 3).

Fanno parte di quest’area Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan.

Si tratta di una classificazione che, tuttavia, non è universalmente condivisa, in quanto l’UNESCO fa rientrare in questa macro­area anche Afghanistan, Mongolia, Cina Occidentale, Iran nord­orientale, Pakistan occidentale, parte della Russia, India e Pakistan settentrionali.

Le problematiche dell’area
Dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica, il processo di formazione delle nuove repubbliche centro­asiatiche è stato pressoché immediato. Tuttavia, la celerità del processo di indipendenza non può e non deve celare alcune profonde problematiche tutt’ora presenti all’interno di questi Stati di recente formazione.

Proprio a causa di questa rapida trasformazione in Stati autonomi si è resa necessaria la creazione di nuove istituzioni la cui natura, al momento dell’indipendenza, non era ancora ben stata definita. Ecco che, quindi, l’onere dell’amministrazione dei nuovi Stati è stata affidata perlopiù a membri vicini alla vecchia classe dirigente comunista. Le istituzioni odierne sono quindi macchiate dal nepotismo e dalla mancanza di pluralismo politico. Al contempo, nemmeno la situazione economica è fra le più rosee.

Nonostante l’oggettiva ricchezza di risorse energetiche dell’area centro­asiatica, lo sfruttamento delle stesse, come vedremo in seguito, è ad appannaggio di potenze esterne e le repubbliche centro­asiatiche dipendono sempre più dagli investimenti esteri, prima da quelli russi ora da quelli cinesi.

L’azione cinese
In passato la politica di Pechino nei confronti delle frontiere nord­occidentali era caratterizzata da un taglio difensivista dovuto ad una visione scarsamente lungimirante. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica la visione strategica cinese è ovviamente mutata. Per le neonate repubbliche centro­asiatiche la Cina è un partner naturale in quanto, non avendo sbocchi al mare, possono sfruttare la vicinanza con la Repubblica Popolare Cinese per rafforzare i legami commerciali.

Pechino ritiene indispensabile promuovere la realizzazione congiunta di una serie di iniziative ad ampio spettro, dalla lotta ai “tre mali”, alla cooperazione economica e militare, sino all’aperta opposizione alle potenze considerate “nemiche”. Non sono trascurabili, tuttavia, nemmeno gli obiettivi più strettamente economici come quelli legati alla sicurezza energetica.

Si procede, quindi, con la conclusione di accordi di cooperazione amichevole e con la gestione congiunta delle minacce nell’ambito della SCO. La diplomazia cinese, inoltre, è fatta anche di regolari scambi di visite ai massimi livelli gerarchici.

Dal punto di vista pratico, Cina, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan hanno risolto i contenziosi che pendevano da anni. Nel 1996 e nel 1999 Cina e Kirghizistan hanno firmato due protocolli per risolvere le dispute sui confini. Con la ratifica di tali accordi il Kirghizistan ha ceduto complessivamente 125.000 ettari di territorio a Pechino in cambio dell’avvio di relazioni cordiali tra Bishkek e la capitale cinese.

All’interno del territorio kirghizo non sono mancate le proteste. Il 7 maggio 2002 il Tagikistan ha ceduto 1.000 km2 alla Cina in cambio del ritiro delle pretese cinesi su un’area di 28.000 km2 in territorio tagico. Tre giorni più tardi, il 10 maggio 2002, Cina e Kazakistan hanno sottoscritto a Pechino il Protocollo sulla Demarcazione del Confine di Stato che pone fine alle dispute circa il confine di 1.740 km che separa i due Paesi.

Per quanto riguarda le influenze esterne, il ruolo degli Stati Uniti nell’area per promuovere la democrazia è da considerarsi, secondo gli attori già presenti nell’area, come un’interferenza negli affari interni di questi Stati sovrani ed è , quindi, un’azione da limitare fortemente. Al contempo, si ritiene che anche le Rivoluzioni Colorate violino la sovranità di tali Stati minacciandone il legittimo governo e fornendo ai terroristi ed agli estremisti l’opportunità di manipolare la situazione in loro favore.

A fronte di tali pericoli, la Repubblica Popolare Cinese ha deciso di aumentare i propri sforzi nell’area per cogliere appieno le occasioni economiche che si presentano, ma anche per affrontare questioni che richiedono un diretto impegno cinese, capacità di iniziativa regionale e vigilanza non necessarie prima. Secondo la Far Eastern Economic Review la Cina starebbe costruendo in Asia un nuovo impero coloniale.

Valentina Mentesana

Seguirà: L’evoluzione del fabbisogno energetico cinese nell’ultimo ventennio, di Annalisa Boccalon

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Mappa fornita dalle autrici

L’ascesa cinese in Asia Centrale/7, V.Mentesana – La Shanghai Cooperation Organisation

CHINA-RUSSIA_-_Vladimir Putin_Hu JintaoBy Valentina Mentesana
Cap 4 della tesi L’ascesa cinese in Asia Centrale, di Annalisa Boccalon, Valentina Mentesana, Agnese Sollero

4. La Shanghai Cooperation Organisation
Un’attenzione particolare va rivolta alla Shanghai Cooperation Organisation (SCO), l’organizzazione fortemente voluta soprattutto da Repubblica Popolare Cinese e Federazione Russa per sviluppare un approccio quanto più multilaterale possibile nella gestione della sicurezza dell’area centroasiatica, storicamente soggetta ai giochi di potere delle potenze europee.

In questa parte ci limiteremo ad introdurre l’argomento che verrà poi approfondito soprattutto per quanto riguarda i rapporti di Cina e Russia entro la SCO.

Le origini: Shanghai Five Forum
Nell’aprile 1996 Repubblica Popolare Cinese, Federazione Russa, Repubblica del Kazakistan, Repubblica Kirghiza e Repubblica del Tagikistan diedero vita allo Shanghai Five Forum con l’obiettivo di aumentare la cooperazione nella sfera militare. L’anno seguente si giunse alla firma di un accordo sulla riduzione del dispiegamento di uomini in Asia Centrale e, in cambio, la Cina offrì la possibilità di elargire una limitata assistenza economica ai partner.

Al di là di ogni dichiarazione condita da idealismo, l’obiettivo concreto era quello di creare un’area di pace e stabilità lungo il confine sinorusso che allora sembrava l’area più instabile e foriera di pericoli.
Ciò che animava i cinque di Shangai e che continua ancora oggi ad animare l’erede SCO, sono soprattutto i principi di vicinato, cooperazione e amicizia.

Il vertice di Almaty del 1998 sancì la volontà dei cinque Stati di fare progressi circa le dispute sui confini e parallelamente la consapevolezza della necessità di rendere l’organizzazione più attiva nel risolvere le questioni regionali. Il passo successivo si compì al summit di Bishkek del 1999 che fornì l’occasione per dare un taglio economico al forum. In quell’occasione, infatti, ci si diede come obiettivo a lungo termine quello di rivitalizzare l’antica “Via della Seta”, obiettivo raggiungibile mediante una maggiore integrazione economica tra le repubbliche centroasiatiche, la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese.

L’inizio del XXI secolo segnò l’istituzionalizzazione del forum in Organizzazione Internazionale. In che modo avvenne quest’evoluzione?

Le cause sono da imputare principalmente, come vedremo, alla comparsa sulla scena internazionale, e nello specifico in Asia Centrale, di nuove minacce cosiddette “non convenzionali” e dalla profonda vulnerabilità delle neonate repubbliche centroasiatiche.

La nascita e l’affermazione della Shanghai Cooperation Organisation
Sulla scia del successo del Shangai Five, il 15 giugno 2001 Repubblica del Kazakistan, Repubblica Popolare Cinese, Repubblica Kirghiza, Federazione Russa, Repubblica del Tagikistan e Repubblica dell’Uzbekistan firmarono il Trattato di Shanghai che diede vita alla Shanghai Cooperation Organisation (SCO).

Dal punto di vista pratico, i membri della SCO occupano un territorio di circa 30.189.000 km2, i 3/5 dell’interno continente euroasiatico, e gli Stati membri sono abitati da circa 1,5 miliardi di persone.
I soggetti fondatori di quella che può essere a tutti gli effetti considerata un’organizzazione internazionale intergovernativa permanente decisero di compiere questo passo principalmente con lo scopo di rafforzare la mutua fiducia e le buone relazioni di vicinato tra gli Stati membri.

Concretamente, l’organizzazione ha oggi l’obiettivo di istituzionalizzare la cooperazione in campo politico, economico, scientifico, tecnologico, culturale, energetico, turistico ma soprattutto nel campo della sicurezza. Una cooperazione, quest’ultima, volta a combattere le minacce comuni, i cosiddetti “tre mali”, identificabili in separatismo etnico, estremismo religioso e terrorismo, che affliggono l’intera area centroasiatica.

Inoltre, dal punto di vista cinese, la SCO costituisce uno strumento strategico che consente a Pechino di allargare la sua influenza valicano i confini della sfera economica, fino a giungere ad essere determinante anche nel settore della sicurezza.

Indubbiamente l’aspetto economico non può essere trascurato dalla Cina, che, anzi, come già visto in precedenza, lo considera al contempo il presupposto necessario per la stabilità e l’obiettivo principale da raggiungere.

Pechino, quindi, sta cercando di convertire la SCO in un blocco commerciale ed economico unico. I membri della SCO basano le loro politiche interne sui principi di fiducia reciproca, mutuo beneficio, eguali diritti, consultazioni, rispetto per la diversità culturale e aspirazioni ad uno sviluppo comune.
Al contempo, le loro politiche estere sono condotte in accordo ai principi, cari alla Repubblica Popolare Cinese, di non allineamento e di apertura.

Nel giugno 2002 i Paesi appartenenti alla SCO firmarono l’Accordo sulle Strutture Regionali AntiTerrorismo (RATS), un accordo la cui importanza risiede soprattutto nella portata semplificatrice. Infatti, da quel momento in poi i sei Paesi scelsero di semplificare la cornice e soprattutto le interazioni pratiche in materia di lotta al terrorismo, al separatismo e all’estremismo.

L’anno successivo, durante il summit di Mosca del maggio 2003, si decise di trasferire le RATS da Bishkek a Tashkent e poco dopo, tra il 7 ed il 12 agosto 2003, si tenne la prima esercitazione congiunta dei Paesi appartenenti alla SCO.

Durante la visita dell’allora neopresidente cinese Hu Jintao in Russia fu sottolineato come la SCO avrebbe dovuto necessariamente diventare uno strumento di stabilità e di sicurezza regionale, nonché la sede per la prevenzione delle minacce terroristiche attraverso mezzi politici e di intelligence, in netta contrapposizione con il militarismo statunitense.

La cooperazione in materia di sicurezza si intensificò l’anno seguente, più precisamente nel giugno 2004, quando entro la SCO si costituì il gruppo di contatto sull’Afghanistan. Gli obiettivi della creazione di tale organo erano sostanzialmente politico-economici.

