Mauro Del Vecchio

COMFOPSUD: celebrato il ventennale dell’ingresso in Kosovo del contingente italiano

Conclusa con una cerimonia militare in piazza Carlo II a Napoli, alla presenza del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Generale di Corpo d’Armata Salvatore Farina, del Comandante Generale dell’Arma del Carabinieri Generale di Corpo d’armata Giovanni Nistri, degli ex Comandanti del Contingente italiano in Kosovo, del Sindaco di Caserta e di altre autorità locali, la due giorni di celebrazioni per il ventennale dell’ingresso del Contingente Italiano in Kosovo, avvenuto nel giugno del 1999.

Ne ha dato notizia con un comunicato stampa del 20 settembre il Comando Forze Operative Sud (COMFOPSUD) di Napoli.

La manifestazione è stata aperta ufficialmente giovedì nei saloni della Reggia di Caserta con la conferenza storico rievocativa tenuta dal Generale di Corpo d’Armata (in quiescenza) Mauro Del Vecchio, primo Comandante del Contingente Italiano in Kosovo e Comandante della Brigata Bersaglieri Garibaldi che ha ripercorso l’ingresso nei territori kosovari dei militari italiani raccontando la sua esperienza, corredata da quella degli altri Comandanti presenti, tra i quali il Generale di Corpo d’armata Carlo Cabigiosu, primo Comandante italiano della Forza NATO di KFOR.

A corollario della conferenza è stata allestita una mostra video fotografica riferita agli accadimenti di quel periodo.

Durante la cerimonia militare in piazza, in cui erano presenti i reparti e molti dei protagonisti che nel 1999 diedero inizio alla missione, il Generale Farina, anch’egli ex comandante della Kosovo Force da settembre 2013 a settembre 2014, ha sottolineato quanto KFOR sia una missione importante che contribuisce alla stabilizzazione dei Balcani occidentali e, in termini più ampi, dell’intera Europa, spiega il comunicato, aggiungendo che in tale ambito l’Esercito Italiano svolge un ruolo primario sia per il mantenimento della sicurezza nell’area sia per l’integrazione degli attori regionali con l’Unione Europea.

Il Gen Farina ha così proseguito: “La nostra tradizione culturale improntata al dialogo e al rispetto verso il prossimo e la formazione attenta e costante dei nostri militari sono stati elementi fondamentali per ottenere in Kosovo la fiducia, la sinergia, il dialogo e il rispetto tra le parti. I Comandanti e i Soldati italiani dell’Esercito, dei Carabinieri e dell’Aeronautica e della Marina che negli anni hanno operato in Kosovo hanno sempre dimostrato altissima preparazione e ferma determinazione sul campo coniugando l’uso proporzionato della forza con un atteggiamento proattivo e imparziale tra le parti. Solo con un approccio multidimensionale, coordinato e integrato con ogni altro soggetto operante sul campo è possibile ottenere grandi risultati. Questi aspetti sono infatti alla base del motto more togheter che coniai durante il mio mandato da Comandante di KFOR”.

La missione in Kosovo, nella denominazione di KFOR (Kosovo Force), iniziò il 12 giugno 1999, su mandato delle Nazioni Unite, con l’adozione, da parte del Consiglio di Sicurezza della Risoluzione 1244, che autorizzava l’impiego di un contingente militare inizialmente composto da circa 50.000 militari provenienti da Paesi NATO e altri alleati, ricorda il comunicato stampa del COMFOPSUD.

Il Contingente italiano, composto allora da circa 6.500 uomini delle unità della Brigata Garibaldi e da assetti specialistici di altre Forze Armate, entrò in Kosovo alla mezzanotte dello stesso giorno e raggiunse la città di Pec il mattino del 14 giugno 1999. Alla Brigata italiana, Brigata Multinazionale Ovest (MNB-W), venne assegnata la responsabilità dell’area ovest.

Attualmente all’operazione Joint Enterprise in Kosovo partecipano 28 paesi, con un impegno complessivo di forze di circa 4.000 unità, e il Comando della Kosovo Force è affidata in modo continuativo a un Generale dell’Esercito italiano dal 2013, ricorda il comunicato.

Fonte e foto: COMFOPSUD

Scuola di Applicazione: 20 anni in Kosovo, con i generali Del Vecchio, Fungo e Cuoci relatori del seminario

Si è svolto nel pomeriggio di ieri, 20 maggio, nell’aula magna di Palazzo Arsenale a Torino, sede del Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito, un seminario sulla missione in Kosovo (KFOR). Ne ha dato notizia con un comunicato stampa lo stesso Comando.

La missione KFOR è un’operazione di peacekeeping, a cui i soldati italiani stanno contribuendo a partire dal 1999.

Relatori del seminario sono stati tre ex Comandanti della missione: il Generale Mauro Del Vecchio, primo Comandante del contingente italiano; il Generale Giovanni Fungo, Comandante della Formazione, Specializzazione e Dottrina dell’Esercito e ventunesimo comandante di KFOR, e il Generale di Divisione Salvatore Cuoci, Comandante del Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito e ventiduesimo Comandante del contingente in Kossovo.

Moderatori dell’evento, si apprende, il Colonnello Franco Di Santo, vicecapo Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito, e il professor Giovanni Cerino Badone, docente di storia militare. Gli Ufficiali Generali hanno raccontato le loro esperienze, sia personali che di Comandanti in terra kosovara, ai giovani ufficiali della Scuola di Applicazione.

