Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO, L.Susic/2 By Luca Susic

By Luca Susic

Capitolo primo e primo paragrafo della tesi “Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO” (L.Susic)

Capitolo 1: L’Asia Centrale

Per Asia Centrale si intende la regione che si estende dal Mar Caspio sino al confine occidentale della Cina. Essa è delimitata da Russia (a Nord), Iran (a ovest), Afghanistan (a Sud) e Cina (a Sud-Est). A livello statale la regione è divisa fra 5 repubbliche ex-sovietiche: Kazakhstan, Uzbekistan, Tadžikistan, Kyrgyzstan e Turkmenistan.

In questo territorio si possono identificare essenzialmente quattro tipi di ambiente: le steppe verdeggianti del Kazakistan, la zona del bacino del lago d’Aral, la fascia desertica, che occupa circa il 60% della regione e copre quasi totalmente il Turkmenistan e l’Uzbekistan, e la catena dei monti Altaj, che fungono da confine naturale con Iran, Afghanistan e Cina. Il clima è generalmente caratterizzato da estati calde e inverni freddi, con scarsissime precipitazioni, fattori che hanno spinto la popolazione a insediarsi prevalentemente lungo i corsi dei fiumi o ai piedi delle montagne del sud-est, evitando le parti orientali di Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan.

Dal punto di vista storico, questi cinque Stati costituiscono la parte occidentale dell’antica “Nazione dei Turchi”, il Turkestan appunto, che comprende, nella sua interezza, anche la regione del Sinkiang, appartenente alla Cina e popolata dagli Uiguri. In questo scritto, per brevità, con Turkestan si intenderanno le cinque Repubbliche nate dallo scioglimento della Repubblica Autonoma Socialista Sovietica del Turkestan nel 1924.

L’Asia Centrale, con una popolazione complessiva di circa 63.5 milioni di abitanti e un PIL stimato attorno ai 274.1 miliardi di dollari, rappresenta uno dei centri nevralgici della politica estera internazionale, grazie soprattutto a due elementi: la posizione strategica al centro dell’Asia, nel cuore di quello che Sir Halford Mackinder chiamò Heartland, e l’incredibile quantità di materie prime di cui dispone. Oro, argento, uranio, petrolio e gas naturale non sono distribuite equamente, ma si concentrano nella parte Sud occidentale, creando una ovvia disparità di beni fra le cinque Repubbliche.

1.1 Storia: 1730-1991 [Dall’espansionismo di Anna I alla caduta dell’URSS]

L’importanza strategica dell’Asia Centrale crebbe notevolmente nel momento in cui essa divenne l’obiettivo dell’espansione dell’Impero Russo di Anna I (1730 – 1740) e dei suoi successori. La penetrazione in questo vasto territorio può essere divisa in due parti principali: la prima (1730 – 1848), che riguardò essenzialmente il Kazakistan, colonizzato in un modo che ricorda il Winning of the West di americana memoria, mentre la seconda decisamente più rapida e incisiva, si svolse in un lasso di tempo più breve (1864 – 1884).

Furono gli stessi Kazaki a favorire l’espansione Russa nel loro territorio con la crescente richiesta di protezione da parte della Zarina avanzata dai signorotti locali, che cercavano un alleato potente per vincere le guerre interne. Anna I non si fermò a ciò e iniziò a favorire le spedizioni dei mercanti Tatari, che rappresentavano l’avanguardia del potere Russo e che, grazie alla loro fede islamica, erano culturalmente più vicini alle popolazioni autoctone. Il processo estremamente lento e graduale fu velocizzato dall’ascesa al trono di Nicola I (1825 – 1855), che decise di sottomettere con la forza le orde Kazake e di affermare in maniera definitiva il controllo Russo. La politica di espansione non fu interrotta per decisione dei sovrani, ma a causa dell’insurrezione di Imam Shamil (1834 – 1859) nel Caucaso e della Guerra di Crimea (1853 – 1856). Gli anni successivi, però, videro la netta ripresa dell’espansionismo russo nei confronti dei Kazaki, culminato con la conquista di Tashkent (ora in Uzbekistan) nel 1865. Nello stesso periodo fu deciso di non procedere a un’ulteriore espansione verso sud, al fine di evitare il risentimento Britannico e un’eventuale invasione proveniente dal nord dell’India.

La paura di complicazioni internazionali fu presto sostituita dal desiderio di nuovi territori e nel 1868 le forze Russe si impegnarono ad annettere gran parte dell’Emirato di Bukhara (ora in Uzbekistan), la cui parte rimasta libera divenne de facto un protettorato. Consci della loro schiacciante superiorità i Russi decisero di non attendere oltre e nel giro di otto anni soggiogarono nella stessa maniera anche i ricchi Khanati di Khiva e Kokland (anch’essi ora in Uzbekistan). Nel 1884 cadde anche Merv (nell’attuale Turkmenistan): la conquista dell’Asia Centrale era completata.

