Set 11, 2012
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Afghanistan: undici anni dopo l’attacco alle Torri Gemelle arrivano parole di pace, e di business, da parte talebana

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Sono passati undici anni dall’evento che ha aperto drammaticamente il nuovo millennio, l’attentato alle Torri Gemelle di Manhattan dell’11 settembre 2001.

Allora la risposta americana alla mattanza nel cuore dell’America era stata in termini di lotta al terrorismo dove il terrorismo aveva casa, a oltre diecimila chilometri di distanza dagli States: l’Afghanistan.

Oggi, a undici anni da quell’evento sanguinoso e dopo una trasformazione della guerra che ora guarda a una exit strategy che sia il più possibile smooth, i colloqui di pace con i talebani abbozzati un anno fa sembrano riprendere vigore.

Ad alimentare maggiore ottimismo arriva un report del Royal United Services Institute (Rusi), che presenta dati incoraggianti dopo recenti intervisite con quattro elementi chiave dei talebani molto vicini al leader Mohammad Omar. Tra loro un comandante dei mujaheddin, un membro fondatore del gruppo e ministri del precedente governo. Nessuno ha accettato di essere nominato.

In sintesi, il documento del RUSI rassicura sul futuro dell’Afghanistan, esprimendo scarsissime possibilità che il paese ricada in un periodo di oscurità e terrore alla fine della missione combat di ISAF, ovvero dal 31 dicembre 2014 in poi.

Pur se le aspettative talebane vengono espresse sempre con levantina eleganza, c’è comunque interesse intorno alle dichiarazioni espresse verbalmente da un gruppo che di solito si esprime con i giubbotti esplosivi.

I talebani, emerge dal report, non ritengono esista una naturale inimicizia con gli americani e si dicono pronti ad accettare anche una presenza militare americana se risulta di aiuto alla sicurezza dell’Afghanistan.

In accordo a ciò potrebbero essere cinque le basi americane tollerate, per così dire, sul terreno fino al 2024: Kandahar, Herat, Jalalabad, Mazar-e-Sharif e Kabul. Naturalmente i talebani hanno avuto cura di esprimere la speranza che tale presenza si trasformi in vantaggi economici.

Riguardo ai contatti con al-Qaeda, il gruppo avrebbe espresso un profondo rimorso lasciando capire che ci sarebbe anche la disponibilità a non eseguire più gli ordini qaedisti una volta stabilito un cessate il fuoco. Un piano supportato anche dal Mullah Omar, secondo quanto dichiarato.

A fronte di tanta disponibilità, i talebani in cambio chiedono il rifiuto dell’attuale costituzione, che ha goduto dell’appoggio occidentale, il rifiuto a negoziare con il presidente Hamid Karzai, considerato dai talebani un fantoccio dell’Occidente, per finire con la richiesta di piena rivalutazione dell’organizzazione sul piano internazionale.

E non è tutto qui. I quattro rappresentanti chiedono all’America piena garanzia di non intervento contro Pakistan o Iran da basi afgane e il bando degli attacchi di drone. Se proprio vogliono, gli americani possono attaccare l’Iran dal Golfo Persico. Una concessione che più di negoziazione sa di mercanteggiamento, se si considera che costituzione, presidente e condanna del terrorismo sono proprio i punti cardine dell’intervento americano e alleato in Afghanistan.

Il report di RUSI arriva in concomitanza con la consegna del carcere di Bagram e di quasi tutto il suo contenuto agli afgani. Bisognerà quindi valutare le parole dei quattro innominati rappresentanti talebani nell’ambito di uno scenario tutto nuovo fra qualche tempo, quando si potrà apprezzare la bontà dell’atto direttamente sul terreno.

Di certo oggi, a undici anni dall’attacco alle Torri Gemelle, ciò che conta evidenziare è il riconoscimento da parte talebana che la collusione con al-Qaeda ben prima dell’atto terroristico che ha scosso l’Occidente non è stata vantaggiosa: “Tutti [e quattro] hanno dichiarato, con parole diverse, che i talebani ora riconoscono che i loro legami con al-Qaeda prima dell’11 settembre sono stati un errore”, riporta il documento specificando che i talebani considerano al-Qaeda responsabile della loro caduta nel 2001.

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Fonte: The Telegraph, RUSI

Foto: EPA/The Telegraph

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Afghanistan · Forze Armate · Sicurezza