Dopo una accurata e precisa ricostruzione storica degli eventi che portarono all’intervento italiano e una puntuale descrizione dello svolgimento della missione da parte del professor Cerino Badone e del Colonnello di Santo, i relatori hanno raccontato la loro esperienza arricchendo il dibattito con aneddoti e particolari poco noti ai più.

Molte e variegate sono state poi le domande da parte della platea. Si è spaziato dalla visione dell’opinione pubblica italiana sulla partecipazione alla missione, alle problematiche logistiche e di comando con un Esercito che alla fine degli anni Novanta sperimentava ancora il passaggio dal servizio di leva al soldato professionista.

Lo stesso Comandante del Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione, Gen Cuoci, nel ringraziare gli illustri relatori, ha sottolineato l’importanza per la formazione dei giovani ufficiali della scuola di far proprie le esperienze di chi li ha preceduti e di quanto sia fondamentale la conoscenza della storia recente di un paese per la comprensione delle complesse dinamiche politiche, religiose e sociali e riuscire così a operare al meglio come soldati in terra straniera.          

Fonte e foto: Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito

Bersaglieri: al 62° raduno 80mila i fanti piumati. Asti passa il testimone a Rimini per il 2015. Il CaSME: “Non manchino risorse per addestramento”

Il 62° raduno nazionale dei bersaglieri – che ha visto oltre 80mila fanti piumati, con le rispettive famiglie, raggiungere nei giorni scorsi la città piemontese di Asti – si è concluso ieri, domenica 8 giugno, alla presenza del Capo di stato maggiore dell’Esercito (CaSME), generale Claudio Graziano, del sottosegretario di stato alla Difesa, Domenico Rossi, e del Capo di stato maggiore della Difesa (CaSMD), ammiraglio Luigi Binelli Mantelli.

Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito nel corso del suo intervento ha ricordato quanto “i bersaglieri abbiano contribuito alla storia del Paese e quanto tutt’oggi sia importante il loro apporto professionale nelle operazioni in Italia e all’estero”.

“A questi soldati – ha sottolineato il generale Graziano – non devono mancare le risorse essenziali per l’addestramento, che è la condizione necessaria per garantire la loro sicurezza”.

Dichiarazione particolarmente importante, questa del CaSME, alla luce delle “oltre 60.000 domande di reclutamento all’anno, che testimoniano quanto sia forte tra i giovani il desiderio di entrare nell’Esercito Italiano”.

Il Presidente dell’Associazione Nazionale Bersaglieri, generale Marcello Cataldi, salutando i tutti i presenti,  ha ricordato l’ultimo caduto dei bersaglieri in una missione all’estero: esattamente un anno fa, l’8 giugno 2013, il maggiore Giuseppe La Rosa ha perso la vita in Afghanistan  per proteggere i commilitoni dall’esplosione di un ordigno facendo scudo con il suo corpo.

Al maggiore La Rosa è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare il 7 maggio scorso. Il fratello di Giuseppe La Rosa ha preso parte allo sfilamento di corsa, che si è tenuto ieri dalle 9 alle 14.

La sfilata è stata aperta dalla fanfara e da una compagnia in armi dell’11° reggimento Bersaglieri di Orcenico, preceduta dalla Bandiera di Guerra del reparto.

Erano presenti al raduno anche molti bersaglieri famosi, tra cui il generale Angioni, comandante della missione in Libano del 1982, il generale Mauro del Vecchio, comandante della brigata Bersaglieri Garibaldi che entrò in Kosovo nel 1999, e che è stato l’unico ufficiale italiano ad aver comandato la missione NATO ISAF ( International Security and Assistance Force in Afghanistan) dal 2005 al 2006.

Nel corso della giornata di ieri è stata rievocata la storica battaglia di Ponte di Goito, avvenuta nel 1848 tra truppe sabaude e austriache, prima battaglia che ha visto i bersaglieri  vittoriosi protagonisti: la rievocazione ha coinvolto oltre 300 comparse teatrali.

Fin dal 18 giugno 1836, data della loro fondazione a opera del generale La Marmora, i bersaglieri hanno preso parte alle tappe salienti della storia d’Italia, uno tra tutti la Breccia di Porta Pia, e hanno partecipato a tutte le missioni all’estero e in patria che si sono svolte fino a oggi.

Sul territorio nazionale i bersaglieri partecipano all’operazione Strade Sicure, in concorso alle forze dell’ordine, operando anche con pattuglie e presidi fissi nella capitale e  svolgendo pattuglie e servizi di vigilanza nella cosiddetta Terra dei Fuochi.

Il 63° raduno dei bersaglieri si terrà a Rimini dal 5 al 10 maggio 2015.

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Fonte e foto: stato maggiore Esercito

Sottufficiali Esercito Italiano: oggi a Viterbo l’inaugurazione dell’Anno Accademico. Le foto

Questa mattina, 7 dicembre, nella Scuola Sottufficiali dell’Esercito di Viterbo, ha avuto luogo la cerimonia di apertura dell’anno accademico 2012 – 2013 alla presenza del ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola e del Capo di stato maggiore dell’Esercito, generale Claudio Graziano.

Dopo una breve introduzione del comandante della scuola, generale Roberto Ranucci, è intervenuto l’astronauta Paolo Nespoli, ex incursore e ufficiale della Riserva dell’Esercito, con la prolusione dal titolo “Sei mesi fuori dal mondo”.

L’astronauta Nespoli, che ha frequentato la Scuola Sottufficiali trentadue anni fa, ha sottolineato “l’importanza  della formazione e dell’addestramento militare che lo hanno aiutato ad allargare i propri orizzonti e a trovare le soluzioni più idonee a superare gli ostacoli che ha incontrato nel corso della propria vita”.