Il notevole peso politico raggiunto da San Pietroburgo, il cui potere si era ormai esteso fino alla frontiera Afghana, considerata il confine degli interessi Britannici, allarmò questi ultimi al punto che un semplice sconfinamento di truppe zariste sembrò portare, nel 1891, allo scoppio di un guerra Anglo-Russa. La situazione venne rapidamente risolta per via diplomatica e in maniera definitiva: le due Potenze si temevano e trovarono più conveniente creare una Commissione congiunta, il cui operato portò alla stipula della Convenzione Anglo-Russa il 31 agosto del 1907.

Nonostante le critiche alla dominazione russa siano maggiormente conosciute e trattate dalla storiografia recente, è necessario comunque dire che l’unione politica realizzata dallo Zar permise per la prima volta dopo secoli di ottenere nella regione un periodo di pace, durante il quale non ci furono i soliti contrasti tribali o etnici che avvelenavano regolarmente quelle zone. L’aspetto negativo fu lo sfruttamento economico perpetrato dai Russi, che intendevano trasformare le zone appena sottomesse in un grande centro di produzione del cotone, a tutto svantaggio delle tradizionali culture di cereali, per le quali si dovette quindi ricorrere all’importazione. Nel contempo le autorità statali cominciarono a promuovere l’immigrazione dalla parte Ortodossa dell’Impero, in modo da ridurre la predominanza degli elementi autoctoni e portare in quelle zone una classe dirigente di sicura fedeltà. Ciò non implicò, però, l’imposizione di un modello culturale o religioso alle popolazioni locali. Contemporaneamente alla creazione di elementi di un’amministrazione di base, si assistette alla progressiva estensione della rete ferroviaria e stradale nelle zone di recente acquisizione che entrarono così definitivamente nell’orbita economica e politica della Russia Europea sotto il nome di Turkestan.

Un elemento da non trascurare assolutamente è quello dell’incredibile sviluppo culturale che seguì questi avvenimenti e che finì per segnare fino ai nostri giorni le diverse tendenze delle élite locali: i filo-russi, gli aspiranti Giovani Turchi e gli islamisti.

Le tensioni furono facilmente controllate sino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale quando si palesò tutto l’odio che le popolazioni locali provavano nei confronti dei coloni: ci fu un’ondata di massacri a cui le truppe Zariste risposero con altrettanta violenza. L’eco di questi avvenimenti restò vivida per molti anni. In concomitanza con gli eventi che nel 1917 stavano portando alle rivoluzioni di Febbraio e Ottobre, in Asia Centrale si assistette alla creazione di un organismo politico Panturco. Lo scopo era di creare le premesse per una maggiore rappresentatività delle popolazioni del Turkestan, cosa che ai leader locali sembrò effettivamente avvenire con la vittoria dei Bolscevichi.

La realtà, però, fu diversa dalle aspettative e cominciò a delinearsi una netta frattura tra la componente russofona filo-bolscevica, che aveva dichiarato valido il controllo del Soviet sul Turkestan, e quella islamica, sia riformatrice che radicale, che aveva invece proclamato un’effimera indipendenza, cercando anche di cooptare qualche russo filo-zarista. Seguì una vera guerra civile fra le truppe islamiste del Turkmen National Army e quella bolsceviche, che dovevano confrontarsi anche con le forze europee sbarcate per dar man forte ai Bianchi. La vittoria arrise all’Armata Rossa di Trockij che, ben presto, si trovò impegnata a fronteggiare un nemico nuovo e più imprevedibile dei precedenti: l’insoddisfazione generalizzata dovuta, soprattutto, alle politiche agricole bolsceviche, si coagulò nel movimento dei Basmaci (banditi in Uzbeko). La repressione militare si combinò ad una serie di iniziative volte a restituire la terra dei coloni russi ai locali, provocando nuovi odî, accresciuti dalla politica antisciovinista adottata da Lenin contro chiunque fosse sospettato di credere nella superiorità della razza slava.

Oltretutto, la poco lungimirante scelta di Mosca di inviare Enver Pascià, ex ministro della guerra Turco, in Turkestan per calmare le acque si rivelò catastrofica. Egli prese la guida del movimento e iniziò a combattere l’invasore allo scopo di creare uno stato Musulmano, contribuendo ad alimentare un mito sulla sua figura.

