Ott 18, 2004
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Kosovo, le tensioni a pochi giorni dal voto

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pubblicato da Pagine di Difesa il 18 ottobre 2004

Da una parte l’invito del presidente serbo Boris Tadic a non disertare le urne il prossimo 23 ottobre, dall’altra il peggioramento delle condizioni di vita in questi ultimi cinque anni. E’ tra questi due estremi che i serbi del Kosovo devono effettuare una scelta negli ultimi giorni a disposizione prima delle elezioni.

Andare alle urne e accettare l’invito che il presidente Tadic ha espresso da Belgrado significa poter inserire legittimi rappresentanti serbi nelle istituzioni. Un elemento positivo se si pensa in una prospettiva futura, dato che il Kosovo deve raggiungere uno standard per poter avere uno status. Senza leader serbi eletti la voce di Belgrado risulterebbe più debole e la strada verso la crisi politica sarebbe spianata, con il rischio di una riduzione degli aiuti finanziari alla Serbia.

Non andare a votare, d’altra parte, indebolirebbe il legame tra i serbi di Belgrado e quelli della regione del Kosovo, amministrati dal 1999 da un governo provvisorio delle Nazioni Unite (Unmik). Per questi serbi e per le altre minoranze, che vivono in enclave e temono quotidianamente la violenza da parte degli albanesi che sono il 90% della popolazione, i diritti umani fondamentali non sono garantiti. Manca la libertà di movimento e la sicurezza e il diritto alla vita non sono adeguatamente tutelati. Non lo sono ora con la presenza delle truppe della Kfor, a maggior ragione non lo sarebbero se i militari dovessero lasciare la zona.

I disordini scoppiati lo scorso mese di marzo dimostrano che l’atmosfera di convivenza non si è creata e che il processo verso un Kosovo multietnico non è neppure agli inizi. Da quello scoppio di violenza le condizioni di base per una vita umana sicura non registrano miglioramenti né per le comunità serbe né per quelle non albanesi. L’economia, dopo un iniziale incremento positivo alla fine dell’intervento a fuoco nel 1999, è ora bloccata e la corrente elettrica va a singhiozzo.

Da marzo i serbi vedono seccare le proprie radici. I monasteri devastati e i simboli della cristianità violati, con la cura di non lasciare superstiti nemmeno il bestiame e la scorta di legna per l’inverno, sono testimonianze non solo del peggioramento della sicurezza ma anche della volontà dell’etnia di maggioranza di sradicare il popolo serbo dalla regione.

La Chiesa ortodossa serba, che in Kosovo-Methoija ha i suoi fondamenti e le espressioni più preziose, ha invitato i serbi della regione del Kosovo a boicottare le elezioni. Il vescovo Artemije, esponente autorevole del Santo Sinodo, ha avuto parole dure per Boris Tadic e la sua scelta di chiamare i serbi alle urne: “Avrebbe dovuto decidere in Kosovo, faccia a faccia con queste persone”. E invece Tadic, nella speranza di un futuro autorevole nello scenario internazionale, ha deciso restando a Belgrado, lontano dai campi profughi e dai volti di coloro che vi vivono.

Un centinaio di quei serbi che Tadic non ha incontrato in Kosovo è andato a manifestare a Belgrado, davanti al Parlamento serbo in piazza della Repubblica. Arrivati in bus dalla regione del Kosovo e da altre parti della Serbia, hanno fatto sorgere in Tadic il dubbio che il viaggio – pagato circa 5.350 euro a un’azienda di trasporti kosovara tramite la Banca Commerciale in Kosovo – potesse essere stato finanziato con i soldi dei fondi del budget della Repubblica serba.

L’interrogazione presentata dal presidente al governo ha ottenuto una secca risposta: “I soldi presi dal budget sono destinati esclusivamente a salari e investimenti”. E ora Tadic si trova contestato anche da Socialisti e Radicali che ne chiedono la sua destituzione. Secondo i leader dei due partiti l’appello al voto rivolto da Tadic ai serbi violerebbe la Costituzione.

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