Accanto al consueto mantenimento della sicurezza e della stabilità nella regione, infatti,
ci si pose l’obiettivo di ravvivare l’economia afgana. A testimonianza che la linea tenuta della SCO è frutto soprattutto degli interessi cinesi, si deve registrare la proposta di costituire un fondo di sviluppo regionale avanzata durante il summit di Astana del luglio 2005.

Il 15 giugno 2006, durante il Sesto Summit di Shangai, si sancì il maggior coinvolgimento
della Cina nella cooperazione con le Repubbliche Centroasiatiche.

Questa scelta fu dettata dal timore di Pechino che le cosiddette “Rivoluzioni Colorate” del XXI secolo, minando le istituzioni, avrebbero potuto riproporre in Asia Centrale il Grande Gioco del XIX secolo ponendo le repubbliche centroasiatiche alla mercé degli altri attori internazionali. Si colse l’occasione, inoltre, per ribadire lo spirito di Shangai costituito dalla triade buon vicinato, amicizia e cooperazione.

Durante il vertice SCO del 2008 Wen Jabao affermò la necessità di “realizzare una maggiore interazione tra le nostre comunità finanziarie ed economiche”. Inoltre, ribadì come “i membri della SCO debbano lavorare per accrescere il coordinamento delle politiche monetarie e per migliorare i controlli finanziari”.
Pechino, quindi, si propose come asse per affrontare la crisi globale attraverso massicci investimenti nel settore delle infrastrutture, dei trasporti e dell’energia. Inoltre, Pechino affermò la sua disponibilità a finanziare progetti in ambito SCO volti a garantire la sicurezza alimentare delle popolazioni dell’area centroasiatica.

Perché la Cina compie questo passo?

La sicurezza regionale e il terrorismo islamico continuano ad essere annoverate tra le priorità della Cina nel quadro della SCO. Per Pechino, quindi, l’organizzazione rimane uno strumento chiave per contenere proprio il terrorismo islamico in una cornice regionale e multilaterale con il supporto dei Paesi interessati.

Anche in questo caso si evince la volontà cinese di procedere mediante gli strumenti del multilateralismo. La creazione della SCO avrebbe dovuto avere, nel lungo periodo, l’obiettivo di rendere obsolete le alleanze militari bilaterali della regione. La Cina, inoltre, sta tentando di neutralizzare gli uiguri dello Xinjiang grazie all’aiuto della SCO e delle repubbliche centroasiatiche facendo rientrare le azioni di protesta dei separatisti nei “tre mali” da combattere mediante tale alleanza.

La SCO, quindi, può a tutti gli effetti essere considerata il cuore dello sforzo cinese in campo estero.
Durante il summit di Pechino del 7 giugno 2012 il presidente cinese Hu Jintao, ormai alla fine del suo mandato presidenziale, elencò i punti da seguire per il futuro sviluppo della SCO: una SCO come fortezza di sicurezza regionale e di stabilità e una SCO come piattaforma per aumentare gli scambi internazionali.

Gli sviluppi più recenti
Nel XXI secolo la SCO rimane il forum di discussione privilegiato per le questioni legate al commercio e alla sicurezza. Nello specifico le minacce maggiormente temute dai membri della SCO sono il terrorismo e il narcotraffico.

Si tratta di un’agenda senza dubbio ambiziosa, ma fino ad ora anche in questi campi più delicati sono state prodotte solo mere dichiarazioni di intenti. Esempi lampanti di questa mancanza di efficacia sono l’assoluta assenza di reazioni da parte dei membri della SCO in seguito alle agitazioni verificatesi in Kirghizistan nell’aprile 2010. Tale silenzio è senza dubbio sintomo di una sostanziale debolezza istituzionale dell’organizzazione in questione.

Stessa situazione si è registrata in seguito alle violenze verificatesi nel luglio 2012 nella regione tagica del Gorno Badakhshan al confine con l’Afghanistan.

Va ricordato, però, come per altro verrà ampiamente spiegato nel prosieguo della trattazione, che le rivalità tra Russia e Cina potrebbero limitare il peso della SCO, un rapporto che un ex diplomatico kazako definì “la danza tra una mangusta ed un cobra” proprio per sottolinearne l’estrema delicatezza.

Una relazione in cui ormai oggi la Cina ricopre un ruolo sempre più importante grazie ad un’ascesa iniziata con la predominanza economica, ma che si sta ora consolidando anche in campo politico. Per il futuro ci si attende che emerga sempre più l’aspetto economico della SCO.

Valentina Mentesana

Seguirà: Cenni sui rapporti tra Cina e Asia Centrale

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Foto: AsiaNews

L’ascesa cinese in Asia Centrale/6, V.Mentesana – Le politiche di Pechino nello Xinjiang

By Valentina Mentesana

Cap 3 della tesi L’ascesa cinese in Asia Centrale, di Annalisa Boccalon, Valentina Mentesana, Agnese Sollero

Le politiche di Pechino nella regione [dello Xinjiang]

L’inizio dello sviluppo economico della regione va fatto risalire quantomeno al 1985, anno in cui il governo di Pechino, per poter riequilibrare la situazione economica tra province orientali, aperte al commercio marittimo, e province occidentali, tendenzialmente svantaggiate dalla posizione continentale, aprì i confini occidentali al commercio creando, così, nuove opportunità per i cittadini cinesi.

Furono predisposti investimenti infrastrutturali e si investì in modo massiccio nel settore dell’educazione per formare coloro, gli uiguri, che venivano considerati dal governo di Pechino come bisognosi di ricevere un’educazione.

Nel 2000 il governo di Pechino lanciò Develop the West, un programma quinquennale che prevedeva lo stanziamento di sette miliardi di dollari statunitensi con lo scopo di integrare maggiormente le regioni occidentali nell’economia cinese e di assimilarne la popolazione all’interno della comunità dei cittadini eguali di uno Stato multietnico governato da Pechino.

In seguito all’avvio del programma e al trasferimento di fondi, milioni di lavoratori di etnia Han si trasferirono nello Xinjiang per lavorare alla costruzione di strade e infrastrutture.

Si trattava dei cosiddetti self drifters, migranti volontari che si trasferivano in cerca di migliori condizioni di vita.

Questa migrazione volontaria fu rafforzata dalla cosiddetta politica di Hanizzazione posta in essere da Pechino nello Xinjiang simultaneamente all’implementazione del programma Develop the West.

Si trattava di elargire incentivi agli Han che decidevano volontariamente di trasferirsi a ovest.

Pechino, infatti, offriva a questi self drifters abitazioni e livelli di retribuzione più elevati rispetto ai salari medi locali.

Stando al punto di vista cinese, lo Xinjiang fu così interessato da uno sviluppo economico pressoché uniforme nel XX secolo, sviluppo incentivato dalla presenza di giacimenti di petrolio e gas. Molti dei cambiamenti introdotti nella regione possono e devono essere visti come delle innovazioni positive per cui, secondo Pechino, è incomprensibile considerare tale programma come un problema.

Il rapido sviluppo economico della regione, infatti, avrebbe creato un notevole aumento della ricchezza pro capite tanto che oggi la regione è la dodicesima proprio per il livello del PIL pro capite. In uno Stato in cui è ancora forte l’incidenza della povertà sulle masse rurali, lo Xinjiang risulta essere la terza provincia per equità di redditi tra popolazione rurale e urbana, si tratta, quindi, di una delle province in cui è meno evidente la disparità di reddito tra campagne e città.

La capitale dello Xinjiang, Urumchi, è l’emblema delle boom town cinesi, caratterizzata da alti grattacieli  simboleggianti il boom economico e, in qualche modo, il presunto raggiungimento dello standard di vita statunitense (il grattacielo è ormai diventato celebrazione dello sviluppo tecnologico e della ricchezza. Per questo motivo in molti Paesi dell’Estremo Oriente si è diffusa la tendenza a costruire questi enormi edifici, strumenti di ostentazione del progresso economico).

Pechino, quindi, celebra questo sviluppo della regione annoverandolo tra i meriti dell’amministrazione del Partito Comunista Cinese. Per quanto riguarda l’aspetto educativo, il governo centrale considerava la popolazione uigura come arretrata e rientrava, quindi, tra i suoi obiettivi la civilizzazione e la modernizzazione di tale comunità.

In merito all’urbanizzazione, i migranti Han non avrebbero sfollato i vecchi abitanti uiguri, né tanto meno avrebbero sovrastato la loro cultura. Il governo di Pechino continua a ribadire, per altro, come la Repubblica Popolare Cinese sia uno Stato multietnico all’interno del quale vige l’assoluta libertà di movimento. Infine, per quanto riguarda la presunta discriminazione nell’assunzione di uiguri, le autorità di Pechino temono che questi, una volta assunti tra i quadri, possano fungere da cavallo di Troia per minare dall’interno i ranghi dell’amministrazione centrale.

Il timore è fondato in quanto sono molto forti i legami tra la comunità uigura dello Xinjiang e quelli della diaspora che non mancano di offrire appoggio materiale e spirituale ai primi. Inoltre, è molto forte l’influenza dell’Arabia Saudita, che invia piccole armi in territorio cinese, così come quella del Pakistan, che diffonde pamphlet a carattere religioso nelle città accessibili attraverso il passo del Kunjerab.

Va ricordato, inoltre, che alcuni uiguri dello Xinjiang hanno combattuto al fianco di Al Qaeda in Afghanistan. In virtù di questi elementi è giustificabile, agli occhi di Pechino, la fermezza e la severità con cui si concretizza l’azione del governo centrale nella regione.

Gli uiguri oppongono una visione critica all’ottimismo di Pechino e ritengono che lo sviluppo economico abbia marginalizzato il loro gruppo etnico minacciandone la stessa sopravvivenza.

Gli uiguri enfatizzano i lati oscuri di questo sviluppo e ogni innovazione introdotta dal governo centrale viene considerata un passo ulteriore verso la marginalizzazione degli uiguri come gruppo nella loro terra natale. Essi imputano al governo centrale anche una sorta di discriminazione economica nei loro confronti. A loro modo di vedere, infatti, è rinvenibile un’ineguale suddivisione della ricchezza tra uiguri e Han in quanto sono stati proprio questi ultimi quelli maggiormente coinvolti nei progetti di sviluppo economico della regione.

Gli Han, infatti, ricoprono approssimativamente i 4/5 dei posti di lavoro nel settore manifatturiero, nel settore energetico, in quello dei trasporti, delle comunicazioni e dello sviluppo tecnologico e i 9/10 dei posti di lavoro nel settore delle costruzioni.