Dopo due anni di lotte l’organizzazione fu indebolita a tal punto che l’ URSS poté iniziare a tracciare i confini per suddividere il Turkestan in cinque repubbliche: queste delimitazioni furono, però, definite in modo tale per cui, ancora oggi, c’è fortissimo malcontento nella zona in questione. Anziché decidere autonomamente, infatti, Mosca si affidò ai comunisti locali, che seguirono i propri interessi e non quelli delle popolazioni, che si trovarono sottoposte a un controllo straniero in casa propria. L’elemento più delicato fu, in ogni caso, la politica delle Nazionalità seguita da Stalin, che decise di attribuire ad ogni natsiya (nazione) una sua propria lingua, sviluppata partendo dai dialetti esistenti. Ciò significava gettare i semi per la crescita di un nazionalismo nuovo e, apparentemente, legittimato dal potere centrale. Estremamente importante fu anche la politica anti-religiosa promossa da Stalin che si concentrò sulla componente Slava – Ortodossa, mentre l’Islam fu trattato in maniera molto più delicata. Il motivo di questa politica dei “due pesi e due misure” era dovuto alla constatazione che la fede Maomettana era estremamente radicata nelle strutture feudali esistenti e pervadeva in profondità la società; ogni tentativo di sradicarla avrebbe quindi portato a rivolte generalizzate, difficili da controllare. La situazione mutò solo a partire dal 1925, quando il Partito Comunista iniziò a espropriare i beni anche alle confraternite religiose Islamiche e intraprese dei provvedimenti a favore delle donne, tenute in posizione di inferiorità dalla cultura Musulmana.

Fu durante il primo e secondo piano quinquennale, comunque, che Stalin alzò al massimo la pressione sulle religioni, cercando di spazzare via soprattutto quei predicatori che in Asia Centrale erano anche proprietari terrieri e che quindi furono da lui assimilati ai kulaki. La resistenza a queste iniziative e, soprattutto, alla collettivizzazione forzata si manifestò in una serie di rivolte nazionali, represse duramente. Il risultato fu che a causa di questi moti, delle deportazioni di massa, della carestia e dell’insediamento forzato in kolchoz (aziende agricole collettive sovietiche, basate sull’accordo tra le persone e non sul possesso della terra) e sovchoz (imprese agricole esistenti dal 1918 in cui la terra e i mezzi di produzione erano di proprietà dello Stato di cui i contadini erano considerati dipendenti) circa il 20% della popolazione complessiva del Kazakistan morì, mentre una percentuale analoga si trasferì fuori dall’URSS. Situazioni simili ma meno gravi si verificarono anche nelle repubbliche vicine, con la costante che la popolazione scomparsa veniva sostituita con Russi proveniente dalla parte Europea della Federazione Russa – spesso dissidenti esiliati – creando uno squilibrio e una tensione latente mai sopiti.

Ancora più grave fu poi il risultato della politica anti-religiosa perché, se da un lato produsse in parte i risultati sperati, dall’altro creò sia risentimento nei confronti dei Russi, sia delle strutture distorte in cui elementi bolscevichi si mescolavano al tradizionale feudalesimo islamico. Il risultato fu la comparsa di peculiari strutture di potere che condizionarono tutto il prosieguo della storia locale.

La pressione sulle popolazioni locali non diminuì e, anzi, aumentò con l’avvio delle Grandi Purghe, con le quali Stalin si liberò delle élite centro-asiatiche e avviò la russificazione della cultura. Queste iniziative favorirono, però, le donne che ebbero un accesso privilegiato al mondo dell’istruzione e poterono, per la prima volta, raggiungere i livelli più alti del mondo accademico e sociale. Il processo si arrestò con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, proprio nel momento in cui gli effetti dello sviluppo forzato cominciavano ad essere più evidenti.

La Grande Guerra Patriottica rappresentò una manna per tutte le religioni, ma soprattutto per l’Islam che fu organizzato in una serie ufficiale di Direttorati spirituali. L’aspetto più favorevole per l’ex Turkestan fu, però, l’installazione in loco di una notevole parte dell’apparato industriale trasferito dalle zone che erano minacciate dall’avanzata tedesca, a prezzo, sia chiaro, di un elevato impegno nello sforzo bellico all’interno dell’Armata Rossa.

Vinta la guerra, i Sovietici poterono focalizzarsi nuovamente sull’aspetto economico e, nello specifico, sullo sfruttamento intensivo delle terre per la produzione del cotone, a capo della quale, per la prima volta, cominciarono a essere nominati ministri nativi dell’Asia Centrale, segno che una nuova élite locale si andava affermando anche ai livelli più alti del Partito Comunista. Accanto a essa acquisiva sempre maggiore importanza la generazione dei nati negli anni ’20 e ’30, figlia del sistema educativo creato dai Sovietici. Essa si prodigò con versi e prosa per ridare slancio all’orgoglio nazionale andato perduto, sfruttando paradossalmente contro i Sovietici le stesse armi che essi intendevano usare per portare avanti la russificazione del Turkestan.