L’astronauta è stato salutato con affetto dal generale Graziano, che lo ha ringraziato per l’interessante prolusione e per il lustro che continua a dare alla professione militare nella sua nuova professione di astronauta.

Il Capo di stato maggiore dell’Esercito ha poi ringraziato il ministro Di Paola, per la sua partecipazione “che ha conferito particolare solennità alla cerimonia”; il senatore Mauro Del Vecchio; la senatrice Laura Allegrini; il sindaco Giulio Marini; il prefetto di Viterbo, Antonella Scolamiero, e il rettore dell’Università della Tuscia, professor Marco Mancini, perché con la loro presenza testimoniano la vicinanza delle istituzioni alle Forze Armate e all’Esercito.

Rivolgendosi poi agli allievi, il generale Graziano ha rimarcato come “la figura del maresciallo, quale junior leader, nel contesto degli attuali scenari d’impiego è un elemento cardine e irrinunciabile. I marescialli, che l’Esercito impiega principalmente come comandanti di plotone, peculiarità unica in ambito della NATO, hanno saputo fornire un contributo qualificante e prezioso, come il maresciallo Mauro Gigli (promosso sottotenente) caduto in Afghanistan e decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare”.

“Le sfide che vi attendono – ha aggiunto il generale Graziano – non devono intimorirvi, bensì̀ devono essere uno sprone ad agire con maggiore determinazione. Voi dovrete essere attori del cambiamento”.

Il ministro Di Paola, nel suo intervento, ha ricordato che “la parola maresciallo viene dall’arabo ed è l’insieme delle due parole marah, cavallo, e shalk, custode: custode del cavallo, che nel mondo arabo è il patrimonio più importante. Voi siete custodi degli uomini che vi saranno affidati, delle tradizioni e dei valori che vi saranno trasmessi. Non abbiate paura di conoscere di esplorare, abbiate il coraggio di arricchire il vostro patrimonio di conoscenze. Voi vivete una vita in divisa con il Tricolore al braccio, che sicuramente vale la pena di essere vissuta”.

Al termine, dopo i rintocchi della campana del dovere, il Capo di stato maggiore dell’Esercito ha dichiarato aperto l’Anno Accademico 2012 -2013.

La Scuola Sottufficiali è il polo di formazione per i marescialli dell’Esercito che al termine dell’iter formativo conseguiranno, presso l’Università degli Studi della Tuscia, la laurea di primo livello in Scienze organizzative e gestionali, e, presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, la laurea di primo livello in Infermieristica.

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Fonte: stato maggiore dell’Esercito

Foto: stato maggiore dell’Esercito

A NRDC-ITA il CsmE, generale Graziano, parla di ritorno ai principi militari per fronteggiare la crisi economica. Nel pomeriggio visita agli Alpini paracadutisti, corpo d’élite

Razionalizzazione delle risorse, soprattutto in ambito logistico, e una forte spinta alle economie di scala.

E’ il senso del messaggio che il Capo di stato maggiore dell’Esercito, generale Claudio Graziano, ha lasciato nel corso delle visita di oggi al personale del NATO Rapid Deployable Corps-Italy (NRDC-ITA), il corpo di reazione rapida della NATO comandato dal generale Giorgio Battisti nella caserma Ugo Mara a Solbiate Olona.

L’attuale periodo di ristrettezze economiche ad ampio spettro, che si ripercuote anche sulle Forze Armate, spinge a una ristrutturazione per meglio disporre delle risorse esistenti, come lo stesso ministro della Difesa Giampaolo Di Paola sta ricordando in questi giorni. In questo senso il trasferimento del 1° reggimento Trasmissioni da Milano alla caserma Ugo Mara, a Solbiate, rappresenta una applicazione immediata del principio.

Il generale Graziano ha sottolineato l’aspetto virtuoso del processo di valorizzazione delle risorse attraverso la ristrutturazione, collegandolo ai valori fondanti della vita militare: “La situazione economica ci offre l’opportunità di riscoprire il rigore e il ritorno ai principi propri dell’essere militare”, ha dichiarato il Capo di stato maggiore dell’Esercito. “La nostra istituzione e’ fondata su valori morali ed e’ fatta per servire lo Stato e servire gli altri”.

Nel corso della visita il generale Graziano ha ricevuto un breve aggiornamento sulle principali attività in corso e di prossimo svolgimento. Ha poi incontrato il personale militare e civile del comando multinazionale, che ha personalmente elogiato per la motivazione, disciplina e capacità operative dimostrate nella continua ricerca di standard addestrativi e di prontezza operativa sempre più elevati.

L’NRDC-ITA è alle dipendenze del Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa (SACEUR), ed è stato costituito per fare fronte, in caso di necessità immediata, allo schieramento di una forza multinazionale in un’area di crisi in tempi brevissimi, da un minimo di 5 giorni a un massimo di 30 giorni.

Composto per il 70% da ufficiali e sottufficiali italiani e per il restante 30% da personale proveniente da 14 Paesi Alleati (Bulgaria, Francia, Germania, Grecia, Ungheria,Paesi Bassi, Portogallo, Polonia, Romania, Slovenia, Spagna, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti), l’NRDC-ITA segue una continua e costante attività addestrativa per il mantenimento delle proprie peculiari capacità di reazione rapida.

NRDC-ITA ha ricoperto il ruolo di Land Component Command nei turni di NATO Response Force (NRF) in tre diversi periodi, corrispondenti a NRF3 (2004), NRF9 (2007), NRF16 (2010).