Stessa annotazione va fatta per i benefici derivanti dall’apertura delle frontiere occidentali al commercio. Gli uiguri sono stati fin dai primi anni ‘90 i dominatori delle vie del commercio tra Cina, Kazakistan e Kirghizistan. Attualmente, invece, stanno perdendo terreno a favore dei commercianti Han che hanno già stabilito dei propri agenti permanenti nei principali centri di Almaty (Kazakistan), Bishkek (Kirghizistan), Osh (Kirghizistan) e Tashkent (Uzbekistan).

Ovviamente nemmeno il Partito Comunista Cinese è esente da critiche. I cittadini turchi dello Xinjiang sono tendenzialmente esclusi dai ruoli dirigenziali entro il Partito. I tassi di disoccupazione che si registrano nella regione mostrano una netta divergenza tra i tassi riferiti alla popolazione Han e quelli riferiti ad uiguri, kazaki e kirghizi.

Si tratta di una discrepanza che in altre regioni è mitigata dallo sviluppo del settore privato che, tendenzialmente, non opera discriminazioni etniche così marcate. Ricordiamo, infatti, che nello Xinjiang l’economia è strettamente connessa all’impiego statale tanto che spesso i cinesi si riferiscono a questa regione come all’ultimo bastione del socialismo di Stato.

Un’altra argomentazione proposta dalla comunità uigura come critica all’operato di Pechino riguarda la redistribuzione degli introiti derivanti dallo sfruttamento delle risorse energetiche dello Xinjiang.

Sembrerebbe, infatti, che la parte della ricchezza reindirizzata a Pechino serva a sostenere progetti che in futuro potrebbero minacciare le terre e l’ambiente dello Xinjiang.

Anche per quanto riguarda il settore educativo, indubbiamente implementato grazie alla diffusione capillare di edifici scolastici costruiti grazie ai fondi stanziati dal programma Develop the West, non sono mancate le critiche da parte della comunità uigura che ha considerato la riorganizzazione operata da Pechino come un attacco frontale nei propri confronti.

Sebbene non si possa negare, infatti, che anche gli uiguri abbiano beneficiato dell’estensione dell’educazione, va tenuto in considerazione un aspetto non di secondaria importanza: la lingua d’insegnamento.

Dal maggio 2002 nelle nuove scuole cinesi dello Xinjiang l’insegnamento è impartito in lingua cinese e non viene tenuto conto della volontà della comunità uigura di mantenere vivo l’insegnamento della loro lingua. Accade, quindi, che le famiglie uigure in cui ci sono un figlio maschio e una figlia femmina scelgano di far frequentare le scuole cinesi ai figli maschi, che dovranno poi integrarsi nel tessuto produttivo dello Xinjiang, e le scuole uigure o kazake alle figlie femmine che avranno l’onere, invece, di trasmettere alle generazioni future la cultura tradizionale uigura.

Questa scelta, ovviamente, incide negativamente sul gap di genere per quando riguarda la formazione. La critica uigura prosegue, poi, elencando i danni provocati dall’ingerenza di Pechino nei settori tradizionali dell’economia dello Xinjiang.

Secondo gli uiguri, infatti, l’impegno profuso per l’intensificazione delle monocolture di cotone e l’inefficienza dell’agricoltura Han starebbe prosciugando le oasi acquifere non rinnovabili del sud della regione.

Se continuerà così, gli uiguri temono che l’agricoltura, alla base della loro civilizzazione, possa morire. L’esaurimento delle riserve d’acqua sta, inoltre, favorendo l’espansione dei fenomeni di desertificazione. Dal punto di vista dell’urbanistica, infine, la presenza dei grattacieli non farebbe che sottolineare l’umiliazione etnico-religiosa da loro subita per mano dell’etnia Han.

Dal punto di vista dell’azione sono rinvenibili almeno tre tendenze all’interno della comunità uigura:

assimilazionisti

autonomisti

separatisti

Gli assimilazionisti attualmente rappresentano una minima percentuale della popolazione. Si tratta di individui che mirano a mantenere il loro ruolo di cittadini eguali all’interno di un grande Stato multietnico cinese per questo tentano di rivolgersi direttamente alle istituzioni.

Gli autonomisti, invece, sono individui fortemente impegnati nella preservazione dell’identità, della cultura e della tradizioni uigure, e sono convinti che questi obiettivi possano essere raggiunti soltanto attraverso la concessione alla regione di un significativo livello di autonomia. Ritengono, quindi, che sia importante concretizzare ciò che è formalmente già scritto in Costituzione ponendo l’accento sull’autodeterminazione. Gli autonomisti chiedono di porre i flussi di migrazione Han sotto il controllo uiguro e di avere maggior voce in capitolo nello sfruttamento delle risorse naturali della regione. Si tratta di obiettivi raggiungibili attraverso un processo più aperto e democratico di amministrazione dello Xinjiang.

Infine, i separatisti, hanno gli stessi obiettivi degli autonomisti ma sono convinti che tali obiettivi siano raggiungibili solo attraverso una piena separazione politica della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang dalla Repubblica Popolare Cinese.

Le loro attività ricevono il sostegno economico delle comunità uigure sparse nel mondo e residenti soprattutto in Turchia, Germania, Stati Uniti e Asia Centrale. I separatisti sono a loro volta suddivisi al loro interno tra chi opera con metodi violenti per perseguire lo scopo condiviso e chi lo fa con metodi pacifici, solitamente, questi ultimi, individui di elevata formazione e figli di uiguri assimilazionisti.

Tra coloro che scelgono la via della violenza è invalso l’uso degli strumenti del terrorismo politico che continua a provocare vittime e distruzione di proprietà statali. Chi appartiene alla frangia violenta dei separatisti non è riconducibile ad un’unica grande organizzazione, ma, al contrario, può far parte dei cosiddetti “separatisti secolari”, il cui unico obiettivo è la creazione di uno Stato indipendente, ovvero degli “attivisti religiosi” che vorrebbero imporre anche una legislazione islamica in quanto, nella loro visione, lo Xinjiang è parte della umma islamica.

Tra i gruppi militanti separatisti che operano nello Xinjiang si ricordano il Partito Islamico del Turkestan dell’Est, il Movimento Islamico del Turkestan dell’Est, il Partito di Allah del Turkestan dell’Est e i Guerrieri Islamici.

Si tratta di gruppi di recente islamizzazione che praticano la violenza in nome dell’islam ricevendo fondi dall’Arabia Saudita, dai Paesi del Golfo e da altri Stati del Medio Oriente. Alcuni di loro hanno legami con organizzazioni simili stanziate in Afghanistan, Pakistan, Turchia, Uzbekistan e Kirghizistan.

Attualmente non sono disponibili dati precisi circa i numeri di individui che fanno parte di queste organizzazioni perché le indagini su questa tematica non possono essere condotte nello Xinjiang. Tuttavia, benché non ci siano cifre ufficiali, secondo alcune stime sembrerebbe che il numero di separatisti religiosi sia notevolmente aumentato negli ultimi cinque anni.

Va ribadito che se anche lo Stato centrale riuscisse a sradicare le idee separatiste ciò non condurrebbe a un’automatica vittoria anche nei confronti degli autonomisti. Inoltre, è difficile approntare una strategia complessiva efficace per contrastare questi dissidenti in quanto il numero dei membri di ogni categoria varia costantemente come reazione al mutamento delle condizioni di vita della comunità uigura nello Xinjiang. È credibile pensare, quindi, che un miglioramento del trattamento degli uiguri potrebbe fornire la spinta necessaria per far accettare l’assimilazione.

Al contrario, un peggioramento delle loro condizioni di vita ridurrebbe alcuni di loro alla disperazione circa la possibilità di ottenere l’autonomia e potrebbe indurli a votarsi al separatismo.

In conclusione, l’obiettivo primario delle iniziative di Pechino è l’assimilazione degli uiguri nella società cinese. Per perseguire tale scopo il governo centrale sta cercando di eliminare ogni minaccia interna o esterna al controllo cinese sul territorio dello Xinjiang e di conseguenza alla sovranità cinese e all’integrità territoriale. Pechino agisce, quindi, su un duplice fronte: nell’ambito della politica interna insiste sul programma Develop the West continuando a non porre limiti alla migrazione Han, sul fronte della politica estera è in atto uno sforzo per la neutralizzazione e l’eliminazione delle forze esterne che possono minacciare il controllo dello Xinjiang e il suo sviluppo.

Alcuni episodi di violenza

Nel luglio 1995 le autorità governative arrestarono un imam moderato a Khotan. La notizia si sparse quando i fedeli si radunarono per la preghiera del venerdì e, a quel punto, decisero di scendere in piazza.

La polizia represse con violenza la manifestazione provocando molte vittime.

Nel febbraio 1997 i giovani di Gulcha incominciarono a riunirsi pacificamente con l’obiettivo di lanciare un programma contro l’abuso di droga e alcol. Il governo centrale etichettò il movimento come “fanatismo religioso” e nel confronto fisico che ne seguì si registrarono diverse centinaia di morti.

Nel 1998 il governo di Pechino lanciò la campagna “Colpisci forte! Massima pressione!” poi intensificata a partire dal 2001. Si trattava di attuare massicci arresti di massa, esecuzioni e di imporre restrizioni per le organizzazioni religiose e non.

Lo scopo era quello di sopprimere l’opposizione uigura e per fare questo non si esitò a usare anche gli strumenti della tortura e della restrizione dei diritti umani. Pechino inviò 15.000 dipendenti non militari per sostenere questo sforzo, ma l’unico risultato fu la transizione della protesta dalla pubblica piazza alla piazza informatica. Nacque, così, quello che Dru Gladney (Presidente dell’Istituto del Bacino del Pacifico il Pomona College e Professore di Antropologia presso il Pomona College) ha definito “cyberseparatism” potenzialmente più pericoloso della resistenza fisica in quanto è in grado di riunire tutte le comunità uigure sparse nel mondo.

Valentina Mentesana

Seguirà La Shanghai Cooperation Organisation

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La foto di Urumqi è di Wikimedia

Le nuove direttive della politica energetica: shale gas e crisi ucraina allontanano la Russia dal mercato europeo? 3.Conclusioni

By Marco Antollovich

Come sta cambiando lo scacchiere energetico mondiale e quali le conseguenze della rivoluzione dello shale gas e della crisi ucraina per i mercati europei?

Analisi in tre puntate. Si conclude oggi, con le conclusioni dell’autore, la pubblicazione su Paola Casoli il Blog dell’ultimo lavoro di Marco Antollovich sulle nuove direttive della politica energetica nello scacchiere internazionale.

#shalegas #LNG #Cina #Giappone #Russia

Conclusioni: La virata a Oriente

L’inasprimento della crisi ucraina e una politica europea e statunitense marcatamente ostili a Mosca hanno spinto la Russia ad aumentare le esportazioni di idrocarburi verso paesi non ancora autosufficienti dal punto di vista energetico: Cina, Corea e Giappone.