Aggiungendo a quanto detto sopra che le pratiche religiose stavano riacquisendo grande importanza fra la gente, con centinaia di moschee più o meno segrete che attiravano fedeli, si capisce come l’URSS fallì di fatto nella sua intenzione di influenzare nel profondo i non Slavi. Si era istituzionalizzata di fatto una sorta di dualismo, nel quale il russo e la cultura di partito dominavano la vita ufficiale delle cinque repubbliche, nelle quali nulla sembrava cambiato dai tempi di Stalin, con parate, celebrazioni e simboli che celebravano la grandezza dell’Unione. Nella realtà d’ogni giorno, invece, l’Islam e le lingue locali erano preponderanti fra le genti originarie del posto senza che il pur vigile Regime Sovietico riuscisse a contenere il potenziale distruttivo che queste avevano per l’unità del Paese.

Il precario equilibrio trovato fu rotto dall’ascesa alla segreteria del PCUS da parte di Michail Gorbačëv. Senza dilungarsi sulle ragioni della sua elezione, si può dire che dal giovane Segretario i Sovietici si aspettavano la soluzione dell’annoso problema della corruzione, fenomeno particolarmente grave e radicato in Asia Centrale.

La bolla scoppiò con lo scandalo Rashidov, segretario del Partito Comunista Uzbeko dal 1959 al 1983 e considerato un eroe nazionale. Egli, come tutti i suoi omologhi delle repubbliche vicine, aveva fatto carriera grazie alla sua disponibilità a eseguire i compiti richiestigli da Mosca, dimostrando sempre una cieca fedeltà alla causa e rappresentando quella fascia dell’élite uzbeka che non aveva velleità nazionaliste, ma era soddisfatta del dominio Sovietico.

Grazie alla volontà di Gorbačëv di scavare a fondo nella catena di produzione e vendita del cotone dell’Uzbekistan, si scoprì che le cifre dichiarate dall’appena defunto segretario erano assolutamente slegate dalla realtà e che le repubbliche Centro Asiatiche erano rette da veri e propri clan di stampo mafioso dediti agli interessi privati piuttosto che a quelli proletari. La sorpresa maggiore fu che, per quanto corrotti, gli Uzbeki erano i più fedeli difensori della linea del Segretario, a differenza delle nuove classi dirigenti delle Repubbliche vicine, interessate solamente ad accrescere il proprio potere e la propria autonomia da Mosca.

Il nazionalismo radicale locale aveva bisogno di un intervento dall’alto per potersi affermare definitivamente, viste la maglie ancora strette della censura e del controllo poliziesco. In suo soccorso venne, paradossalmente, lo stesso Segretario Generale che, con la sua Glasnost (trasparenza, è uno dei termini usati da Gorbačëv durante la Perestrojka, il suo tentativo di realizzare riforme economiche e sociali destinate a rilanciare l’URSS in crisi), tolse al KGB, che rappresentava l’unico ostacolo per i nuovi leader nella loro corsa all’indipendenza, gran parte della sua efficacia nel controllo della popolazione. Il simbolo del nuovo corso fu lo sfortunato Gennadij Kolbin, mandato nel 1986 da Gorbačëv in persona a sistemare le cose in Kazakistan: trattandosi di un russo, anche se il suo gruppo etnico era secondo a quello della nazionalità titolare solo per il 2%, i nazionalisti kazaki gridarono allo scandalo e iniziarono una serie di violente proteste, sedate con una decisa repressione. Mosca, però, non era più in grado di contenere le spinte separatiste locali e dovette cedere: con una decisione che si sarebbe rivelata epocale per le sue conseguenze future, Kolbin fu richiamato e al suo posto fu insediato Nursultan Nazarbaev, il cui primo atto ufficiale fu quello di proclamare il Kazako lingua ufficiale. Tale iniziativa fu presto copiata da tutte le Repubbliche sorelle che, nonostante le grandi pressioni fatte dagli intellettuali locali si schierarono, però, sorprendentemente a favore del mantenimento dell’URSS durante il referendum del 1991.

Si trattò di un fugace rigurgito di orgoglio sovietico. Già il 31 agosto, infatti, ci furono le prime dichiarazioni ufficiali di indipendenza e il 26/12/1991 l’Urss cessò di esistere.

Luca Susic

Seguirà: 1.2 Risorse Naturali e Sviluppo Economico.

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