L’intero comando è stato dispiegato in Afghanistan tra il 2005 e il 2006 al comando del generale Mauro Del Vecchio per ISAF VIII. Successivamente, una parte del personale è stata impiegata in Afghanistan nel 2009.

La visita del Capo di stato maggiore dell’Esercito di quest’oggi ha rappresentato l’occasione per l’inaugurazione di un monumento dedicato ai caduti di tutte le guerre donato dall’Associazione Nazionale Alpini (ANA) – Sezione di Varese alla presenza del presidente nazionale dell’associazione, Corrado Perona, della sezione locale, Francesco Bertolasi e del sindaco di Solbiate Olona, Luigi Salvatore Melis.

Nel pomeriggio, il generale Graziano ha visitato a Montorio Veronese il 4° reggimento Alpini paracadutisti, unità di élite appartenente al bacino delle  Forze per operazioni speciali della Forza Armata. Una visita che testimonia l’attenzione che l’Esercito Italiano rivolge a questa tipologia di forze sempre più richieste nelle operazioni multinazionali per il ruolo cruciale e spesso determinante che svolgono.

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Il 4° reggimento Alpini paracadutisti in Paola Casoli il Blog

Fonte: PAO NRDC-ITA, stato maggiore dell’Esercito

Foto: PAO NRDC-ITA, stato maggiore dell’Esercito

Solbiate Olona si prepara alla Nato Response Force del 2007

pubblicato da Pagine di Difesa il 20 novembre 2006

“Nove mesi in Afghanistan – spiega il generale di corpo d’armata Mauro Del Vecchio, comandante del corpo di reazione rapida italiano per la Nato (Nrdc-it) basato nella caserma Mara a Solbiate Olona – sono una esperienza forte e intensa vissuta senza pause e soste”. E senza pause né soste è stato anche il periodo successivo al rientro in patria degli uomini del generale, che in Afghanistan è stato al comando di 18mila militari di 37 paesi Nato e non-Nato nel corso della missione Isaf-8 dal 4 agosto 2005 al 4 maggio 2006. “Il corpo d’armata – rende noto Del Vecchio – si è immediatamente reinserito nella sede in Italia e le scadenze si sono avvicinate immediatamente”.

Dopo il saluto al contingente dato dalla città di Milano lo scorso 13 maggio, anticipato dalla consegna dell’Ambrogino d’Oro al generale Del Vecchio da parte dell’allora sindaco di Milano Gabriele Albertini, per l’Nrdc-it si sono avvicendati eventi e cerimonie a partire dall’insediamento di un nuovo vice comandante, il generale di divisione britannico David Bill che ha sostituito il collega Roger Lane il 19 settembre.

E poi l’International Day dello scorso 23 settembre, che ha richiesto un pesante impegno organizzativo; per proseguire con l’assunzione del comando della brigata Trasmissioni da parte del generale di brigata Raffaele De Feo, che ha sostituito il collega Ruggero D’Osualdo il 10 ottobre; l’assegnazione il 24 ottobre della bandiera di guerra al reggimento di supporto tattico e logistico, il Restal comandato dal colonnello Gerardo Restaino: “Una assegnazione che conferisce al reggimento un più alto significato alle attività operative e logistiche svolte in terra afgana durante le operazioni Isaf-8 e Italfor-11”.

Ora i militari della Mara sono a Civitavecchia per l’esercitazione Eagle Blade 06, che prepara l’Nrdc-it al prossimo impegno nella rotazione della Nato Response Force (Nrf). “L’anno prossimo torneremo a essere un elemento importante in ambito Nato: la componente terrestre della Nrf”, diceva il generale Del Vecchio già agli inizi dello scorso mese di agosto.

Non sarà la prima volta che l’Nrdc-it assolverà a tale impegno. Nel secondo semestre del 2004, infatti, i militari della Mara costituirono la componente terrestre nella Nrf-3. Questa volta “Nrdc-it parteciperà al progetto Nato Response Force dal 1° luglio 2007 al 15 gennaio 2008 come componente terrestre nella Nrf-9“, specifica il comandante Del Vecchio. La Nrf si avvale di un sistema di rotazione delle forze che è il suo punto di forza, dato che come spiega il comandante “la turnazione è un’organizzazione interna che garantisce l’operatività immediata e il livello di prontezza che la Nato assicura”.

La Nato Response Force è una struttura di pronto impiego per l’Alleanza Atlantica, pronta a intervenire in qualsiasi area di crisi. Finora la forza è stata impiegata per aerotrasportare gli aiuti umanitari stanziati a supporto delle vittime dell’uragano Katrina (settembre 2005) e solo un mese dopo è intervenuta a fini umanitari a sostegno del Pakistan sconvolto dal terremoto.

“Nrf è una struttura che la Nato ha deciso di darsi dal 2002 – sottolinea il generale Del Vecchio – per intervenire con immediatezza in tutti i teatri operativi qualora ce ne fosse necessità”. Le sue principali missioni di impiego sono quelle che prevedono la capacità di reagire con le forze più adatte allo specifico scopo nel più breve tempo possibile. Facendo riferimento solo sulle proprie capacità logistiche la Nrf può operare autonomamente fino a 30 giorni, anche oltre se viene rifornita.

E lo ha dimostrato in occasione dell’esercitazione Steadfast Jaguar 06, che ha avuto luogo lo scorso mese di maggio a Capo Verde arrivando a concludere con il riconoscimento della piena capacità operativa un percorso iniziato nell’ottobre 2003 con la iniziale capacità operativa.