Dopo l’incidente di Fukushima la dipendenza giapponese da LNG è aumentata drasticamente, il che ha spinto Tokio a incentivare una serie di joint-ventures russo-giapponesi volte a favorire la produzione di Liquefied Natural Gas russo (Progetti Sakhalin I e Sakhalin II).

Tuttavia, dei tre paesi asiatici, Pechino risulta essere l’attore di maggior peso nell’area, considerando il recente sorpasso a “danno” degli Stati Uniti come primo importatore netto di petrolio e altri combustibili liquidi al mondo (Energy Information Agency, 2014).  Con i consumi in piena crescita, la produzione interna di greggio in calo (i due enormi giacimenti di Daqing e Shengli risultano infatti in uno stadio ormai maturo, poiché attivi sin dai primi anni ’60) e l’impossibilità materiale di sfruttare le riserve di shale gas nel breve periodo hanno spinto la Cina direttamente tra le braccia di Mosca.

La stipula di quello che viene definito come l’”Accordo del Secolo” tra Russia e Cina sembra in realtà una mossa abbastanza ovvia, considerando il fatto che il più grande esportatore di gas naturale e il più grande importatore mondiale di idrocarburi hanno una frontiera comune di 4.245 chilometri. Tuttavia, sebbene la costruzione di un gasdotto sino-russo fosse prevedibile, ciò che risultava meno scontato era la tempistica, il timing.

Un accordo da 400 miliardi di dollari (considerando che il prezzo del gas russo per la Cina dovrebbe essere di circa 350 dollari per 1.000 metri cubi) difficilmente viene ignorato, ma diventa sintomatico di una virata di interessi verso i mercati asiatici se avviene alla vigilia della dichiarazione delle sanzioni ai danni della Russia.

La costruzione del gasdotto “Potere della Siberia” (Сила Сибири – Sila Sibiri in russo o Yakutia–Khabarovsk–Vladivostok pipeline) avrà ripercussioni certamente positive sia per il mercato russo che per quello cinese nel lungo periodo, il tutto senza privare Mosca della possibilità di esportare gas in Europa.

In Russia, la maggior parte degli idrocarburi destinati all’Europa provengono dalle regioni “storiche”, ovvero la Siberia Occidentale, il bacino del Volga – Urali e il bacino settentrionale di Timan – Pechora, mentre per quelli destinati alla Cina proviene invece quasi interamente  dai nuovi bacini della Siberia Orientale, troppo distanti dall’Europa per compensare i costi di trasporto in base al prezzo corrente del gas.

Tale divisione dei bacini di approvvigionamento implica il fatto che Mosca non stia rinunciando al redditizio mercato europeo, bensì che stia cercando nuovi mercati nel caso in cui le sanzioni occidentali portassero a una riduzione del volume di esportazioni russe.

Considerando che l’Europa acquista circa 160 miliardi di metri cubi di gas all’anno dalla Russia e che, una volta terminato il gasdotto sino-russo, Mosca dovrebbe fornire alla Cina fino a 68 miliardi di metri cubi di gas annui, è difficile negare la vittoria russa sullo scacchiere energetico mondiale. Se l’Europa decidesse infatti di ridurre drasticamente le importazioni di gas dalla Russia nel breve periodo, si troverebbe priva di potenziali fornitori alternativi, mentre Mosca, grazie all’ accordo con Pechino, è stata in grado di assicurarsi un compratore che da solo andrebbe a coprire quasi metà delle mancate esportazioni verso il Vecchio Continente.

Marco Antollovich

I due post precedenti sono ai link:

Le nuove direttive della politica energetica:  shale gas e crisi ucraina allontanano la Russia dal mercato europeo? 1.USA, Europa e Russia (19 agosto 2014)

Le nuove direttive della politica energetica:  shale gas e crisi ucraina allontanano la Russia dal mercato europeo? 2.South Stream o vie alternative (20 agosto 2014)

Dello stesso autore:

Transnistria e Ucraina: i dati che nessuno sembra vedere. E quella telefonata scurrile della Tymoshenko (26 marzo 2014)

Transnistria: un conflitto congelato da vent’anni nell’interesse delle grandi potenze e delle élite russe e ucraine (18 marzo 2014)

La pubblicazione in corso della tesi: Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente

Foto: presstv.ir

L’ascesa cinese in Asia Centrale/5, Mentesana – Lo Xinjiang

By Valentina Mentesana

Cap 2 della tesi L’ascesa cinese in Asia Centrale, di Annalisa Boccalon – Valentina Mentesana – Agnese Sollero

Xinjiang: il fattore geografico

La Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang si trova nella parte nordoccidentale della Cina e da sola, con i suoi 1.660.000 km2 di estensione, rappresenta il 18% della superficie dell’intera  Repubblica Popolare Cinese.

Data la sua posizione si tratta di una regione strategicamente rilevante per Pechino, infatti, è l’area che fa sì che la Cina possa essere considerata a tutti gli effetti parte integrante dell’Asia Centrale e non come una semplice vicina. Per comprendere questa affermazione è necessario analizzare brevemente i confini territoriali dello Xinjiang. Come si può ben vedere dall’immagine riportata (Fonte: http://www.chinatouristmaps.com/chinamaps/topographyofchina/topographyofxinjiang.html), lo Xinjiang confina a nordest con la Mongolia, a nordovest con il Kazakistan, a ovest con il Kirghizistan ed il Tagikistan e a sudovest con Afghanistan, Pakistan e India.

Già dall’elenco degli Stati confinanti è intuibile la delicatezza del problema dello Xinjiang, una regione cinese che, come vedremo successivamente, è abitata da una forte comunità turcomusulmana, a stretto contatto con le instabili repubbliche centroasiatiche, con l’Afghanistan occupato dalle truppe NATO e con il Kashmir, regione amministrata da Pakistan, India e Cina.

Dal punto di vista della morfologia del territorio, lo Xinjiang è diviso sostanzialmente in due aree: la steppa arida del bacino Dzugarian a nord e il deserto solcato da oasi del bacino Tarim a sud.

Il confine tra questi due bacini è segnato dalla catena montuosa Tian Shan. Va ricordato, inoltre, che solo il 4,3% del territorio della regione è abitabile.

Xinjiang: il fattore etnico

La regione Autonoma Uigura dello Xinjiang ha una popolazione di 21.813.334 abitanti (National Bureau of Statistics of People’s Republic of China Datas, 2010).

Si tratta di una regione originariamente abitata da popolazioni di etnia uigura (Il termine “uiguri” significa alleati, uniti), turcofona e a maggioranza islamica.

La comunità uigura dello Xinjiang, assieme a quella dei vicini Kazakistan e Kirghizistan, è composta da oltre 8 milioni di individui (Dati resi noti nel 2000 dimostrano che 8.399.393 uiguri vivevano nello Xinjiang, 223.100 in Kazakistan e 49.000 in Kirghizistan. Sull’argomento rimandiamo a Yangbin C., 2006) e rappresenta il quarto gruppo turcofono più numeroso al mondo dopo quelli stanziati in Turchia (53,6 milioni di persone), in Iran (35 milioni di atzeri) ed in Uzbekistan (23 milioni di persone).

È evidente, quindi, che il gruppo turcofono stanziato in Asia Centrale ha numeri troppo elevati per non tenerlo in considerazione o, cosa ancor più grave, per neutralizzarlo attraverso politiche di assimilazione.

Data la composizione etnica storica, la regione è da sempre considerata da Pechino come potenzialmente pericolosa per l’integrità territoriale dell’intero Paese essendo ben visibile il rischio di una secessione con conseguente ricostituzione, assieme alle comunità uigure di Kazakistan e Kirghizistan, della Repubblica del Turkestan dell’Est. Pechino, come vedremo in seguito, ha deciso, quindi di agire non solo sul piano internazionale avviando rapporti amichevoli con le Repubbliche Centroasiatiche vicine, ma anche e soprattutto sul piano interno attuando una serie di politiche economiche volte a trasformare lo Xinjiang in una regione economicamente allettante.

Le politiche di Pechino a sostegno dell’economia dello Xinjiang, di pari passo con l’eliminazione dei vincoli alle migrazioni interne, hanno favorito lo spostamento di milioni di cinesi di etnia Han che, in cerca di migliori condizioni di vita, hanno scelto di cercare fortuna proprio nello Xinjiang.

Inoltre, va ricordato che nel 1965 Pechino ideò per la provincia ed attuò un programma di nuovi insediamenti con cui spinse soldati e lavoratori ad emigrare nello Xinjiang. Lo scopo principale di tale politica era quello di riequilibrare, per quanto possibile, la composizione etnica della regione e stabilizzarla.

Queste sono le ragioni per cui il rapporto numerico tra popolazione uigura e popolazione Han si è sostanzialmente rovesciato. Infatti, stando ai dati emersi dal quarto censimento nazionale avviato nel 1990, dopo le prime politiche avviate da Pechino negli anni ’80, la popolazione uigura nella regione era di 7.214.431 abitanti, mentre gli abitanti Han erano 8.602.978. Dieci anni dopo, nel 2000, la popolazione uigura era pari a 8.399.393 abitanti, mentre gli abitanti Han erano 9.816.805.

Stando ai dati fin qui riportati si può notare come il tasso di crescita della popolazione uigura (16,4% nei dieci anni) sia superiore almeno di due punti percentuali rispetto al tasso di crescita della popolazione Han (14,1% nei dieci anni).

È, quindi, credibile pensare che nel lungo periodo, date le divergenze culturali in materia di concezione della famiglia, se i tassi di crescita rimarranno costanti e non ci saranno altri incentivi alle migrazioni Han interne, si potrebbe verificare una nuova inversione nel rapporto tra popolazione uigura e popolazione Han.

Nel caso in cui questo scenario ipotetico si verificasse è possibile che le preoccupazioni di Pechino circa eventuali spinte secessioniste aumentino e che, di conseguenza, il governo centrale debba affrontare una minaccia che fin qui era riuscito a controllare approntando nuove politiche per controllare la regione.

Tuttavia, come già preannunciato, non possiamo tralasciare il fattore migratorio. Non possiamo escludere, infatti, che la massiccia migrazione volontaria Han verso lo Xinjiang continui e/o sia incrementata.

In questo caso diventerà piuttosto imprevedibile ipotizzare uno scenario futuro. Va, inoltre, ricordato che benché la popolazione uigura rappresenti numericamente meno del 50% della popolazione complessiva dello Xinjiang, se al gruppo etnico uiguro aggiungiamo anche le altre popolazioni turcomusulmane presenti nella regione (kirghizi e kazaki) il numero degli abitanti turcofoni supera il 50% e costituisce, quindi, la maggioranza della popolazione.

Fino a qualche generazione fa la comunità uigura non era riuscita a sviluppare un senso d’identità comune in quanto si trattava di persone che abitavano perlopiù le oasi sparse lungo il bacino Tarim, nel sud del Paese.