“L’esercitazione di ottobre – anticipava ad agosto Del Vecchio – coinvolgerà le forze di turno: l’obiettivo è la costanza di prontezza operativa”. La Eagle Blade 06 che l’Nrdc-it affronta ora a Civitavecchia costituisce la terza fase di un processo di preparazione che è iniziato con l’addestramento delle unità a livello tattico di responsabilità nazionale, è continuato con l’addestramento delle componenti sotto responsabilità Nato per provarne l’interoperabilità, e si conclude ora con una esercitazione per posto comando, tutta dedicata all’addestramento estensivo delle comunicazioni e alla struttura di comando.

Afghanistan, agli attentati gli italiani rispondono con aiuti umanitari

pubblicato da Pagine di Difesa il 22 dicembre 2005

“L’attacco suicida contro un convoglio italiano a Herat si inserisce nell’ambito di una serie di attacchi simili che da un paio di mesi sono apparsi con maggiore frequenza sulla scena afgana e che hanno coinvolto anche le forze di Isaf”. Chi fa questa affermazione è il generale di corpo d’armata Mauro Del Vecchio, da agosto 2005 comandante della International Security Assistance Force (Isaf), dal suo quartier generale a Kabul. Il generale aggiunge: “Questo tipo di attacchi non è comune in Afghanistan e non rientrava nelle tecniche adottate finora dai talebani. Non è chiaro al momento, ed è quello che l’intelligence sta verificando, se queste tecniche siano state copiate o importate da altri teatri, come quello iracheno”.

“Le forze di Isaf – precisa Del Vecchio – visti i recenti attacchi contro i nostri mezzi e pattuglie e considerando anche il grande evento dell’inaugurazione parlamentare, hanno elevato lo stato di attenzione; sono state date direttive specifiche per fronteggiare tali rischi. Sono state riviste le modalità di pattugliamento e di comportamento ed è stata intensificata l’attività di intelligence svolta in collaborazione con le forze di sicurezza afgane. L’adozione di queste direttive e l’addestramento dei nostri militari ha permesso di prevenire l’attentato del 20 dicembre e di limitare i danni”.

Il generale Del Vecchio aggiunge: “Il conduttore del mezzo che è stato coinvolto ha notato il mezzo civile che si stava avvicinando in modo anomalo e gli ha impedito di inserisi all’interno del convoglio, obbligandolo a sorpassare sulla destra e poi a finire fuori strada. A questo punto il kamikaze si è fatto esplodere. Ma anche l’attacco di pochi giorni fa contro una pattuglia norvegese è stato prevenuto grazie all’adozione di misure e tecniche che hanno fatto sì che l’attacco fallisse”.

Del Vecchio conclude: “La mia lettura della situazione è che c’è un tentativo disperato da parte di queste organizzazioni ed elementi per riafferamare la loro vitalità ed esistenza con attacchi di grande effetto dal punto di vista mediatico in concomitanza di un evento di grande rilevanza per la vita del paese come l’apertura del Parlamento. Una recrudescenza prima del periodo invernale, che statisticamente ha visto sempre una diminuzione degli attacchi”.

Dunque, sono state messe in atto le procedure previste per evitare che l’attacco al convoglio andasse a segno. L’autista che la mattina del 20 dicembre a Herat, città dell’Afghanistan occidentale sede del Provincial Reconstruction Team italiano, chiudeva il convoglio formato da un fuoristrada Defender, un autocarro portacontainer e un Toyota Prado (tutti mezzi in organico al comando del Prt) aveva notato chiaramente l’auto che seguiva a velocità sostenuta.

Uno spostamento a sinistra per evitare il sorpasso e poi la chiusura dell’auto dell’attentatore che tentava a quel punto il sorpasso sulla destra. In questo modo la vettura carica di esplosivo è finita fuori strada esplodendo lontano dal convoglio. Al maresciallo capo Carmine Di Motta, al caporalmaggiore volontario in ferma breve Tommaso De Sio e al caporale volontario in ferma breve Alessandro Nonis, che stavano rientrando a Herat dopo un servizio esterno alla Forward Support Base, l’aeroporto di Herat, i sanitari hanno riscontrato ferite leggere causate dalla frantumazione dei vetri per lo scoppio dell’esplosivo.

Sul posto è subito intervenuta la Quick Reaction Force, la forza di impiego rapida, che con la polizia locale ha messo in sicurezza la zona. I militari feriti sono stati ricoverati all’ospedale militare spagnolo-bulgaro della Forward Support Base. I sanitari hanno confermato che le loro condizioni erano buone e non destavano preoccupazioni. Sembra che tali attentati, stando a rivendicazioni di cui non è verificabile l’autenticità, siano da ricollegarsi a gruppi di talebani. Va però tenuto presente – come ha detto anche l’ambasciatore a Kabul Ettore Francesco Sequi nel corso di un incontro di approfondimento sull’Afghanistan dopo le elezioni, organizzato a Milano dall’Istituto per gli studi di politica internazionale lo scorso 18 novembre – che “la cultura del kamikaze non fa parte dell’Afghanistan”.

A questo punto si riapre la discussione su una situazione frammentata del potere in Afghanistan. La vittoria di molti signori della guerra alle recenti elezioni parlamentari potrebbe minare la forza del potere centrale di Kabul e permettere infiltrazioni di terroristi, coltivazioni di oppio e traffici illegali. La questione della porosità dei confini con il Pakistan ha spinto il presidente Hamid Karzai a chiedere l’aiuto dei governi confinanti e la collaborazione delle organizzazioni internazionali per evitare il progressivo rinforzo della illegalità.

In questo clima lunedì 19 dicembre si è inaugurato il nuovo Parlamento afgano: 351 membri, di cui 249 della Wolesi Jirga, l’assemblea nazionale, e 102 della Meshrano Jirga, il senato. Il presidente Karzai ha dichiarato: “Questa riunione dimostra che tutto il popolo dell’Afghanistan è unito ed è un passo importante verso la democrazia”. Il 91enne Zahir Shah, ex monarca afgano rovesciato nel 1973 con un colpo di stato ed esule a Roma, era presente alla cerimonia. “Ringrazio Dio perché oggi mi trovo a partecipare a una cerimonia che rappresenta un passo verso la ricostruzione dell’Afghanistan dopo decenni di combattimenti. Il popolo afgano vincerà” sono state le sue parole.

Un quarto dei seggi della Wolesi Jirga e un sesto della Meshrano Jirga sono occupati da donne. Nel Parlamento siedono anche signori della guerra che combatterono contro l’occupazione sovietica, ex comunisti e talebani che si sono dissociati dal “regime medioevale”, come lo aveva definito il ministro degli Esteri Gianfranco Fini lo scorso agosto a Camp Invictia. In Parlamento si è presentata anche Malalai Joya, la parlamentare 27enne eletta nel collegio di Herat e conosciuta per aver attaccato pubblicamente i signori della guerra. Lunedì ha dichiarato ai giornalisti che gli uomini e le donne dell’Afghanistan “sono come piccioni che sono stati liberati dalle gabbie dei talebani, ma ai quali sono state mozzate le ali e che sono finiti nelle grinfie di vampiri che succhiano loro il sangue”.

A fianco dell’apparato di sicurezza nell’ambito di Isaf esistono anche momenti dedicati agli aiuti umanitari, destinati alla crescita del paese. A Kabul i militari del Cimic della brigata alpina Taurinense, che opera nell’ambito della missione Isaf e costituisce la Kabul Multinational Brigade (Kmnb) comandata dal generale di brigata Claudio Graziano, hanno consegnato 250 paia di scarpe al centro ortopedico Ali-Abad. Il centro è una struttura della Croce Rossa Internazionale ed è gestito dal medico italiano Alberto Cairo che opera a favore delle vittime delle mine. La raccolta delle scarpe, effettuata in Italia dalla sezione di Biella della Associazione nazionale alpini, rientra nel progetto Torino-Kabul 2005 elaborato dal comando Reclutamento forze di completamento interregionale nord e il comune di Torino.

Il progetto è finalizzato al sostegno dell’infanzia e della educazione scolastica. Il generale Graziano, sottolineando la vicinanza dei militari italiani al popolo afgano, ha affermato: “La brigata multinazionale fornisce sicurezza alla provincia di Kabul e la sicurezza si crea anche realizzando un rapporto di fiducia con la popolazione. In sinergia con l’ambasciata i militari italiani stanno sviluppando alcuni progetti per aumentare il rapporto di fiducia già esistente, concentrandosi principalmente nei settori dell’educazione e istruzione. Far conoscere meglio l’Italia e conoscere meglio questo paese è un chiaro segno di una comunità d’intenti”.

Oltre alla ristrutturazione di un asilo e di una scuola media del Distretto 5 di Kabul il progetto Torino-Kabul 2005 ha pensato anche all’università, grazie ai circa ottomila euro messi a disposizione dal Rotary club Polaris di Torino. L’ambasciata d’Italia a Kabul ha reso disponibili 20 borse di studio per gli studenti del corso di italiano, la cui insegnante è Chiara Ciminello, affinché possano approfondire lo studio della lingua direttamente in Italia dal 1° febbraio al 31 marzo 2006. L’ambasciatore Francesco Sequi ha dichiarato agli studenti al momento della consegna delle borse di studio che è loro compito “fare da ponte alle due culture”.

Afghanistan, elezioni imperfette ma verso la democrazia

pubblicato da Pagine di Difesa il 26 settembre 2005

“Non sarà una elezione perfetta ma confidiamo nel rispetto delle regole di base”, diceva Jean Arnault, inviato delle Nazioni Unite in Afghanistan, lo scorso 13 settembre all’agenzia Associated Press nel corso di una intervista a proposito delle elezioni afgane di domenica 18 settembre.

“Potrà essere un risultato imperfetto – era il parere del comandante di Isaf 8 generale Mauro Del Vecchio poche ore prima dell’apertura dei seggi – ma questo fa parte del cammino che ogni democrazia deve affrontare”.

E le regole di base sono state rispettate secondo quanto assicura Emma Bonino, capo della missione di osservatori europei, che ha sottolineato come le elezioni afgane sono state “in generale amministrate bene”. Anche sotto l’aspetto della sicurezza non ci sono stati problemi, dato che le minacce dei talebani nei confronti degli elettori non si sono concretizzate e il dispositivo delle forze militari internazionali a sostegno delle autorità afgane ha sorvegliato la situazione senza coinvolgimenti.

Tuttavia la complessità dell’operazione intesa da un punto di vista sociale e politico era palese. Il territorio afgano è abitato da una decina di etnie ed è controllato da una dozzina (nel 2004) di signori della guerra. Dall’allontanamento del re Zahir Shah, avvenuto nel 1973, non sono più state indette elezioni e l’Afghanistan si è trovato dapprima a fronteggiare i sovietici e poi a ubbidire ai talebani.