La comunità uigura, quindi, era piuttosto frammentata e ciò, secondo alcuni, rappresentava una prova della possibilità di un’assimilazione indolore. Convinzione, questa, peraltro molto simile a quella sviluppatasi circa mezzo secolo prima nell’Unione Sovietica nei confronti delle popolazioni turche dell’Asia Centrale.

In quel caso l’assimilazione contribuì, al contrario delle attese, a rafforzare l’identità delle minoranze. Così, anche nel caso della comunità uigura l’identità debole si è rafforzata notevolmente come reazione alle politiche di assimilazione poste in essere da Pechino (Un breve inciso va fatto sul significato del termine “assimilazione” e, nello specifico, sulla diversa accezione che assume in Stati come gli Stati Uniti rispetto alla connotazione assunta nella Regione dello Xinjiang. Per gli statunitensi il termine ha un’accezione assolutamente positiva in quanto riflette l’esperienza americana di Paese di immigrati, un Paese nel quale tra XIX e XX secolo l’obiettivo principale era la creazione di una nazione fondata su valori comuni in cui tutti i partecipanti potessero apportare una parte delle loro identità legate al “vecchio mondo” per amore dell’accettazione del nuovo. Si tratta del cosiddetto ideale del melting pot. Le popolazioni turcofone dello Xinjiang, invece, non credono nel progetto cinese di costruzione di una società multietnica e temono in futuro di venir assorbiti dal mondo cinese Han senza la possibilità di mantenere vivi i loro usi e costumi. In senso culturale, religioso e linguistico temono che “assimilare” significhi morire. Sull’argomento rimandiamo a Fuller G., Starr F.,2003).

Non va, inoltre, trascurato l’appeal suscitato dalla denominazione della regione imposta da Mao Tse Tung nel 1955 “Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang”. Nel nome, quindi, si fa esplicito riferimento all’etnia allora maggioritaria della regione, una scelta all’apparenza azzardata in quanto foriera di spinte secessioniste. In realtà, dal punto di vista governativo, l’accento va posto non tanto sull’aggettivo “uiguro”, quanto sull’aggettivo “autonoma”.

La strategia adottata dalla dirigenza del Partito è figlia proprio della dialettica comunista. Il riconoscimento delle regioni autonome implicava un riconoscimento transitorio, da parte del Partito Comunista, nei confronti delle identità locali culturali indipendenti che a breve sarebbero state assimilate. Si trattava, quindi, di una mera dichiarazione di principio in quanto l’autonomia nazionale non ha senso in un regime comunista.

Il rapporto tra Han e uiguri è tendenzialmente conflittuale in quanto caratterizzato da una lotta per il dominio e dalla richiesta uigura di indipendenza. Inoltre, gli uiguri hanno sempre percepito la loro diversità rispetto agli Han. L’approfondirsi delle rivendicazioni uigure è frutto del rafforzamento dell’identità comune tanto che molti uiguri turcofoni non musulmani si sono convertiti alla religione islamica. Tuttavia, va ricordato che dopo un primo periodo di ampia tolleranza da parte di Pechino nei confronti della libertà di culto, negli anni ’90 furono imposte misure restrittive alla pratica del culto islamico.

Ricordiamo che nello Xinjiang risiede il 50% della popolazione musulmana totale della Cina. I musulmani dello Xinjiang percepiscono le differenze di trattamento a loro riservate rispetto alle altre minoranza musulmane sparse sul territorio cinese.

Pechino sta cercando di espellere l’influenza islamica dai settori chiave come l’educazione per relegarla alla mera pratica individuale presso i luoghi di culto tradizionali.

In conclusione, l’aspetto demografico del problema dello Xinjiang è riconducibile non solo alla deliberata politica demografica di “Hanizzazione” voluta da Pechino, ma anche ad una relativamente ampia libertà di movimento all’interno dei confini della Repubblica Popolare Cinese concessa ai cittadini cinesi.

Xinjiang: il fattore energetico (cenni)

Dell’importanza energetica della regione tratteremo in modo più approfondito nel prosieguo dell’elaborato. In questo paragrafo ci limiteremo a fornire alcune informazioni preliminari. Nella regione sono presenti ampie riserve di minerali, gas e petrolio che attraggono gli investimenti del governo centrale. Per quanto riguardala produzione di gas, lo Xinjiang è la prima regione cinese per i quantitativi estratti.

A dimostrazione del crescente interesse governativo nei confronti di questa regione, nel 1999 lo Xinjiang fu la regione che accolse in assoluto il più elevato quantitativo di trasferimenti da Pechino. Ovviamente, l’interesse della capitale si manifestò sotto forma di investimenti nel settore dell’industria petrolifera, del gas e nel settore delle costruzioni di infrastrutture. Si trattava di investimenti che minacciavano direttamente le aspirazioni uigure di controllo sulle risorse del proprio territorio.

Valentina Mentesana

Seguirà Le politiche di Pechino nella regione

Il post precedente è al link L’ascesa della Cina in Asia Centrale/4, Mentesana

Mappa fornita dall’autrice

L’ascesa cinese in Asia Centrale/4, V.Mentesana

By Valentina Mentesana

Cap 2, 2.1 della tesi L’ascesa cinese in Asia Centrale, di Annalisa Boccalon – Valentina Mentesana – Agnese Sollero

Lo Xinjiang

Parlando della Cina e della sua azione in Asia Centrale è impensabile non toccare l’argomento della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang creata e così denominata da Mao Tse Tung nel 1955. Va ricordato che prima di assumere la denominazione corrente, sotto la dinastia Han (206 a.C. 24 d.C.), la prima che seppe imporre il controllo sulla regione, lo Xinjiang era conosciuto come Xiyu o Quighar ovvero come “regione occidentale”.

In seguito, sotto la dinastia Qing (1644-1912), la regione fu denominata Huijiang ovvero “Frontiera Musulmana” quasi a sottolineare la rilevanza della comunità musulmana dell’area. Infine, furono sempre gli imperatori Qing che nel 1821 la rinominarono semplicemente Xinjiang o “nuova frontiera”, “nuovo confine” anche se a questo proposito, come vedremo in seguito, esiste un dibattito circa il significato di tale denominazione.

Con la fine della dinastia Qing si aprì l’era della Repubblica di Cina (1912-1949) e questa fu la fase in cui si fecero più forti le spinte secessioniste uigure. Il 12 novembre 1933, infatti, i ribelli turchi, entrati in contrasto con l’allora governatore della regione Jin Shuren in seguito alle politiche discriminatorie poste in essere da questo nei confronti della popolazione turcofona, proclamarono la Repubblica del Turkestan dell’Est.

Tale nome fu scelto per enfatizzare il legame tra la regione e i gruppi turchi presenti nei territori più occidentali attualmente appartenenti alle repubbliche centroasiatiche.

L’indipendenza durò ben poco perché già l’anno seguente la Repubblica di Cina riassorbì la regione che rimase sotto il suo controllo fino al 1944 anno in cui, sotto la protezione dell’Unione Sovietica, fu proclamata la Seconda Repubblica Islamica del Turkestan dell’Est.

La nuova repubblica ebbe vita più lunga della prima, ma nel 1949 anch’essa venne posta sotto il controllo della Repubblica Popolare Cinese che, unilateralmente, la dichiarò sua provincia. Come già ricordato, nell’ottobre del 1955 Mao Tse Tung conferì all’area la denominazione odierna di Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang, ma ciò non frenò le polemiche interne. Infatti, nel Libro Bianco sullo Xinjiang pubblicato nello stesso anno si affermava che lo Xinjiang era parte inseparabile della nazione multietnica cinese fin dai tempi della dinastia Han.

Tale presa di posizione del governo di Pechino è stata apertamente contestata dalla comunità uigura che, parallelamente, contestava al governo centrale anche il significato della denominazione. Infatti, mentre per il governo centrale il nome proprio Xinjiang significa “vecchio territorio ritornato alla madrepatria”, va ricordato che i singoli caratteri di tale nome avrebbero il significato di “nuovo territorio” e tale significato supporterebbe le spinte secessioniste uigure.

Aldilà degli aspetti storici, si tratta di una regione la cui importanza strategica è legata in particolare a tre aspetti:

-aspetto geografico

-aspetto etnico

-aspetto energetico

Valentina Mentesana

Seguirà Xinjiang: il fattore geografico

Il post precedente è al link L’ascesa cinese in Asia Centrale/3, Mentesana

L’ascesa cinese in Asia Centrale/3, Mentesana

By Valentina Mentesana

2.2. Cenni sull’evoluzione dei rapporti con l’URSS (poi Russia)

I rapporti tra Cina e Unione Sovietica non sono mai stati idilliaci a causa delle controversie legate ai confini, ma un ulteriore inasprimento si è registrato nel 1954 quando il governo di Pechino ha pubblicato una mappa in cui parti dell’attuale Kazakistan, del Kirghizistan e del Tagikistan venivano raffigurate come parti integranti del territorio cinese.

Contestualmente Mao Tse Tung accusò pubblicamente la Russia zarista di aver proceduto unilateralmente all’annessione dei suddetti territori negli anni ’80 del XIX secolo.

I rapporti tra le due potenze sicuramente più influenti dell’area rimasero tesi almeno fino al 1987, quando Mosca e Pechino avviarono formalmente un dialogo per risolvere la disputa territoriale sui confini. Furono, poi, gli eventi internazionali a provocare un’ulteriore brusca frenata ai negoziati e la Repubblica Popolare Cinese, di fronte allo smembramento dell’Unione Sovietica del 1991, iniziò a manifestare apprensione circa la sorte dei confini che prima condivideva con la stessa. Il crollo dell’URSS, infatti, fece sorgere una serie di Repubbliche Autonome che vennero a sostituirsi alla prima in quanto Stati confinanti della Cina.

Nello specifico, dopo il 1991, la Repubblica Popolare Cinese si ritrova a condividere i propri confini occidentali con Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. Preventivamente, nell’agosto 1991 il vice premier cinese Wang Zhen aveva ordinato all’Esercito Popolare di Liberazione dello Xinjiang, la regione nordoccidentale della Cina direttamente confinante con l’URSS, di “formare un muro d’acciaio per salvaguardare il socialismo e l’unificazione della madrepatria”.

Attualmente Russia e Cina condividono alcuni obiettivi fondamentali e si sa che la presenza di un nemico esterno solitamente contribuisce alla coesione dell’alleanza. In questo caso specifico, al di là delle minacce non convenzionali alla sicurezza e alla stabilità dell’area, Cina e Russia si preoccupano di contenere l’influenza statunitense nella regione. A questo proposito, nel luglio 2001 Vladimir Putin e Jiang Zemin firmarono il Trattato di Buon Vicinato, Amicizia e Cooperazione.