Deposto quel regime con l’aiuto degli statunitensi, erano gli anni Ottanta, per l’Afghanistan è cominciato il periodo delle scorrerie di al-Qaeda e degli abbondanti raccolti di oppio. Un quarto di secolo di disordini e guerra per poi finire additato dagli Usa e dal mondo come fucina degli integralisti islamici: l’Afghanistan è al centro della lotta al terrorismo con l’operazione statunitense Enduring Freedom decisa dopo l’attacco alle Torri Gemelle di New York del 11 settembre 2001.

“E’ difficile tenere elezioni in una zona post-conflitto come l’Afghanistan in queste prime fasi dello sviluppo democratico”, ha detto il capo della Commissione elettorale afghana congiunta Peter Erben. Di democratizzazione si parla dal 2001, anno in cui a Bonn si sono decise le sorti del paese centroasiatico con un accordo finalizzato al sostegno e allo sviluppo.

Quell’accordo può considerarsi soddisfatto ora che le schede elettorali sono affluite nei padiglioni preposti per il conteggio. Tanto da far pensare a una seconda fase. “Il lavoro non è ancora finito”, ha detto l’ambasciatore americano in Afghanistan Ronald Neumann riportato da una notizia Ansa del 19 settembre. Il secondo accordo potrebbe vedere coinvolti nel corso del prossimo anno la Nato, le Nazioni Unite e le agenzie affiliate, il governo afgano e gli Stati Uniti. Anche se le trattative per l’impegno statunitense sarebbero ancora in corso, a quanto sostiene l’ambasciatore.

Intanto “si pensa a un collegamento più organico tra Isaf e Enduring Freedom”, ha affermato l’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo, vice segretario generale dell’Alleanza Atlantica, a Roma lo scorso 19 settembre. In che modo? “Non c’è una formula definitiva: una delle opzioni, ad esempio, è che ci sia un comando unificato per regione, un’altra che ci siano comandanti con due cappelli, Nato e Coalizione. Sono formule su cui si sta lavorando”.

I primi risultati delle votazioni potrebbero essere comunicati il 10 ottobre, mentre la data ufficiale in cui verranno rese note le preferenze del popolo afgano è il 22 ottobre. Per il generale Del Vecchio a comando di Isaf 8 dallo scorso agosto si tratta di “un lungo processo che vedrà la luce solo con la promulgazione dei risultati”, nel frattempo i suoi uomini “continueranno a garantire il supporto al governo ove ci fossero problemi legati al risultato delle elezioni e all’insoddisfazione dei non eletti”.

Kabul, domani il ministro Fini al Toa di Del Vecchio

pubblicato da Pagine di Difesa il 3 agosto 2005

Kabul, Afghanistan – “Gli italiani stanno dando un contributo fondamentale alla tappa più importante per lo sviluppo dell’Afghanistan: le elezioni parlamentari del prossimo 18 settembre” ha dichiarato ieri 2 agosto il capo di stato maggiore della Difesa ammiraglio Giampaolo Di Paola, in visita al contingente italiano nella Kabul Multinational Brigade.

L’ammiraglio è giunto a Kabul da Nassiriya accompagnato dal comandante operativo interforze, il generale di corpo d’armata Fabrizio Castagnetti. Nel corso dell’incontro con la stampa è stata comunicata la visita del ministro degli Esteri Gianfranco Fini prevista per domani 4 agosto, giornata del trasferimento del comando di Isaf VIII al generale di corpo d’armata Mauro Del Vecchio.

Il generale Del Vecchio ha sottolineato il ruolo del nostro paese in questa missione “che sarà sicuramente impegnativa e che, per la prima volta, vede l’Italia al vertice sia per quanto riguarda il comando sia per la struttura, la componente terrestre che affianca quelle della Marina e della Aeronautica”.

Per l’ambasciatore italiano Ettore Francesco Sequi “il sistema Italia sta concorrendo al raggiungimento della sicurezza afgana, che significa portare il paese verso la stabilità e la democrazia”.

Lo sforzo logistico è notevole: l’Afghanistan dista circa 4.800 chilometri dall’Italia e non ha sbocchi sul mare. La missione Isaf (International Security Assistance Force), che si avvale del contributo di una quarantina di uomini della Polizia militare, sta per affrontare la sua espansione verso sud, che potrebbe già concretizzarsi entro il 2005.

Il generale Santangelo: rispettiamo gli Afghani

pubblicato da Pagine di Difesa il 23 maggio 2005

Il 31 maggio assumerà il ruolo di coordinatore e comandante della regione occidentale in Afghanistan, Regional Area Coordinator – West (Rac-W). E’ il generale di brigata Giuseppe Santangelo, da fine aprile a Herat per familiarizzare con il suo prossimo ruolo nel teatro afgano.

“E’ un lavoro lungo – spiega il generale – che non finisce in tre mesi, basti pensare alla data delle elezioni fissata per il 18 settembre: un momento importante per l’Afghanistan”.

Generale, che cosa significa questo incarico?
Il fatto che la gestione di quattro Provincial Reconstruction Team (Prt) nell’ovest del paese venga affidata all’Italia manifesta il peso dato dall’Alleanza atlantica al nostro paese. Il prossimo 4 agosto con il passaggio di consegne dal generale turco Ethem Erdagi, comandante di Isaf VII, al generale Mauro Del Vecchio la leadership della missione in Afghanistan sarà affidata all’Italia. In questo modo ci saranno due comandi italiani nell’area: il mio comando nell’ovest del paese, a Herat, che farà capo al comando del generale Del Vecchio, nel quartier generale di Kabul.