2.3. Gli obiettivi della politica estera cinese

L’agenda politica cinese dei primi anni ’90 annoverava tra le principali preoccupazioni del governo di Pechino il mantenimento della stabilità dello Xinjiang, la regione che, come già precisato, confina direttamente con tre delle neonate repubbliche centroasiatiche (Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan) e della cui peculiarità si tratterà nel proseguo del testo. Nel corso degli anni ’90, la Cina ripensò più volte la sua strategia politica ed inserì tra le problematiche presenti in agenda almeno altri tre aspetti: le questioni energetiche, la rivitalizzazione del commercio lungo la Via della Seta e le minacce legate a terrorismo internazionale, estremismo religioso e traffico di droga e di esseri umani. Dopo l’intervento statunitense in Afghanistan dell’ottobre 2001, la Cina ha dovuto rivedere le sue posizioni anche in funzione della competizione con questo nuovo attore dell’area.

Va ricordato che la Cina si era pubblicamente riavvicinata agli Stati Uniti per la prima volta nel 1997 quando il successore di Deng Xiaoping, Jang Zemin, fece la sua prima visita ufficiale negli Stati Uniti. L’attentato alle Twin Towers di New York verificatosi l’11 settembre 2001 ha contribuito inevitabilmente a rafforzare ulteriormente il legame tra Washington e Pechino. L’allora presidente della Repubblica Popolare Cinese, Jiang Zemin, espresse tutta la sua solidarietà al Presidente Statunitense George W. Bush per l’attacco subito. Nella stessa occasione si schierò apertamente con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo affermando di essere disposto ad accettare qualsiasi decisione il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite avesse adottato per cacciare i Talebani dall’Afghanistan. L’appoggio di Pechino non fu meramente declaratorio in quanto ben presto la Cina aprì un corridoio umanitario per soccorrere la popolazione afgana martoriata dalla guerra e, dopo la sua elezione avvenuta nel 2004, il neopresidente afgano Hamid Karzai fu accolto a braccia aperte a Pechino. Tuttavia, a soli due anni dall’intervento in Afghanistan e a ridosso dell’intervento unilaterale anglostatunitense in Iraq (marzo 2003), il Presidente della Repubblica Popolare cinese Hu Jintao dichiarò che per gli Stati Uniti l’11 settembre 2001 era stato solo un pretesto per dare sostanza alla strategia della guerra preventiva. Benché al momento del suo insediamento il neopresidente cinese Hu Jintao dichiarò che in futuro non ci sarebbero stati cambiamenti nella politica estera cinese, nella realtà dei fatti la variazione nella percezione circa la reazione statunitense all’attacco subito fu solo il primo di una serie di continui aggiustamenti che vennero apportati alla linea politica della Repubblica Popolare Cinese. Il cambiamento di rotta di Pechino è imputabile principalmente alla decisione angloamericana di intervenire in Iraq, ma l’opposizione cinese, a differenza di quella francese e tedesca, non si concretizzò con pubbliche manifestazioni di dissenso, ma semplicemente attraverso la mancanza di dichiarazioni di appoggio all’intervento in Iraq, un atteggiamento che potremmo definire come “dissenso defilato”.

Si trattò di un momento topico per Pechino perché la dirigenza del Partito Comunista Cinese si trovava a dover approfondire e definire nuovamente una delle minacce che da sempre turbavano la governance del Paese, uno dei “tre mali” (i “tre mali” annoverati anche tra gli obiettivi della SCO sono: separatismo etnico, estremismo religioso e terrorismo) che affliggevano l’area: il terrorismo. Fino all’11 settembre 2001 il governo centrale aveva sempre considerato il terrorismo come una minaccia reale presente soprattutto nell’area nordoccidentale del Paese, nell’area compresa tra lo Xinjiang e i vicini Stati di Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. Per Pechino quella del terrorismo non era una categoria universale, non era possibile generalizzare e ricondurre ogni singolo episodio di violenza nel mondo a tale insieme. Secondo la dirigenza del Paese gli atti di violenza nel Medio Oriente non potevano essere assimilabili agli atti di terrorismo puro che si verificavano in Tibet né agli attentati di matrice indipendentista della Cecenia. Oltre a questa profonda divergenza di contenuti, le posizioni di Pechino e Washington differivano profondamente anche per quanto riguarda gli strumenti da utilizzare per combattere il terrorismo. In quest’ottica l’intervento statunitense in Afghanistan prima e in Iraq poi si discostava nettamente dalla volontà cinese di affrontare la questione con l’arma della diplomazia.

Nel settembre 2011 la dirigenza del Partito Comunista Cinese pubblicò il “Libro Bianco sullo sviluppo pacifico” nel quale si annoveravano i core interest cinesi non negoziabili. Questi erano:

  • sovranità statale
  • sicurezza nazionale
  • integrità territoriale e riunificazione nazionale
  • conservazione del sistema politico stabilito dalla costituzione cinese e della stabilità sociale complessiva
  • tutela di uno sviluppo socioeconomico sostenibile

2.4. Quali gli sviluppi futuri?

E’ possibile affermare, quindi, che negli ultimi vent’anni si sia verificato il passaggio da una formulazione puramente ideologica della politica estera, basata sulla difesa dei comuni valori del comunismo o comunque sulla contrapposizione dei due blocchi, a un’impostazione decisamente opportunistica.

(altro…)

Commessa record per 123 elicotteri da tre operatori cinesi per la Airbus Helicopter (Eurocopter)

Airbus Helicopters ha annunciato ieri, 11 luglio, di aver ricevuto un ordine record per 123 elicotteri per i prossimi cinque anni da parte di tre clienti operanti in diverse province cinesi. I velivoli saranno utilizzati per attività di aviazione generale a copertura di molteplici missioni quali tour aerei, trasporto passeggeri, trasporto in ambito business, interventi medici di emergenza e missioni di ricerca e salvataggio, fa sapere il comunicato stampa dell’azienda.

I tre contratti sono stati firmati con Fujian Xinmei General Aviation Co. (GAC), Guangdong Baiyun GAC e Yunnan Fengxiang GAC. La flotta totale di 123 elicotteri comprende principalmente velivoli leggeri monomotore della famiglia Ecureuil di Airbus Helicopters, ma anche elicotteri leggeri bimotore EC135.

Airbus Helicopters, già Eurocopter, è una divisione di Airbus Group, azienda leader a livello mondiale nel settore aerospaziale e dei servizi per la difesa.

Con circa 22.000 dipendenti in tutto il mondo Airbus Helicopters è il costruttore di elicotteri leader al mondo con un fatturato di 6,3 miliardi di euro. Attualmente la flotta in servizio comprende circa 12.000 elicotteri operati da oltre 3.000 clienti in 150 paesi. La presenza internazionale di Airbus Helicopters è assicurata grazie alle proprie consociate e alle proprie partecipazioni in 21 paesi e il network globale di centri di assistenza, strutture di addestramento, distributori e agenti certificati. Airbus Helicopters offre la più ampia gamma di elicotteri civili e militari a livello mondiale ed è fortemente impegnato sul fronte della sicurezza, l’aspetto più importante del proprio business, per le migliaia di persone che volano ogni anno complessivamente per oltre 3 milioni di ore.

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Airbus Helicopters (Eurocopter) in Paola Casoli il Blog

Fonte: TT&A – Ufficio Stampa Airbus Helicopters

Foto in allegato: firma dell’accordo © Copyright Airbus Helicopters China – 2014

L’ascesa cinese in Asia Centrale/2, Mentesana

Cap 2, 2.1 della tesi L’ascesa cinese in Asia Centrale, di Annalisa Boccalon – Valentina Mentesana – Agnese Sollero

By Valentina Mentesana

La Politica estera cinese

La formulazione della politica estera della Repubblica Popolare Cinese ha sempre seguito un fil rouge che consente di avere un quadro d’insieme sulla visione che la Repubblica Popolare Cinese ha di se stessa.

Nello specifico, il pensiero strategico cinese sottolinea come il prerequisito essenziale della politica estera sia un’attenta lettura di quello che viene definito shi, ovvero le“propensioni complessive dell’ambiente circostante”.

Si tratta, quindi, di saper comprendere l’evoluzione dei fattori di potere e di assecondare le tendenze in atto traendone il massimo vantaggio.

In questo modo si comprende come la Cina sia sempre stata consapevole dell’importanza di intessere relazioni amichevoli con gli altri attori che operano nella stessa area d’influenza, ma soprattutto emerge una sostanziale pragmaticità che, come vedremo in seguito, verrà via via accentuata a partire dagli anni ’90 del ‘900. Inoltre, ciò che caratterizza la politica estera del Paese fin dai tempi in cui il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese era guidato da Zhou Enlai, è il perseguimento, nella formulazione della stessa, dei principi della coesistenza pacifica formulati dallo stesso ministro rimasto in carica dal 1949 al 1958.

2.1. Com’è cambiata la politica estera della Cina?

Durante il periodo in cui de facto dirigeva la Repubblica Popolare Cinese, Deng Xiaoping affermò che per quanto riguarda la politica estera occorreva “prendere tempo mantenendo un basso profilo, pur senza mancare di fare qualcosa”.

L’affermazione di Xiaoping sottolineava una costante dell’atteggiamento cinese, la sostanziale contrarietà circa un coinvolgimento nelle crisi lasciando pur sempre la porta aperta all’intervento in caso di extrema ratio.

L’affermazione di principio di Deng Xiaoping arrivò in un periodo in cui si stava concludendo una sorta di “luna di miele” vissuta dalla Cina nei rapporti con l’Occidente. Una fase che aveva caratterizzato soprattutto gli anni ’80 ma che ormai volgeva al termine a causa principalmente di due eventi: le proteste di Piazza Tien’anmen e la caduta del muro di Berlino.

La manifestazione che si svolse in Piazza Tien’anmen (letteralmente “Porta della Pace Celeste”) nel 1989, nello stesso luogo in cui cinquant’anni prima Mao TseTung aveva proclamato la nascita della Repubblica Popolare Cinese, è ricordata come simbolo del mancato rispetto dei diritti umani da parte del governo della Repubblica Popolare Cinese. In quell’occasione morirono diversi manifestanti e la stampa occidentale non mancò di definirlo “massacro di piazza Tien’anmen”, mentre, all’interno della Repubblica Popolare Cinese, le proteste sono ancora oggi note come “movimento del 4 giugno”.

In seguito a quell’episodio l’intera comunità internazionale si indignò per la repressione posta in essere dall’esercito cinese ai danni degli studenti considerati da Deng Xiaoping dei controrivoluzionari desiderosi di rovesciare la Repubblica Popolare Cinese. La reazione immediata fu l’imposizione di un embargo sulla vendita di armi alla Cina, una decisione che arrivava come una doccia fredda  in un’epoca in cui la Cina si stava costruendo un’immagine internazionale.

L’altro evento di importanza geopolitica fondamentale è stato senza dubbio il crollo del Muro di Berlino del 9 novembre 1989. Un evento importante, dal punto di vista cinese, non tanto per la riunificazione delle due Germanie, quanto piuttosto per il crollo, verificatosi di lì a poco, dell’Unione Sovietica, la potenza più vicina al “cortile di casa” cinese.

La dissoluzione dell’Unione Sovietica, avvenuta formalmente il 26 dicembre 1991, pose definitivamente fine al bipolarismo. La Cina era, dunque, costretta a ripensare il suo ruolo nel nuovo scenario mondiale, uno scenario in cui non esistevano più schieramenti netti, ma in cui, al contrario, coesistevano una miriade di attori con interessi perlopiù divergenti.

La mancanza di schieramenti precostituiti impose a ognuno degli attori una riflessione circa la propria posizione all’interno dello scacchiere mondiale, un ripensamento che passava necessariamente attraverso una ridefinizione degli interessi che ogni Paese riteneva per sé prioritari. Ecco che, quindi, la Cina si sentì in qualche modo vulnerabile e marginale rispetto agli affari mondiali.

Vulnerabile perché non esisteva più alcun tipo di distinzione tra le due parti del mondo e quindi non esistevano schieramenti e protettori.

Marginale perché si temeva che il centro del mondo ridiventasse nuovamente l’Atlantico con le relazioni tra gli Stati Uniti e la nuova Europa in via di costruzione.

Non si trattava, tuttavia, di uno scenario del tutto negativo per la Repubblica Popolare Cinese che poteva finalmente sentirsi libera di perseguire senza vergogna e senza ostacoli esterni i propri interessi nazionali, ma soprattutto non era più necessario far leva sull’ideologia per giustificare il proprio operato. In questa fase, dunque, si compì la transizione da una politica imperniata su motivazioni puramente ideologiche a una politica giustificata da ragioni economiche.

Dal punto di vista dei contenuti, la fine della Guerra Fredda impose alla Repubblica Popolare Cinese una revisione delle priorità e, soprattutto, un ripensamento delle relazioni con gli altri attori presenti sulla scena internazionale. Si trattava di un Paese che in pochi anni aveva dovuto rivedere la propria posizione nel mondo assumendosi anche l’onere di decisioni importanti per cui, in questo momento, l’obiettivo primario era quello di capire quale ruolo avrebbe potuto ricoprire nella governance internazionale.

I fattori che hanno influenzato notevolmente questa presa di coscienza cinese sono molteplici.

Al di là del crollo dell’Unione Sovietica di cui abbiamo già trattato, va sottolineato senz’altro il conseguente emergere di un mondo multipolare, il fenomeno della globalizzazione, l’ergersi di nuove sfide per la sicurezza, le preoccupazioni legate all’insicurezza energetica e, fenomeno non di trascurabile importanza, la crescita interna della stessa Cina.

Come già accennato in precedenza, il crollo dell’Unione Sovietica ha imposto alla Cina un ripensamento della propria posizione strategica. Prima del 1991, infatti, la Cina condivideva i suoi confini nordoccidentali solo con l’Unione Sovietica.

Con l’implosione di questa e l’indipendenza delle nuove repubbliche (Kazakistan nel 1990, Kirghizistan e Tagikistan nel 1991, Afghanistan nel 1992) la Cina è stata costretta a riformulare le politiche estere e di sicurezza per passare da una mera relazione bilaterale con un unico attore, l’URSS, all’instaurazione di relazioni bilaterali con le neonate repubbliche. Passaggio, questo che, come vedremo in seguito, l’ha posta di fronte all’onere di doversi rapportare spesso con istituzioni deboli e in fase di assestamento.

Con il disfacimento dell’Unione Sovietica ci si è trovati di fronte a un mondo multipolare in cui la Cina doveva e poteva ritagliarsi un suo spazio accanto alle altre medie potenze.

Un mondo multipolare caratterizzato dalla globalizzazione e quindi dalla continua interazione tra soggetti, un’interazione che imponeva alla Cina una ridefinizione dei rapporti bilaterali esistenti e l’avvio di nuove relazioni che le consentissero di dare una risposta anche alle ultime tre variabili poc’anzi citate: sicurezza, energia e crescita.

I nuovi bisogni legati alla sicurezza imposero alla Cina l’avvio di collaborazioni con gli Stati asiatici di nuova indipendenza volte ad approntare sistemi congiunti per la lotta ai comuni quali il terrorismo, il traffico di droga e di esseri umani e l’estremismo religioso.

Per quanto riguarda l’aspetto energetico, con la riformulazione della lista delle priorità della Cina si ravvisa l’emergere di preoccupazioni circa l’approvvigionamento energetico. Nello specifico, la Cina teme l’instabilità dei prezzi delle risorse energetiche e l’incostanza nei flussi di approvvigionamento.

Nel 2002 la visione cinese della politica estera subì un’ulteriore evoluzione. L’intervento anglo-statunitense in Iraq fu considerato dalla Repubblica Popolare Cinese come un ingiusto e irrazionale cambiamento radicale dell’ordine mondiale. Da allora la Cina non ha mai rinunciato ad affermare in modo orgoglioso la propria centralità ed è più pronta e consapevole ad affrontare le nuove e complesse sfide che la interessano.

Per sottolineare questo nuovo attivismo va ricordata un’affermazione di Hu Jintao che nel 2009, in occasione dell’incontro con i diplomatici cinesi, disse che occorreva “perseverare nel prendere tempo mantenendo un basso profilo, pur senza mancare di agire in modo proattivo per fare qualcosa”.

È evidente, quindi, un’evoluzione rispetto alle parole di Deng Xiaoping. Hu Jintao, infatti, parla di “agire in modo proattivo” e annoverava, quindi, tra le possibilità per il futuro un’azione della Cina intrapresa su sua personale iniziativa benché, nel complesso, si sottolinei la necessità di mantenere un “basso profilo”.

Gli altri attori internazionali non hanno mai nascosto i loro timori nei confronti della Repubblica Popolare Cinese. Le prime preoccupazioni si sono manifestate nel 2009 quando si registrò un recupero dell’economia cinese in un contesto generale di crisi mondiale (secondo i dati diffusi dalla Banca Centrale, la Repubblica Popolare Cinese ha fatto registrare nel 2007 un PIL di 3.262.372.407.739 dollari statunitensi. Un valore che è andato via via incrementandosi di anno in anno: 4.030.685.330.079 dollari statunitensi nel 2008 con un aumento del 23,55% rispetto all’anno precedente; 4.822.913.439.324 US$ nel 2009, in piena crisi, + 19,65% rispetto al 2008; 5.666.931.516.176 US$ nel 2010, +17,5% rispetto al 2010. Sull’argomento rimandiamo al sito della Banca Mondiale, http://databank.worldbank.org/).

Inoltre, nello stesso anno, la dirigenza cinese impose dei vincoli alla visita del Presidente statunitense Barack Obama a Pechino (durante la visita di Barack Obama a Pechino svoltasi nel novembre 2009 il premier cinese Hu Jintao ha imposto dei vincoli sugli argomenti da trattare. Nello specifico, per quanto riguarda la questione dei diritti umani, i due leader si sono limitati a dichiarare che i due Paesi hanno delle differenze, senza approfondire l’argomento)  e dimostrò un atteggiamento poco costruttivo durante la conferenza sul clima che si tenne a Copenaghen in dicembre (in quell’occasione il Ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi definì il summit di Copenaghen come un nuovo inizio – “Copenaghen is not a destination but a a new beginning” – ribadendo, peraltro, quanto affermato prima dell’avvio formale del summit dal Presidente cinese Hu Jintao. Il summit si concluse, poi, con un nulla di fatto e gli Stati partecipanti non sottoscrissero alcun accordo vincolante per contrastare i problemi dovuti ai cambiamenti climatici. Sull’argomento rimandiamo allo speciale della BBC, http://news.bbc.co.uk/2/hi/in_depth/sci_tech/2009/copenhagen/default.stm).

Nel gennaio dell’anno seguente la Cina ribadì la propria ostilità al riconoscimento internazionale della Repubblica di Taiwan opponendosi alla vendita di armamenti statunitensi (è ben noto infatti, come Taiwan abbia un canale privilegiato per l’acquisto di armamenti dagli Stati Uniti: nel 2010 il Presidente statunitense Barack Obama chiede al Congresso l’approvazione di cinque programmi del valore complessivo di 6,4 miliardi di dollari, approvati nel settembre 2011, e di altri tre programmi del valore complessivo di 6,4 miliardi di dollari che riguardavano l’aggiornamento degli F16A/B venduti in precedenza a Taiwan. Nonostante ciò, Obama non diede seguito alle richieste di Taiwan circa la fornitura di sottomarini. Sull’argomento rimandiamo a Kan Shirley A., 2012) alla suddetta Repubblica e in marzo mantenne un atteggiamento ambiguo circa l’affondamento di una corvetta sudcoreana (il 26 marzo 2010 la Cheonan, una nave sudcoreana con 104 uomini a bordo, affondò nella acque del Mar Giallo provocando la morte di 46 persone. Secondo un’indagine condotta da un team internazionale composto da Corea del Sud, Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Svezia l’incidente era stato causato da un torpedo nordcoreano. La Corea del Nord negò e chiese l’avvio di un’ulteriore indagine con l’aiuto della Repubblica Popolare Cinese che smontò lo scenario presentato dalla Corea del Sud definendolo non credibile. Sull’argomento rimandiamo a Watson P., 2012)

Valentina Mentesana

Seguirà 2.2. Cenni sull’evoluzione dei rapporti con l’URSS (poi Russia)

Qui il link al post precedente: L’ascesa della Cina in Asia Centrale/1, Boccalon-Mentesana-Sollero

Foto fornita dalle autrici

Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO, L.Susic/12

By Luca Susic

Conclusioni della tesi “Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO” (L.Susic)

Capitolo 3: Conclusioni

La situazione in Asia Centrale è cambiata radicalmente dal momento in cui le cinque Repubbliche si sono dichiarate indipendenti. Da periferia sovietica, questa zona del mondo è divenuta il centro nevralgico per le operazioni Statunitensi in Afghanistan e terreno di caccia per le tre grandi potenze esistenti.

L’unico aspetto costante, con l’eccezione del Kyrgyzistan, è l’élite al potere, preoccupata soprattutto di salvaguardare la propria posizione, spesso portando avanti una politica ambigua tra SCO e Occidente. Questo è stato il caso soprattutto dell’Uzbekistan, dominato da un presidente abilissimo nello sfruttare l’importanza strategica del proprio paese per reprimere ogni forma di dissenso, a volte anche con la colpevole complicità di grandi democrazie.