Quali saranno i suoi compiti?
Il Rac-W è un generale con uno stato maggiore alle sue dipendenze, che ha il compito di coordinare le azioni di quattro Prt: Herat, a guida italiana; Farah, che dalla attuale guida statunitense passerà a quella italiana; Kaleh – Now, un Prt a guida spagnola in costituzione a nord del paese, e Chaghcharan, a guida lituana. Il Rac-W ha alle sue dipendenze la Forward Support Base (Fsb), l’installazione militare a guida spagnola nell’aeroporto di Herat che è costituita da un numero di elicotteri che comprende anche quelli per l’evacuazione in caso di esigenze sanitarie (Medevac); una compagnia di quick reaction force, pronta a intervenire in tempi ridotti, e un ospedale da campo in grado di far fronte a esigenze chirurgiche (tipo Role 2). La gestione del traffico aereo nell’Air Port of Debarcation (Apod) è a responsabilità italiana. In totale questa Fsb, realizzata in circa 45 giorni dal Reparto mobile di supporto dell’Aeronautica militare italiana di Villafranca, Verona, è composta da circa 600 persone: 200 italiani e 400 spagnoli. E’ il cuore di tutto, perché sono proprio queste 600 persone che consentono la gestione dell’aeroporto e gli eventuali sgomberi.

Come giudica il prossimo impegno dell’Italia al vertice della missione Nato in Afghanistan?
Questo è un momento di grande visibilità per l’Italia. La decisione di dare questo incarico al comando Nrdc di Solbiate Olona, comandato dal generale Mauro Del Vecchio, dimostra la grande attenzione della Nato verso l’Italia e conferma l’impegno della nostre autorità nazionali in questo paese che da 25 anni è colpito da conflitti. In particolare il nostro impegno è nella ricostruzione, come anticipa l’acronimo Prt: team di ricostruzione provinciale. Lo stesso ministro della Difesa Antonio Martino ha sottolineato ufficialmente che noi italiani siamo venuti in Afghanistan per dare.

Una operatrice umanitaria italiana, Clementina Cantoni, è nelle mani dei rapitori dal 16 maggio. Come vengono vissuti questi momenti?
Vi sono due aspetti importanti che voglio mettere in evidenza. In primo luogo il fatto che prima di partire per gli Stati Uniti il presidente Hamid Karzai ha confermato l’impegno delle autorità afgane a collaborare per la risoluzione del caso. Poi vi è la reazione della comunità afgana, che si è mobilitata con l’affissione di manifesti per le vie della capitale, e davanti a tutti l’impegno delle vedove destinatarie della cura e degli aiuti del progetto di Clementina Cantoni. Queste vedove sono l’eredità profonda della guerra e occupano un posto di rilievo nella cultura di questo paese che ha riportato una cifra molto alta di morti nel corso del conflitto con i sovietici.

Certo la situazione non è calma. Sei afgani (che lavoravano per una azienda statunitense, ndr) sono stati uccisi il 18 maggio nella zona a nord di Kandahar. La regione occidentale dove opero io sembra più tranquilla, ma questo non significa che possiamo abbassare la guardia. Qui l’umore è altalenante e la religione è molto forte, va rispettata. La presenza di differenti etnie facilmente sollecitabili, come ha dimostrato il recente caso della notizia data da Newsweek e poi smentita relativa alla profanazione del Corano, dimostra proprio questo. Ci vuole cautela. Io ho una grande fiducia: vedo l’impegno di organizzazioni non governative, della Nato, dell’attività di disarmo delle milizie locali. Bisogna avere fiducia e lo faccio presente a ogni afgano che incontro.-

Il sostegno alla sicurezza è l’impegno principale della missione Isaf (International Security Assistance Force). Inizialmente il mandato prevedeva un raggio di azione limitato a Kabul e alle zone limitrofe, ora, a seguito della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n. 1510 dell’ottobre 2003, le Nazioni Unite hanno esteso il mandato all’intero territorio afgano mettendo le basi per una espansione della missione.

Il primo passo verso questo ampliamento si è verificato nel dicembre 2003, quando il Consiglio Atlantico ha autorizzato il generale James Jones, Supreme Allied Commander, a mettere sotto comando tedesco il Prt di Kunduz. Il Provincial Reconstruction Team è una struttura composta da personale civile e militare che lavora nella province afgane per garantire sicurezza agli operatori dell’area e per dare supporto alla ricostruzione. Rappresenta un elemento chiave nei tre pilastri degli accordi di Bonn, che hanno delineato l’intervento in Afghanistan: sicurezza, ricostruzione e stabilità politica.

I Prt erano inizialmente prerogativa statunitense nell’ambito dell’operazione di lotta al terrorismo denominata Enduring Freedom. Dal 31 dicembre 2003 la componente militare del Prt di Kunduz è stata posta sotto il comando di Isaf: il primo passo nell’espansione della missione a guida Nato, che il 28 giugno 2004 al summit di Istanbul ha annunciato la costituzione di altri quattro Prt a nord del paese, Mazar-e-Sharif, Meymana, Feyzabad e Baghlan.

Consolidato l’ampliamento nell’area settentrionale del paese, Isaf sta ora procedendo in senso antiorario verso ovest creando nuovi Prt o assumendone di esistenti dalla operazione a guida Usa Enduring Freedom. Il 31 maggio, con l’assunzione del ruolo di Rac-W da parte del generale Santangelo, verrà fatto un ulteriore passo verso l’espansione.