Gli USA, che hanno avuto la possibilità di diventare il riferimento per i governi del Turkestan durante gli anni ’90, hanno saputo sfruttare molto bene le prospettive offerte dalla War on Terror contro i Talebani e Al-Qaeda, ostacolando il rilancio russo e la penetrazione cinese.

Il 2005 è stato l’anno della svolta, poiché ha rappresentato la prima vera battuta d’arresto subita dall’Amministrazione Bush in Asia Centrale. Nonostante l’appoggio di Karimov all’invasione dell’Iraq e gli stretti rapporti diplomatici, la situazione creatasi in seguito ai fatti di Andijan non è stata mai superata completamente e ha costretto Washington a riconsiderare la propria presenza in loco.

Questo ha rappresentato una grande occasione per i suoi rivali, che hanno sapientemente cavalcato l’onda del timore che l’Amministrazione Bush fosse l’organizzatrice delle rivoluzioni colorate e che anteponesse i diritti umani alla sopravvivenza dei suoi alleati.

Russia e Cina, invece, due Stati “not free” secondo Freedom House186, non hanno avuto problemi ad appoggiare direttamente regimi discutibili come quelli Centroasiatici, sebbene questa pratica abbia dato risultati incerti, mi riferisco nello specifico alla più volte citata relazione fra repressione e sviluppo dell’integralismo. Il rischio di queste politiche è di esacerbare gli animi e di radicalizzare lo scontro, come sostenuto dal già citato Croissant.

Sino all’insediamento di Obama gli USA si sono essenzialmente difesi, cercando di limitare i danni e assicurarsi la presenza almeno in Kyrgyzistan. Nel frattempo il rapporto fra CSTO (Collective Security Treaty Organization) e SCO andava rafforzandosi a seguito della creazione di un network per la lotta al terrorismo e ai traffici illeciti in Asia Centrale.

Attualmente è abbastanza chiaro quali siano le diverse impostazioni dei due grandi avversari dell’America:

  • la Russia cerca di rinsaldare i rapporti con tutte le province del vecchio Impero Sovietico, al fine di evitare che lungo i suoi confini si instaurino regimi potenzialmente destabilizzanti (sia eccessivamente democratici sia integralisti islamici). Il Cremlino, inoltre, non può permettersi di perdere lo storico controllo energetico che esercita sui produttori del Turkestan;
  • la Cina ha anch’essa dei duplici interessi. I materiali rari e le riserve energetiche sono alla base della sua politica economica nell’area, mantenendo, però, sempre un occhio vigile sui suoi interessi strategici (il gasdotto Sino-Turkmeno ne è un esempio). Nel contempo Pechino presta grande attenzione alle strutture di collaborazione in materia di sicurezza e controllo della criminalità, poiché una situazione critica ai suoi confini occidentali potrebbe destabilizzare il Sinkiang, abitato da una notevole minoranza islamica.

Come si può facilmente notare, gli obiettivi sono comuni, forse anche troppo. Ciò vuol dire che prima o poi Russia e Cina dovranno necessariamente confrontarsi su temi scottanti, come quello delle risorse energetiche. Quest’ultime sono abbondanti, ma possono garantire a una sola delle due potenze di diventare leader dell’Asia. Attualmente questo problema non si pone, visto che la priorità è stata l’allontanamento dall’area degli Stati Uniti, paese che spaventa ancora tanto per la sua capacità di sfruttare il proprio peso economico, politico e culturale.

Per usare le parole di Gűnter Knabe possiamo comunque dire che:

“They [Cina e Russia] have a number of common interests that are temporary and limited. But there are many more issues on which they are competitors – if not even enemies.”

A mio avviso il principale rivale degli USA resta la Russia, per la quale l’Asia Centrale (assieme al Caucaso) rappresenta il cuore della propria politica estera. Non riuscire a ripristinare il controllo esercitato su quelle zone per oltre due secoli significherebbe veder svanire le proprie velleità di grande potenza e dover rinunciare definitivamente alla sicurezza del confine orientale e alle enormi quantità di risorse ivi presenti. Anche Mosca, come Washington, cerca di sfruttare contemporaneamente il peso politico ed economico di cui dispone, sistema che le ha permesso di ottenere una sere di risultati importanti, come:

  • la mutua garanzia sui confini comuni con il Kazakistan nel 2005;
  • l’inizio di una più stretta collaborazione militare con il Kyrgyzistan a seguito della Rivoluzione dei Tulipani e culminata con l’accordo da 1,1 miliardi di dollari nel 2012 (si tratta di un accordo in virtù del quale Mosca fornirà a Bishkek 1,1 miliardi di dollari di materiale militare e 200 milioni da spendere per le esigenze dell’Esercito Kyrgyso);
  • il trattato bilaterale Russo-Uzbeko del novembre 2009 (in virtù di esso il Cremlino può usare, in caso di necessità, la forza militare per aiutare il governo Uzbeko);
  • il prossimo ingresso (entro la fine del 2013) di Kyrgyzistan e Tajikistan nell’Unione Doganale Eurasiatica composta da Russia, Kazakistan e Bielorussia (si tratta di un’unione doganale aperta agli ex membri dell’URSS allo scopo di migliorare l’integrazione economica fra gli associati. E’ stata fondata il 1° Gennaio 2010 ed è stata affiancata un anno dopo dallo Spazio Economico Comune (SEC), un’unione più ristretta in campo economico. Si tratta comunque di organizzazioni dalla responsabilità limitata, poiché politica estera, difesa e lotta al terrorismo sono materie che spettano alla CSTO (di cui sono membri tutti gli stati aderenti alla SEC) e alla SCO (a cui non partecipa la Bielorussia, ma l’Uzbekistan sì).

Gli Stati Uniti, dal canto loro, sono riusciti grazie alla politica di Obama a riallacciare buone relazioni con l’Uzbekistan e si sono impegnati a cercare di limitare la portata dell’Unione Doganale Eurasiatica, vista come un pericoloso rimando all’URSS.

A proposito di questo sono indicative le parole dell’ex Segretario di Stato Hilary Clinton:

“It’s not going to be called that [USSR]. It’s going to be called customs union, it will be called Eurasian Union and all of that […]But let’s make no mistake about it. We know what the goal is and we are trying to figure out effective ways to slow down or prevent it” (dichiarazione riportata dai media Armeni come ArmeniaNow.com in seguito 19° Consiglio Ministeriale dell’OSCE, tenutosi a Dublino il 6 e 7 dicembre 2012).

Più che un desiderio egemonico, però, il tentativo di Putin (Presidente della Federazione Russa dal 2000 al 2008, non potendo ricandidarsi per un terzo mandato consecutivo assunse la carica di premier fino al 2012, anno in cui venne nuovamente eletto Presidente) sembra essere orientato ad assicurare la stabilità interna e regionale, ottenibile, secondo lui, solo attraverso una più stretta collaborazione fra Stati vicini.

L’esito ultimo di tale progetto dovrebbe portare alla nascita dell’Unione Euroasiatica, la cui fondazione è prevista nel 2015. Si tratta di un’entità politica molto simile alla UE a cui, però, non parteciperanno due Paesi estremamente importanti nell’ambito Centroasiatico, cioè il Turkmenistan e l’Uzbekistan.

Un elemento di preoccupazione per gli USA è, secondo me, il grande interesse manifestato dal Vietnam e, soprattutto, dall’India per questo esperimento, come dimostrano i colloqui dell’aprile di quest’anno [2013, ndr] tra i rappresentanti delle due Repubbliche appena citate e il Presidente della Commissione Economica Euroasiatica, Viktor Borisovič.

Questi due paesi hanno cominciato a intraprendere i passi necessari a creare una cooperazione commerciale e finanziaria con l’Unione Eurasiatica al fine di raggiungere un FTA – Free Trade Agreement (accordo di libero mercato).

Nonostante queste scaramucce, comunque, Stati Uniti, Russia e Cina hanno un grande interesse in comune, cioè la lotta al terrorismo e ai traffici criminali a esso collegati. Non è assurdo pensare, perciò, che in un futuro prossimo questi paesi possano trovarsi a collaborare attivamente per combattere il problema. Ciò sarebbe soprattutto negli interessi di Mosca e Pechino, che subiscono le maggiori conseguenze considerata la vicinanza geografica, ma anche Washington ne trarrebbe vantaggio perché un suo coinvolgimento nella lotta le permetterebbe di accrescere notevolmente l’influenza sui paesi dell’area, fortemente danneggiati da questi fenomeni.

In conclusione, se si volesse riassumere in poche righe la radicale trasformazione della politica USA dal 1991 a oggi, si potrebbe dire che essa è stata estremamente influenzata dagli eventi internazionali che si sono succeduti. Come già detto, il punto di svolta è chiaramente identificabile nell’11 settembre 2001: l’amministrazione Bush, infatti, dovette cambiare improvvisamente marcia, scontrandosi con una realtà che sino ad allora aveva scarsamente considerato. L’invasione dell’Afghanistan, unita a una sapiente azione mediatica che fece confluire un ampissimo consenso alla Superpotenza appena colpita nel cuore, fece ottenere a Washington un momentaneo monopolio sull’Asia Centrale.

Una così massiccia presenza americana vicino a casa, però, indispettì i Russi e i Cinesi, che seppero sfruttare al meglio, pochi anni dopo, il mutato clima generale.

Nel 2005, infatti, l’opinione pubblica mondiale non giustificava più le azioni militari Americane nel mondo, soprattutto dopo la fallimentare campagna in Iraq. A questo Mosca e Pechino aggiunsero un’operazione volta ad aumentare il timore che i puntuali richiami USA al rispetto dei diritti umani incutevano nei governi delle Repubbliche centroasiatiche.

Fu così che le cosiddette rivoluzioni colorate vennero attribuite allo Zio Sam, accusato di cercare di eliminare l’élite al potere degli Stati coinvolti. La presenza Americana vacillò e, per la prima volta dal 1992, sembrò che Washington non riuscisse più a far pesare la propria importanza. La soluzione ai problemi non fu trovata immediatamente, ma appena con il Presidente Obama, fautore di una nuova gestione degli affari centroasiatici. La sua Amministrazione promosse una rinnovata idea della presenza Statunitense in Asia Centrale. Con essa la Casa Bianca non intendeva eliminare la tradizionale importanza attribuita al rispetto dei diritti umani, ma, conscia che questi erano osteggiati dai governi locali, decise di affiancarli a politiche attraenti in campo economico, come l’incremento della produzione energetica locale (vedi CASA1000) e lo sviluppo del Northern Distribution Network.

Luca Susic

Il post precedente è al link Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO, L.Susic/11

Mappa fornita dall’autore – The heritage foundation, leadership for America http://www.heritage.org/research/reports/2013/06/russias-eurasian-union-could-endanger-the-neighborhood-and-us-interests (ult. consultaz. 30/06/2013)

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